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A proposito di Kavarna

...la passione per la libertà è più forte d'ogni autorità...

Ecco i due editoriali di presentazione:

Distruzione necessaria

Riuscire ad esprimere sé stessi, ad esempio attraverso l’arte, non è affatto facile e scontato. Quando ciò che si vorrebbe rappresentare in una determinata forma ne prende una diversa si prova talvolta frustrazione e sconforto.

Scrivere su carta ciò che si ha in mente è altrettanto complesso, tanto più avventurarsi nella creazione di una rivista. Le immagini dei nostri desideri e tensioni sono costrette ad accontentarsi di parole che sembrano sempre inadeguate.

La paura della critica, che a volte può anche essere aspra e dura, per qualcuno può portare alla difficoltà e al quasi rifiuto di scrivere. Così molte idee e intuizioni rimangono vaganti nella mente, mentre aspettiamo che a scrivere sia qualcuno con esperienza e capacità di scrittura che presumiamo essere migliori delle nostre.

Rinunciare a mettersi in gioco è un’ottima scorciatoia che di certo non va contro ad un sistema sociale che tenta in ogni modo di annientare nei singoli individui la coscienza delle proprie potenzialità.

Ci manteniamo scrupolosamente entro i limiti delle competenze che ci sono state assegnate e perché mai dovremmo cercare di oltrepassarli dal momento che nessuno può fare più di quel che può fare?

Tuttavia la critica delle gerarchie e degli specialismi, frutto di questa società, comporta anche venire ai ferri corti con sé stessi spogliandosi delle proprie incertezze e insicurezze per mettersi infine a nudo. Ciò può essere doloroso, ma è l’unico modo per rendersi conto che le nostre rinunce non sono nella maggior parte dei casi dettate dalle nostre incapacità quanto piuttosto da un modo di vivere e pensarci che vorrebbero abituarci ad accettare.

Spogliatevi dunque della vostra singolarità o del vostro isolamento, che è la radice di ogni disuguaglianza e di ogni discordia, e consacratevi pienamente all’Uomo vero, alla Nazione o allo Stato”: così ci hanno insegnato a esistere in questo mondo.

La vita, oltre ad essere stata privata della dimensione dell’avventura e dell’ignoto - perché facciamo tutti ciò che sappiamo e che siamo nati per fare -, è stata inoltre trasformata dal progresso tecnologico in un avvilente serie di numeri e dati, ricreando una realtà sempre più virtuale e alienante. La nostra esistenza è diventata sempre più smart e siamo quasi ormai inconsapevoli di cos’era la vita prima di questo Stato di cose. La loro Storia, che studiamo sui banchi di scuola, è quella che vorrebbe farci credere che la strada intrapresa fosse l’unica possibile. Eppure questa strada è lastricata di menzogne e atrocità. Devastazioni ambientali dipinte con la retorica della green economy e dello sviluppo sostenibile mentre le foreste vengono abbattute. Non si contano più le specie di piante e animali estinte o costrette a vivere in gabbie negli allevamenti intensivi e per la sperimentazione scientifica. Gli habitat naturali vengono distrutti per fare spazio alle linee dell’alta tensione, alle fabbriche ed alle autostrade. Neppure gli abissi degli oceani restano incontaminati, attraversati dalle dorsali di fibra ottica e minati dalle trivellazioni. Tutto ciò per alimentare la cementificazione forsennata e la crescita cancerogena della megalopoli che crea e soddisfa bisogni e modi di vivere completamente nuovi e funzionali al Dominio.

Tutto viene inquinato: l’aria, il mare, la terra. Gli equilibri della natura, come le stagioni, sono ormai sconvolti. Le precipitazioni aumentano con eventi estremi e devastanti, mentre altrove avanza il deserto.

La visione produttivistica e antropocentrica ha fatto sì che il selvatico diventasse addomesticato: boschi impenetrabili violati da sentieri tracciati per la gita fuori porta della domenica pomeriggio, spiagge privatizzate e agghindate per il turismo estivo cos’hanno in comune con le dune brulicanti di vita selvatica?

Per difendere gli interessi di chi auspica un mondo di confini tracciati dal filo spinato la guerra è stata una costante fonte di massacri, tragedie ed eccidi. L’idea della difesa della Nazione o dello Stato ha giustificato genocidi ed atrocità, alimentando uno sviluppo tecnico e scientifico che ha prodotto aberrazioni come il nucleare ed i campi di sterminio nazisti, dove l’organizzazione tecnica dell’annientamento ha poi segnato l’organizzazione della vita sociale per tutto il secolo seguente fino al nostro presente.

Questa società crea il proprio disastro. Dalla sua distruzione non avremmo nulla da perdere se non la sua miseria.

Tuttavia è la realtà che viviamo quotidianamente. La realtà profondamente nociva e insostenibile concepita come intoccabile e indistruttibile da chi sostiene ancora che questo modo di vivere possa essere parzialmente migliorato e riformato, da chi non riesce e non vuole immaginare un qualcosa di radicalmente altro a questa esistenza perché le parole come distruzione e ignoto suonano ancora stonate alle sue orecchie.

Per qualcun altro, invece, queste parole evocano la curiosità di un’avventura e aprono alla possibilità che possa esistere un modo diverso di vivere. Sappiamo che la necessaria distruzione non porta con sé certezze sul domani, e non saremo noi a fare promesse su un futuro prevedibile e calcolabile, perché non è ciò che ci interessa. Piuttosto preferiamo interrogarci oggi su come far divampare il fuoco della rivolta perché l’unica cosa che possiamo augurare a questa civiltà che ci soffoca è la sua fine. Queste sono le domande che vogliamo porci attraverso Chrysaora.

Chrysaora è il nome di alcune specie di medusa. Ci siamo ispirati a questi animali per la particolarità del loro comportamento e della forma del loro corpo. Dal greco spada dorata, in lingua aborigena vengono chiamate fiume di fuoco per la pericolosità delle cellule dei loro tentacoli che possono iniettare un dolorosissimo veleno.

Alcune di queste cellule urticanti sono attivate dal sistema nervoso mentre altre scaricano il loro veleno in maniera indipendente. Gli scienziati, che tanto provano a formulare, quantificare, determinare e dare una spiegazione razionale della vita, non sono ancora riusciti a capire con certezza il funzionamento di queste cellule. Similmente, chi cerca di determinare qual è la causa e qual è l’effetto tra pensiero e azione non potrà mai capirne la complessità. Pensiero e azione coesistono e non si escludono a vicenda, anzi. Il pensiero dà vita all’azione ma avviene anche il contrario, quando è l’azione ad innescare pensieri e riflessioni che leggendo un libro non sarebbero magari mai nati.

Per noi l’agire anarchico non dovrebbe essere uno schema fisso né un accumulo di esperienze che ci rendano individui più o meno puri e rivoluzionari o semplicemente la ricerca forsennata di punti militanza per ottenere la stellina di cui fregiarci ai concerti o agli aperitivi di movimento.

Piuttosto potrebbe significare partire da sé stessi per sé stessi, abbandonando ogni modello, la logica del fare e del consenso, ed impegnarsi nel capire cosa si vuol fare della propria vita. Per quanto possa essere difficile, bisogna  guardarsi allo specchio e cercare la consequenzialità tra ciò che si pensa, ciò che si sente e come si desidera agire in una continua ricerca di modi per distruggere questo mondo. L’impegno nell’approfondire e nell’affinare le idee e l’azione come può non partire dall’iniziativa individuale e autonoma?

Partire dall’individuo non esclude ovviamente l’importanza dell’unione e del confronto con gli altri. Le chrysaore, ad esempio, in alcuni momenti della loro vita preferiscono nuotare da sole, mentre in altri si ritrovano in grandi banchi che contano anche migliaia di individui. Come questi animali riescono a vivere sia da soli che in molti, la nostra scelta di associarci non cambia il fatto che l’individuo esiste prima di tutto perché è sé stesso e non perché appartiene ad un gruppo.

Riuscire a pensarsi come causa non è cosa ben vista in questa società. Sono parole già dette, ma l’anarchismo ha ancora molto da interrogarsi riguardo a questo pensiero stupendo, approfondendo la complessità del rapporto tra l’individuo e gli altri tanto a livello relazionale che organizzativo.

In primo luogo perché non per forza deve esistere un centro: ci sono diverse forme organizzative possibili. La chrysaora non ha un cervello ma una rete di neuroni acentrica. Eppure riesce lo stesso a muoversi e a catturare le sue prede.

E allora che bisogno c’è della politica, di qualcuno che ci dica, in parlamento, in assemblea o in piazza, quando, perché e cosa fare? Dovrebbero essere gli individui a decidere come, con chi e perché organizzarsi e agire, facendo sì che le decisioni nascano dall’incontro delle riflessioni e delle idee di ogni singolo in maniera non gerarchica.

Partendo da queste premesse c’è chi ha proposto un altro modo di organizzarsi. Un’idea di organizzazione senza vincoli formali, che, al netto dei nostri limiti in quanto nati e cresciuti in questà società, non dovrebbe avere nè capi nè ruoli bensì essere fluida e senza statuti a cui aderire. Questa organizzazione informale non avrebbe pretesa di durata né di accumulo quantitativo di forze e non si baserebbe sull’adesione a un programma a priori.

