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La mattina del 12 giugno 2020 i Ros inscenano l’ennesima operazione repressiva anti-anarchica, stavolta firmata dalla Procura di Roma. Due compagni finiscono agli arresti domiciliari e altre/i cinque vengono
arrestate/i sul territorio italiano, francese e spagnolo. Tra le accuse, come ormai prassi, quella di associazione sovversiva per finalità di terrorismo e istigazione a delinquere. Ancora una volta lo scopo è quello di colpire chi si rivendica la solidarietà come pratica offensiva e supporta attivamente i compagni e le compagne anarchiche nelle maglie della repressione. Come a Bologna il mese scorso, con l’operazione Ritrovo, le modalità si ripetono: sbirri in passamontagna, in alcuni casi pistole spianate e porte sfondate, telefoni requisiti, perquise e sequestri di materiale informatico e cartaceo.

Lo stato attraverso queste dimostrazioni muscolari tenta di impaurirci e farci sentire isolate, in linea con questa società patriarcale che ci vorrebbe docili, rinchiuse nei nostri predefiniti ruoli di genere. Non ci sorprende quando, come in questo caso, i media sottolineano la presenza di donne all’interno delle inchieste, mostrando stupore nel non trovarci relegate in seconda fila. Rifiutiamo queste logiche impregnate di paternalismo, non cerchiamo protezione ma complicità nell’attaccare.
Al tentativo di sottrarci l’uso della violenza come risposta a ciò che ci opprime ci si è sempre ribellate e sempre ci si ribellerà.

Non vogliamo avere in concessione un posto in questa società patriarcale, che si mantiene e si riproduce anche attraverso la distribuzione del potere al genere socializzato come femminile, ma solo danzare sulle sue macerie.

Non ci interessano i tecnicismi legali e i concetti dicotomici di colpevolezza e innocenza. Come femministe e anarchiche possiamo solo rivendicare la solidarietà con chi colpisce il sistema patriarcale in tutte le forme con cui questo si esprime.

Trasformiamo la paura in rabbia e la rabbia in forza. E questo ci rende pericolose.

Morte allo stato
Morte al patriarcato
Per l’Anarchia
Complici e solidali con le arrestate/i dell’operazione Bialystock
TUTTI E TUTTE LIBERE

