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Questa è un'immagine delle rivolte che si stanno scatenando a Minneapolis, dopo l'uccisione di un ragazzo afroamericano da parte delle solite merde della polizia. Commissariati date alle fiamme, supermercati saccheggiati, banche attaccate, scontri con la polizia e strade occupate. Il messaggio è chiaro: per rompere con razzismo e autorità bisogna prendersela con il mondo che le genera.

Poi se il fiume in piena inizia a scorrere in altre città come a Los Angeles, Memphis, Louisville, Denver e New York, allora la rivolta inizia ad avere un respiro più lungo e più per pericoloso per chi comanda. George Floyd non respirava sotto il ginocchio di uno sgherro del potere. Da alcuni ghetti, e non solo, suona forte chiaro un urlo di rivolta nell'epoca del virus: respirare significa tentare di liberarsi da chi ci costringe a vivere una vita con quel ginocchio puntato sul collo ogni giorno, per farla finita con qualsiasi autorità che soffoca ogni nostro desiderio.

Quello che segue è l’ultimo articolo di Ivan Illich (1926-2002), scritto a quattro mani con Silja Samerski. La mattina stessa della sua morte lo aveva rivisto, aggiungendovi alcune note. Nel corso delle settimane precedenti si erano incontrati regolarmente per pensare insieme quale fosse il modo migliore di descrivere la distruzione dell'esperienza concreta e sensuale del presente attraverso l'ossessione per il rischio statistico.  

Circa una trentina di anni fa, il National Institute of Mental Health pubblicava uno studio attestante che un gran numero di consultazioni mediche si concludevano con la prescrizione di un derivato dal valium o di un altro tranquillante. All'epoca, questo articolo provocò un acceso dibattito sui danni iatrogeni di una simile anestesia di massa. Oggi, non è solo la salute dei pazienti a rischiare d’essere danneggiata da terapie avventuristiche, è il loro stesso avvenire ad essere minacciato dalle previsioni statistiche. Sia in caso di prevenzione dal cancro, che di esame prenatale o di test postoperatori a seguito di un tumore allo stomaco, il paziente corre un «rischio» attestato dal punto di vista medico che, come una spada di Damocle, rimarrà sospeso sul suo presente come un pronostico. Questa nuova epidemia di insicurezza, causata dalla confusione fra un profilo di rischi ed una diagnosi medica, è finora sfuggita ad ogni dibattito critico.


Sul buon uso di numeri e statistiche

Il nuovo libro di Gerd Gigerenzer, Quando i numeri ingannano: imparare a vivere con l'incertezza, ha come tema l'influenza delle probabilità statistiche e i malintesi che generano. Comincia chiarendo l'errore costituito dallo scambiare i risultati dei test per delle certezze. Procedimenti come la mammografia, il rilevamento di anticorpi anti-HIV nel sangue o i test genetici sulla propensione all'obesità producono sicuramente una massa di dati, ma non permettono di dedurre cosa ne è di quella specifica persona. Tutto ciò che fanno è allargare il ventaglio di possibilità angoscianti e seppellire ciò che è sotto gli strati di ciò che potrebbe essere. Partendo da un profluvio di dati, gli esperti in statistica calcolano le probabilità che dapprincipio vengono interpretate come rischi dai fondi assicurativi e dagli epidemiologi prima d’essere interiorizzate dai pazienti come se fossero verdetti. Durante la consultazione medica, un «rischio attestato di cancro al seno» o una «probabilità di longevità ridotta» per chi pretende di sottrarsi a un trattamento radiologico sono interpretati come minacce personali, mentre non è che l'espressione numerica della frequenza di determinati eventi all'interno di grandi complessi. Il paziente, che non si rende conto che i «rischi» che il medico gli imputa sono solo le probabilità di insorgenza di determinate caratteristiche in schiere fittizie di pazienti, considera le dichiarazioni del medico come se fossero rivolte in modo particolare alla sua stessa carne. Gigerenzer vorrebbe porre fine a queste ingenuità una volta per tutte. Secondo lui, se il cittadino moderno non vuole più farsi fregare, deve capire che il mondo non ha più una realtà tangibile. Gigerenzer ritiene sia giunto il tempo in cui l'homo educandus non deve più solo familiarizzare con i rudimenti del calcolo delle probabilità, ma anche assimilarne le regole. In quanto direttore dell'Istituto Max Planck per lo sviluppo umano di Berlino, con il suo libro pretende di smaliziare sia gli esperti che i profani iniziandoli agli arcani del calcolo dei rischi. Le conoscenze statistiche acquisite alla sua lettura dovrebbero avere un doppio effetto: anzitutto dovrebbero costituire una salvaguardia dalle acrobazie statistiche ingannevoli, oltre a voler convincere il lettore che una valorizzazione critica del calcolo delle probabilità è la quintessenza del pensiero illuminato. Non si limita a dissipare l'illusione secondo cui un test HIV sarebbe una diagnosi o un'impronta genetica, una prova di colpevolezza, ma intende espellere dalle menti dei suoi allievi ogni sentimento di certezza intuitiva. Ritenendo che l'evoluzione umana sia stata superata dai progressi della tecnica, lo psicologo stima che non vi sia più motivo di affidarsi ai sensi carnali. La stessa fiducia nella realtà è, a suo avviso, un’illusione. Chiunque insista, dopo questa lezione, a basare i propri giudizi sulle proprie intime certezze invece di soppesare possibilità e rischi non è soltanto in ritardo, ma si espone al pericolo. È in nome di questi nuovi Lumi che Gigerenzer annuncia ai suoi lettori che solo il cittadino che ha abiurato la propria intuizione e la propria esperienza possa aspirare al titolo di cittadino adulto.

