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Chicago, 29 marzo 2020. Ucciso un 13enne con le mani alzate in segno di resa:

https://video.corriere.it/esteri/chicago-video-bodycam-mostra-agente-uccidere-13enne-disarmato/fcede76e-9e79-11eb-a475-be5cae54c7bb

Ricordiamo, insieme alle rivolte di oggi che si susseguono in molte città degli Stati Uniti, quando un altro video fece scalpore:

La rivolta di Los Angeles

Il 29 aprile 1992 iniziò a Los Angeles quello che doveva diventare uno dei più importanti sollevamenti urbani del secolo negli Stati Uniti. L’esercito federale, la Guardia nazionale e le forze di polizia giunte da tutto il paese ci misero tre giorni a ristabilire l’ordine. Nel frattempo, gli abitanti di L.A. si erano riappropriati di milioni di dollari in merci e avevano distrutto proprietà del capitale per un valore superiore al miliardo di dollari.  

Al di là delle immagini

Poiché la maggior parte delle informazioni che abbiamo sulla sommossa ci sono pervenute dai media capitalisti, è necessario valutare le distorsioni create. Proprio come durante la guerra del Golfo, i mass media hanno dato l’impressione di una totale immersione nella realtà mentre di fatto fabbricavano una versione falsificata degli avvenimenti. Ma, se durante la guerra del Golfo si sono prodigati in uno sforzo concreto di disinformazione, a Los Angeles la distorsione non è stata tanto prodotta dalla censura, quanto causata dalla totale incomprensione dei media di fronte a questa insurrezione proletaria. Il pestaggio di Rodney King nel 1991 non era un incidente isolato e, se non fosse stato filmato, sarebbe passato inosservato — perduto nella logica della repressione razzista della polizia che caratterizza così bene il dominio capitalista in America. Ma, dal momento in cui questo accidente quotidiano è stato segnalato all’attenzione generale, ha acquisito il valore di un simbolo. Mentre il flusso dell’informazione televisiva annegava l’avvenimento nel corso dell’interminabile procedimento giudiziario, gli occhi degli abitanti di South Central [quartiere di L.A.] e non solo restavano fissi su un caso che focalizzava la loro rabbia nei confronti di un sistema di cui il calvario di King era la perfetta illustrazione. In tutto il paese, ma soprattutto a L.A., si sentiva e ci si aspettava che, qualsiasi fosse stato il risultato del processo, le autorità avrebbero tastato la rabbia popolare. Per gli abitanti di South Central, l’incidente King non è stato che una molla. Essi ignorarono gli appelli televisivi dell’interessato per fermare la sommossa, perché non era lui la causa. La ribellione scoppiò contro il razzismo esercitato giorno dopo giorno nelle strade e contro la repressione sistematica nelle metropoli, contro la realtà del razzismo quotidiano del capitalismo americano. Una delle risposte preconfezionate dei media a situazioni del genere è di etichettarle come «rivolte razziali». Una simile caratterizzazione andò ben presto in frantumi a L.A., come annotò “Newsweek” in uno dei suoi resoconti sulla ribellione: «Malgrado giovani neri in collera che gridano: “Uccidiamo i bianchi”, gli ispanici e anche alcuni bianchi — uomini, donne e bambini — si unirono agli afro-americani. La prima preoccupazione della folla era la merce, non il sangue. In un ambiente di festa, i saccheggiatori si impadronirono di merci costose che erano improvvisamente diventate “gratuite”. La maggior parte dei negozi dei neri, così come quelli dei bianchi e degli asiatici, andarono in fumo». Quelli di "Newsweek" si rivolsero anche ad un "esperto" — un sociologo dell’urbanesimo — il quale dichiarò: «Non è stata una rivolta razziale, bensì una rivolta di classe». Leggermente imbarazzati da questa analisi, interrogarono «Richard Cunningham, 19 anni, un impiegato dal pizzetto curato»: «Se ne fregano di tutto. La verità è che fanno festa. Hanno voglia di vivere come la gente che guardano in televisione. Vedono gente che possiede grandi case antiche, belle macchine e tutta l’apparecchiatura hi-fi che desiderano e, ora che è gratuito, se la prendono». Eppure il sociologo glielo aveva spiegato — una rivolta di classe. A Los Angeles,  la composizione della sommossa riflette quella dei quartieri coinvolti: ispanici, neri e qualche bianco, tutti uniti contro la polizia;. Delle prime cinquemila persone arrestate, i Latinos poveri erano la maggioranza, più numerosi dei neri, e i bianchi costituivano solo una decima parte. Di fronte a simili fatti, i media ebbero notevoli difficoltà ad incollare l’etichetta «rivolta razziale». Ebbero più successo nel presentare ciò che stava accadendo come violenza cieca e attacchi insensati delle persone contro la propria comunità. Non è l’assenza di logica in questa violenza che i media non amavano, ma è ben la logica che l’ha ispirata. Gli obiettivi più comuni erano i giornalisti e i fotografi, anche se neri e ispanici. Perché i rivoltosi hanno attaccato i media? Quelle carogne fanno correre un reale pericolo di identificazione ai rivoltosi, con le loro foto e i resoconti. E l’incredibile diluvio di «coperture» della ribellione faceva seguito ad anni di totale indifferenza nei confronti delle persone di South Central, a parte il presentarle come criminali o drogati. Ma i tre aspetti fondamentali della ribellione sono stati il rifiuto della rappresentazione, l’appropriazione diretta della ricchezza e gli attacchi alla proprietà; gli insorti li hanno praticati tutti in modo deciso.  