Alcune anarchiche femministe

Gli incendi — siano essi intenzionali o causati da fulmini — fanno parte da millenni di parecchi ecosistemi. Sappiamo che prima della colonizzazione europea, gli incendi controllati venivano usati da diversi popoli autoctoni per modificare in modo favorevole il proprio habitat. Tra i molti vantaggi, hanno contribuito a facilitare gli spostamenti eliminando i grossi arbusti, ad aumentare la fauna selvatica, a rendere più produttivi gli alberi da frutta e da noci. Era una tattica di sussistenza perfezionata nel corso di generazioni. Al colonizzatore giunto dall'Europa densa e sedentaria, gran parte di ciò che chiamiamo Nord America appariva come una natura selvaggia ed incontaminata, con grandi distese di terre vergini o appena toccate. In realtà l'intero continente era, in un certo senso, un vasto complesso di culture composto da un numero incredibile di habitat variegati sostenuti da pratiche diverse, fra cui il fuoco controllato che, su vasta scala, ha contribuito anche a stabilire e a mantenere i confini tra le praterie e le foreste. Tutte le forme di vita hanno bisogno di un habitat, ma le città non lo sono. Sotto il pavé non c'è solo la spiaggia, ma anche il suolo della foresta, il potenziale giardino, il cumulo di fragole soffocate, l'estuario prosciugato, il ruscello deviato che porta i pesci. La città non è il luogo di tutto ciò che è avanzato, complesso e progressivo della storia umana, della libertà, della creatività e della coscienza di sé. È la tana della borghesia e dei governanti, un luogo di prigionieri spossessati, in cui sono onnipresenti apparati repressivi — a cominciare dall'orologio cittadino che permette di assicurarsi che le attività degli individui potenzialmente auto-organizzati, auto-diretti e liberamente creativi siano sincronizzate per l’interesse della borghesia, dell'efficienza economica e politica. Immaginate di vivere in un mondo infernale dove non potete mangiare quando avete fame, dormire quando avete sonno, bere quando avete sete, pisciare quando ne avete bisogno, perché è uno strumento a dettare quando siete autorizzati a soddisfare questi bisogni fondamentali da animali quali siamo. Sto scherzando, non serve immaginarlo: viviamo in questo mondo in questo preciso momento. Ecco cos'è la civiltà capitalistica urbana: milioni di persone vengono strappate al proprio riposo e ai propri sogni da una sveglia, poi tutte vengono sincronizzate per seguire gli stessi schemi quotidiani in modo che l'economia possa prevalere sui singoli corpi, sui loro processi e sui loro desideri. L'incendiario insurrezionalista che brucia una banca, la sede di una multinazionale o un commissariato diventa, man mano che quel gesto primordiale e profondamente onesto si compie e si manifesta, una persona al tempo stesso ecologica e spirituale. Si tratta di un atto per la comunità nella misura in cui si oppone al potere e all'ingiustizia e difende i propri amici e vicini. È un atto di smascheramento in quanto strappa il velo che nasconde il mostruoso ordine sociale che si cela dietro secoli di elitarismo, d’ingiustizia e di violenza. Noi dobbiamo rifiutare, ri-naturalizzare o distruggere la città, luogo centrale del controllo autoritario e dell'ideologia che privilegia la proprietà sulla vita, la ricchezza accumulata da pochi sulle comunità basate sulla condivisione, i prigionieri obbedienti e deboli sugli individui forti e determinati. Non c'è futuro se non smettiamo di adattarci al capitalismo e se non cominciamo ad adattarci alla natura. Ogni molotov lanciata porta un messaggio all'interno della bottiglia, che recita come segue: «Ne ho abbastanza di adattarmi al capitalismo, di adattarmi ad un mondo di padroni, di proprietari e di élite, al pensiero suprematista bianco, al cemento e ad orizzonti spogli di vita». Esiste un legame fra l'ecologia e le sommosse, fra la creazione di uno spazio di guarigione e di rigenerazione e l'incendio dell'insurrezione. L'attuale insurrezione americana è stata scatenata dagli afro-americani in risposta ad un mondo violentemente razzista da quattrocento anni. Affermare il contrario significherebbe cancellare la sofferenza e l'azione collettiva delle persone razzializzate. Non ho la pretesa che questa insurrezione provenga in realtà da un impulso ecologico. Ciò che voglio sottolineare è che noi siamo pur sempre animali umani e che in quanto tali, quando ci ribelliamo, lo facciamo anche