Perché non avventurarsi in questa selva di possibilità? Per chi vive all’ombra dell’efficienza sperimentare questo modo di organizzarsi sarebbe semplicemente assurdo. È stato perso di vista il valore della qualità pur di riuscire ad ascoltare il linguaggio freddo della quantità e della macchina che gira. D’altronde, guardandoci intorno, possiamo vedere tentativi di Libertà e forme di autonomia quasi ovunque annichilite. Essere spettatori di ciò sembra giustificare la scelta di restare passivi nel proprio angolino al riparo da tutto, pur capendo quanto questo mondo sia insostenibile.

Certo, sarà la scelta di non rischiare, di non mettere a repentaglio la propria quotidianità pur di rimanere nel proprio spazio sicuro, delimitato e circoscritto. Sarà la scelta di una magnifica prigione, ma che resta pur sempre una prigione. Così il sogno della casa in campagna, lontana dalla corsa frenetica della città dove si mangia “bene” e si respira aria pulita, in fin dei conti si mostra per quello che è: pura illusione di poter co-esistere col Dominio in una tregua armata pacificata. I tralicci e le linee dell’alta tensione, che scorgiamo quando osserviamo incantati un bel paesaggio campestre o durante una passeggiata nel bosco, ci ricordano costantemente che la civilizzazione non ha lasciato selvaggio quasi nessun luogo di questo Pianeta. Per questo l’attacco non ha un luogo preferenziale da cui partire essendo il potere, con le sue strutture e i suoi burattini, polverizzato attorno a noi. Non si tratta del luogo in cui si vive, città o campagna, ma come scegliamo di farlo: alla ricerca del nostro angolo tranquillo o seguendo la propria tensione verso le distruzione. Senza dimenticarsi, però, che sulla strada della distruzione randagia, per non rischiare di annegare nella militanza, occorre lasciarsi travolgere anche dai propri sogni. Per cominciare, potremmo chiederci: come si può continuare a restare indifferenti di fronte al disastro che ci circonda? Cosa ci trattiene dal provare a far deragliare il treno del progresso?  Fino a quando accetteremo la miseria esistenziale in cui ci costringono a sopravvivere e non tenteremo di diventare un fiume di fuoco e di rabbia?

Autonomia impossibile

Ciò che lascia esterrefatti di quest’epoca è quanto siamo poco sensibili nei confronti di ciò che ci circonda ed al contempo come ne siamo materialmente dipendenti. Se le sofferenze, l’oppressione, la privazione della libertà altrui ci lasciano ormai indifferenti, dal frutto del massacro consegue direttamente l’idea di cosa la nostra esistenza sia. Sapremmo immaginarci ancora esseri umani senza avere, ad esempio, un computer come appendice inorganica alla nostra corporeità?

Il cuore della questione è che viviamo in un mondo di relazioni che si snodano all’interno di uno spazio ed un tempo profondamente colonizzati dal potere, dall’economia e dalla tecnologia. Viviamo in un mondo basato su logiche quantitative e di accumulo che hanno creato un Dominio che cerca di annientare o assimilare tutto ciò che non è esistente grazie ed a causa di esso. Quanta libertà abbiamo di inventare il nostro modo di esistere e relazionarci con altri individui avendo di fronte a noi un mondo dato? E che dire di tutti gli altri esseri viventi non umani, costretti a vivere in fuga da un mondo che fino a ieri non apparteneva a nessuno ed ora è solcato da confini, mura e recinti, centrali e ferrovie, avvelenato fin nei suoi angoli più remoti?

Storicamente questo processo si è via via approfondito. La pervasività dell’organizzazione sociale e dei suoi ritrovati nella nostra vita è aumentata a dismisura. L’essere umano, ormai antiquato, non sa più come vivere senza i suoi prodotti, facendo sì che siano ormai i prodotti, ed il modo di vivere e di lavorare che li rendono di fatto realizzabili, a mantenerlo in vita. C’è un dislivello tra le nostre possibilità umane di capire gli effetti di ciò che produciamo, in quanto elementi organizzati in un determinato sistema sociale, e ciò che realmente provochiamo in noi stessi e nel mondo che ci circonda con ciò che abbiamo reso possibile con il nostro lavoro. Siamo il frutto della nostra merce, dipendenti dalla forma di vita che ci è stata imposta nel corso dei millenni da chi, attratto dal mondo della quantità, ha voluto man mano consolidare il suo potere o conquistarlo a chi lo precedeva.

Di pari passo con lo sviluppo del Sistema Tecnico e la devastazione del mondo naturale, si sta delineando una prospettiva di gestione amministrativa dell’esistente dove la specializzazione diventa il fondamento della divisione sociale del lavoro e del modo in cui viene trascorsa la vita. Da un lato il controllo capillare dei comportamenti e delle forme di consumo nei luoghi più sviluppati, dall’altro il manganello e la minaccia militare nei luoghi di produzione o di estrazione delle materie prime: ne consegue che ovunque, nel mentre, si approfondisce la distanza tra chi, incluso, sapendo utilizzare ancora il linguaggio e il pensiero riesce ancora a capire come funziona il mondo e cosa significano determinati concetti od esperienze e chi, escluso, si arrende al consumo massificato di opinioni e paccottiglia offrendo il proprio sudore nel produrre e consumare ciò che viene vomitato dalle macchine.

Aprirsi ad altre conoscenze, rifiutare la specializzazione, non significa quindi per noi accumulare sapere e nozioni. Sommando polvere a polvere nulla prende vita. La qualità sta altrove, nella frammentazione di sé, nella ricerca di ciò che sfugge alle classificazioni, nell’alimentare le nostre capacità in mille direzioni diverse rafforzando la nostra abilità, in quanto individui, di pensare ed agire in modi sempre originali al di fuori delle logiche di questo mondo. Saremo individui inadeguati a mettere a ferro e fuoco il mondo finché non cominceremo ad abbandonare le certezze del calcolo e della quantità.

Se oggi esistiamo in quanto umani poiché viviamo in questo sistema sociale, mettendo a valore le potenzialità che esso ci offre e nutrendoci del suo fiele, cosa resta infine del nostro saper essere, triturati tra il dover esistere socialmente e l’assuefazione al presente Stato di cose? Tuttavia, anche se l’evasione dalla magnifica prigione del consumo e dell’abbondanza appare difficile se non impossibile, possiamo sempre agire sulle nostre relazioni, trasformandole sulla base delle nostre riflessioni, tensioni e sul mondo che ci circonda, alimentando verso di esso la conflittualità permanente, l’attacco e l’autonomia da partiti, movimenti e sindacati. È solo così che pensiamo possa essere assecondato il nostro desiderio d’utopia.

L’utopia, irreale per definizione in quanto luogo che non è, non per questo non può materializzarsi per infinitesimali attimi trasformando ed incidendo le carni delle realtà. Che il realismo si arrenda all’irrealtà della passione e del desiderio!

Come un miraggio che permette agli sperduti viaggiatori nel deserto di compiere qualche passo in più prima di arrendersi al bisogno, l’utopia ci rende sensibili verso una possibilità che, in quanto irrealizzabile, non può vedere la luce. Come un’illusione provocata dal caldo, essa non garantisce nulla e non promette soddisfazione alle necessità dei bisogni: la responsabilità di ogni passo è dell’assetato che si avventura nel viaggio verso una fonte che immagina rinfrescante e non di ciò che pensa o è convinto di poter raggiungere. Per questo sentivamo il bisogno di immaginare una rivista come Chrysaora: una rivista che provasse ad offrire spazio al desiderio di ciò che non è. Una rivista a cui non chiedere come costruire mondi ma che potesse proporre solo qualche storta sillaba, secca come un ramo. Perché oggi possiamo solo dire ciò che non siamo, ciò che non vogliamo. Perché l’individuo che insegue l’utopia, come la chrysaora, sa senza poter realmente sapere. Queste meduse hanno un ciclo vitale molto particolare. Appena nata, la larva striscia sul fondale finché non trova un luogo sicuro e tranquillo con grande abbondanza di cibo: è qui che la planula comincia a crescere e si trasforma in un piccolo animaletto sedentario. Col tempo, però, la sua forma muta ancora e dalla larva si cominciano a sviluppare tante meduse, una attaccata all’altra, che infine si staccano dall’unico vecchio corpo e cominciano a nuotare nell’oceano. Il vecchio muore con il nuovo e nulla resta di ciò che era prima in ciò che sarà. Vediamo in questo una forma di individualità particolare: da un solo animale se ne generano molti. Esiste nella forma immobile un desiderio inespresso e inconoscibile di una dimensione di vita futura di cui non ha ancora mai avuto esperienza? Può un organismo che vive adèso al fondale desiderare, senza sapere come e quando, di librarsi dalla melma per scoprire le ignote vastità oceaniche fluttuando nella corrente? Egli si rende conto che solo allora potrà incontrare altri esseri liberi con cui nuotare insieme?

Non ci sentiamo così distanti da questo ipotetico sentire. Abbiamo la percezione di una mancanza, un desiderio inespresso, il sogno di un modo altro di esistere. Al contrario che per la chrysaora, la quale se non muore attraversa tutte le sue fasi, sappiamo che invece per l’essere umano non esiste storicismo o predeterminazione. Non diventeremo, prima o poi, esseri liberi per un processo evolutivo intrinseco alla specie umana o alle sue forme sociali. Esiste solo la volontà di cominciare, per quanto possibile, ad assaporare qui ed ora questa sensazione.

