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A proposito di Kavarna

...la passione per la libertà è più forte d'ogni autorità...

E MENO MALE CHE IN CAMPANIA SE MAGN’ BBUONO!

Ciao ragazzi!

Due righe di aggiornamento al volo.
Senza perdere un minuto, la notte successiva all’ultima udienza preliminare di Scintilla, mi hanno rimessa su un aereo per rispedirmi in questo postaccio di merda, S. Maria Capua Vetere. Sapevo che la trasferta al nord era solo un appoggio temporaneo, ma pensavo sinceramente che avrei avuto un po’ di tempo in più, così come ingenuamente speravo che avrebbero almeno letto le varie istanze presentate, da me e dall’avvocato, per la riassegnazione.

Dal giorno in cui mi hanno trasferita qui, 3 mesi fa, non ho più potuto comunicare decentemente con il mio avvocato: i colloqui sono stati riaperti, quindi niente video chiamate né chiamate su richiesta del legale, le telefonate sono 1 mensile di 10 minuti, anche per gli imputati  e anche per chi sta a 1.000 chilometri dalla sede del processo o da casa. Se è in vena, il direttore può concederne una seconda straordinaria nel corso dello stesso mese, ma ovviamente, in quanto concessione, non ha nessun obbligo di farlo, e in ogni caso è fuori discussione superare le due mensili. 20 minuti al mese, in una stanzetta soffocante, e nell’orario e giorno prestabiliti, augurandosi che il tuo difensore quel giorno sia in studio. 20 minuti al mese, da un mese e mezzo prima che iniziasse il processo, sino ad oggi, che il dibattimento è sostanzialmente giunto al termine. Ci restano 2 udienze, prima della requisitoria, 2 udienze in cui si sarebbe dovuto ragionare di dichiarazioni spontanee, esame e controesame, ma a quanto pare mi toccherà ragionare in solitaria. A pensar male, sembra quasi che si faccia di tutto per impedire una difesa “dignitosa”… anzi: una difesa qualunque… non sia mai che l’iperbolico e morbosetto castello di carte dell’accusa dovesse iniziare a scricchiolare. Molto meglio se questa possibilità, quella di difendersi in aula, è ridotta al lumicino. Non mi dilungherò qui su come la videoconferenza si sposi alla perfezione con questa strategia, di questo si è già discusso molto (anche se forse non abbastanza). Si sa, spesso a pensar male si pensa bene. Dei 20 giorni trascorsi a Vigevano, 15 li ho trascorsi in isolamento sanitario ed 1 in udienza, altri due a fare i bagagli tra andata e ritorno… insomma, nemmeno questa è stata un’occasione per parlare con l’avvocato, visto che gli isolati non possono ricevere visite. Inutile aggiungere che ora sono di nuovo in quarantena.

Insomma, bando alle ciance: lucidamente consapevole della strategia punitiva (e preventiva?) che sta ponendo in essere il DAP nei miei confronti, e contemporaneamente offuscata di rabbia e disgusto, ho deciso che, se non ho mezzi per interpormi concretamente alle loro logiche vendicative, ho perlomeno la possibilità di non lasciarglielo fare con la mia collaborazione. Alla notizia del mio ritorno a S. Maria, alle h. 18.00 del 16.06.21, ho immediatamente comunicato l’inizio di uno sciopero della fame a tempo indeterminato. So che queste decisioni non competono alla direzione del carcere, ma io in questo posto di merda non intendo più mangiare un boccone. E peccato, perché le compagne di gabbia fanno delle pizze… ma mi è passata proprio la fame! Ad oggi, nessun medico mi ha visitata né pesata.

Alle donne che ho intorno pare un po’ una sciocchezza, ‘na capata!, d’altronde qui c’è gente che rischia il fine pena MAI e si fa andar bene queste condizioni… ma anche questo è un altro discorso. So che alcuni di voi non hanno mai smesso di riflettere su isolamento e dispersione… mi dispiace non essere in grado di fornire nuovi spunti o idee “innovative”, ma in questo momento, in cui ho deciso molto di pancia di intraprendere questa nuova sfida, non sono riuscita a pensare a nulla di meglio che usare nuovamente il mio corpo, digiunando.

Vi ho scritto queste due righe di getto, sulla scia della stessa ondata emotiva, di ribrezzo assoluto, che mi ha invaso rivedendo queste mura di merda. Spero di non essere stata troppo confusionaria.

Vi abbraccio tutti con molta forza!