contro le nostre condizioni di vita in quanto esseri potenzialmente liberi e viventi in habitat sani ma che sono attualmente prigionieri negli enormi campi di lavoro e nelle prigioni costituiti dalle città, molti di noi — in particolare le persone razzializzate, letteralmente in gabbia. Quando si vuole costruire un rifugio oppure piantare delle zucche o del mais, quando si vuole costruire un deposito comunitario per le provviste o un arsenale per il proprio gruppo, si deve liberare un'area. Che si tratti di un campeggio stagionale per pratiche di sussistenza o per un eco-villaggio più sedentario, bisogna fare spazio. Distruggere i beni urbani durante le sommosse è la stessa cosa. È al tempo stesso un atto contro e un atto per. Come liberare la nostra immaginazione senza visualizzare nulla di specifico, ma intravedendo delle possibilità? Quando il terreno è interamente occupato dai piani e dagli interessi di pochi privilegiati, e lo è da tanto tempo, occorre liberare lo spazio, spesso con furia vendicatrice. La rigenerazione è impossibile senza morte. Gli incendi sono stati utilizzati per liberare aree per la produzione alimentare, per facilitare gli spostamenti e per altre pratiche di sussistenza. Anche gli incendi insurrezionali possono essere visti in questa ottica. Quale maniera migliore di affrontare la nostra alienazione di prigionieri spossessati, di esseri viventi senza libertà né habitat, che incendiare non solo le torri di guardia e le prigioni, ma anche tutto ciò che è relativo alla produzione alimentare sostenibile, all'acqua potabile locale, ad una foresta di rientro per gli uccelli? Il capitalismo dà la priorità alle merci e alla proprietà privata a scapito della vita. L'ecologia favorisce la reciprocità e la vita rispetto alla proprietà privata e alle merci. Il saccheggio è allora un'azione contro un modo di produzione che cancella la vita e a favore di un altro che la privilegia. Il saccheggio su vasta scala è un mezzo per trasferire ricchezze. Una maniera di utilizzare immediatamente cose che sono comunque destinate alla discarica. Una comunità sana produrrebbe solo per necessità o per piacere, e tutto ciò che si trova in essa sarebbe condiviso liberamente, quindi il saccheggio di merci non è in realtà che un'azione diretta contro il capitalismo. Man mano che il capitale cresce, la natura si riduce. Attaccare le merci è quindi un atto ecologico, poiché è vero anche il contrario. Allorché il capitale diminuisce, la natura guarisce. Più ci sono incendi e saccheggi, più c'è rifiuto — di lavorare, di accettare idee normative sulla razza e sul genere, di vivere negli spazi artificiali del commercio e dell'autorità politica — più la natura e gli animali umani hanno una possibilità di guarire e di rigenerarsi. Le città si basano su un insieme di accordi violenti: tra proprietario e inquilino, tra ricco e povero, tra polizia e cittadino, tra bianchi e scuri, e così via. Al loro interno, la natura è stata violentemente distrutta. L'automobile domina tutti gli imperativi di concezione urbana. I cittadini sono alienati, atomizzati e ghettizzati. La stragrande maggioranza di loro sembrano amare le proprie catene; danno e ricevono ordini, trascorrono docilmente la vita a produrre e a consumare. Le città distruggono ecosistemi complessi e sani che possono accogliere un gran numero di forme di vita. Pertanto, la distruzione delle città e dei miti borghesi e razzisti del progresso che le sostengono e le giustificano, è un atto dalla parte della natura, del primato, dell'istinto di conservazione. Le sommosse possono far cadere il velo e aiutare a mettere in evidenza il violento cemento che mantiene la forma della città così come gli effetti di quegli accordi sociali: polizia, leggi, gerarchia, potere politico, razzismo, sistemi di sorveglianza, logica militar-industriale, povertà, malattia mentale, ecosistemi distrutti... per non parlare del fatto che praticamente ogni città un tempo era il nido di un popolo anarchico che possedeva la saggezza ecologica di prendere decisioni intelligenti circa l’ubicazione dei propri insediamenti. Decolonizzare non significa solo pensare in modo diverso, ma anche vivere in modo diverso. È salutare voler distruggere ciò che è brutto quando il potenziale di manifestazione della bellezza della natura è un ricordo inscritto nella nostra carne. Facciamo sì che l'era della conflagrazione generale sia finalmente arrivata.