Per questo occorre ricominciare a saper essere a partire da sé stessi, per sé stessi. Desiderare la libertà di tutti perché sappiamo che saremmo in fondo incapaci di sperimentarla davvero se circondati da schiavi. Riscoprire la propria autonomia, temprandola nell’incontro e nello scontro egoista degli Unici. L’autonomia, assaporata nell’avventura della sua ricognizione, è l’unico cordone ombelicale che ci può dare la forza di abbandonarci alla leggerezza del negativo. Senza, saremmo persi nella paura di negare la nostra stessa esistenza nella radicalità del rifiuto di questo mondo e delle sue relazioni. Qui, infatti, occorre calcare la distanza tra chi ci fa vivere come se questo fosse l’unico mondo possibile e chi, disposto a farlo schiantare sui frangenti, anela a liberare la falena umana dalle luci riflesse dalla parete della caverna di sangue in cui è rinchiusa. Costi quel che costi, i freni d’emergenza non ammettono ripensamento.

La sperimentazione delle relazioni e del modo in cui viviamo, sia chiaro, non dovrebbe in nessun caso avere scopo: né dimostrativo né di anticipazione della vita futura. Nel primo caso si cadrebbe in una sorta di sperimentalismo volto a dimostrare la fattibilità, la sensatezza, il realismo della proposta da fare sul modo di reinventarsi la vita. Dall’altra si rifuggirebbe il conflitto e lo scontro con quanto, esistendo, distrugge l’unica ed autentica possibilità di reinventarci l’esistenza, travisando una ricerca di benessere, pacificazione e acquietamento, espressioni della logica dell’a poco a poco, dietro una cortina di radicalità e purezza della propria condotta e del proprio mondo relazionale. Le possibilità di vivere ciò che desideriamo sono talmente lontane e incongrue rispetto all’universo di oggi da sfidare qualsiasi tentativo di saperle spiegare con le idee di questo esistente. Come per una chrysaora appena nata è forse impossibile riuscire a descrivere la sensazione del nuoto nell’acqua limpida attraverso l’esperienza della melma del fondo molle.

Il nostro desiderio di essere cerca una lingua dai suoni ormai dimenticati per potersi esprimere con pienezza. Lingua appartenente a mondi ormai tramontati, forse nemmeno mai sorti. Non esistono parole che possano evocare ponti tra presente e futuro. Bisogna saper affrontare la paura, quasi un timore paralizzante, che giustamente ci coglie di fronte all’enormità dello sforzo che comporta avventurarsi sulla strada dell’arte della distruzione.

Se c'è un segreto stantio che da decenni fa il giro del mondo infantile è sicuramente quello confidato dalla volpe al Piccolo Principe: «Si vede bene solo con il cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi». È forse un mero caso se il cuore che ha pronunciato questa sentenza verso metà del secolo scorso, quando non indossava la livrea militare, si insinuava tranquillamente negli stracci del giornalista, ad esempio per denunciare i «crimini repubblicani» della Spagna del 1936-37 sui principali giornali nazionalisti? O che un fervente ammiratore di un Maresciallo che ha riconciliato il popolo frrrancese sotto il suo giogo dopo la disfatta sia stato ricompensato con una nomina al comitato provvisorio del Rassemblement pour la Révolution nationale (1941)? Come alcuni hanno fatto notare successivamente in un'altra occasione, l'importante in materia di sonagli ufficiali non è tanto essere capaci di rifiutarli, quanto non meritarli. Il 31 ottobre scorso, i suoi scadenti eredi del Master 2 Sicurezza e Difesa dell'Università di Assas non si sono quindi sbagliati nell’adottare il nome di Saint-Exupéry per la loro sedicesima promozione, riconoscendo in lui l'alleanza tra «genio letterario e spirito militare: onore, rispetto, coraggio e amor di Patria». A quanto pare, sembra che l'essenziale possa talvolta saltare comunque agli occhi! Ma passiamo oltre.
In un periodo come questo decisamente particolare, cosa potrebbe invece discernere un organo che disprezza sia lo spirito da caserma che il terrorismo di Stato? A prima vista, tra una pandemia mortale che giustifica misure autoritarie di ogni genere, il rafforzamento di protesi tecnologiche dal lavoro alla scuola fino ad ogni relazione, un ambiente sempre più devastato e artificiale sotto i continui attacchi violenti dell’industria, o anche l'assenza di orizzonti utopici — questo «sogno non realizzato, ma non irrealizzabile» come lo definiva un celebre «proiettile autoricida lanciato sul selciato dei civilizzati» — è vero che i tempi sembrano più propizi ai nuvoloni del dominio che alla tempesta sociale. E che si potrebbe quasi perdere il ricordo dei tempi andati, spazzato via in un lampo dal covid-19.
Dimenticato il breve inizio d'insurrezione in Grecia di poco più di dieci anni fa, che aveva al tempo stesso segnato un possibile in seno alla vecchia Europa e mostrato i limiti dell'assenza di prospettive rivoluzionarie che andassero oltre una semplice estensione di sommosse? Dimenticate le possibilità aperte tre anni dopo dai vari moti dall'altra parte del Mediterraneo, annegati nel sangue delle guerre civili, schiacciati sotto lo stivale militare o soffocati dalle sirene religiose e democratiche? Dimenticato il sollevamento in Cile di appena un anno fa, così potente nei suoi atti mescolanti espropri e distruzioni massicce davanti ai militari, ma arretrando all'ultimo minuto per non varcare la soglia dell'irreparabile ignoto, in un territorio ancora traumatizzato da un passato feroce? Dimenticate le recenti sommosse nordamericane contro la polizia, capaci per una volta di superare puntualmente le antiche divisioni iniziando a mettere in discussione uno dei pilastri del dominio, senza riuscire tuttavia a intaccare tutti gli altri, se non dall’azione rabbiosa di poche minoranze? Dimenticato anche il famoso movimento dei gilet gialli, di certo profondamente legato alla richiesta di uno Stato migliore, pur essendo in grado in nome stesso del suo postulato riformista di trovare il gusto spontaneo della rivolta di fronte a quello in carica, o quello dei sabotaggi contro varie strutture del potere mediante l'auto-organizzazione in piccoli gruppi diffusi? Un esempio tuttavia promettente di identificazione delle strutture del nemico, che non si accontentava di caselli autostradali, di centri d’imposte o di radar, ma aveva ad esempio spinto l'esplorazione fino alle antenne, alle case di rappresentanti eletti o agli impianti elettrici di aree industriali e commerciali.
I cuori gonfi di rabbia sarebbero stati quindi colpiti all’improvviso da amnesia durante i ripetuti confinamenti a furia di analizzare l'orrore del mondo da dietro gli schermi, e soprattutto non riuscendo a uscire in strada per attaccarlo? O viceversa è possibile che, sebbene straziati dal prezzo da pagare per tutti questi entusiasmanti processi non conclusi, essi non si siano tuttavia rassegnati di fronte a quanto tali momenti di rottura comportano sia di gioia distruttiva collettiva che di riappropriazioni individuali della propria esistenza? Quando un demone della rivolta diceva che le rivoluzioni sono fatte per tre quarti di fantasia e per un quarto di realtà, non era certo per accontentarsi di sezionare all’infinito quest'ultima a ritroso allo scopo di affinare il nostro agire, ma perché sapeva che questa preziosa fantasia vissuta può arrivare a sconvolgere una vita intera dandole ben altra ragione che quella di ritardare la morte il più a lungo possibile. Allora, se fosse vero che si vede bene solo con il cuore, il nostro sempre ardente potrebbe solo constatare che la gestione autoritaria di questa pandemia e le sue conseguenze in termini di ristrutturazione economica come di accelerazione tecnologica non giunge in un momento qualsiasi, ma pure per contrastare questi ultimi dieci anni di sollevamenti, insurrezioni e rivolte nel tentativo di chiudere pagina.
Di fronte alla miseria dell'esistente si può ripetere a iosa che l'ordine non agisce mai da solo, che le sole battaglie perse in anticipo sono quelle mai combattute, che non sono i rivoluzionari a fare le rivoluzioni, o che quando si accumulano insoddisfazione e malcontento a volte basta una scintilla per far esplodere la polveriera dei rapporti sociali (che sia una guerra persa dallo Stato, l'aumento del prezzo dei trasporti, la gestione contestata di un'epidemia, l'immolazione di un venditore ambulante, un nuovo drastico piano economico di bilancio, un ennesimo omicidio della polizia...). Tutto ciò è giusto, ma al di là delle manifestazioni di rabbia che il potere intende ora seppellire sotto il peso dell'emergenza sanitaria si sta sviluppando anche un altro movimento, sempre meno invisibile eppure essenziale, nonostante ciò che potrebbe dire la volpe del racconto.
Si tratta di quello composto da individui e piccoli gruppi che hanno preso atto che di fronte alla catastrofe climatica, il disastro è il sistema industriale stesso e che è meglio occuparsene alla fonte (energetica). Che di fronte all'alienazione o al controllo tecnologico, il problema deve essere risolto alla radice tagliandogli le vene. Che di fronte al moloch statale e alla sua crescente militarizzazione contro i rivoltosi, è tempo di prendere l'iniziativa secondo i propri tempi in maniera asimmetrica, senza più attendere movimenti sociali che debordino dai contesti istituiti prima di estinguersi.
È il caso, ad esempio, dei sabotaggi incendiari che attaccano incessantemente gli impianti elettrici che alimentano le pompe della miniera di lignite a cielo aperto che sta distruggendo la foresta di Hambach (Germania), dei recenti sabotaggi e blocchi contro la costruzione del gasdotto costiero Coastal GasLink nella Columbia Britannica (Canada), del sabotaggio dello scorso ottobre in Toscana (Italia) contro l'impianto di perforazione previsto per l'installazione di un nuovo parco eolico, o dell'incendio negli uffici dello sfruttatore statale forestale ONF ad Aubenas (Ardèche) all'inizio di ottobre. Per non parlare di tutti gli attacchi che da anni ritardano l'avanzamento del progetto di interramento di scorie nucleari a Bure, in particolare con l'ausilio di sabotaggi contro le perforazioni sulla vecchia linea ferroviaria destinata al cantiere di Cigéo e al trasporto dei rifiuti radioattivi. Tante belle energie sprigionate per danneggiare coloro che alimentano questo mondo mortifero. Dall'arrivo del covid-19 all'inizio dell'anno e malgrado le conseguenti restrizioni ai movimenti che sono seguite, le voci degli agili sabotatori non sono rimaste zitte, ma la loro autonomia progettuale le ha fatte addirittura risuonare con maggiore clamore durante le varie fasi di autoreclusione. Se ad esempio consideriamo i tagli dolosi di fibre ottiche o dei ripetitori-antenne durante il confinamento in primavera, il potere non può che deplorare che questi siano stati messi in condizione di non nuocere un po’ dappertutto ogni due giorni. Di recente, un tirapiedi dello Stato incaricato di gestire queste piccole preoccupazioni, ha ammesso che oltre un centinaio hanno subìto la stessa sorte dall'inizio dell'anno. Se si dovesse dare un solo esempio delle molteplici possibilità offerte a mani audaci nonostante il riconfinamento in vigore dall’autunno, potrebbe essere il sabotaggio a nord di Marsiglia del secondo sito televisivo più importante del Paese in materia di TV, radio e telefonia mobile, avvenuto il primo dicembre: 3 milioni e mezzo di persone si sono trovate improvvisamente disconnesse in qualche caso per più di dieci giorni!
Di che ispirare indubbiamente gli individui nictalopici che, ciascuno a modo proprio, continuano ad illuminare la notte per far deragliare i treni del dominio.