II rifiuto della rappresentazione

Mentre la sommossa del 1965 si era limitata al quartiere di Watts, nel 1992 i rivoltosi hanno ampliato notevolmente il raggio della propria lotta. Il loro primo obiettivo era quello di superare i loro «rappresentanti». I dirigenti neri — politici locali, burocrati dei diritti civili ed organizzazioni religiose — avevano fallito nella loro funzione di controllo della propria comunità. Altrove negli Stati Uniti, questa cricca è riuscita in larga misura a stornare la rabbia dei rivoltosi, riuscendo a bloccare il contagio della ribellione. Ma la lotta si era diffusa — benché i disordini negli altri agglomerati non abbiano conosciuto l’intensità delle sommosse di L.A., dove i rappresentanti, eletti o autoproclamatisi tali, vennero superati, non potendo fare nulla. I rivoltosi hanno mostrato lo stesso disprezzo per i propri «leader» dei loro predecessori di Watts. I progressi ottenuti nel corso degli anni da una parte di neri, la loro posizione di mediatori tra la «propria» comunità e il capitale e lo Stato — tutto ciò si rivelò irrilevante. Mentre i leader della comunità nera si sforzavano di trattenere gli abitanti, «i leader delle bande, brandendo spranghe di ferro, bastoni e mazze da baseball, esortavano le teste calde a non saccheggiare i loro stessi quartieri, ma ad attaccare i ricchi quartieri occidentali».  

Attacchi contro la proprietà

Gli insorti usavano i telefoni cellulari per ascoltare la polizia. Le autostrade che tanto avevano fatto per dividere le comunità di L.A. vennero usate dai rivoltosi per estendere la lotta. Gruppi di neri e di ispanici percorrevano gran parte della città in auto, incendiando i bersagli — i magazzini e i luoghi dello sfruttamento capitalista —, mentre altrove si formavano ingorghi attorno ai centri commerciali via via che venivano liberati del contenuto. È stata, non solo la prima sommossa multietnica degli Stati Uniti, ma anche la prima rivolta in automobile. La polizia è stata completamente superata dalla creatività e dall’ingegno dei rivoltosi.  

L’appropriazione diretta

«Il saccheggio, che distrugge all’istante la merce in quanto tale, rivela anche ciò che la merce in definitiva implica: l’esercito, la polizia e gli altri distaccamenti specializzati del monopolio statale della violenza armata». Una volta che i rivoltosi ebbero cacciato la polizia dalle strade, il saccheggio fu chiaramente un aspetto determinante dell’insurrezione. La ribellione a Los Angeles è stata una esplosione di rabbia contro il capitalismo, ma anche un’irruzione di ciò che avrebbe potuto prenderne il posto: la creatività, l’iniziativa, la gioia. «Saccheggiatori di ogni razza erano padroni delle strade, dei magazzini e dei negozi. Qui, adolescenti biondi riempivano i loro furgoni di materiali hi-fi. Là, alcuni filippini ammucchiavano guantoni da baseball e scarpe da tennis nella loro vecchia bagnarola scoppiettante. Madri di famiglia ispaniche, accompagnate dai bambini, curiosavano nelle vetrine spalancate dei piccoli centri commerciali e dei negozi di abbigliamento. Vi si vedeva anche qualche asiatico. Mentre il saccheggio a Watts era stato furioso, disperato e astioso, questa volta il clima era piuttosto quello di una festa scatenata». La riappropriazione diretta delle merci (definita in modo denigratorio «saccheggio») rompe il circuito del capitale (lavoro-salario-consumo) e simili azioni risultano inaccettabili tanto quanto uno sciopero. Del resto è vero che, per gran parte della classe operaia di L.A., una rivolta sui luoghi di produzione è impossibile. Tra il desiderio costante di una «bella vita» fuori portata (le merci che non possono avere) e la contraddizione inerente alla più semplice merce (il valore d’uso di cui hanno bisogno è sempre colpito da un prezzo), essi sperimentano le contraddizioni del capitale, non nella sfera della produzione alienata, ma in quella del consumo alienato; non nel lavoro, ma nella circolazione delle merci. [...]  