Anne Archet

Tratto da: https://flegmatique.net/2020/06/10/eloge-de-lincendie/

Traduzione: Finimondo

«Ho studiato il fenomeno della dedizione, spesso cieca, dei tecnici per il proprio compito.Considerando la tecnologia moralmente neutra, costoro erano privi del minimo scrupolonello svolgere le loro attività. Più tecnico era il mondo che ci imponeva la guerra, più pericolosa era l'indifferenza dei tecnici davanti alle conseguenze delle loro attività anonime».

Albert Speer, architetto membro del partito nazista  e Ministro per gli armamenti e la produzione bellica dal 1942 al 1945

Nel 1959, un fisico che aveva partecipato al programma di ricerca che ha portato alla costruzione della bomba atomica, fece una curiosa presentazione in una università californiana. Concluse pronunciando parole che volevano essere profetiche, come si addice ai grandi visionari della scienza: «C'è molto spazio in fondo alla scala». Per decenni la sua profezia generò più speculazioni che accurate ricerche. Fino al giorno in cui i primi laboratori di ricerca cominciarono, negli anni 80, a dedicarsi allo studio dell'«infinitamente piccolo». Battezzate «nanotecnologie», queste ricerche comprendono tutti i procedimenti di fabbricazione o di manipolazione di strutture su scala nanometrica (1 nanometro corrisponde ad 1 miliardesimo di metro; un filamento di DNA umano ha una larghezza di 2 nanometri). Il «grande balzo in avanti» è stato fatto nel 2001, quando gli Stati Uniti riconobbero le nanotecnologie come un settore strategico per la ricerca scientifica, irrorando i laboratori col più grande piano di investimenti della loro storia. Ma le tenebre durarono ancora per un po' in fondo alla scala. Passò diverso tempo e molti laboratori faticavano a produrre qualcosa di «concreto», nel senso di applicazioni industrializzabili. Diventarono un po' più discreti, non solo a causa della feroce concorrenza tra differenti potenze, ma forse anche per timore di una contestazione «irrazionale» e «tecnofobica» come quella incontrata dall'introduzione degli OGM in alcune parti del mondo (oggi in gran parte sconfitta, anche se alcuni paesi come la Francia continuano a vietare la loro commercializzazione per l’alimentazione umana nel proprio territorio — il che non impedisce che la quasi totalità delle coltivazioni di mais negli Stati Uniti sia transgenica, così come il riso in India, il grano e la colza in Argentina, ecc.). Assisteremo dunque all'ennesimo inutile annuncio da parte di scienziati che giurano di «rivoluzionare il mondo»? Dappertutto sono stati creati nuovi laboratori, unità di ricerca, cluster che raggruppano istituzioni e aziende, tutti dediti a ricerche sulle nanotecnologie. In Francia, si contano almeno 240 laboratori di nanoscienze. I «poli di competitività» collegati alle nanotecnologie si trovano a Lione (Lyonbiopôle), Grenoble (Minalogic), Besançon (Microtechniques), Provence Alpes-Côtes d’Azur (Optitec e Solutions Communicantes Sécurisées) e Centre-Limousin (Sciences et systèmes de l'énergie électrique). Invece i più importanti istituti di ricerca sono a Grenoble (Institut des Neurosciences), Saclay (Triangle de la Physique), Strasburgo (CentreInternational de Recherche aux Frontières de la Chimie) e Aix-Marseille (Institut Carnot). Si noti comunque che la maggior parte delle università dispongono ognuna di almeno un laboratorio specifico per le nanotecnologie e che molte regioni si sono dotate di un «centro di competenze» che raggruppa gli attori della ricerca e della produzione nanotecnologica. Qualche anno fa, lo Stato francese ha istituito un meccanismo di dichiarazione obbligatoria per le imprese che usano nanomateriali nei propri prodotti. Senza ovviamente riportarne i nomi esatti (non esiste alcuna regolamentazione relativa alla segnalazione di presenza di nanoparticelle prodotte, come avviene ad esempio nel caso di additivi negli alimenti), ma l'ultimo rapporto annuale (relativo al 2019) rileva almeno 900 prodotti alimentari contenenti nanoparticelle. Tra questi c'è il latte per bambini, dolciumi, cereali per la colazione, barrette di cereali o dolci e dessert surgelati. Inoltre l'utilizzo di nanomateriali in altri settori conosce da qualche anno un aumento significativo: nanocomponenti in elettronica, nanoparticelle nei prodotti cosmetici, nanopolveri utilizzate per trattare e migliorare le superfici metalliche, ecc., senza dimenticare — e questo con un po' meno «trasparenza» — le loro numerose applicazioni in campo militare. E siccome ogni produzione genera la sua parte di rifiuti, i residui dei processi produttivi di nanomateriali si accumulano. Sembra che per il momento questi scarti vengano semplicemente bruciati oppure spediti altrove, preferibilmente verso i campi della morte in Africa (come in Ghana, dove si trova una delle più grandi discariche a cielo aperto per i rifiuti informatici del mondo intero).