Tratto da: Avis de tempêtes, n. 36, 15 dicembre 2020

Traduzione: Finimondo

Un messaggio non recepito

È questa la percezione che abbiamo riguardo a quello che successe neanche un anno fa nelle carceri italiane. La percezione che, da un lato, in tanti non abbiano compreso il significato di quei giorni: delle urla sprigionate dai petti delle persone recluse, del piombo sparato a Modena contro i detenuti in rivolta. Dall’altro, che non sia stato compreso il significato del successivo coro dei media, secondo il quale i rivoltosi sarebbero stati pilotati da una regia esterna (anarchici o mafiosi) e le morti sarebbero avvenute per overdose, dopo l’assalto alle infermerie delle carceri.

A nostro parere è importante mettere a fuoco alcuni aspetti, perlopiù taciuti o messi in secondo piano a livello mediatico: per esempio, considerare in quante carceri (non solo in Italia, ma in tutto il mondo) si siano estese proteste e rivolte in corrispondenza dell’avvento della pandemia COVID-19 e quali decisioni siano state prese dalle autorità. Qui, a differenza che in altri luoghi del pianeta in cui sono stati rilasciati migliaia di detenuti, non c’è stata esitazione nell’uso del “pugno duro”, nella rappresaglia per le proteste, nell’incutere intenzionalmente terrore nelle persone recluse in modo trasversale. Decisioni prese dall’alto che hanno provocato una ferita che si farà sentire sulla pelle delle presenti e future persone incarcerate.

Altro fattore importante è considerare come il D.A.P., i dirigenti sanitari, i direttori e le varie figure interne al sistema penitenziario stiano palesando le stesse negligenze di tutti i burocrati di Stato che decidono sulle vite degli altri, dentro e fuori le galere.

Dopo le rivolte di marzo alcuni giornalisti hanno interpellato i dirigenti sanitari del carcere di Modena, chiedendo loro come venissero gestiti il metadone e altri farmaci dentro il carcere. La risposta è stata “non lo so”. Alle richieste di chiarimenti su cosa avessero fatto le varie autorità è seguito il classico rimbalzo di uffici, silenzi, “no comment”.

Si potrebbero anche sciorinare le affermazioni dei vari rappresentanti delle forze di polizia penitenziaria sul fatto che nessun atto di tortura o violenza sia stato perpetrato sui reclusi, se non nei momenti utili a riportare l’ordine nelle carceri.

Frasi che suonano stonate: tutti sanno che dietro a certe parole c’è una violenza organizzata da parte delle Forze dell’Ordine, il benestare di chi li comanda e la copertura di chi fa finta di non vedere.

Così reagisce l’autorità. L’autorità è il Ministro di Giustizia, è il capo del D.A.P., è il direttore del carcere, è l’agente violento, è il medico connivente, è il garante per i diritti dei detenuti che si gira dall’altra parte. L’autorità è chi ha il potere di negare di avere una responsabilità, o meglio, LA responsabilità del massacro avvenuto nelle carceri.

Così è andata – e sta andando – la gestione da parte dello Stato delle morti avvenute in carcere nei mesi di marzo e aprile.

Il carcere rispecchia la società che lo circonda, concetto sempre più vero; la corrispondenza tra dentro e fuori le mura delle carceri, tra il modo in cui vengono gestite le emergenze e quindi le persone, è sempre più tangibile. Forse è sempre stato così, ma ancora – troppo spesso – non ci si accorge di questo.

La voce di chi vorrebbero mettere a tacere

Lo scorso 20 novembre cinque uomini coraggiosi, cinque detenuti, hanno restituito, con un esposto alla Procura di Ancona, un’altra realtà dei fatti. Le storie che fino a quel giorno erano state raccontate anonimamente sono state messe nero su bianco da cinque persone che a Modena durante la rivolta c’erano, poco importante se in modo attivo o passivo. Quello che importa è che quanto da loro raccontato si scontra con le ripetute falsità dell’autorità: contro i suoi silenzi assordanti e le menzogne raccontate in difesa dei suoi uomini e donne in divisa, contro un massacro mascherato da suicidio di massa per overdose. Silenzi e travisamenti voluti dalle autorità per non permettere che verità sia fatta.

Lo Stato è efficiente quando vuole esserlo.

All’inizio di marzo il D.A.P. dava ordine alle guardie di sminuire il problema sanitario legato al virus, invitava a non mettersi le mascherine per non allarmare i detenuti che, come abbiamo visto, sono giustamente suscettibili quando si sentono in trappola di fronte alla possibile morte.

Mentre i mezzi stampa intimavano di restare a casa, i detenuti hanno ben capito che solo uscendo dal carcere avrebbero potuto preservare la propria salute. Alcuni, nel trambusto delle rivolte di marzo, lo hanno addirittura fatto senza chiedere il permesso a nessuno. Tentando, e in alcuni casi riuscendovi, di evadere materialmente di prigione. Anche in massa.

Uscire dal carcere senza le chiavi è ai nostri giorni qualcosa di molto raro, che ha rappresentato un’ulteriore messa in discussione della cristallizzazione su ciò che è possibile o giusto fare quando ci si sente alle strette.

La paura inculcata a tutti in tempo di pandemia, nelle carceri, dove appunto era palese il maldestro tentativo di sminuirne la pericolosità, ha provocato delle rotture anziché un addomesticamento. Rotture che hanno acceso i riflettori, riportandole al centro del dibattito, su alcune questioni di sempre.

Ma perché così tanto timore? Forse perché la sanità in carcere è generalmente lenta, negligente o addirittura assente? E questo è un problema reale e radicato. Non è un vezzo polemico di qualche detenuto schizzinoso, è la realtà: la sanità in carcere è assente o malfunzionante. Lo sa chiunque in carcere ci sia stato o chi abbia familiari o amici all’interno. Ma allora, se il problema c’era già prima di marzo, già prima delle rivolte, perché quando i detenuti l’hanno sollevato tramite la distruzione di intere carceri o sezioni – unico modo per dare voce alla richiesta di “Sanità!” il DAP e il Ministero della Giustizia hanno voluto spostare l’attenzione su altro? Perché hanno volutamente sollevato tutto quel can-can mediatico rispetto ad un possibile “svuota-carceri” che avrebbe fatto uscire non si sa quanti “mafiosi”? Perché coscientemente hanno scelto di parlare in quel modo? Di passare un messaggio distorto e manipolato? Forse perché quelle rivolte sono un segnale verso tutti gli sfruttati e sfruttate di questo paese? Forse perché il carcere è più vicino di quanto si creda a tutte le persone nel momento in cui i bisogni primari non riescono ad essere più soddisfatti? Forse perché legalità ed illegalità non sono come ci vengono raccontate, visto che le leggi sono fatte da uomini e donne potenti, ricche, senza scrupoli e trasversalmente reazionarie?