Calcolo e senso comune

Si tratta dello stesso Gigerenzer che, alla fine degli anni 80, studiava come a partire dalla metà del XX secolo gli psicologi fossero giunti progressivamente a considerare il cervello una macchina calcolatrice. Nei suoi studi sulla storia dell'intelletto umano ritenuto un intuitivo statistico, descriveva come i suoi colleghi pretendessero di verificare l'ipotesi che i loro porcellini d'India erano in grado di valutare concretamente le probabilità. Non essendo il teorema di Bayes programmato nel cervello e non corrispondendo le stime umane ai risultati dei calcoli statistici, gli psicologi che pretendevano di esplorare le capacità del giudizio umano gli imputavano parzialità e impotenza. «Gli psicologi del ventesimo secolo avevano un tale rispetto per la teoria matematica delle probabilità e la statistica da insistere [...] a voler riformare il buon senso umano al fine di renderlo conforme alla matematica». Ma oggi, secondo Gigerenzer, il senso comune è un'entità superata. Nel gioco a dondolo di un mondo tecnogeno, chiunque voglia rimanere in sella non ha altra possibilità che interiorizzare le sue leggi: «Il mio proposito è quello di divulgare le regole di un pensiero chiaro e facile da comprendere al fine di aiutare chiunque ad orientarsi fra le innumerevoli incertezze del nostro mondo moderno, dominato dalla tecnica». La maggior parte degli esempi con cui pretende di illustrare la necessità di un'educazione al pensiero probabilistico per la condotta della vita quotidiana sono tratti dalla medicina e dalla giurisprudenza, e la loro morale è sempre la stessa: molte sventure potrebbero essere evitate se gli esperti e i profani fossero meglio istruiti in fatto di statistica. Il test del DNA conduce parecchi imputati dietro le sbarre senza che i giudici tengano conto del fatto che anche una corrispondenza effettiva tra i profili genetici esaminati può essere una coincidenza statistica. Dopo un test HIV positivo, David è tentato di suicidarsi fin quando non viene a sapere che un tale risultato non è una diagnosi e che in una popolazione normale, su due test positivi, uno è falso. È senza dubbio grottesco come quegli stessi esperti — medici, avvocati, consulenti in materia di Aids — che mettono i risultati dei test sotto gli occhi dei loro clienti prima di intimidirli con batterie di esami di laboratorio e di probabilità, non abbiano la minima idea della portata limitata dei giudizi fondati sulla statistica. Gli esempi di «diagnosi» patogene menzionati da Gigerenzer sono impressionanti: uomini in piena salute che si sottopongono al test per la diagnosi precoce del cancro alla prostata perché credono di sfuggire così alla prospettiva di morte per cancro, e gli effetti di questo screening e dei trattamenti connessi sono spesso l'impotenza e l'incontinenza. O, meno fortunate di David, persone che si suicidano dopo che un test sull'HIV ha fatto loro credere di avere l'Aids. Più o meno ogni anno, circa centomila donne tedesche si sottopongono all'ablazione del seno a seguito di una mammografia errata. I casi di interventi ingiustificati vanno dall'esame di tessuti vitali alle peggiori mutilazioni. Come avvertimento sulle conseguenze pericolose e perfino fatali dell'illusione che la vita possa essere assicurata ed i servizi medici garantiti, il libro di Gigerenzer adempie magnificamente al suo scopo. Se alcuni passaggi critici sono sconvolgenti, è per il loro candore, come ad esempio quelli in cui Gigerenzer parla del «valore predittivo positivo» di tale esame di laboratorio. Dopo aver appreso che su dieci donne disperate per una «mammografia positiva» una sola soffre di cancro al seno, o che in una popolazione normale appena la metà dei test HIV positivi attesta un'infezione effettiva, il lettore si lascerà ancora intimidire da quel «valore di predizione»? La differenza tracciata da Gigerenzer tra il rischio «relativo» e quello «assoluto» ci sembra particolarmente illuminante. Le campagne pubblicitarie a favore della mammografia continuano a predicare che gli esami regolari riducono del 25% la mortalità per cancro al seno. Ciò significa che in dieci anni, nel gruppo controllato con mammografie, tre donne su mille saranno morte per cancro al seno, mentre ce ne saranno quattro nel gruppo senza mammografie. È facile dedurne che lo screening abbia ridotto di un quarto il rischio relativo. Il rischio assoluto, in compenso, è stato ridotto solo da quattro a tre casi su mille, vale a dire dello 0,1%. Ciò significa che 999 donne su mille saranno state orientate inutilmente verso la mammografia e che i risultati falsamente positivi avranno inoltre scatenato un'epidemia di insicurezza fra decine di loro.