E allora? In cosa i nanomateriali differiscono da qualsiasi altro prodotto industriale? Da qualsiasi tossicità prodotta dall'economia? Oseremmo dire, a rischio di dare forse troppo credito all'entusiasmo dei ricercatori, che un'altra soglia qualitativa può essere superata coi nanomateriali, e che non si tratta di una mera estensione quantitativa di ciò che già esiste. Per fare il parallelo con gli OGM: questi costituiscono, sì o no, una soglia-limite in rapporto alla devastazione già provocata dall'agricoltura industriale? Sono semplicemente «un po' più della stessa cosa» o stanno aggiungendo «qualcosa d’altro» alla somma delle schifezze esistenti? Per gli OGM, non v'è dubbio che la risposta sarebbe generalmente affermativa, trattandosi di manipolazioni che influenzano la struttura stessa del vivente e della sua diffusione nell’ambiente. Ebbene, noi saremmo piuttosto propensi a dare la stessa risposta in materia di nanotecnologie. La sintetizzazione di composti chimici non è certo nuova. Durante la Seconda guerra mondiale, i complessi chimici del Terzo Reich producevano già un «petrolio sintetico» per rispondere ai bisogni della Wehrmacht. La novità con le nanotecnologie è la scala su cui è possibile lavorare, e soprattutto il fatto che su scala nanometrica le proprietà della materia cambiano. Non si comporta più secondo le medesime leggi fisiche. Il carbonio ad esempio può diventare più resistente dell'acciaio. Il rame può diventare trasparente e l'alluminio esplosivo. Basta e avanza per suscitare l'entusiasmo degli apprendisti stregoni in questo mondo in cui l'artificiale prevale sempre più sul «naturale». Modificare le proprietà della materia potrebbe semplicemente trasformare nel tempo l’insieme della produzione attuale e generare nuovi «insormontabili problemi» (rifiuti, tossicità, limiti fisici…). Basti pensare a come potrebbe essere sconvolto il panorama del trasporto di elettricità, considerata l'attuale perdita di quasi il 5% sulla linea, se alcuni nanomateriali superconduttori venissero usati per sostituire i cavi odierni, costituiti per lo più da una lega di alluminio. O se i microchip diventassero così microscopici (oggi, la loro miniaturizzazione è limitata dalle proprietà dei materiali usati, di solito il silicio) da non essere quasi più rilevabili.  Parlando di irrilevabile, istituzioni di controllo come l'Anses (Agenzia nazionale di sicurezza sanitaria) ammettono da parte loro che è molto difficile e per il momento abbastanza aleatorio rilevare le nanoparticelle nei prodotti o nell'ambiente. Inoltre le nanoparticelle sono «indistruttibili», non scompaiono mai, viaggiano di corpo in corpo, dai laboratori ai prodotti, dai prodotti alla terra, dalla terra al cibo, ecc. Queste particelle, le cui proprietà sono state modificate, trapassano per di più tutte le membrane e i «filtri» protettivi di cui sono dotati la maggior parte degli organismi viventi. Pertanto, una nanoparticella può passare dallo stomaco o dal polmone al sangue, quindi dal sangue al cervello e così via, e sono disponibili pochissimi dati sulla loro tossicità. A titolo di esempio, lo Stato francese ha vietato nel 2019 in base al «principio di precauzione» l'additivo E171, il biossido di titanio, in tutti i prodotti alimentari ma non nei 4000 farmaci che lo contengono. Secondo cifre ufficiali, lo stesso biossido di titanio utilizzato dall'industria può contenere fino al 2,3% di nanoparticelle. Come per gli altri veleni industriali, la tossicità nanometrica è legata principalmente a una questione di gestione, con soglie modificabili all'infinito in funzione delle necessità del momento.

Per il momento, i «limiti» contro cui si scontra l'attuale produzione capitalistica sono parecchi, ma non costituiscono ostacoli insormontabili tali da annunciare la fine della loro preziosa crescita. Al contrario, costituiscono altrettante «sfide» per un'economia in perpetua ristrutturazione. Ad esempio, le previsioni di penuria di petrolio (tra l'altro abbastanza discutibili) incitano da decenni alla ricerca, alla commercializzazione e alla produzione di idrocarburi alternativi, e oggi possiamo vedere dovunque i disastri causati dal superamento di tale «limite»: monocolture di mais e colza per produrre idrocarburi, esplosione del fracking, sostituzione dei tradizionali motori a combustione con motori elettrici (e domani forse a idrogeno) e così via. Le nanotecnologie svolgeranno sicuramente un ruolo fondamentale nell'ulteriore artificializzazione del mondo. In questo senso, ogni attesa non fa che contribuire al progresso del dominio e delle sue opprimenti prospettive. Perdersi in interminabili discussioni sui gradi di pericolosità delle nanoparticelle rischia allo stesso modo di far perdere di vista che si tratta anzitutto di una via importante per l'economia allo scopo di superare determinate soglie e perpetuare così, ipotecando permanentemente il mondo, la sua mortifera esistenza. In fondo, come davanti alle altre promettenti tecnologie del dominio, la sola questione di qualche interesse da porre, qui e ora, resta quella dell'attacco distruttivo.  

Tratto da: Avis de tempêtes, n. 30, giugno 2020

Traduzione: Finimondo

Mi dolgo di ogni crimine che nella mia vita non ho commesso.
Mi dolgo di ogni desiderio che nella mia vita non ho soddisfatto.

Dichiarazione di Senna Hoy, un anarchico di Bialystok

Il 12 giugno a Roma scatta l'operazione «Bialystok», condotta da quelle merde dei ROS, che porta in carcere 7 individualità sparse fra Italia, Francia e Spagna: 5 in carcere e 2 agli arresti domiciliari.

Se non fosse che in questo caso ha a che fare con la repressione, il nome di Bialystok per molte ha invece un che di poetico: rimanda all'esperienza breve ma intensa di alcuni anarchici ebrei-polacchi che diedero vita ad uno scontro senza mediazioni contro i rappresentanti del potere in tutte le sue forme (Stato, religione, famiglia, poteri economici). Con attacchi a suon di dinamite, propaganda col fatto, cospirazioni e azioni in piccoli gruppi di affinità, quegli anarchici del primo novecento, inebriati dall'idea della riproducibilità delle loro azioni, credevano di poter incendiare i cuori di chi sa individuare il nemico. Il loro sogno, come quello di tutte quelle persone che si definiscono anarchiche, era l'insurrezione: farla finita con il mondo dell'autorità per far nascere qualcosa di inedito, attraverso una rottura violenta con tutti i dogmi e i luoghi comuni.