Il significato del piombo e della noncuranza

Quel piombo sparato a Modena dagli agenti sui detenuti ha un significato ben preciso. Non solo lo Stato, personificato da agenti in divisa, ha sparato su degli uomini che vengono considerati dai più solo monnezza, tossici, buoni a nulla, ecc, ma ha sparato in realtà su tutti e tutte. Il significato che noi diamo a quel piombo è questo: lo Stato ci sta dicendo, ci ha detto, che oggi nel 2021 in una repubblica parlamentare europea esso si sente libero di sparare, e non è detto che in futuro non sia disponibile a farlo nelle piazze, durante le lotte sul posto di lavoro, nei campi, nei quartieri, o dovunque qualcuno decida di riprendersi il maltolto. Infatti, Mattarella ha ripetuto questo messaggio in altra occasione e in modo più velato, cioè dopo gli scontri di fine ottobre 2020 nelle piazze di varie città. “Manderemo l’esercito” disse. E tutti sappiamo che i militari non usano i manganelli, non sono addestrati per questo. L’intensità della violenza di chi sta al potere sta aumentando, in parte ce lo stanno promettendo, in parte è un crescendo già in atto. Non è necessario andare lontano per averne prova ed essere certi che le autorità (di dittature o democrazie indifferentemente) facciano un uso sistematico della violenza in difesa dei loro interessi e della loro tutela.

Mentre i media di una democratica Italia dipingono con toni di condanna omicidi e incarcerazioni d’oltremare, provando a spostare lontano lo sguardo dell’opinione pubblica, noi qui ascoltiamo la voce di chi sta in carcere, le urla di chi viene ammazzato di botte nelle caserme o nelle questure. E sappiamo che non siamo poi così tanto al sicuro. Non è una lettura di parte questa, è una lettura che non ha paura di guardare la realtà in faccia, nonostante la sua brutalità.

Per restare in Italia, il 7 aprile 2020, nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, oltre 300 agenti speciali entravano a freddo nelle celle manganellando a sangue. È stato forse un errore? È scappata la mano? I 300 agenti della penitenziaria a volto coperto si trovavano lì per caso?

Il 9 marzo 2020, ad Ascoli Piceno, moriva – uno tra 14 morti – Salvatore Piscitelli. È stato ufficialmente dichiarato che sia morto in ospedale, in seguito al trasferimento dal carcere di Modena, dove si sarebbe imbottito di metadone. Ma la verità è che in ospedale Salvatore non è mai stato portato. Le guardie non l’hanno soccorso e hanno urlato “Fatelo morire!” a chi chiamava aiuto.

Le 14 morti avvenute nelle carceri o durante i trasferimenti dopo le rivolte dell’8 marzo, sono avvenute per mano delle autorità e per loro noncuranza.

Dire la verità, nient’altro che la verità

Oggi che cinque detenuti hanno messo la faccia raccontando la verità e il loro vissuto su quello che è successo nelle carceri di Modena ed Ascoli, come ha risposto lo Stato?

Li ha sottoposti ad una fortissima pressione psicologica, riportandoli nel carcere di Modena, dove erano state perpetrate gran parte delle violenze e gli assassinii di 9 persone. Li ha chiusi in celle con i vetri delle finestre rotti, isolandoli, dando loro acqua sporca da bere, consegnando coperte bagnate all’occorrenza, cercando di limitare il più possibile i contatti con i loro cari. Dopo gli interrogatori queste 5 persone sono state nuovamente trasferite, verso 5 differenti destinazioni. Divide et impera.

E poi come mai questo “no comment” rispetto all’esposto, da parte dell’autorità del carcere? Di solito aprono il megafono dei giornali per piangere ogni cosa che non va ed ora invece stanno zitti. Perché?

Sappiamo che quando le autorità tacciono spesso non è sintomo di cose belle. In un modo o nell’altro in questo paese – ma in realtà ovunque ci sia potere – tutti sappiamo (in modo più o meno consapevole), che chi si espone raccontando la verità rischia la propria vita.

Potremmo raccontare storie come quella di Ilaria Alpi e di Miran Hrovatin i quali si permisero di indagare sul traffico di rifiuti tossici tra Italia e Somalia, o dei cinque anarchici che nel ’70 mentre portavano una controinchiesta a Roma sulla strage del treno di Gioia Tauro del 1970 e su Piazza Fontana del 1969, morirono in un “incidente” vicino a Roma. Stavano portando i documenti ai loro compagni e all’avvocato Edoardo Di Giovanni.

Tutti sappiamo tramite la letteratura, la cinematografia, la storia, che quando c’è qualcosa di losco e si cerca di riportare alla luce i fatti per come sono andati, la macchina statale, la mano pesante della burocrazia, della salvaguardia delle poltrone, dell’aguzzino che si muove nell’ombra sicuro della propria incolumità si attiva eccome. Allora i corpi vengono cremati (come è successo per alcuni detenuti deceduti a marzo), il tempo fatto passare, le carte fatte sparire, i silenzi si sovrappongono e i media parlano d’altro spostando l’attenzione lontano.

Il tono oltremodo prudente dei giornalisti, anche di quelli in buonafede, usato nel raccontare i fatti di marzo non aiuta a comprendere la profondità della vicenda. Che significato hanno le umiliazioni inferte volutamente ai detenuti in seguito alle rivolte? Che significato hanno avuto gli spari, le manganellate, le botte, la privazione degli indumenti, la decisione di rasare in massa i prigionieri (come accaduto a Santa Maria Capua Vetere i primi di aprile)? Dobbiamo per forza pensare che la mano pesante dello Stato si abbatta solo lontano da noi? In Egitto, oppure in Cile con lo stupro di massa di centinaia di donne durante le rivolte del 2019? O nelle Filippine dove la polizia spara apertamente per strada alla gente in questi mesi?

Loro la chiamano istigazione, noi solidarietà

Una riflessione che vogliamo condividere, un posizionamento. In quanto anarchiche e anarchici parteggiamo per chi è messo alle strette e si ribella, per chi subisce le angherie di chi detiene il potere, per chi soffre.

Questo prendere parte ci porta spesso a pagare con la nostra libertà, ma è una scelta, che rivendichiamo e rilanciamo con cognizione di causa.Quando portiamo solidarietà ai nostri compagni e alle nostre compagne in carcere o a chi si ribella contro le ingiustizie, lo Stato prova ad accusarci di “istigazione a delinquere”.E lo fa con crescente facilità, anche se quest’accusa da sempre rientra nelle armi d’attacco usate dall’autorità contro chi ad essa si ribella. Nel periodo del lockdown, nel maggio 2020, siamo arrivati al paradosso dell’arresto di un pugno di anarchici, con pubbliche dichiarazioni della Procura che difendeva il valore “preventivo” di quegli arresti, fatti per scongiurare il pericolo dell’istigazione in un momento così delicato. Lo Stato sa di avere buone ragioni per temere che il malcontento esploda. Lo sa e ne ha paura. Per questo attacca, cerca di spezzare la solidarietà, camuffandola giuridicamente con la definizione di “istigazione”. Mai ci sono stati due concetti più distanti tra loro! L’istigazione non la facciamo noi: i detenuti che nelle galere hanno detto BASTA non avevano bisogno dei nostri cori sotto le carceri per farlo, erano le condizioni disumane e vessatorie in cui li tenevano e li tengono ad averli istigati alla rivolta e alla fuga. Sono state le misure messe in atto dallo Stato nel momento della pandemia nei confronti dei carcerati ad averli istigati, perché lo Stato ha detto chiaramente “la vostra vita vale meno della nostra”.

La solidarietà è non aver paura di sostenere tutto questo, di dare voce e corpo, con quanta più forza possibile, a chi è dietro le sbarre. Solidarietà non sarà MAI dire a qualcuno ciò che deve fare, ma parlare con persone pensanti che vedono e vivono la stessa realtà che viviamo noi. E che ad essa possono scegliere di reagire.

Non vogliamo attribuire significati impropri al coraggio di chi si è ribellato, di chi si è rivoltato o di chi ora lotta per la verità, ma non possiamo non leggere i loro atti come l’umana reazione alle più profonde ingiustizie. Così come non possiamo non leggere nella battaglia di questi 5 prigionieri, un coraggio che si carica delle sofferenze di tanti, troppi detenuti vessati, torturati, ricattati, annichiliti da un sistema penitenziario che strutturalmente è violento. Non possiamo non rintracciare nella violenza attuata su quelle persone imprigionate dei segnali chiari a tutte e tutti.

Siamo contro le ingiustizie, ma siamo anche contro lo Stato, prima e dopo i fatti di Modena. Anzi, quei fatti rafforzano le nostre idee riguardo a quello che pensiamo, riguardo alla convinzione che racchiudano l’essenza dello Stato e di come il carcere sia propedeutico al benessere di chi ci sfrutta.

Il carcere è un monito per tutti e tutte, è sempre lì la struttura della repressione, e sono sempre attorno a noi coloro che traggono profitto e potere da quel luogo. I responsabili di quegli assassinii si nascondono, chi li protegge è coperto dal mantello dello Stato, ma questo poco importa, chi cerca verità la troverà.

Anche noi abbiamo un segnale da mandare.