La statistica e la medicina predittiva

Gigerenzer ha ben compreso che l'impresa medica è l'esempio perfetto dell'irrazionalità di una società dominata dalla fede nella fattibilità tecnica. Il suo sguardo sobrio sui «fatti concreti» è adatto a disilludere permanentemente i suoi lettori. L'«illusione mammografica» gli serve da dimostrazione-tipo della contro-produttività della cosiddetta diagnosi precoce. Quando sottolinea inoltre la relazione tra la paura oggi dilagante del cancro al seno e le fuorvianti statistiche che la alimentano, il tutto appare davvero come un gigantesco gioco di prestigio. Il suo libro contiene potenzialmente le condizioni ideali per una discussione radicale sulle conseguenze patogene della trasformazione tecnica della società e sul suo servilismo nei confronti dei test. La questione di cui discutere è: com’è diventato possibile che oggi dei cittadini in piena salute siano diventati dipendenti dal verdetto di esperti e di apparati tecnici pur di ottenere l'«assicurazione» che probabilmente non hanno niente? Ma Gigerenzer non si spinge oltre. Lungi da chiedersi come un modo di diagnosi patogena possa diventare un bisogno, il ricercatore in sviluppo umano preferisce mettere sul mercato la panacea della sua pedagogia statistica. Come la sua precedente discussione sulla creduloneria popolare di fronte alla medicina, il suo «ABC dello scetticismo» resta superficiale. Si limita a fornire al lettore i rudimenti della valutazione delle «possibilità» e dei «rischi». Quanto al presupposto cognitivo di tali concetti, lo lascia accuratamente nell'ombra, quale forma di pensiero di corte in cui il cittadino concreto subisce una mutazione che lo riduce alla condizione di membro senza volto di una popolazione. Ecco perché l'espressione rischio personale è un ossimoro, una contraddizione in termini. Il fatto che lo psicologo che si occupa da anni della divulgazione di concetti statistici non dia alcuno spazio a questo paradosso costituisce la principale debolezza del suo libro. Le probabilità traducono in cifre la frequenza di un evento in una corte immaginaria, e questo Gigerenzer lo spiega bene. Tuttavia, non trova parole per stigmatizzare il significato limitato di tali probabilità e la loro strana trasformazione in «rischi» minacciosi non appena varcano la soglia della clinica o dell'ambulatorio. Gigerenzer ha perso l'occasione di attirare l'attenzione su un malinteso epidemiologico, cioè sulla supposizione infondata che un «rischio» clinicamente attestato sia la quantificazione di una minaccia che graverebbe su un particolare paziente. Nasconde così sotto il tappeto uno dei maggiori pericoli associati alla vacuità di concetti statistici nel pubblico: oggi, ogni conversazione con un medico, un genetista o un consulente in materia di Aids provoca quasi inevitabilmente paura, perché i calcoli delle probabilità vi si confondono con previsioni o, peggio, con diagnosi. Per definizione, le probabilità non si riferiscono mai a una persona concreta, ma ad un casus costruito; mai a un «io» o un «tu» che potrebbero essere presenti in una conversazione in corso, ma sempre a un «caso» membro di una popolazione statistica. Quando per giunta Gigerenzer mette sullo stesso piatto le probabilità statistiche e i «pericoli» vissuti, cade nella medesima trappola che si era proposto di segnalare: fregia lui stesso la cifra astratta di una frequenza con un’apparente concretezza e la carica in questo modo di significati falsamente comuni, trasformando così un concetto statistico in una pseudo-realtà di cui si presume i pazienti debbano fare esperienza. Gigerenzer riproduce così, a un livello superiore, proprio ciò che pretende di criticare. Invece di chiarire in profondità il pensiero del rischio, lo strofina come un unguento per farlo penetrare sotto la pelle dei suoi lettori. In Quando i numeri ingannano, il «cittadino adulto» viene rattrappito alla dimensione di un «consumatore informato». L'idea che ciò che dovrebbe essere oggetto di un sano scetticismo sia presupposto di un significato concreto di un «rischio attestato di cancro al seno», o di un risultato astratto da laboratorio come «HIV positivo» o «trisomia 21 [sindrome di Down]», non lo sfiora nemmeno. Quando documenta la contro-produttività del sistema medico moderno, non vede che la radice del male è l'ossessione sociale per la salute, ma l’attribuisce all'atavismo della conditio humana, proprio quella che l'ossessione medica pretende di eliminare dal suo cammino. In quanto praticante di scienze cognitive, pensa di essere arrivato al seguente risultato: secondo lui, l'homo sapiens non è sufficientemente adattato al mondo che lui stesso ha creato, lo dimostra il fatto che, invece di fare affidamento sul calcolo dei rischi, l'uomo si affida ancora ai propri sensi. In qualità di esperto di educazione, è qui che vorrebbe dare il suo contributo: dipendesse da lui, già domani in Germania tutti i programmi d’istruzione includerebbero un piano in tre livelli di alfabetizzazione alla statistica. Gigerenzer considera «adulto» solo il cittadino che ha imparato ad informarsi costantemente sui suoi rischi e a valutarli correttamente. Se il calcolo delle probabilità venisse proclamato sulla piazza del Municipio, pensa Gigerenzer, il minimo consumatore normale diventerebbe capace di cavarsela in un mondo in cui tutto viene calcolato. La probabilità di un incidente in autostrada, il valore di previsione positiva di una mammografia, i rischi sanitari di una bevuta con gli amici del quartiere dovrebbero essere oggetto di una educazione che trasformi chi non vede i numeri in uomini e donne della ragione. Per il cittadino adulto di Gigerenzer, il buon senso deve essere dichiarato fuori uso. Avendo decretato che le certezze sensoriali sono illusioni evolutive, non c'è nient'altro su cui basarsi se non una collezione di valori il cui significato dev’essere testato statisticamente. Quando Gigerenzer farà l’appello dei cittadini adulti, potrà rispondere «presente» solo chi avrà sottomesso il suo cuore e la sua mente al calcolo dei rischi.