A pancia vuota e testa alta,
Salud y Anarquìa

Nat

PS:  Un piccolo appunto in merito al volantino di indizione del presidio del 13.06 a Vigevano. Per quanto ci si possa trovare male in un’AS3 e le condizioni possano essere afflittive, nel rispetto di chi ci sta veramente ci andrei con i piedi di piombo a fare paralleli con il 41 bis. E’ stato davvero un po’ fuori luogo, a mio avviso. Spero che nessuno si offenda per questo mio pensiero, ed è stato comunque bellissimo sentirvi!

Fin dal suo inizio, la gestione dell'epidemia di Covid-19 da parte del potere è stata logicamente segnata alle nostre latitudini da una predominanza degli imperativi economici e da una preservazione dell'ordine sociale, cosa che oggi nemmeno la ragione medica di Stato tanto invocata riesce più a celare. Ma ciò che colpisce è che le infinite forme di auto-organizzazione che avrebbero potuto emergere dalle singolarità individuali per far fronte al virus e continuare ad agire malgrado il virus, siano state d’un tratto come paralizzate dalle sabbie mobili di raccomandazioni contraddittorie e di cifre sfibranti: tasso di mortalità e di letalità, tasso di positività, tasso di incidenza, tasso di passaggio al pronto soccorso e di posti occupati nelle terapie intensive, tasso di anticorpi persistenti, tasso di reinfezione… e via di questo passo. Ciò evidenzia ancora una volta che ponendosi sul terreno della politica dei grandi numeri invece di partire da se stessi — con i propri dubbi come con i propri infuocati desideri — la riflessione finisce generalmente per impantanarsi in una logica gestionaria, in cui il calcolo produttivo prende rapidamente il posto della vita e dei suoi eccessi dispersivi. Per spezzare lo stesso schema che presiede ad ogni riduzione statistica della complessità umana, bisogna dare vita ad un’unicità al di là dei media e ricreare diversità smontando gli aggregati di dati — non ci sono molte altre soluzioni. Questo è lo stesso terreno in cui ogni individuo è invitato a piegarsi di fronte ad un interesse superiore collettivo che sarebbe da rifiutare. È il suo rapporto sensibile con la vita, la morte, la malattia, i rischi da prendere, il mutuo appoggio, le stelle da cogliere, che va difeso davanti all’esigenza sociale di sacrificarlo sull'altare della quantità. Che quest'ultima si chiami patria, economia, bene comune... o anche immunità collettiva. Se il metodo medico di comprensione statistica è certo costitutivo del rapporto contemporaneo con le epidemie, come mostra il vecchio dibattito tra contagionisti e infezionisti durante quella del colera nel 1832 (per gli uni la malattia si trasmette dal contatto coi malati, per gli altri dall'insalubrità dell’ambiente) o anche la prima elaborazione matematica a partire dall’epidemia di peste in India (1927), questo rapporto autoritario che ingabbia le singolarità ha tuttavia radici assai più lontane ancora. Si potrebbe magari farlo risalire alle origini della scrittura in Bassa Mesopotamia, dove tale invenzione non era concepita come un mezzo per rappresentare il linguaggio, ma direttamente per bassi fini di contabilità amministrativa e commerciale, collegando intrinsecamente i primi numeri incisi su tavolette alla comparsa del dominio statale (con le sue esigenze di identificare, tassare, misurare, classificare, uniformare, gestire, prevedere). Tanto che potremmo persino chiederci se non sia con la stessa nozione di calcolo e con la volontà di quantificare il mondo che è cominciato il processo di addomesticamento dei nostri sensi. Oggi non stupisce nessuno che in materia medica come in molte altre, la politica statistica dei grandi numeri sia diventata padrona nell'amministrazione della nostra vita da parte dei potenti, come ha ancora mostrato l'epidemia di Covid-19. Per quanto riguarda le autorizzazioni pubbliche per i vaccini (e i farmaci), il criterio viene definito tranquillamente rapporto benefici/rischi, basando gli studi su piccoli campioni considerati rappresentativi, a partire dai quali vengono poi proiettate estrapolazioni sull’insieme dei nostri congeneri, riducendo la vita ad una collezione di macchinari più o meno standardizzati e funzionali. A costo di trasformare la popolazione mondiale in cavie di un gigantesco laboratorio sperimentale con misture a base di chimere genetiche, di cui uno degli attuali miracoli scientifici non è quello di evitare i vaccinati né d’essere contaminati, e neppure d’essere contagiosi, ma solo di sviluppare le forme gravi della malattia. Nella stessa logica, al fine di effettuare il loro smistamento in materia di cure vitali, pesanti, costose, di emergenza o crisi, tra chi può eventualmente sopravvivere e chi tutto sommato non serve più, gli statistici in camice bianco ad esempio assegnano quotidianamente dei punteggi ai pazienti. Questi non sono ovviamente collegati alla complessità di ogni individuo, sulla quale la fabbrica inospitale non si prende comunque la briga di soffermarsi, ma sulle probabilità medie di sopravvivenza potenziale al momento di questo smistamento decisivo: abbiamo così il punteggio di fragilità (da 1 a 9, con gli ultimi livelli attribuiti in base alla «aspettativa statistica di vita a 6 mesi»), il punteggio OMS (da 1 a 4, basato ad esempio sul fatto che si resti allettati «più o meno il 50% della giornata») e il punteggio GIR (da 1 a 6, determinante il livello di dipendenza, legato al fatto che un individuo possa effettuare un certo numero di compiti «spontaneamente, totalmente, correttamente o abitualmente»). È questa combinazione di punteggi, tanto performativa quanto arbitrariamente normativa, a determinare ufficialmente chi può vivere o morire, qui tra un paziente affetto da Covid e una persona vittima di un incidente stradale o di un infarto, e là tra due malati di Covid. Uno smistamento chiamato pudicamente selezione o priorizzazione, e di cui è meglio conoscere in anticipo le griglie di valutazione in caso di cura. Ovviamente, è possibile sottolineare che questi strumenti di gestione dalla pretesa scientifica e oggettiva sono innanzitutto il riflesso di un mondo che ha bandito la qualità e l'individuo a beneficio dell'efficienza e della massa, dopo aver espropriato ciascuno di ogni autonomia, all'interno di un ambiente sempre più degradato che a sua volta richiede una moltiplicazione di situazioni di crisi o d’emergenza. E che quando aleggia la paura e la morte, per molti è indubbiamente più rassicurante trincerarsi dietro il noto della fredda razionalità di Stato che affrontare l'ignoto sperimentale di individui liberamente associati per farvi fronte. A ciò si potrebbe rispondere con un sorrisetto, che quando non si ha alcuna pretesa né volontà di gestire la merda esistente a un livello così globale come quello di una società, neppure in maniera alternativa, si può tuttavia auto-organizzarsi per tentare di porvi fine.  