Pur lontani nella storia, quei compagni parlano di idee che sono tutt'altro che lettera morta, come si è visto ultimamente in tutto il mondo: le rivolte in carcere scoppiate ovunque durante la pandemia, le sommosse negli Stati Uniti contro il razzismo e la brutalità della polizia, e ancora gli insorti di Cile, Libano e Hong Kong che non si piegano alla repressione sanguinaria di chi vuol difendere i privilegi dei soliti noti. Questi sono solo alcuni esempi di come le condizioni sociali imposte attraverso lo sfruttamento creino la possibilità di rivoltarsi contro di esso, perché ci sarà sempre chi troverà il modo di ribellarsi e di attaccare la propria condizione di schiavo.

Per entrare nel merito, di cosa sono accusate queste compagne anarchiche? Prima di tutto di avere delle idee pericolose per un sistema basato sul potere e sul dominio della merce, ben difeso da un sistema tecnico che non è neutrale e che persuade la maggioranza delle persone all'opinione che questo mondo sia ineluttabile. Il sacrilegio esiste quando c'è chi interpreta la vita sempre con un coltello fra i denti, soffiando sul fuoco ogni volta che si scorgono possibilità di rottura con l'esistente o quando si sopravvive in apparente pace sociale, ispirando anche altre ad agire contro il nemico. Considerando ciò che venne scritto a proposito di un anarchico di Bialystok, “conosceva solo le gioie di una lotta intensa e febbrile. M. riconosceva solo un nemico, la tranquillità, la monotonia, la banalità”, va da sé che lo sguardo di chi cospira contro l'esistente si muove senza sosta un po' dappertutto. Se per il mondo in cui viviamo è giusto che Eni, come tante altre multinazionali, continuino a devastare il pianeta e ad alimentare guerre per l'oro nero; se gli stupri, le torture e i pestaggi che avvengono nelle caserme e nelle carceri hanno senso per mantenere questa mortifera tranquillità, allora noi stiamo dalla parte del torto con queste individualità anarchiche, accusate di aver colpito proprio questi tentacoli del dominio. Rifiutando la logica della colpevolezza e dell'innocenza, non c'interessa sapere se siano state loro o meno, ma siamo ben contenti di sapere che queste pratiche siano esistite in passato e continuino ad esistere ancora oggi.

Per le accuse che pendono sulla testa dei compagni incarcerati non ha senso separare la repressione che colpisce gli antiautoritari da quella che cerca di stroncare, spesso preventivamente (come nel caso dell'operazione Ritrovo ai danni delle anarchiche di Bologna), ogni critica all'ordine e qualunque sintomo di rivolta non recuperabile dai falsi critici dell'esistente. Fra una minaccia “terroristica” e un contagio del virus della servitù, fra “lotta alla criminalità” e gestione della guerra all'epoca dell'epidemia, il discorso repressivo sta usando il suo manganello concettuale per difendersi dagli assalti del presente. In un periodo in cui il mondo sta cambiando ad una diversa velocità, dove la militarizzazione degli spazi diventa sempre più asfissiante, le condizioni di sopravvivenza si fanno sempre più stringenti e il controllo totalitario della tecnologia fa i conti più con la persuasione dei suoi sudditi che con la critica di qualche individuo affascinato dall'autismo degli insorti, la questione essenziale è come e perché sconvolgere il mondo dell'identico con la passione dello straordinario. Per non darsi al banale, per difendere tutte le ribelli rinchiuse nelle galere e per guardarsi la mattina allo specchio e rendersi conto che la tetra realtà non può fermare i sogni di sovversione. Alla fine anche le più pessimiste l'avranno notato: se purtroppo alcuni anarchici scendono a compromessi con la fandonia della politica o con l'orrore della violenza gregaria, non prendendo una posizione chiara ed etica neanche quando accadono sopraffazioni inaccettabili, le idee sovversive invece, quando la rabbia esplode, sono linfa vitale per scardinare questo mondo. L'attacco degli insorti al mondo poliziesco partito dall'ennesimo omicidio ai danni di un afroamericano non ci parla proprio di questo? Vogliamo lasciarci assuefare dalla monotonia (anche quella militante) o viverci l'utopia?