Tratto da Finimondo

Carcere di Piacenza, 15 maggio 2020

Grazie a tutti voi!

Grazie per il kit di buste e bolli!

Io (Nicole) ed Elena siamo in AS3. Siamo arrivate alle 11.30 circa del 13 Maggio, dopo un primo passaggio in una tenda posta esternamente per misurare la temperatura corporea alle nuove detenute, siamo state messe in isolamento sanitario per 15 giorni (celle singole ma adiacenti). Non possiamo accedere alla palestra e alla biblioteca, dopo che c’eravamo state per 2 giorni, causa emergenza Covid e nostro isolamento. Dopo tale misura non saremo più potenziali veicoli di infezione… dopo una nostra incazzatura ci hanno dato 4 libri e ci stanno preparando il regolamento interno (è dall’ingresso che lo chiediamo)… vedremo.

Abbiamo 2 ore d’aria al dì, da fare separatamente dalle altre sempre per emergenza Covid e quindi le facciamo assieme (con mascherina) alle 12-13 e 15-16.

Come saprete qui c’è anche Natascia che al momento riusciamo a vedere solo di striscio quando attraversiamo il corridoio, ma i suoi sorrisi sono stati e sono fondamentali. Speriamo di poterla abbracciare presto. Oggi abbiamo avuto l’interrogatorio e ci siamo avvalsi della facoltà di non rispondere. Eravamo in videoconferenza insieme a tutti gli altri.

Lunedì vedremo gli avvocati. Di ieri la notizia che dal 19 c.m. al 30/06 riprenderanno i colloqui visivi e saranno mantenuti i colloqui via Skype. Questa operazione (che ci pare aver capito chiamata “RITROVO”?) ha quali capi di imputazione l’ormai noto 270 bis e 270 bis1 (aggravante) per 11 su 12, istigazione a delinquere tramite articoli, volantini e manifesti con l’aggravante dell’uso di strumenti informatici – Tribolo.noblogs.org e la piattaforma roundrobin.info -; danneggiamento di un Bancomat BPER nel corso di una manifestazione non autorizzata il 13/02/2019; imbrattamento e deturpamento con vernice spray su edifici a Modena e Bologna con scritte comparse dal dicembre 2018 ad oggi per tutti. Incendio, per uno degli imputati più altri allo stato da identificare, ai ponti ripetitori delle reti televisive in via Santa Liberata (Bo) nella notte tra il 15 e il 16/12/2018.

Che dire?… “la commissione dei reati – fine […] non è necessaria” (cit. pag.21 ordinanza)… forse l’ennesimo tentativo dopo Outlaw e Mangiafuoco – finite in una bolla d’aria – di chiudere la bocca a chi “odia gli sfruttatori” (cit. pag.20 ordinanza)? E cosa più importante non ne fa un mistero ma lo urla al mondo. L’ordinanza porte il timbro del 6 marzo. Ci chiediamo se questi miseri esseri senza qualità abbiano deciso di rimandare il nostro arresto al 13 Maggio per risparmiarci l’ingresso in carcere nel pieno dell’emergenza Covid19 o se lo abbiano fatto per evitare in quel periodo ulteriori presenze scomode e ribelli nelle gabbie di Stato. La risposta viene da sé. Medici e guardie, fusi in un corpo unico qui come altrove, si rivendicano la loro «scelta di vita». I medici in particolare, incalzati dalle nostre domande provocatorie sul loro ruolo durante la prima visita, hanno fieramente sostenuto di svolgere il loro lavoro per la tutela della salute delle persone in galera.