Attualmente, questo rapporto autoritario del quantitativo non riguarda unicamente la gestione clinica immediata della situazione instabile in corso — che passa anche attraverso la priorità assoluta data alla Covid-19 rispetto ad altre gravi malattie con pesanti conseguenze posticipate nel tempo — ma include anche un'altra dimensione di cui si intravedono appena le premesse: il rapido adattamento dell'apparato statale a un'epidemia che non è disposta a fermarsi, creando un nuovo tipo d’ordine sanitario e produttivo segnato in poco più di un anno da un'accelerazione dell'artificializzazione tecnologica della nostra vita. Tralasciando la Cina che figura troppo facilmente da comodo spaventapasseri, la molto democratica Corea del Sud, per esempio, ha fissato fin dal marzo 2020 un tracciamento dei contatti della popolazione sfruttando i dati personali accumulati dai vasti sondaggi sanitari, come la situazione finanziaria, le fatture telefoniche dettagliate, lo storico di geolocalizzazione, le immagini di videosorveglianza pubblica o le informazioni trasmesse dalle amministrazioni e dai datori di lavoro. Tutte informazioni raccolte e poi integrate in un registro nazionale e liberamente accessibile, indicante la nazionalità delle persone, la loro età, il sesso, il luogo della loro visita medica, la data del loro contagio e informazioni più precise come l’orario di lavoro, il loro rispetto di misure come indossare la mascherina in metropolitana, le fermate abituali, i bar o i centri massaggi frequentati. Un gran bell’esempio di abbinamento di algoritmi informatici per alimentare la costruzione di un modello epidemiologico e permettere una gestione ottimale da parte delle autorità, il tutto completato da quarantene individuali obbligatorie, implementate tramite un'applicazione di geolocalizzazione sonora e che avvisa direttamente le forze dell'ordine se gli individui interessati si spostano, o se il loro smartphone è spento per più di 15 minuti, al fine di formare un «recinto elettronico» attorno ai refrattari, con in aggiunta chiamate casuali della polizia e una segnalazione al vicinato tramite SMS della presenza di una persona contagiosa. Per quanto caricaturale sia questo esempio ben reale, potrebbe non essere un caso se un rapporto senatoriale uscito all'inizio di giugno in Francia per delineare alcune prospettive in vista di future epidemie (o di «catastrofi naturali o industriali, o attacchi terroristici») che richiedano reclusioni di massa, abbia appunto avanzato alcune proposte in tal senso. Nell’èra della connessione permanente, quando chiunque passeggia volontariamente con una spia elettronica in tasca, abituatosi a poco a poco al telelavoro, alla telemedicina e all’insegnamento a distanza, per il sogno totalitario cosa c’è di meglio di un democratico digitalizzato, a cui poter finalmente disattivare da remoto il pass per il trasporto, trasformando gli smartphone in braccialetti elettronici (coi selfie alle forze dell’ordine per dimostrare la propria presenza) o consegnare/ritirare dei lasciapassare differenziati di ogni tipo sotto forma di codici QR grazie a una Crisis Data Hub centralizzata? Per chi, poniamo, ha iniziato a travestirsi in viaggio, vedendo pattuglie di droni della polizia durante il gran confinamento; per chi si è immobilizzato vedendo aggiungersi nello spazio pubblico a telecamere di videosorveglianza intrusive nuovi dispositivi di controllo del corpo come i rilevatori termici, i certificati di spostamento e altri certificati di vaccinazione; per chi è giunto più spesso di tanti altri alla conclusione che è molto meglio essere soli e selvaggi che accompagnati da reti algoritmiche… è certamente tempo di alzare gli occhi verso quei grossi cavi di rame tesi nel cielo o sporgersi verso tutte quelle canaline in cui le catene del ventunesimo secolo sfrecciano sotto i nostri piedi alla velocità della luce.