Mani Menti Cuori da differenti latitudini

Gennaio 2021

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«Uno degli aspetti di questa quarta rivoluzione industriale è che essa non cambierà ciò che stiamo facendo, ma cambierà noi»

Klaus Schwabb, fondatore e presidente del World Economic Forum (WEF), che ha appena pubblicato The Fourth Industrial Revolution, seguito da un'altra opera — in piena pandemia di Covid19, The Great Reset — in cui esorta ad approfittare della crisi sanitaria per accelerare la nascita dell'«economia 4.0»

Se si accetta la definizione di «rivoluzione» per indicare le trasformazioni dell'economia capitalista nel corso della sua storia, è ovviamente nel senso che certe trasformazioni hanno comportato un importante sconvolgimento nei rapporti di produzione, nelle relazioni sociali, nelle gerarchie della società, negli usi e costumi. Ma il termine sarebbe fuorviante se si intendesse con esso anche un «cambio di rotta» radicale e profondo. Infatti, dalla messa in funzione del vapore e dell'acqua per meccanizzare la produzione sostituendo parte del lavoro manuale con la macchina a vapore e fino all'estrazione dell'uranio e al suo utilizzo all'interno delle centrali nucleari per alimentare il complesso produttivo, l'orientamento e la logica sottostante non hanno subito alcuna «rivoluzione». Si tratta pur sempre di accumulare profitti e per accumulare è necessario che l'economia cresca incessantemente. Senza crescita, i margini per reinvestire e rendere redditizi i profitti sono troppo bassi. Ciò che viene chiamato progresso moderno soddisfa quindi due esigenze fondamentali: accrescere il dominio e aumentare l'accumulazione. I due aspetti — che spesso sono stati falsamente contrapposti nelle figure dello «Stato regolatore» e del «libero mercato» — sono sempre andati avanti insieme. L'apertura di nuovi mercati, la mercificazione di alcuni settori, l'estrazione delle risorse, la costruzione e la manutenzione di infrastrutture necessarie alla produzione, tutto questo non sarebbe stato possibile senza la crescita del potere statale, e viceversa tale crescita non sarebbe stata possibile senza l'apporto di crediti, prodotti, armi e tecnologie da parte dei complessi industriali capitalisti. I noiosi dibattiti sulle aliquote d'imposta delle imprese, sui costi salariali, sulla competitività, che sembrano contrapporre lo Stato al mercato in sostanza non sono che chiacchiere: il «libero mercato» non è mai esistito e lo Stato ha avuto un ruolo preponderante, se non indispensabile, nella crescita di grandi apparati economici. Per fare solo un esempio: i mercati finanziari globali, base del sistema monetario mondiale e sovente presentati come il regno del capitalismo più autentico, il meno frenato dalle normative, semplicemente non possono esistere senza gli Stati. Il «salvataggio» effettuato dopo il crollo finanziario del 2008 la dice lunga al riguardo, e può sorprendere solo chi crede nella favola assai interessata che contrappone lo Stato al capitale.

Dopo un primo periodo di meccanizzazione della produzione, che subisce un'accelerazione con l'estrazione massiccia del carbone per alimentare i forni industriali, tra il 1760 e il 1870 arriva una seconda «rivoluzione industriale» che generalizza la produzione di massa e l'espansione del complesso metallurgico ed energetico. È l'era del petrolio e dell'elettricità, delle acciaierie e del motore a combustione. La «liberazione» di forze energetiche mai viste prima, attraverso l'estrazione del petrolio, renderà possibile un vertiginoso aumento della produzione, e il primo grande massacro mondiale di una vastità senza precedenti. Più le fonti energetiche vengono iniettate nella macchina, più essa si estende in tutto il pianeta. La costruzione di centinaia di centrali nucleari, promessa di fonte inesauribile di energia elettrica (ma comunque meno gestibile e flessibile del petrolio), ha suggellato l'avvento della megamacchina: un «complesso di civilizzazione» da cui tutti i settori e gli aspetti sono ormai interdipendenti. Quando quasi tutti i territori del pianeta hanno finito per essere integrati nella megamacchina e la produzione di massa ha finito con l'abbassare i tassi di profitto mediante sovrapproduzioni cicliche e saturazioni del mercato, è iniziata una nuova era. Da un lato occorreva superare il problema del calo dei tassi di profitto, dall'altro bisognava rispondere alle sfide e alle minacce poste dai movimenti rivoluzionari degli anni 60 e 70. All'inizio degli anni 80, l'elettronica e le tecnologie digitali sviluppate nella struttura militar-industriale sono state integrate all’interno di sempre più processi produttivi. La disponibilità di un gigantesco apparato in grado di fornire sempre più energia a basso costo era fondamentale per consentire l'automazione di alcuni processi produttivi da un lato e la delocalizzazione delle fabbriche in regioni più periferiche dall'altro. Per liberare e stimolare l'accumulazione necessaria a tali massicci investimenti, sono stati superati alcuni divari tradizionali (tra la città e la campagna, ad esempio) e «liberalizzati» settori fino ad allora rimasti ai margini, un processo che attualmente sta volgendo al termine nella maggior parte dei paesi. Abbinata all’endemico indebitamento dei cosiddetti paesi «periferici» sottomessi a massicci programmi di sviluppo delle infrastrutture (al servizio dell'estrazione di materie prime), la forza finanziaria così liberata ha permesso un'ulteriore crescita della capacità produttiva.

Oggi si può vedere molto chiaramente, col grosso balzo in avanti sperimentale legato alla pandemia del Covid19, a qual punto siano stati generalizzati i processi di automazione, anche nella maggior parte di regioni una volta considerate più secondarie all’interno dell’economia mondiale. Grazie alle tecnologie disponibili, è possibile ormai fare sempre più a meno del «lavoro manuale». La stragrande maggioranza dei processi produttivi sono oggi guidati e gestiti digitalmente. L'attuale esperienza di assegnare parti importanti dell'attività economica al «lavoro a distanza» permette di coglierne lo spaventoso potenziale. Siamo alla vigilia di ciò che il fondatore del WEF definisce, assieme ad altri «visionari», la «quarta rivoluzione industriale». Si tratta dell'integrazione e della convergenza delle tecnologie digitali, fisiche e biologiche in una nuova visione del pianeta e dell'umanità. L'industria 4.0 implica una connettività di massa (in particolare attraverso il 5G), l'intelligenza artificiale, la robotica, l'automazione della logistica e del trasporto, le nano- e le bio-tecnologie, l'Internet delle Cose, le blockchain, l'ingegneria genetica e dei materiali, le reti energetiche intelligenti, ecc. Tutte tecnologie che sono «dirompenti», avendo cioè il potenziale di sconvolgere radicalmente i precedenti processi produttivi e le tecniche di accumulazione «tradizionali». Se da un lato il loro impatto sul clima si preannuncia disastroso, dall'altro perfino i grandi capitani dell’industria tecnologica da parecchi anni mettono in guardia dall’automazione che grazie alla tecnologia digitale e alla nuova tappa robotica provocherà una disoccupazione di massa mai vista.

Se buona parte dei processi produttivi nelle fabbriche sono già ampiamente automatizzati, anche altri settori stanno per subire analoghi cambiamenti. Secondo alcune stime, verso il 2035 potrebbero essere automatizzati l'86% di tutti gli impieghi nel settore della ristorazione, il 75% in quello del commercio e il 59% in quello dell'intrattenimento. Nel Regno Unito, nel periodo che va dal 2011 al 2017, con l’introduzione del pagamento tramite macchine è stato perso il 25% dei posti di lavoro alle casse dei supermercati. Il settore degli acquisti a distanza e delle consegne a domicilio è un altro settore in piena automazione, il cui grande modello è l'organizzazione del lavoro come avviene nei magazzini di Amazon o di Alibaba. Notevoli sperimentazioni sono in corso in diverse città in tutto il mondo per sostituire con robot e droni gli addetti umani alle consegne. Ulteriori stime più generali paventano una perdita del 54% degli posti di lavoro nei prossimi due decenni all’interno dell'Unione Europea, qualora l'espansione e lo sviluppo dell'automazione mantengano l’attuale ritmo. Pensiamo anche alla prevedibile generalizzazione delle stampanti 3D, che consentirebbero di sostituire gli operai che fabbricano oggetti con macchine che li stampano. Oppure alle possibilità aperte dagli algoritmi e dai Big Data per rimpiazzare gli impiegati agli sportelli e negli uffici, nella stipula di un contratto d’assicurazione o addirittura in una diagnosi medica effettuate in base a decisioni automatiche. È chiaro che la natura del lavoro cambierà negli anni a venire.