Razza e composizione di classe

Dunque, persino “Newsweek”, voce della borghesia americana, dovette concedere che quanto successo era una «rivolta di classe» e non una «rivolta razziale». Ma, nell’identificare gli avvenimenti come una ribellione di classe, non dobbiamo negare la presenza di aspetti «razziali». La cosa più importante in queste sommosse è che si estesero a tal punto che le divisioni razziali presenti all’interno della classe operaia americana vennero superate nell’atto della rivolta — ma sarebbe ridicolo affermare che l’aspetto razziale fosse assente. Ci furono in effetti degli incidenti «razziali»: ma in cosa questi sono stati espressione del conflitto fra le classi? Tra la folla che ha scatenato gli eventi all’incrocio delle strade di Normandia e di Firenze, alcune persone si sono accanite su un camionista bianco, Reginald Oliver Denny. I media, approfittando di quel pestaggio, lo avevano trasmesso in diretta allo scopo di alimentare la paura che i neri dei quartieri centrali ispirano alla periferia bianca. Ma questo incidente era significativo? L’analisi dei morti registrati durante il sollevamento dimostra che non lo era.  Vediamo quindi come la guerra di classe si esprime in modo «razziale». Negli Stati Uniti le classi dirigenti hanno sempre incoraggiato e manipolato il razzismo, a partire dal genocidio dei nativi americani, passando per la schiavitù dei neri, fino all’uso permanente dell’etnicità per dividere la forza lavoro. L’esperienza della classe americana nera è in gran parte quella d’essere stata cacciata dal proprio impiego dalle ondate successive di nuovi immigrati. Mentre la maggior parte delle minoranze che hanno cominciato ad occupare i gradini più bassi del mercato del lavoro si è in seguito elevata nella società americana, i neri sono stati costantemente superati. Ancor peggio, il conseguente razzismo è servito a soffocare la coscienza di classe degli operai bianchi. A Los Angeles, in particolare, gli abitanti di South Central costituiscono uno dei settori più marginalizzati della classe operaia. La strategia del capitale nei confronti di questi settori è unicamente repressiva, una repressione condotta dalla polizia — una soluzione di classe. Ad ogni modo, il LAPD (Dipartimento di Polizia di Los Angeles) è composto essenzialmente da bianchi e le sue vittime sono soprattutto neri o ispanici («persone di colore», per parlare il "politicamente corretto"). Contrariamente alle altre città, dove la natura razziale del conflitto è mascherata dal successo dello Stato nella politica di reclutamento di un gran numero di neri nelle forze di polizia, a Los Angeles la strategia razzista di divisione e di argine si rivela un po’ di più ad ogni confronto fra la popolazione e il LAPD — una soluzione razziale. Poiché i neri e gli ispanici di L.A. sono emarginati e oppressi per via del colore della loro pelle, non è affatto sorprendente che, nell’esplosione di rabbia di questi poveri contro i loro oppressori, il colore della pelle abbia potuto servire da criterio per identificare i nemici, così come è stato fatto contro di loro. Quindi, anche se la sommossa non fosse stata che una «rivolta razziale», si tratterebbe comunque di una rivolta di classe. È importante notare anche fino a che punto i partecipanti abbiano saputo superare gli stereotipi di razza. Mentre gli attacchi contro la polizia, la riappropriazione e gli attacchi contro la proprietà, erano considerati utili e necessari da quasi tutti i partecipanti, è evidente che gli attacchi contro individui in base al colore della loro pelle non furono né tipici del sollevamento, né largamente sostenuti. Nel contesto razzista dell’oppressione di classe a L.A., sarebbe stato sorprendente se non ci fosse stato un elemento razziale presente nella rivolta. Ciò che sorprende e gratifica è vedere fino a che punto ciò non sia avvenuto, è la maniera in cui gli insorti hanno eluso le strategie razziste di controllo. [...]  