A conti fatti, visti i morti e i malati di e in carcere, non possiamo che concludere e urlargli in faccia che il loro lavoro lo fanno decisamente male nonché in completa armonia con le guardie.

Non può esistere in luoghi del genere, la tutela della salute delle persone, per ciò che questi luoghi sono e rappresentano. L’unica sicurezza è la libertà per tutte e tutti.

Volevamo ringraziare tutte quelle persone che ci hanno fatto sentire la loro vicinanza con i telegrammi, tanti; forse dall’esterno sembra una sciocchezza ma qui ci hanno scaldato il cuore e lo spirito. Il nostro pensiero va, in primis, a Stefy poiché è l’unica tra noi sola nel carcere di Vigevano e a tutti i nostri amici e compagni di lotta a Ferrara e Alessandria, a quelli raggiunti da obbligo di dimora nel Comune di Bologna e alle compagne e ai compagni fuori che continuano a lottare insieme a noi.

Nicole e Elena

“Gli ispettori indagano su di noi,
i dottori studiano su di noi,
i preti pregano per noi,
i morti vivono con noi,
tu, o stai con noi o sei uno in meno tra noi.”
DSA Commando, Le brigate della morte

In questo periodo di presunta pandemia da CoronaDigos (con “presunta” non intendiamo sminuire il problema, intendiamo piuttosto palesare la nostra totale mancanza di fiducia verso le informazioni propinate dalle autorità, comprese quelle sanitarie), l’ambiente rave ha dato l’ennesima dimostrazione della propria dilagante superficialità e mediocrità a livello di idee e di pratiche. A qualcuno pare assurdo, ma è proprio così.
Eh già, perché dal “reclaim the streets” degli anni 90 allo “stay at home” odierno è un attimo…
Trovarsi davanti flyers di free party o rave in streaming (ma ce la facciamo?! Streaming free party?!?! Ma che roba è?!?!?!) ha dell’incredibile…e ancora più incredibile è doversi rendere conto di come la stragrande maggioranza delle persone che promuovono questa sottospecie di eventi, teoricamente illegali per natura, se ne stiano fottendo altamente degli strumenti e dei mezzi di comunicazione ai quali affidano questi surrogati esperienziali in stile Airbnb: si tratta di piattaforme organizzate gerarchicamente il cui unico scopo è il profitto tratto dalla vendita dei nostri dati e delle nostre coscienze; le stesse piattaforme utilizzate, se non addirittura create, dal sistema per inculcare e veicolare un pensiero unico dominante; le stesse piattaforme che le autorità utilizzano per controllare e reprimere ogni nostra azione.
Chi se ne frega se certe piattaforme guadagnano con la vendita dei nostri dati “personali”; chi se ne frega se sono le stesse che ci controllano e manipolano e che credevamo di combattere; chi se ne frega se il risultato pratico è arricchire le tasche di personaggi ultra-miliardari al soldo del miglior (sbirro) offerente (per citarne uno, Jeff Bezos, tra gli uomini più potenti e ricchi al mondo, nonché titolare di Amazon); chi se ne frega! Chi se ne frega se, mentre noi godiamo della sterilità di uno streaming su schermo, la fuori stanno facendo a pezzi la libertà di movimento e di assembramento e, di conseguenza, la vita di tutt* noi. Poco importa tutto questo, se serve a tutelare la comodità sul nostro divano di casa e la nostra pigrizia emotiva…ciò che realmente conta è mettersi in mostra, fare sentire e vedere la propria “arte” e, perché no, far vedere la propria faccia strizzando pure l’occhiolino ai vari followers da una web cam!
L’aspetto più inquietante di questo tentativo di recupero e “normalizzazione” della festa risiede però nel simbolico e nel prepolitico: è impossibile non notare il completo ribaltamento dei valori di cui il rave è espressione. Il dj/producer che nella festa scompare, immerso nella folla danzante, o addirittura nascosto dietro le casse, ora diventa il protagonista, il punto focale dell’esperienza. Tutti con gli occhi fissi su chi suona e che si mostra alla ricerca di quella notorietà fondamento del business dell’intrattenimento. Non più folla estatica che suda, si sfiora, condivide la corporeità e la materialità dell’estasi e del rito, ma individui atomizzati , isolati, che condividono la celebrazione della società del consumo. Non più riscoperta e rivendicazione di un’espressione indifferente alla legge, impazzita e distopica, ma accettazione e diffusione degli strumenti di controllo e assoggettazione che il capitale ci mette a disposizione e che ci invita ad usare per normalizzarci e diventare placidi e prevedibili ingranaggi della produzione e del consumo.
L’illegalità, lo smarrimento dell’io e la condivisione di un momento al di fuori dalle regole di un sistema marcio erano parte fondamentale e fondante di un’esperienza mistico-musicale inclusiva di cui lo streaming è solo uno scimmiottamento, simulacro per banalizzare e distruggere la TAZ: un tempo ridevamo pensando a quelli che partecipavano ai silent party…beh, ora c’è da piangere!
Ma non finisce qui…
Cosa possiamo pensare di eventi in streaming che raccolgono fondi per associazioni o realtà che collaborano apertamente con le stesse istituzioni responsabili e complici dei nostri sgomberi e del continuo controllo a cui siamo sottoposti? Le stesse istituzioni che ci arrestano, che ci processano e che perseguitano l’intera vita di chi si ribella a questo mondo retto da sfruttamento e alienazione.
Per quanto ci riguarda, proviamo un’istintiva vergogna e un’irrefrenabile disgusto a pensare di far parte di un ambiente nel quale ci sono gruppi che si adoperano per creare “eventi” benefit per lo Stato (perché fare donazioni a un ospedale significa fare donazioni allo Stato, se non fosse chiaro) e per associazioni che collaborano apertamente con le istituzioni quali Comuni e organi di Polizia.
Siamo di fronte a uno, se non al più grande esperimento sociale della storia, in cui i poteri che gestiscono nazioni e istituzioni sovranazionali stanno testando il livello di sudditanza degli individui. Non possiamo accettare di vivere un simulacro di socialità rispetto ai contatti personali e sociali che vorremmo avere vagabondando liberi e ostili contro questo mondo.
Stanno cercando di abituarci a vivere una realtà virtuale e distopica, sfruttando un’emergenza sanitaria che hanno contribuito a creare e diffondere.
Stanno uccidendo la musica dal vivo, l’arte di strada, il cinema e il teatro, la vita di piazza e qualsiasi alternativa umana a una vita arida e digitale.
Non vogliamo vivere la nostra vita in streaming, non vogliamo vivere la nostra vita davanti a un monitor, vogliamo viverla sulle strade, negli squat, negli spazi liberati, nei boschi, nei capannoni abbandonati e ovunque ci pare e piace! E se ciò non fosse realizzabile, preferiamo marcire in un isolamento totale (e magari contemplativo degli errori nostri e di chi ci circonda), o, perché no, nel sottosuolo, piuttosto che sperimentare queste forme di socialità smart mediate da certi soggetti, spacciandole per giunta come una presunta alternativa a ciò che abbiamo sempre fatto…ma alternativa de che? Alternativa a cosa? A quale mondo? A quale sistema?
Meglio ammutinati con i propri corpi che naufraghi per carità.
Dov’è finita la “nostra” controcultura? Dov’è finito il movimento underground che ha dato vita a luoghi dismessi e abbandonati??
…noi ci crediamo ancora…non ci siamo ancora stancati di crederci.
Il futuro è già arrivato, è la nostra ultima occasione, se rinunciamo non sappiamo se ne avremo altre.
Pillola blu, fine della storia: domani ci sveglieremo nella nostra stanza e crederemo allo streaming che vogliamo.
Pillola rossa: restiamo nel paese delle meraviglie, montiamo il sound e vediamo quanto è profonda la tana del Bianconiglio…