La questione del lavoro e dell'occupazione continuerà perciò ad essere prioritaria. L'indebitamento degli Stati che consente in particolare di concedere incentivi di sopravvivenza sotto forma di assistenza sociale o d’indennità agli espulsi dal mercato del lavoro può apparire una soluzione, ma la volatilità e l'instabilità permanente sui mercati finanziari non consentiranno di proseguire a lungo sulla strada intrapresa nel corso di tutto il secolo passato dai grandi Stati capitalisti. Le lotte a difesa dell’impiego non possono, ora più che mai, portare da nessuna parte. Del resto, assai raramente, per non dire mai, affrontano la vera domanda da porsi: vogliamo la perpetuità del sistema industriale che sta devastando il pianeta e i suoi abitanti? A cosa prestiamo la nostra «forza lavoro»? In tal senso, tutto il garbuglio di lotte «contro il capitale» spesso difese dalla sinistra è da criticare, ovvero da disertare radicalmente. Cosa è successo in questi ultimi tempi in Francia? L'annunciata delocalizzazione o la chiusura definitiva di fabbriche di automobili, di pneumatici, di aeronautica (civile e militare)? Di certo, la chiusura o la delocalizzazione di una nocività non impedisce la continuità della crescita mortifera, grazie soprattutto all'automazione, e in effetti ciò determina un potenziale impoverimento dei vecchi lavoratori. Ma «la difesa del posto di lavoro», l'accettazione sempre più massiccia delle nuove forme di (tele) lavoro da parte di sindacati e sfruttati, gli annunci grotteschi di un governo che vuole «rilanciare l'industria nazionale»… tutto ciò fa inesorabilmente parte di quanto bisogna combattere. Certo, una ristrutturazione della produzione comporta sempre la sua parte di instabilità e d’incertezza (questa instabilità è peraltro diventata il «sistema» nervoso centrale dell'economia contemporanea): da qui la necessità di passare all'offensiva e di non restare più a rimorchio dei conflitti di «retroguardia». Altrimenti finiremo per portare l'acqua a un mulino non solo decrepito, ma eticamente inaccettabile e praticamente obsoleto. Non dovremmo prestarci a difendere l'occupazione in una industria di aerei da caccia (come Airbus, tanto per fare un esempio), in un porto da sempre punto nevralgico per il commercio internazionale e in corso d’automazione totale, in una casa automobilistica, in una centrale nucleare, in una raffineria ... Né dovremmo prestare le nostre (magre) forze a ciò che contribuisce al rinnovamento capitalista del mondo, come gli innumerevoli progetti definiti «sostenibili» su immagine dell’eolico industriale. Ciò che bisogna fare è cercare di attaccare la produzione stessa, con la prospettiva della sua distruzione (e non della sua riqualificazione o per strappare qualche concessione salariale). Prendendo di mira i nuovi progetti in corso, colpendo direttamente fabbriche e centri di produzione o sabotando ciò che ne permette il funzionamento (infrastrutture energetiche e di comunicazione, reti logistiche, interdipendenze varie e variegate). Quando i lavoratori, sfacchinando per preservare il proprio salario e soffrendo inoltre una panoplia di malattie causate dall'attività che svolgono, iniziano a distruggere gli strumenti di produzione (più o meno mortiferi), allora possono trovare in noi complici e individui solidali; se invece «lottano» per preservare quegli strumenti concedendo loro per di più la mistificazione di una certa «utilità sociale», non smetteremo di indicare e di attaccare le loro responsabilità nel mantenimento e nella difesa di un apparato produttivo che distrugge noi ed il pianeta. Men che meno la prospettiva di un’autogestione degli strumenti di produzione esistenti denota una prospettiva veramente rivoluzionaria: la sola prospettiva rivoluzionaria, sì, l'unica, è la distruzione della produzione, quindi del lavoro.

La «quarta rivoluzione industriale» non è una semplice evoluzione logica e lineare che seguirà la «terza». Spunta fuori in un momento in cui gli imprevisti e le incertezze si accumulano sulla testa. La disoccupazione di massa è solo uno di questi aspetti, e non necessariamente il più importante (il dominio non si è mai privato di sacrificare milioni di persone). Viceversa, il problema del clima si preannuncia sempre più pressante attraverso l'accelerazione di fenomeni inauditi (come incendi boschivi, tempeste devastanti, pandemie, estinzione esponenziale delle specie, ecc.); i limiti della disponibilità di un’energia a basso costo (soprattutto sotto forma di petrolio) fanno prevedere un collasso economico nel giro di pochi decenni (da qui d’altronde l’accelerazione delle «energie rinnovabili», benché alquanto insufficienti a fornire il combustibile necessario al mantenimento della crescita della megamacchina); la «perdita dell'anima», di ogni bussola, la crescente difficoltà di gestire le popolazioni (sempre più paesi del mondo si trovano in una sorta di stato permanente di guerra civile), la nascita di fondamentalismi di ogni tipo, le esplosioni di rabbia e disperazione che non corrispondono più ai contesti «tradizionali» della protesta —  tutto ciò implica a diversi livelli delle soglie da superare incerte e potenzialmente pericolose per gli Stati, che si drogano a furia di sorveglianza di massa, di crescente militarizzazione, di strategie e forze anti-insurrezionali, di prigioni «intelligenti»…
Il terribile auspicio del fondatore del WEF che la «quarta rivoluzione industriale» finisca per «cambiarci» ci fa capire inoltre dove si situano i nuovi terreni dell’accumulazione e della depredazione capitalista. Perché non intende più soltanto indurre un consumismo frenetico, distruggere i resti di una certa autonomia o guidare i comportamenti mediante un’incessante propaganda. Le nuove tecnologie e industrie mireranno sempre più a «separarci dai nostri corpi e dalla nostra comprensione di noi stessi come facenti parte di una biosfera e di un bioritmo, in modo che ciò sia percepito sempre di più come qualcosa che si può acquistare, aggiornare e “riparare”, una serie di parti meccaniche sempre adattabili e intercambiabili» (The Fourth and Fifth Industrial Revolutions, nella pubblicazione 325, n. 12, estate 2020). In sostanza, la creazione di un essere dipendente dalla chirurgia, dai farmaci, dalla tecno-psichiatria e dai dispositivi, permanentemente connesso a grandi banche-dati, pur sottoposto ad influenze, suggestioni e imposizioni calcolate da algoritmi.

Dieci anni dopo le bombe atomiche sganciate su Hiroshima e Nagasaki, un erudito dava libero sfogo ai suoi peggiori timori riguardo le trasformazioni in corso dell’essere umano: «Creando la macchina pensante, l'uomo ha compiuto l'ultimo passo verso la sottomissione alla meccanizzazione, e la sua abdicazione finale davanti a questo prodotto del suo stesso ingegno gli fornirà un nuovo oggetto di culto: un dio cibernetico. È vero che la nuova religione richiederà ai suoi fedeli una fede ancora più cieca del Dio dell'uomo assiale: la certezza che questo demiurgo meccanico, i cui calcoli non potranno essere verificati umanamente, darà solo risposte corrette…». Cos'è questo «dio cibernetico», se non l'avvento dell’Intelligenza Artificiale? La corsa è decisamente iniziata, il moloch digitale si nutre giorno dopo giorno dei dati di cui ha bisogno per crescere in potenza, le macchine imparano giorno dopo giorno e aumentano la loro «capacità di autonomia» (vale a dire la possibilità di eseguire compiti complessi senza intervento umano), la potenza di calcolo necessaria aumenta sempre più spettacolarmente, i tentacoli di fibre ottiche e onde che collegano esseri umani, macchine, piante, terreni e oggetti si espandono rapidamente. Inoltre, gli scienziati all’opera nella creazione di questo demiurgo possono basarsi solidamente, in assenza di legittimità, su oltre un secolo di razionalità scientifica come unica fonte di verità (e, in ultima analisi, di valore), spazzando via tutto ciò che le si oppone come se fosse oscurantismo, fondamentalismo, pessimismo paralizzante.
L'ora dell'apparizione di questo «dio cibernetico» è forse molto più vicina di quanto si pensi, o forse è già qui, e cerca, passo dopo passo, di stabilirsi nel mondo piuttosto che di annunciare il suo definitivo avvento a suon di trombe. Quel che è certo è che la velocità con cui convergono i diversi settori della ricerca, della produzione e della gestione della popolazione è in forte aumento. Le fantasie tecnologiche di ieri stanno rapidamente diventando realtà. Chi avrebbe mai creduto che il sistema produttivo potesse davvero permettersi di far passare in un battibaleno un gran numero di impieghi al telelavoro senza mettere in pericolo i processi produttivi?

È difficile comprendere tutti gli aspetti che determineranno questa nuova era. Anche i visionari moderni vanno alla cieca. Ma certi processi stanno emergendo in maniera sempre più chiara nella nebulosa che darà vita a un nuovo mondo. L'installazione della rete 5G è sicuramente uno di questi, e c'è una battaglia che va intrapresa subito. Il 5G costituisce uno dei pilastri della trasformazione dell'economia e offrirà allo Stato uno strumento particolarmente potente di controllo della popolazione. È forse la «prima» battaglia di rilievo alla vigilia della «quarta rivoluzione industriale», una battaglia che vale la pena di combattere con tutta la creatività e l'audacia che abbiamo dentro di noi.
Un primo passo, insomma, per entrare in pieno nella danza e ritrovarsi in mezzo alle ostilità, faccia a faccia con un nemico che non smetterà di anestetizzare le coscienze ed il pensiero a furia di promesse terribilmente favolose.