Composizione di classe e ristrutturazione capitalista

La classe operaia americana è divisa fra salariati e non-salariati, colletti blu e bianchi, lavoratori immigrati e nazionali, garantiti e precari; ma in più è divisa secondo dei criteri etnici che spesso riproducono tali distinzioni sociali. Inoltre queste divisioni sono divisioni reali in termini di potere e di rivendicazioni. Non possiamo coprirle semplicemente con un appello all’unità di classe o attraverso la credenza fatalista che, finché la classe operaia non sarà unita dietro a un partito di tipo leninista, o ad una qualsiasi avanguardia, sarà impossibile attaccare il capitale. Nella situazione americana, così come in molte altre zone del conflitto di classe planetario, è necessario utilizzare la nozione dinamica di composizione di classe, piuttosto che una nozione statica di classi sociali. La rivolta di South Central a Los Angeles e le azioni che ne scaturirono attraverso tutti gli Stati Uniti hanno dimostrato la presenza di un soggetto proletario antagonista all’interno del capitalismo americano. Una presenza occultata da un duplice processo: da un lato la coscienza di classe — quella dell’opposizione al capitale — di numerosi lavoratori americani è falsata dal sentimento, assai esteso, di appartenere alla «classe media»; dall’altro un'importante minoranza, circa un quarto della popolazione del paese, è stata ricomposta in masse di lavoratori sottoqualificati ed esclusi, sotto l’etichetta di «sotto-classe» (underclass), dall’appartenenza alla società. L’invenzione di una simile categoria sociologica trova la propria base materiale nel fatto che alcuni strati «privilegiati» del proletariato beneficiano di un crescente accesso ai prodotti «di lusso», mentre gli strati «sfavoriti», esclusi da ogni consumo diverso dalla pura sussistenza, sono ridotti alla disoccupazione, agli impieghi precari o al lavoro nero. Una simile strategia comporta dei rischi per il capitale: mentre il settore integrato è tenuto in riga dalla forza bruta dei rapporti economici, assecondato dalla paura di sprofondare nell’esclusione, gli esclusi per cui il sogno americano è diventato un incubo devono essere governati con l’uso della pura repressione poliziesca. In un simile contesto repressivo, la guerra contro la droga è servita da pretesto a misure che minacciano sempre di più i «diritti civili» che la società borghese, specialmente in America, si è incaricata di promuovere nel mondo intero. [...]  

Nota sull’architettura ed i postmodernisti

Si dice che Los Angeles sia la «città del futuro». Negli anni trenta la visione modernista degli interessi commerciali prevalse e la rete tramviaria di L.A. — uno dei migliori sistemi di trasporto urbano del paese — venne sradicata e sostituita dalle autostrade. Fu a Los Angeles che Adorno e Horkheimer tracciarono per la prima volta il quadro melanconico della coscienza sussunta dal capitalismo e dove in seguito Marcuse definì l’uomo «unidimensionale». Più recentemente, Los Angeles ha ispirato la moda del postpensiero. Baudrillard, Derrida e altre lordure postmoderniste e poststrutturaliste, hanno tutti visitato la città e vi si sono esibiti. Baudrillard vi scoprì addirittura «l’utopia compiuta». Gli adulatori «postmoderni» del capitalismo adorano l’architettura di Los Angeles, le sue autostrade senza fine e il suo centro ristrutturato. Scrivono panegirici allo spazio sublime all’interno dell’hotel Bonaventura, a 200 dollari la notte, ma tacciono a proposito della distruzione dello spazio pubblico che avviene al di fuori. I postmodernisti, tutti felici di estendere questo termine dall’architettura all’intera società e persino all’epoca stessa, sono riluttanti ad approfondire la loro analisi dell’architettura anche solo di un centimetro al di sotto della superfice. Gli edifici «postmoderni» di Los Angeles sono stati costruiti grazie al flusso di capitali principalmente giapponesi. Downtown, il quartiere degli affari, è diventato il secondo centro finanziario delle sponde del Pacifico dopo Tokio. Ma la sua ricomposizione urbana è avvenuta a scapito degli abitanti dei quartieri poveri. Tom Bradley, vecchio sbirro e sindaco dal 1975 al 1993, ha giocato a meraviglia il ruolo di figura di punta nero della ristrutturazione capitalista di L.A. Ha sostenuto la massiccia operazione di risviluppo del centro cittadino, avvenuta unicamente a beneficio del commercio. Nel 1987, su richiesta della camera di commercio della città, ha ordinato la distruzione degli accampamenti di fortuna dei senzatetto (homeless) installati sui marciapiedi della città; a Los Angeles, la cifra stimata dei senzatetto è di 50.000, 10.000 dei quali bambini. In tutto l’agglomerato, la pianificazione della città ha comportato la distruzione degli alloggi e dei posti di lavoro per operai, al fine di fare piazza pulita per lo sviluppo dell’attività commerciale impegnata dal capitale della zona Pacifico — a Los Angeles il capitale internazionale assedia la classe operaia. Ma i postmodernisti non hanno nemmeno avuto bisogno di guardare i retroscena di questo processo, poiché basta dare una occhiata a queste nuove costruzioni per coglierne la natura violenta. Ciò che caratterizza l’architettura di Los Angeles è la sua militarizzazione. L’urbanesimo a Los Angeles è prima di tutto una questione di polizia. La caratteristica dominante dell’ambiente di L.A. è la presenza di barriere di sicurezza, di tecnologie di sorveglianza — lo spazio è poliziesco. Gli edifici pubblici, come i centri commerciali o le biblioteche, sono costruiti come fortezze, circondate da alte mura di sicurezza e dotate di telecamere di sorveglianza. A Los Angeles, «sul versante cattivo della postmodernità, è possibile osservare una tendenza senza precedenti ad integrare la pianificazione urbana, l’architettura e l’apparato poliziesco in un solo ed unico sforzo di sicurezza totale» (Davis, Città del quarzo). Così come Haussmann aveva ridisegnato Parigi dopo la rivoluzione del 1848, costruendo viali che permettessero di utilizzare l’artiglieria contro la folla, gli architetti e gli urbanisti hanno ricostruito L.A. dopo le sommosse di Watts. Lo spazio pubblico è stato chiuso allo scopo di abolire la strada per abolire la folla. Una simile strategia non è tipica di Los Angeles, ma qui essa sfiora l’assurdo: la polizia cerca così disperatamente di «abolire la folla» che ha addirittura preso una misura senza precedenti, quella di abolire i gabinetti pubblici. Attorno alle sedi di uffici vengono disegnati musei e «micro giardini pubblici» paesaggistici all’interno dei parcheggi, al fine di permettere agli impiegati di andare dall'automobile al lavoro o al negozio senza esporsi ai pericoli della strada. Tutto lo spazio pubblico rimanente è militarizzato, dai sedili «antibarboni» delle pensiline degli autobus ai sistemi automatici di irrigazione che impediscono alla gente di dormire nei parchi. I quartieri dove vive la classe media bianca sono circondati da muri e guardie giurate. Durante le sommosse, i residenti di queste enclave sono fuggiti o si sono armati nervosamente. [...]  