Avis de tempêtes, n. 42, 15/6/21

Traduzione: Finimondo

"[…]ne resta che guardando intorno a sè, ogni individuo scoprirà che il suo punto di vista è il solo di cui può avere coscienza diretta, fatto di frammenti visivi inscindibili dall’intenzione del proprio sguardo. Non frammenti isolati, perchè ognuno rimanda ad altri, in un gioco di innumerevoli costellazioni. Componimenti di cui non vi sono linee tracciate ma distanze percorribili solo ruotando il capo. Eccola l’unica opera compositiva a noi cara, instabile e uniforme unità data dalla nostra esperienza visiva e dal nostro divagare nel paesaggio dei sogni.La mutabile unità della persona, delle sue intuizioni e prospettive come lettura di sé e del mondo. Mandata in frantumi la realtà, non resta che cogliere i frammenti di vita autentica, inconciliabili con la trascendente cristallizzazione positiva della verità oggettiva. Frammenti di storie, frammenti di pensieri, frammenti di fantasia, frammenti di sogni, frammenti del linguaggio stesso, o più genericamente: frammenti di sé”.

Questo era un estratto dall’Editoriale del nuovo numero della rivista “Caligine”, da ora disponibile!
Per chi volesse ordinarne delle copie, o inviarci delle idee, spunti, articoli, poesie, stralci di scritti o ancora disegni e/o grafiche può scrivere a:

Caligine, Sobborgo Valzania 27, 47521, Cesena (FC)
o alla mail: caligine@riseup.net

prezzo di copertina 4euro (Tutto il ricavato della rivista, una volta recuperate le spese di stampa, è benefit prigionierx e inguaiatx con la legge)

Indice:
– Editoriale
– Solo unx saggix impazzirebbe
– Balletto in distopia
– Buon Nato Urban Operation
– L’idolo della razionalità
– 2+2=7
– Il buio oltre la luce
– Mito-Mania
– Risposta di Alfredo all’articolo “Alcuni spunti di riflessione a
partire dall’intervista ad Alfredo Cospito”
– Intaccando l’arroganza del privilegio
– Il silenzio rumoreggia nella dissonanza

Un giovane artigiano, abile ciabattino, proletario orgoglioso di sé, s’innamora di una prostituta. I poliziotti della buoncostume lo accusano di esserne il protettore. Sanno di mentire, ma vogliono dare una lezione a quella testa che non si abbassa al loro cospetto. A nulla varranno in tribunale le dichiarazioni della ragazza, del giovane artigiano, di chi lo conosce, nemmeno il suo datore di lavoro sarà creduto. Come sempre accade, per il giudice fa fede la parola dei poliziotti. E condanna il ciabattino. La Società decreta pubblicamente che Jean-Jacques Liabeuf è un volgare magnaccia. Il suo cuore esplode di rabbia per questa umiliazione. Allorché esce di prigione, un solo pensiero prende possesso della sua mente. Non si rivolge all’opinione pubblica, non fa scioperi della fame, non invia lettere di protesta alle autorità competenti, non fa presidi davanti ai tribunali, non si suicida per la vergogna. Ma pianifica la sua terribile vendetta. Si costruisce dei bracciali e dei paraspalle appositi, irti di punte d’acciaio per tenere a bada la stretta degli sbirri (che all’epoca giravano disarmati, contando solo sulla forza dei loro muscoli), si procura un’arma e va a caccia di coloro che hanno calpestato la sua dignità. Non trovandoli, se la prenderà coi loro colleghi. Ovvero con chi ha sicuramente mortificato qualcun altro o, nel migliore dei casi, è quotidianamente complice di simili nefandezze. Sono stati gli sbirri ad averlo immerso nel fango insudiciando il suo amore, sono gli sbirri che lui vuole annegare nel sangue. Ed è quello che farà. Così Liabeuf prova «l’inebriante gioia della vendetta soddisfatta».