“Se vuoi un’immagine del futuro, immagina uno stivale che calpesta un volto umano in eterno.”
George Orwell

Maggio 2020

La Bolla – SabotaZ Crew – & friends…

Arrabbiati. Alle nostre latitudini, gli individui affetti da rabbia venivano sottoposti a severe misure di detenzione fino all’inizio del XIX secolo, poiché si pensava che la malattia di cui soffrivano potesse trasformarli in animali selvatici. Oggi si vogliono rinchiudere gli arrabbiati che non rispettano né i limiti di spostamento né i gesti-barriera quotidiani (tre multe e potenzialmente si è arrestati, grazie allo stato di emergenza prolungato al 23 luglio), giacché si ritiene che il male dell’insubordinazione di cui soffrono necessiti della loro trasformazione in esseri addomesticati. Ma ciò significa dimenticare troppo in fretta che la rivolta può scoppiare anche nel cuore di questi luoghi di infamia, come ad Uzerche (Corrèze) lo scorso marzo, dove duecento prigionieri hanno devastato e poi incendiato circa 300 celle. In questa grande prigione sociale a cielo aperto, l'attuale laboratorio del «deconfinamento» significa null’altro che un tentativo di stringere le sbarre delle gabbie in cui tentiamo di sopravvivere, e di cui la galera sarebbe sia il punto cieco che l’apice (come punizione e come minaccia). Distruggerle tutte non è quindi solo una necessità per avanzare verso l'ignoto di una pratica esagerata di libertà, è anche uno slancio di vita elementare — siano esse di cemento munito di torrette, di cavi interrati o di servitù volontaria.  