Conclusione

La rivolta di Los Angeles ha segnato un grande passo avanti nella lotta di classe globale. Nell’appropriazione diretta e nell’attacco ai luoghi dello sfruttamento capitalista, l’insieme della popolazione di South Central ha sentito la propria forza. C’è il bisogno di andare avanti. La lotta ha politicizzato la popolazione. La tregua è fondamentale — i proletari devono smettere di ammazzarsi tra di loro. Il LAPD è preoccupato e sta certamente considerando le misure che deve adottare per spezzare l’unità delle bande che dopo le sommosse di Watts si era venuta a creare. La polizia teme la tregua e l’ondata di politicizzazione che ne può scaturire. Questa politicizzazione dovrà andare oltre il nazionalismo nero e le tendenze recuperatrici dei dirigenti delle bande — è necessario un altro passo in avanti. Ci sono i segnali che il proletariato sia in grado di compiere questo passo, come dimostrano la natura multietnica del sollevamento e le azioni di solidarietà avvenute in tutto il paese. Per anni i governanti americani hanno potuto lasciare che gli abitanti del ghetto si ammazzassero fra di loro. Nel maggio del ‘92 le loro armi si sono rivolte contro l’oppressore. Una nuova ondata di lotte è iniziata.    

[tratto da Aufheben n. 1, estate 1992]

Ieri notte un altro ragazzo afroamericano ucciso a Minneapolis. La risposta: rivolta nelle strade. Giusto così. E tutte quelle persone che odiano polizia, razzismo e autorità cosa potrebbero pensare? George Floyd (ucciso un anno fa) e Daunte Wright (ucciso ieri, nella stessa città) non sono i primi massacrati dagli sbirri e non saranno gli ultimi. Per esempio, le torture e gli stupri avvenuti nella caserma di Piacenza da parte di uomini in divisa non hanno lo stesso sapore del disgusto? E che dire della morte di Matteo Tenni ad Ala in Trentino, freddato in questo fine settimana dai carabinieri davanti alla propria abitazione? A tutti i cuori pensanti una riflessione tratta da Barbari, un libro di NN edizioni uscito qualche tempo fa che scommette sull'insurrezione, ciò che trasforma ogni tempo e qualunque spazio in una possibilità di liberarsi da questo mondo.

