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È assolutamente necessario chiarire il termine vaccinazione in rapporto a quello di immunizzazione. I media e il mondo farmaceutico hanno influenzato il pubblico facendogli credere che vaccinazione sia equivalente ad immunizzazione. Per quanto mi riguarda, sono favorevole all’immunizzazione. Vaccinare significa iniettare sostanze nel corpo. Questa pratica nonimmunizza. Sono due cose completamente diverse. La creazione dell’immunizzazione è un processo naturale. Il corpo utilizza diversi mezzi di difesa. La prima linea di difesa è la pelle, a cui spetta il compito di fermare tutto ciò che potrebbe essere nocivo al corpo. Con un vaccino, questa legge di natura viene completamente ignorata e raggirata, dato che si iniettano prodotti a cui la pelle impedirebbe di penetrare nel corpo. Abbiamo anche un sistema respiratorio che è parte integrante delle difese del corpo. Si tossisce, si starnutisce, ci si soffia il naso per poter espellere il potenziale “invasore”. La tosse e gli starnuti sono il risultato di un sistema immunitario che funziona. Non si tratta di reprimere queste reazioni con degli antipiretici, degli antistaminici, ecc. Se utilizzate questi mezzi rischiate di facilitare il ruolo degli “invasori”. Disponiamo anche di un sistema linfatico che, in associazione con il lavoro degli intestini, potrà lottare contro gli “invasori” più temibili. Se il vostro sistema immunitario è indebolito al punto da permettere agli “invasori” di superare queste barriere, questi — vivi o morti — potranno penetrare nel flusso sanguigno. Una volta nel sangue, questi “invasori” possono raggiungere qualsiasi parte del corpo. Cosa per niente buona! Un vaccino vìola tutte le leggi di difesa immunitaria naturali. Il vaccino fa penetrare un potenziale patogeno contenente ogni genere di ingredienti tossici (alluminio, formaldeide, ecc.) direttamente nel flusso sanguigno. Questo non potrebbe mai accadere con una immunizzazione naturale ben costruita. Quest’ultima frase è di per sé una specie di contraddizione. L'immunizzazione è una cosa naturale. I vaccini sono cose artificiali.

Kurt Perkins

Allineati di paura ringraziamo

la paura che ci salva dalla follia.

Decisione e coraggio è merce rara

e la vita senza vita è più sicura.

Avventurieri ormai senza avventura

combattiamo, allineati di paura,

ironici fantasmi, alla ricerca

di ciò che fummo, di ciò che non saremo.

Allineati di paura, con voce fioca,

col cuore fra i denti, siamo

i fantasmi di noi stessi.

Gregge che la paura insegue,

viviamo così vicini e così soli

che della vita abbiamo perso il senso.   (Alexandre O'Neill, 1962)  