Attaccare. Lo Stato e i suoi alleati occasionali a tratti sconcertanti che raccomandavano di autorecludersi in massa nel nome del bene comune mentre il dominio si dava carta bianca, ci sono rimasti male. Sia in periferia, dove gli scontri con la polizia non si sono fermati — con incendi di telecamere, di volanti e di edifici istituzionali —, che durante le passeggiate al chiaro di luna che hanno provocato un po’ dovunque la distruzione di decine di strutture di telecomunicazione, questi 55 giorni di confinamento nell’esagono sono stati anche contrassegnati da una certa conflittualità. Non quella di manifestanti che rivendicano un cambiamento dall'alto, ma quella di piccoli gruppi mobili che agiscono direttamente senza aspettarsi né chiedere nulla a nessuno, prendendo di mira due pilastri indispensabili a questo mondo: gli sbirri e i gendarmi garanti di un ordine spietato, e le reti di dati che gli consentono di funzionare in ogni circostanza (dal telelavoro alla telescolastica, dall'economia alla telegiustizia). Se già si sapeva che la guerra sociale non conosce tregua, è rimarchevole che alcuni ribelli e rivoluzionari non abbiano ceduto al ricatto volto alla pacificazione della mano del potere che cura a suo piacimento (selezionando, ad esempio, chi deve morire o vivere), mentre lava l'altra che colpisce, mutila, assassina e imprigiona. Ora che queste due mani si congiungono esplicitamente per formare gli sbirri in camice bianco delle Brigate Sanitarie e altri dispositivi di tracciamento; ora che i poteri di polizia si estendono a una miriade di tirapiedi armati della loro buona coscienza sanitaria (seguaci dei braccialetti elettronici, secondini col volto ben mascherato, controllori di temperature troppo alte, guardiani delle distanze di sicurezza); ora che è più che mai evidente che la digitalizzazione della nostra sopravvivenza continuerà ad accelerare... questi differenti attacchi e sabotaggi condotti in condizioni più difficili del solito potrebbero avere qualcosa da dirci: la normalità è la catastrofe che produce tutte le catastrofi. Non si tratta di implorare il suo ritorno urgente o la sua educata revisione a chi sta in alto, ma di impedirne il ritorno, sia teoricamente che praticamente, attraverso l'auto-organizzazione e l'azione diretta.  

Dati. Dai campi in cui gli input chimici permanenti sono misurati da droni e satelliti, fino agli esseri viventi addomesticati dall'ecologia della catastrofe munendo gli alberi di sensori e gli animali di chip, attraverso città intelligenti che intendono valorizzare il minimo flusso, dobbiamo affrontare continuamente questa economia del dato che quantifica il mondo riducendolo a una serie di cifre ingurgitate dai computer (presto quantistici), ma anche ad astrazioni matematiche che permettono ogni potere. Cosa c’è di più apparentemente oggettivo dei dati, se non fosse che questi sono influenzati dalla scelta arbitraria di ogni loro misura e criterio iniziali la cui domanda contiene già la risposta e che questa elaborazione di modelli è proprio ciò che consente di integrare l'autorità della gestione senza mai mettere in discussione le cause del problema, per concentrarsi sulle sue sole conseguenze previste? Come affermavano qualche anno fa alcuni feroci oppositori del nucleare e del suo mondo, dopo la distruzione volontaria di rilevatori di radioattività nei pressi di centrali nucleari: «Staccata dai suoi usi, la misura è un surrogato di sapere, quale che sia la sofisticazione delle conoscenze che vi sono investite per farla apparire. Essa diventa uno strumento ideologico quando, come il denaro, permette di modulare le effettive disuguaglianze senza rovesciare i rapporti di dominio che ne sono la causa».
La moltiplicazione di rilevatori di calore con droni e termocamere, la modellizzazione epidemiologica mediante algoritmi di comportamenti sociali ed interazioni umane per registrare, sorvegliare e tracciare, alla fine non fanno altro che consacrare una misurazione di tutto ciò che non può essere risolto dagli individui singolari, per farli rientrare nei ranghi o isolarli. Per l’ennesima volta, se l'epidemia di covid-19 non è che il pretesto per accelerare e consolidare una griglia tecnologica e sociobiologica non prevista, costituisce nel contempo il suo schema ideale nel nome di ciò che è in gioco: il pericolo di una morte improvvisa che rinvia alla vita in sé e non alla sua qualità. È così che finiamo per belare «viva la vita» come qualsiasi mistico religioso, piuttosto che cercare di rafforzare ed estendere il legame tra quest'ultima e la rivolta contro l'esistente che le dà un senso.  