136 pagine // A5 // 6 euro (4 per le distribuzione)

Tratto da: Imprimerie anarchiste l'Impatience (noblogs.org)

Ripercorrendo ciò che è successo a Genova, ci chiediamo: è possibile la memoria senza che essa divenga simbolo e la lotta liturgia? E la solidarietà, come decidiamo di esprimerla? Quali sono le molteplici forme possibili per contribuire ad una lotta e per sabotarne le dinamiche interne di potere, recupero e autorità?

Dalle commemorazioni per il ventennale dell’uccisione di Carlo Giuliani, magari organizzate dagli stessi che sputarono sul suo cadavere ancora caldo, alle presentazioni militanti dei libri di Wu Ming in Val Susa dimenticandosi del loro infame passato, che prospettive possono offrire queste miserie a quegli individui che non vogliono mettersi a capo di nulla, non hanno bandiere da difendere e non hanno fretta di insabbiare il passato?

La critica del recupero, della ricerca populista del consenso e della visibilità a tutti i costi, sono concetti che esistono solo nei libri anarchici o sono idee che possono essere utilizzate nella realtà e che possono essere di ispirazione per le nostre scelte esistenziali ed organizzative, senza paura di restare soli o fuori dal gregge?

Queste domande ci hanno spinto verso questo tentativo di riscoperta del passato: stiamo preparando una discussione per il 2 giugno e stiamo raccogliendo dei testi sul G8 e su ciò che accadde prima e dopo le tre giornate genovesi. Riscoperta che non vuol essere lavoro da storici ma affondo nelle pieghe del presente.

Fiera dell’editoria anarchica – Pensiero e azione – Lecce

Tre giorni di diffusione e propaganda delle idee anarchiche. Tre giorni di libri, incontri, presentazioni e discussioni per parlare della storia e dell’attualità del pensiero e dell’azione anarchica, del legame indissolubile che le unisce e della loro capacità di incidere nel mondo nella prospettiva di cambiarlo.

Venerdì 4 giugno

Ore 18.30: Apertura della fiera e degli stand di stampa anarchica

Ore 20: Musica dal vivo con Past&Fasul, tra swing, gipsy, folk e jazz

Sabato 5 giugno

Ore 11: Controllo dei corpi e obbligo vaccinale: una questione non rinviabile

A cura di alcune compagne e discussione.

Ore 13.30: Pranzo

Ore 15.30: Uno sguardo su guerra e frontiere attraverso l’individuazione di alcuni responsabili.

Discussione a partire da: Nemici di ogni frontiera. La lotta contro il Cpt nel Salento, ed. Anarchismo, 2019, a cura di Alcuni nemici di ogni frontiera.

Leonardo-Finmeccanica e il militarismo nel tarantino. Una breve ricognizione a cura di alcuni compagni della Masseria Foresta

Ore 17.30: La critica radicale alla società tecno-industriale nel pensiero di Ted J. Kaczynski.

A cura di alcune compagne e discussione

Ore 20: Cena

Ore 21: Musica dal vivo con Pippop, rap hardcore

Domenica 6 giugno

Ore 11: Fuoco! Sangue! Veleno! Patto con la morte. Anarchici a Marsiglia alla fine del XIX secolo, Ed. Indesiderabili, 2020

Presentazione del libro a cura degli editori e discussione

Ore 13.30: Pranzo

Ore 16: Scienza, tecnica e tecnologia invadono sempre più ogni aspetto dell’esistente, tendendo alla realizzazione di un Dominio totale. Che cosa può suggerire tale consapevolezza?

Discussione a più voci con un curatore di Contro lo scientismo. di Pierre Thuillier, S-edizioni, 2020 e alcune redattrici di Chrysaora, rivista anarchica, Chrysaora edizioni.

Ore 20: Cena

Via Silvio Pellico Lecce, traversa di via Taranto

disordine@riseup.net

disordine.noblogs.org

Sono benvenute le distribuzioni di stampa anarchica e di critica radicale.

A chi viene da lontano, chiediamo di avvisarci con qualche giorno di anticipo per poterci organizzare.