È inutile cercare di insegnare a parlare a chi non ha una lingua. È inutile spaventarsi di fronte a suoni gutturali e a gesti inconsulti. È inutile proporre mediazioni a chi vuole l’impossibile. È inutile implorare libertà a chi impone schiavitù. Lasciamo la pedagogia ai due emissari, assieme al loro spirito poliziesco e missionario. Che i barbari si scatenino. Che affilino le spade, che brandiscano le asce, che colpiscano senza pietà i propri nemici. Che l’odio prenda il posto della tolleranza, che il furore prenda il posto della rassegnazione, che l’oltraggio prenda il posto del rispetto. Che le orde barbariche vadano all’assalto, autonomamente, nei modi che decideranno, e che dopo il loro passaggio non cresca più un parlamento, un istituto di credito, un supermercato, una caserma, una fabbrica. Di fronte al cemento che prende a schiaffi il cielo e all’inquinamento che lo sporca si può ben dire, con Déjacque, che: «Non sono le tenebre questa volta che i Barbari porteranno al mondo, è la luce». La distruzione dell’Impero difficilmente potrà assumere le consuete forme della rivoluzione sociale, così come ci è dato conoscerle dai libri di storia (la conquista del Palazzo d’Inverno, la reazione popolare a un golpe, lo sciopero generale selvaggio). Non ci sono più nobili Idee in grado di smuovere grandi masse proletarie, non ci sono più dolci Utopie pronte ad essere fecondate dai loro amanti, non ci sono più radicali Teorie che aspettano solo di essere messe in pratica. Tutto ciò è stato sommerso, spazzato via dalla melma imperiale. C’è solo il disgusto, la disperazione, la ripugnanza di trascinare la propria esistenza nel sangue sparso dal potere e nel fango sollevato dall’obbedienza. Eppure è in mezzo a questo stesso sangue e al fango che può nascere la volontà — confusa in alcuni, più nitida in altri — di farla finita una volta per sempre con l’Impero ed il suo ordine letale.

«E allora, tutte le sofferenze, tutto il passato, tutti gli orrori ed i tormenti che hanno segnato il mio corpo, li gettavo al vento come se fossero di altri tempi, e mi abbandonavo allegramente a sogni di avventura vedendo con la febbre dell’immaginazione un mondo diverso da quello in cui ero vissuto, ma che desideravo; un mondo dove nessuno di noi aveva vissuto, ma che molti di noi avevano sognato. E il tempo passava volando, e le fatiche non entravano nel mio corpo, e il mio entusiasmo aumentava, e diventavo temerario e al mattino uscivo in ricognizione per scoprire il nemico, e... tutto per cambiare la vita; per imprimere un altro ritmo a questa nostra vita; perché gli uomini, ed io tra loro, possono essere fratelli; perché l’allegria, almeno una volta, esplodendo nei nostri petti esplodesse sulla terra...»

Un incontrollato della Colonna di Ferro marzo 1937, Spagna

Inoltre segnaliamo un'iniziativa ad Ala:

Cosa raccoglie? Spesso e volentieri, l’obbedienza di molti. Talvolta anche gesti di rivolta, benché di pochi. A Brescia, ad esempio, sono stati appena raccolti i cocci di un paio di molotov lanciate di primo mattino contro un centro vaccinale. Secondo quella macchietta del presidente della regione lombarda, si è trattato di un «attacco ignobile». Definizione rovesciabile, giacché potrebbe venire usata anche dagli incendiari per motivare il loro gesto: la gestione politico-sanitaria-militare della pandemia dichiarata è un attacco ignobile alla libertà, condotto metodicamente e senza esclusione di colpi da un anno a questa parte. Si potrebbe aggiungere poi che l’obbligo vaccinale per il personale sanitario, appena introdotto dall’ultimo decreto governativo, ne è la più recente manifestazione.  Sia chiaro, noi non siamo affatto contrari all’uso dei vaccini. Anzi, tutt’altro! Dopo aver assistito allo sfoltimento fra i servitori dello Stato in divisa che si erano fatti inoculare la porzione magica, come potremmo protestare? No, no, ben vengano i vaccini, distribuiti a piene siringhe a tutti coloro che si fidano ciecamente della scienza, siano essi politici, agenti delle forze dell’ordine, militari, cittadini tremebondi per la propria misera sopravvivenza… Perché in fondo, dobbiamo pur ammetterlo, deve esistere anche la libertà di vaccinarsi. Il nodo è un altro. Che è inaccettabile che la vaccinazione venga imposta a chi non la desidera, poco importa se per motivi comprensibili o incomprensibili, condivisibili o meno. Affermare che questa coercizione sia necessaria per garantire la salute di tutti, che i sanitari che rifiutano di vaccinarsi mettono in pericolo i pazienti più fragili, è una palese assurdità. Il vaccino non rende immuni dalla malattia, né impedisce il suo contagio. Chi si vaccina può comunque ammalarsi e, di conseguenza, può trasmettere il virus. Non sono solo i sanitari cosiddetti no-vax a poter contagiare i loro pazienti, ma anche quelli sì-vax — come dimostra quanto già accaduto in diversi luoghi qui in Italia. Allora, che senso ha questo obbligo? Ha il senso di tutti gli obblighi, ovvero il senso di Stato. Qui non si tratta di contrastare una pandemia di natura biologica (o artificiale), ma di diffonderne una di carattere sociale. Non si cerca di combattere il Covid19, ma di sterminare il libero arbitrio. Un personale sanitario che non si vaccina è di per sé una critica ed una smentita alla propaganda istituzionale imperante, ed in quanto tale va fatto sparire. Con ogni mezzo, ricatto morale ed economico compreso. È la legge del padrone: «io ti pago e quindi ti possiedo, possiedo il tuo corpo, la tua vita e tutto ciò che hai attorno». Davanti ad ordini, minacce, ricatti c’è chi scatta sull’attenti, e chi invece…