È una delle tante scritte comparse nei pressi del commissariato del terzo distretto di Minneapolis, quello andato in fumo nella notte fra il 28 e il 29 maggio nel corso della rivolta provocata dall’omicidio di George Floyd. Non è uno slogan, né un appello, e neppure un grido di battaglia. A fomentare ed eccitare gli animi ci aveva già pensato — ci pensa quotidianamente — il braccio armato dell'autorità, con la sua brutale arroganza. No, quella scritta vergata solleva una questione. Non rivolge una domanda al nemico (come il sarcastico «ci ascoltate adesso?»), pone a chi è sceso in strada un interrogativo su cui riflettere: to hell, or utopia? Qual è il senso di tanta rabbia e tanto furore? Cosa si vuole ottenere? Andare all’inferno, quello della riproduzione sociale, oppure dare vita all’utopia, a qualcosa che sia tutt’altro rispetto a leggi a cui obbedire, merci da acquistare, ruoli cui sottostare, denaro da accumulare, governi da eleggere e a cui delegare? C'è chi pensa si tratti di un quesito inutile che verrà risolto da sé, superato dalla forza stessa degli avvenimenti, e che indugiare a prenderlo in considerazione fa solo perdere del tempo prezioso che viceversa andrebbe usato per risolvere problemi organizzativi immediati. Comodo determinismo che alleggerisce l'azione, sgravandola dalla fatica del pensiero, e consente di seguire più velocemente («senza tante menate») la corrente trionfale della Storia — anziché sforzarsi ad inventare e realizzare la propria, di storia.  Eppure, i fuochi accesi a Minneapolis nel corso di quelle notti sono illuminanti anche a tal proposito. Sembra infatti, giacché testimoniato da più parti (anche da non sospettabili di complottismo), che alcuni di quegli incendi siano stati appiccati da estremisti di destra. Se ciò fosse vero, il sospetto ricadrebbe sugli appartenenti a quello che negli Stati Uniti viene ormai definito «movimento boogaloo», sigla guazzabuglio che raccoglie genericamente chi ama comparire in pubblico armato fino ai denti e lanciare infuocati proclami contro la politica del governo. Sebbene al loro interno non manchino sfumature contrastanti, gli estremisti boogaloo sono per lo più suprematisti, miliziani, maniaci delle armi, «survivalisti»… Tutta gente che non nasconde l'intenzione di scatenare una Seconda Guerra Civile in grado di ripulire le strade dalla feccia ed instaurare un «vero governo americano».  Si dirà che si tratta di puro folklorismo, truce spettacolo mediatico che talvolta può anche fuoriuscire dalla rappresentazione ed assumere forme materiali pericolose — uccidendo una manifestante a Charlottesville nel 2017, ad esempio — ma che in sé non costituisce una vera minaccia sociale. Può darsi, ma... non si potrebbe dire lo stesso di qualsiasi nera rivolta a noi cara? In fondo siamo proprio noi a sostenere che, in determinate circostanze, ciò che in tempi di normalità appare impossibile diventa a portata di mano. Pensiamo davvero di essere gli unici ad aver osservato come basti una piccola scintilla per provocare un grande incendio, o come la fine della pace sociale possa aprire innumerevoli possibilità per rimettere in discussione questo mondo?  No, certo. E quindi che si fa, per evitare preoccupazioni che intralcerebbero le azioni, ci tranquillizziamo ripetendoci che la situazione per forza di cose evolverà in un senso a noi propizio? Non lo pensiamo. Peggio ancora, poiché i tanti bassi istinti sono molto più facili da provare, condividere ed esaudire rispetto ai rari alti ideali, è assai probabile che se nei periodi di sommovimento ci si limitasse a lasciarsi trasportare dal vento, si finirebbe dritti all'inferno — e non verso l'utopia. Prendiamo ad esempio la rivolta scoppiata nelle ultime settimane negli Stati Uniti. Non è il frutto della convergenza strategica di più movimenti di lotta, ognuno con una lunga storia alle spalle e una ragionevole bandiera da sventolare sopra la testa, che hanno visto ingrossare le loro fila fino a decidersi di dare all'unisono una spallata al potere. È l'improvvisa deflagrazione provocata da una scintilla verificatasi in un ambiente sovraccarico di tensioni di ogni genere. Ha colto di sorpresa tutti e un po’ tutti hanno cercato di approfittarne (compresi inquilini, ex-inquilini ed aspiranti inquilini della Casa Bianca). Come un tornado, è diventata giorno dopo giorno sempre più potente mutando con una velocità impressionante. Per evitare che travolgesse ogni cosa, e in attesa che esaurisca le proprie forze, le autorità più attente a mantenere la pace sociale sono state costrette a correre ai ripari annunciando profonde riforme (a Minneapolis lo smantellamento del locale dipartimento di polizia, a New York la penalizzazione della stretta al collo).  