Tratto da: Avis de tempêtes, n. 35, 15 novembre 2020

Traduzione: Finimondo

«Il diavolo si è installato in un nuovo domicilio. E anche se fossimo incapaci di farlo uscire dal suo rifugio da un giorno all'altro, dobbiamo per lo meno sapere dove si nasconde e dove possiamo stanarlo, per non combatterlo in un angolo in cui non trova più rifugio da molto tempo — e affinché non si prenda gioco di noi nella stanza accanto»
Günther Anders, L'obsolescenza della cattiveria
 
«Come non essere colpiti dalla concomitanza di questa impresa di rastrellamento della foresta mentale con l'annientamento di certe foreste dell'America del Sud con il pretesto di farvi passare delle autostrade?»
Annie Lebrun, L'eccesso di realtà

Quando un filosofo cercava di metterci in guardia dall’antiquatezza dell'uomo, derivante dall'industrialismo e dallo sviluppo di tecnologie apocalittiche quali il nucleare, applicava un metodo preciso. Egli praticava una «critica dell'estrapolazione, dell’esagerazione», perché solo così era possibile rendersi conto dell'enormità delle trasformazioni in corso, che superavano ampiamente la nostra capacità di immaginazione. Soltanto una macchina può trattare un dato come centinaia di migliaia di morti, non essendo capace l'uomo in definitiva di rappresentarselo, di immaginarselo. Sono trascorsi alcuni decenni, le grandi lotte contro «l'apocalisse», resa possibile e concreta dalla proliferazione della tecnologia nucleare, si sono spente, ma non per questo il mondo è cessato. Lo sfruttamento ha varcato nuove soglie, un tempo inimmaginabili. L'idea democratica di un progresso vantaggioso per tutti, dopo un certo periodo di tempo, è smentita dal contrasto tra le sdolcinate melodie dei centri commerciali e le grida di migliaia di indesiderabili che affogano nel Mediterraneo, tra il ronzio dei congelatori  e dei frigoriferi pieni e i rumori industriali nei campi di produzione in cui sfacchinano milioni di sfruttati, tra i richiami incessanti, ma «pacifici», dei dispositivi portatili e i gemiti di una fauna e di una flora geneticamente modificate, contaminate, irradiate, sterilizzate, standardizzate, digitalizzate. Malgrado l'adesione e l'entusiasmo smisurato della maggioranza dei nostri contemporanei, il paradiso tecnologico resta una facciata che nasconde crudeltà che — come non accorgersene — non sono nuove, nel senso che la crudeltà ha sempre accompagnato l'uomo nel suo calvario attraverso i secoli, ma che assumono certamente nuove dimensioni.  E queste nuove dimensioni sono rese possibili dallo sviluppo tecnologico.  

Lo sviluppo tecnologico non è diventato «autonomo» come pretende una certa critica anti-industriale. È totalmente e completamente intrecciato ai rapporti sociali esistenti, rapporti di sfruttamento e di dominio. Le tecnologie che nascono oggi sono il frutto di una determinata società, così come la società è a sua volta modificata o trasformata dall'introduzione di queste tecnologie. Non esiste quindi un Male trascendente che si diverte a rovinarci la vita, il Male è fra di noi, è in noi. Lo subiamo e lo produciamo. Una frase un po' forte, lo comprendiamo, ma lo sviluppo tecnologico si realizza in un dato contesto sociale; ovvero, in una società capitalistica ed autoritaria. Se le «classi» non esistono più (la coscienza di classe, e le condizioni che la favoriscono come le grandi concentrazioni industriali, è stata oggetto di attacchi mortali da parte del capitale), i proletari esistono eccome. Di fatto, sarebbe più esatto parlare di nuovi fossati che si scavano e che strutturano la società. Da un lato gli inclusi, quelli che «godono» dei «benefici» delle tecnologie e del capitalismo e che sembrano situarsi sempre più in un mondo a parte; dall'altro lato gli esclusi, quelli che sono indesiderabili, quelli che crepano nelle miniere di cobalto, lungo i campi di soia geneticamente modificata, sulla riva di fiumi diventati maree tossiche, i superflui. I fossati che li separano si allargano ogni giorno di più, tanto che oggi i ponti di comunicazione stanno saltando l’uno dopo l'altro. Il linguaggio tecnologico ne è un sintomo, la presunta «irrazionalità» e l'odio illimitato che si manifestano nelle esplosioni di rabbia ne sono un altro. E non è affatto detto che le nuove mentalità e credenze fabbricate nei laboratori del potere bastino a difendere il paradiso tecnologico. La distruzione di ciò che non si desidera, di ciò che non si comprende (gli esclusi non sono addomesticati a desiderare e a comprendere il paradiso degli inclusi) è allora ben più logica della ricerca di integrazione. E qua si presenta davanti agli anarchici e ai rivoluzionari odierni, senza mezzi termini e artifizi retorici, la prospettiva necessaria: la distruzione. Più il sistema si interconnette, più tutto diventa contaminato dal virus della merce e dell'alienazione, meno c'è da salvare, o meglio non c'è niente da salvare. Non abbiamo alcun compito costruttivo, se non quello di realizzare le condizioni, le capacità, e l’immaginario che ci permettano di distruggere. Questo concetto di distruzione non comprende soltanto l'attacco contro le strutture e gli uomini del dominio, è anche un attacco alle ideologie, alle mentalità, alle credenze. Come diceva Bakunin, «Nessuno può voler distruggere senza avere perlomeno una lontana idea, vera o presunta, dell’ordine delle cose che a suo avviso dovrebbe succedere a quello precedente; e più questa idea è viva in lui più la sua forza distruttrice diventa potente; e più essa si avvicina alla verità, ovvero più è conforme allo sviluppo necessario all’attuale mondo sociale, più gli effetti della sua azione distruttrice diventano salutari e utili». In altre parole, la nostra azione distruttiva deve andare di pari passo con lo sviluppo, l'esplorazione, l'approfondimento di immaginari completamene differenti che possano avere un effetto corrosivo sulle credenze che sostengono questo mondo di autorità e le sue tecnologie. La tensione utopica, il sogno, il desiderio di libertà, l'amore per il selvaggio e la bellezza, la poesia creatrice di altri mondi, forniscono l'ossigeno necessario al nostro fuoco distruttore.  

E il tempo stringe. La questione non è solo che siamo schiavi degli apparecchi, ridotti a una servitù abbrutente e definitivamente alienata in tutti gli ambiti della vita, il punto è che questi apparecchi ci trasformano, il loro spirito prima ci penetra e poi ci rimodella, plasmandoci a loro immagine; diventiamo le brutte copie dell'apparecchio, mentre insistiamo a cercare di raggiungere la sua «perfezione» e la sua «razionalità». L'uomo che ne risulta non è una mera appendice della macchina, è diventato macchina. Si potrebbe sperare che il percorso non darà quei frutti, che l'uomo in fin dei conti non possa essere ridotto a una serie di algoritmi, che la razionalità delle macchine non riuscirà giammai a trionfare su ciò che vi è di assurdo, di imprevedibile, di appassionante, di irrazionale nell'uomo. Ma se guardiamo i nostri contemporanei è una magra consolazione. Richiama alla mente la vecchia talpa dell’escatologia marxiana, preconizzante che le condizioni del capitale avrebbero scavato la fossa al capitalismo. Lasciar scavare la talpa in attesa del diluvio. Il prezzo di una tale grottesca illusione lo si paga tutti i giorni. Il capitale non ha comunque raggiunto i propri limiti nello sfruttamento, producendo contraddizioni insormontabili, li sposta indietro costantemente, instancabilmente, e in particolare attraverso l'iniezione di tecnologia in tutte le sfere fisiche, mentali, sensibili. Il mondo diventa sempre più piccolo, contrariamente a quanto affermano le fanfaronate scientifiche: i campi dell'esperienza umana si riducono ad ogni introduzione di una nuova tecnologia, ad ogni invasione tecnica in un «mistero della natura». Prolungare l'attesa sarebbe solo un suicidio quotidiano. La distruzione, allora. Ma come? Non si può fare a meno di una certa capacità di orientamento. Il saggio che segue cerca di sorvolare gli ambiti che la ricerca si propone di esplorare nei decenni a venire (nanotecnologie, biotecnologie, scienze cognitive, tecnologie dell'informazione) e di stilare un elenco dei progressi tecnologici che hanno trasformato radicalmente, o annunciano di fare, il rapporto con se stessi, con gli altri e col mondo. Si potrebbe dire che è incompleto, ma il suo scopo non è quello. È un’incursione, una ricognizione in territorio nemico al fine di disporre di qualche elemento supplementare per orientare la nostra attività distruttrice.  

Il saggio che segue riguarda una questione ineludibile, ovvero che la distruzione necessita — oltre che di conoscenze elementari del nemico, di proprie realizzazioni e propri progetti — di una conoscenza e una disponibilità dei mezzi di distruzione. È l'aspetto costruttivo menzionato; ricercare, sperimentare e poi condividere le maniere di attaccare la bestia tecnologica, le sue unità produttive e i suoi laboratori, le sue antenne di telecomunicazione e le sue infrastrutture energetiche, i suoi strumenti di propaganda e le sue fibre ottiche. Ciò di cui avremmo bisogno è una nuova cartografia, una cartografia del nemico che non menzioni solo i posti di polizia, le banche, gli uffici di partiti e sindacati, le istituzioni, ma sulla quale si possa leggere anche tutto ciò che alimenta lo sfruttamento e il dominio, tutto ciò che ci incatena a questo mondo.  

Una simile cartografia può armarci in qualsiasi situazione. Che sia in presenza di una calma piatta o di un movimento di rivolta, che si sia coinvolti in una lotta specifica o si intervenga per sabotare una nuova fase nelle guerre condotte dagli Stati, essa servirà per guardare meglio, per meglio scorgere le nostre possibilità di azione. Non è detto che nel corso di un movimento contro una ristrutturazione dello sfruttamento sia impossibile indicare i ripetitori di telefonia mobile come infrastrutture necessarie alla flessibilità del lavoro; così come non è detto che lo scontro fra arrabbiati e poliziotti in un quartiere non possa estendersi al sabotaggio delle infrastrutture energetiche. «Abbandonare ogni modello per studiare le possibilità» diceva il poeta inglese, abbandonare i modelli obsoleti di un confronto simmetrico, abbandonare ogni mediazione politica o sindacale, per studiare le possibilità di portare il conflitto soprattutto laddove il potere non vuole che avvenga.

introduzione a Les chaînes technologiques d'aujourd'hui et de demain

Entropie éditions, 2017

Traduzione: Finimondo