4/4/21

Fonte: Finimondo

A chi non è mai capitato di salire una scala al buio? L'azione è come quel passo che, cercando l'ultimo gradino, trova invece solo il vuoto davanti a sé. L'azione, facendoci perdere l'equilibrio, ci parla di un'altra possibilità, ci parla di altre sensazioni, di un'altra percezione dello spazio, di un modo diverso di giocarsi la vita. Come quando il nostro ginocchio duole all'impatto inaspettato col pavimento. Tanto per chi la compie che per chi ne percepisce i riflessi nella propria vita, l'azione si accompagna all'assenza di certezze. Per chi direttamente si confronta con essa l'azione consiste in un giocarsi la libertà e la vita per un sogno. Per chi ne incrocia soltanto il percorso l'azione permette di rendersi conto di quanto poco e superficialmente pensiamo di conoscere il circostante. Come parlare dell'azione a distanza di molti mesi dal suo accadere? Una cronologia che risalga addietro nel tempo non rischierebbe di diventare un semplice accumulo di date e luoghi? Nell'omogeneità, anche grafica, dell'elenco non si rischierebbe forse di svilire l'unicità di chi agisce? Più tempo passa tra le singole uscite della pubblicazione, più questo problema si accentua, amplificandosi talvolta in maniera grottesca: pagine e pagine di azioni si rincorrono distruggendo nell'accostamento quantitativo i cristalli di qualità che l'azione vorrebbe proporre all'attenzione del mondo, contro il mondo. È nell'elenco che troviamo l'invito ad abbandonarci alla sensazione del vuoto? Se così fosse, non sarebbe di certo nell'anarchismo il luogo dove cercare un amore corrisposto per la massa e la quantità. Così, occorre per forza ascoltare le parole stesse che accompagnano l'azione, talvolta chiamate lugubremente rivendicazioni — rei vindicatio reclamo di qualcosa che si considera di propria proprietà — oppure si potrebbe prestare orecchio a se stessi, interrogandosi invece sulle conseguenze che l'azione ha sul nostro modo di pensare, di vedere e percepire il mondo? Chi materialmente compie l'azione è forse l'unica fonte possibile di riflessione riguardo ad essa e, conseguentemente, non ci resta altro da fare che discutere riguardo a chi appartenga l'azione e a chi sia stato (o, ancor peggio, a chi non sia stato)? Prurigine da questura da cui non farsi contagiare. Se l'azione è un dono, essa non può appartenere a nessuno per poter essere realmente di tutti. Che l'azione sia dono di vendetta contro l'oppressione o dono di liberazione ed invito alla rivalsa per chi l'oppressione la subisce quotidianamente, perché rinchiuderla in un possibile significato determinato? Chi vuol essere proprietario dell'azione, rivendicandola a sé nel suo spiegarla e specificarla, come può farne al contempo un granello di dubbio che vada a stuzzicare altre sensibilità? Non si rischia, a troppo voler chiarire, di cadere nell'incubo della costruzione della propria immagine pubblica, della propria identità, del proprio personaggio? Nel gettarsi in una prospettiva di liberazione totale a partire anche dal soddisfacimento del proprio desiderio di attaccare e di rifiutare la passività, senza attendere momenti storici opportuni e fantasmatiche masse, se fosse il sospeso, cioè lo sforzo di pensiero volto a cercare di ascoltare il sussurro dell'azione interpretandone il messaggio celato in essa da chi l'ha compiuta — o vedendone noi uno del tutto nuovo ed originale —, a riuscire a stimolare la selvaggia idea di poter riprodurre e moltiplicare quell'avvenimento che ci ha fatto osservare il mondo con occhi tanto differenti? La selva dell'attacco abbisogna davvero di radure intorno alle quali, per l'appunto, radunarsi? E se invece la selva restasse impenetrabile ed intricata, incomprensibile ai botanici che cercano di individuarne e classificarne i singoli alberi avvinghiati l'uno all'altro? Cosa scaldava i cuori, cosa incuteva più timore e senso di mistero, le antiche leggende silvane o i moderni erbari pieni di foglie essiccate e conservate, scialbi simulacri dell'antica linfa che vi scorreva una volta? Sentire qualcosa come proprio, rispecchiandosi crudamente nell'azione in se stessa, facendoci pensare che potrebbe essere stato un individuo come noi, con tutti i suoi limiti e le sue mancanze — che sentiamo anche nostre — ad averla portata a termine, non è forse un buon modo per non creare una distanza o una reverenza nei confronti di chi invece dimostra di saper usare come armi tanto le parole che i gesti? Per questo, più che la singola rivendicazione, sarebbe bello su queste pagine ospitare le mille riflessioni sull'azione: un caleidoscopio di mille sensibilità colpite da un unico evento, piuttosto che la singolarità della rivendicazione. Possibile che le parole che accompagnano l'azione possano così restare semplici e anonimi sussurri nella selva?