Distanziamento sociale. L'integrazione di distanze di sicurezza asettiche tra gli esseri umani nelle strade, nei trasporti, nelle caserme di addestramento o in quelle di sfruttamento è in linea col progetto di un dominio su corpi-soggetti atomizzati che interagiscano essenzialmente in modo telematico. In un momento in cui ciascuno è chiamato a diventare un imprenditore autonomo che valorizza anche il suo capitale-salute, perché rischiare l'ignoto al di fuori della famosa cerchia familiare che costituisce notoriamente un modello di salubrità fisica e mentale? Il distanziamento fisico permanente tra individui permetterebbe così che il gregge si mantenga in buona salute e produttivo malgrado l'epidemia in corso e quelle a venire, facilitando la sorveglianza, l'identificazione e l'isolamento dei corpi sospetti, indocili o superflui grazie ad una massa circolante meno compatta. Allo stesso modo consentirebbe di accelerare una ristrutturazione del flusso dei contatti e dei rapporti umani ottimizzandoli maggiormente affinché non si perdano più in tutti questi eccessi di vita troppo umani e decisamente improduttivi. Ammettiamo che contestare un tale progetto verso un mondo meglio ordinato e più fluido che arriva fino alla minima nostra interazione fisica sarebbe a dir poco irresponsabile!
Un simile progetto di massa non può beninteso funzionare in modo unilaterale grazie al solo manganello, e cosa c’è di meglio di un'epidemia col suo corteo di morti per poter contare sulla partecipazione di una maggioranza di cittadini impauriti che preferiscono la sicurezza alla libertà, la gerarchia accettata alla reciprocità senza delega, l'autorità rassicurante all'auto-organizzazione incerta? A titolo di esempio, gli occhi del potere che già si esercitavano a individuare ogni assembramento sospetto, a reprimere qualsiasi movimento incontrollato di massa, a regolare i comportamenti imprevedibili al di fuori della circolazione ordinaria non sono più soli: «mantenete la distanza» e che ognuno rimanga chiuso nel suo perimetro invisibile, rischia di diventare una delle ingiunzioni più banali, sia essa sbraitata da un drone poliziesco o borbottata da qualcuno perso nel suo schermo.
Il fatto che le misure di distanziamento sociale siano seguite ben oltre situazioni e relazioni interindividuali particolari, dal senso di colpa o dal riflesso di obbedienza, mantiene soprattutto l'illusione che questa società di concentramento e di flussi non sia la fonte dell'epidemia di covid-19, ma che sia sufficiente gestire bene questo momento adattandosi alle nuove condizioni perché tutto l'orrore di questo mondo possa continuare a propagarsi (quasi) come prima. Il diffuso rispetto per questo distanziamento da sé e dagli altri, insostenibile senza grossolane contraddizioni, è il risultato di un esercizio difensivo di temperanza e autodisciplina — integrato perfino in alcuni incontri o manifestazioni — che non solo non agisce contro l’esistente mortifero, ma per di più rafforza solo l’insieme delle separazioni che già lo attraversano. Separazioni in seno alla pienezza della vita per estrarne la sfera del lavoro che consenta l'economia, o quella del sapere condiviso che permetta l'educazione; completa separazione tra ciò che produciamo e le sue finalità; separazione, inoltre, tra il pensiero e l’azione, che apre la strada alla politica.
Una volta che la vita viene sezionata in pezzi catalogati e staccati gli uni dagli altri, una volta che il mondo interiore, il linguaggio e l'immaginario vengono ridotti a riprodurre un eterno presente col dominio come unico orizzonte, non restava ancora che distanziare radicalmente gli atomi fra di loro e con il loro ambiente immediato all'interno della massa informe: la crescente virtualizzazione dei rapporti vi sta in parte provvedendo, il distanziamento fisico generalizzato potrebbe completare questo lavoro di separazione dal reale, trasformando senza ritorno ciò che resta di direttamente sensibile in ognuno di noi.  

Virus. Se ciò che preoccupa le belle anime del movimento è frenare la diffusione su scala collettiva del covid-19, si pensa veramente che moltiplicare i piccoli gesti individuali distanziati, mascherinati e di barriera cambierà la situazione, come si autogestisce la propria dose di radioattività in territorio contaminato per continuare a consumare e a produrre? Non è ovvio che gli imperativi economici li rendano altrettanto vani a livello globale quanto il differenziare i rifiuti per salvare il pianeta? Anche a costo di comportarsi da amministratori responsabili del disastro, perché non tentare allora di sradicare i principali focolai di contaminazione che ormai sono noti a tutti, come il trasporto pubblico, i commissariati, le scuole, le fabbriche e i magazzini? Tanto più che si conosce da secoli anche un comprovato rimedio contro i virus: il fuoco. Certo, questo rischierebbe di provocare tutta una serie di altri problemi, come quello di un mondo che ci ha reso completamente dipendenti, ma alla fine bisogna pur sapere cosa si vuole: cercare di frenare il virus chiedendo allo Stato più mezzi per gli ospedali e la ricerca, così come il rigoroso tracciamento delle persone contaminanti, oppure occuparsene direttamente da soli devastando l'organizzazione sociale ed economica che lo favorisce e lo propaga. Sempre che si voglia salvare qualcosa, ovviamente.

Tratto da Avis de tempêtes, n. 29, 15/5/20 - traduzione Finimondo