Manovra disperata vanificata dallo stillicidio di omicidi commessi in quel paese dagli agenti di polizia, l’ultimo dei quali avvenuto la notte del 12 giugno, due sere fa, quando un altro nero è stato ammazzato ad Atlanta nel corso di un controllo da parte di una pattuglia. Si chiamava Rayshard Brooks e la sua terribile colpa era di dormire nella propria auto all’interno del parcheggio di un ristorante fast-food, con gran disappunto del proprietario del locale che ha richiesto l’intervento della polizia. Ora quel proprietario non avrà più preoccupazioni simili: il suo spaccio di merda è stato incendiato ieri notte, nel corso di una protesta che ha fatto registrare oltre trenta arresti. All’inizio gli agenti si sono giustificati dichiarando che Brooks si era ribellato all’arresto, minacciandoli col loro stesso taser che aveva sottratto durante la colluttazione. Ma poi l’ennesimo video li ha clamorosamente smentiti, mostrando come uno di loro gli avesse sparato alle spalle a distanza mentre cercava di scappare. L’agente che ha fatto fuoco è stato immediatamente licenziato e il capo della polizia di Atlanta si è subito dimessa al fine di «ristabilire la fiducia nella comunità», ma è ovvio che quella fiducia è persa per sempre. Andata letteralmente in fumo. Lo scrittore nero James Baldwin diceva che «l’impossibile è il minimo che si possa domandare». Dopo l’omicidio di George Floyd nel giro di pochi giorni in tutti gli Stati Uniti folle di persone sono passate da una richiesta comprensibile, come l’arresto dei poliziotti responsabili della sua morte, ad una rivendicazione iperbolica come l'abolizione della polizia. Si tratta di una rivendicazione radicale, ottima per procurar battaglia (come scoperto dal sindaco di Minneapolis, il quale è stato insultato ed allontanato da un incontro pubblico per essersi rifiutato di appoggiarla). Ma se a furia di essere ripetuta diventasse conseguente — non più una provocazione momentanea per aprire le ostilità, bensì un obiettivo da realizzare — dove porterebbe una simile rivendicazione? All’inferno di una sicurezza la cui garanzia sarà contesa fra gruppi di autodifesa (modello sinistro, gli Asayish curdi) e movimento delle milizie (modello destro, gli Oath Keepers statunitensi), o all’utopia di una libertà che non offre alcuna garanzia, alcuna sicurezza, e dove spetta ad ognuno il compito di badare a sé, a chi ama, a chi sente vicino? Per altro, a quale nuova autorità affidare il compito di decretare tale abolizione? Lo stesso autore di La prossima volta, il fuoco ricordava che «la libertà non è una cosa che si possa dare; la libertà uno se la prende, e ciascuno è libero quanto vuole esserlo». Per cui l’impossibile è sì il minimo che si possa chiedere, ma solo perché — essendo una richiesta inaccettabile — permette di smettere di chiedere ponendo fine ai negoziati. Che dei politici tentino di cavalcare la rivolta, che in mezzo ad essa si possa trovare di tutto, ciò non può stupire nessuno. Ma questo non significa restare indifferenti. I politici vanno disarcionati, non importa quali riforme istituiscano, quante dimissioni pretendano, che regole di ingaggio modifichino. I militanti autoritari vanno neutralizzati, non importa quali siano le loro intenzioni. Nel vecchio continente la differenza fra autorità e libertà non scompare all'interno delle composizioni «anticapitaliste», così come nel nuovo mondo non scompare all'interno delle composizioni «antigovernative».  Inferno o utopia — o l’uno o l’altra. Ignorarlo o confonderli significa ottenere al massimo la possibilità di venir arrestati un domani per aver cercato di smerciare una banconota di 20 dollari, ma con sopra l'immagine della schiava ribelle nera Harriet Tubman anziché del presidente schiavista bianco Andrew Jackson.

Tratto da Finimondo, 14 giugno 2020