È disponibile il primo numero di Chrysaora, rivista anarchica bimestrale. A chi ha già preordinato delle copie si chiede di mandare l'indirizzo cui spedire il pacco a: chrysaora@autistici.org
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In questo numero:
Autonomia Impossibile
- Silenzio assordante 
- Mappare il mondo 
- La landa desolata 
- Dall’AIDS al COVID 
- AIDS: la malattia come espressione delle fasi della civiltà 
- Scienza, Ragione e Cambiamento 
- La cultura della malattia
- Il culto della carogna
Distruzione Necessaria
- Ascoltare
- Silenzio, bruciano le antenne
- La tirannia della flessibilità
- Contro lo smartphone
- Immaginare il futuro
- Hai giocato a fare il sole?
- La dominazione materiale in epoca d’epidemia e la questione organizzativa
- Come combattere il Google-Campus
- Kropotkin, la Rivoluzione russa e la miseria della politica
- Introduzione a “L’ospite inatteso”
- Gli ingranaggi del tempo   

Questa rivista è solo cartacea e non vuole essere un soliloquio. Chrysaora è aperta ai contributi esterni ed alle critiche: tramite mail riceviamo notizie, segnalazioni di testi ritenuti validi ed interessanti, considerazioni su quanto fin qui pubblicato e gli ordini delle copie da spedire: chrysaora@autistici.org

Ieri è morto un bandito. Qualche anno fa, ad un'iniziativa della Libreria Ponchielli qua a Cremona, qualcuno comunicò la sofferenza del carcere e di una vita in fuga da questa società con le sue parole. Lo vogliamo ricordare così, sapendo benissimo che se il crimine di tutti i crimini è la libertà, stare dalla parte di chi svuota banche e non di chi le fonda è una scelta di vita.

Ci ho messo 50 anni a diventare comunista. 
E 20 anni 8 mesi e 1 giorno di prigione.
E 11 anni di carcere di massima sicurezza. E
5 anni di celle punitive. E la posta censurata.
E i vetri divisori ai colloqui. E le cariche
dei carabinieri nei corridoi delle prigioni. E
il sangue nelle celle. E il sangue dal naso. E il
sangue dalla bocca. E i denti rotti. E la fame
all’Asinara. E il silenzio obbligatorio al bunker 
della Centrale, a cala d’Oliva. E i racconti
dei torturati. E i colpi contro la porta per non
farti dormire. E i colloqui respinti senza un
motivo. E la posta sottratta. E il linciaggio del
vicino di cella. E il vivere col cuore in gola.
E la pressione che sale. E il cuore che senti
ingrossare. E il compagno che se ne va con la
testa. E le divisioni a 5 nei cortili. E le rotture
politiche. E le divisioni che teoricamente dovevano rafforzarci. 
E il dilagare del soggettivismo. E i vetri infranti ai colloqui. 
E le rivendicazioni coi pugni chiusi. E la ritirata strategica. 
E gli scioperi della fame condannati. E i sorrisi spariti. 
E i soggettivisti sconfitti. E gli odi tra compagni. 
E le demolizioni personali.
E la disgregazione umana. E le perquisizioni
anali. E le sei diottrie perse. E l’assalto coi cani
nelle celle. E i compagni colpiti da schizofrenia. E i primi tradimenti. E la massa di dissociati. E l’isolamento politico. E la piorrea che
avanza. E gli anni che passano e i giorni che
conti. E i silenzi, i silenzi, i silenzi.

Tratto da: La Farfalla. Versi rubati di Sante Notarnicola