Si dice che nel corso della riunione annuale del famigerato Club Bilderberger — il gotha mondiale della politica, dell'economia e della finanza — tenutasi nel maggio 1992 ad Evian, in Francia, l'ex-segretario di Stato statunitense Henry Kissinger abbia dichiarato a proposito della grande rivolta che poche settimane prima aveva infiammato Los Angeles: «Se delle truppe delle Nazioni Unite entrassero a Los Angeles per restaurare l'ordine, gli americani oggi si sentirebbero oltraggiati domani ne sarebbero riconoscenti. Ciò avverrebbe soprattutto se li si informasse che un attacco proveniente dall'aldilà minaccia la loro esistenza. In tal caso i popoli della terra pregherebbero i propri leader di liberarli da quei malvagi. Ciò che tutti gli uomini temono è l'ignoto. Quando verrà presentato loro questo scenario, saranno pronti ad abbandonare i loro diritti individuali in favore del proprio benessere, garantito dal loro governo mondiale». Autentica o apocrifa che sia questa citazione, esprime perfettamente un caposaldo della ragione di Stato. Per ottenere obbedienza, nulla è più efficace dell'arma della paura. Il terrore paralizza i movimenti, ottunde la mente, rende deboli e indifesi. Ammutolisce la critica e spinge tutti ad invocare aiuto, senza guardare in faccia i soccorritori e senza metterne in dubbio intenzioni e mezzi. Questo terrore così funzionale deve quindi essere creato ed alimentato in permanenza. A differenza dei regimi dittatoriali, che storicamente si contraddistinguono proprio perché è lo stesso governo ad esercitare il terrore sui propri cittadini-sudditi, nelle democrazie il panico viene creato attraverso l'evocazione di una minaccia esterna. Agitandone lo spauracchio, lo Stato può ritagliarsi e recitare il ruolo di eroe salvatore — da ripagare con gratitudine, e a cui essere riconoscenti per la vita. Ciò spiega il motivo per cui, all'interno della grande rappresentazione mediatica della paura, il palcoscenico non rimane mai vuoto. Personaggi terrificanti si susseguono uno dopo l'altro, si incrociano, si accoppiano, prolificano pure, accalcandosi talvolta nello stesso momento e nello stesso spazio. Ma il canovaccio resta sempre lo stesso. Un grave pericolo incombe su tutti noi, onnipresente, invisibile, pronto a colpirci all'improvviso. Bisogna stare attenti, e quindi bisogna innanzitutto mettersi sull'attenti. Ogni angolo buio che attraversiamo potrebbe diventare la scena di un delitto — ben vengano i controlli che ci difendono da assassini e stupratori. Ogni straniero in cui ci imbattiamo (soprattutto se povero) potrebbe essere un terrorista — ben vengano i centri di identificazione, le deportazioni e la chiusura delle frontiere che ci proteggono dai kamikaze. Persino ogni abbraccio e ogni bacio che ci scambiamo potrebbe essere fatale — ben vengano le vaccinazioni di massa (come stanno cercando di fare in quest'ultimo periodo in Toscana per debellare una meningite che dicono abbia causato una decina di morti in quindici mesi, compreso chi è morto subito dopo essersi fatto vaccinare!) per prevenire le malattie. Per riacquistare pace & serenità basta mettersi nelle mani degli esperti, dei professionisti, di chi ha le conoscenze e le competenze in materia. In una parola, nelle mani dello Stato. Quello Stato da cui siamo sempre più dipendenti e che, sebbene mostri ogni giorno di più la propria infamia, costituisce il punto di riferimento costante e ineludibile. Biasimiamo i suoi pretoriani quando torturano e ammazzano i malcapitati che finiscono nelle loro grinfie, ma poi li acclamiamo quando temiamo che qualcuno possa disturbare il nostro sonno. Insultiamo i suoi funzionari quando veniamo a conoscenza delle quotidiane malefatte che commettono, ma poi li votiamo quando loro stessi ci convocano alle urne.  Lo Stato prima inocula il veleno che causa la morte sociale, poi offre l'antidoto che promette uno straccio di sopravvivenza. Pensiamo ad esempio alla «minaccia» odierna che sarebbe costituita dagli stranieri, da quelle masse di profughi che premono ai confini europei così come da quei pochi terroristi che si fanno saltare in aria nelle strade europee (non sono affatto da equiparare, lo sanno tutti, ma è molto più facile presentare i primi come infiltrati dai secondi per suscitare una comune esecrazione). Prima i loro paesi vengono invasi, colonizzati, sfruttati, affamati, bombardati — e da chi? —, poi quando chi vi abita scappa qui disperato a portarci la miseria in casa, quando chi vi combatte viene qui furioso a portarci la guerra in casa... ci stringiamo attorno allo Stato in attesa di misure razziste e poliziesche che dovrebbero salvarci. È quanto accade in tutti gli ambiti, nessuno escluso. Chi ha costruito armi e centrali nucleari è lo stesso che si invoca in caso di fuga di radiazioni. Chi ha autorizzato il commercio e l'uso di sostanze tossiche è lo stesso da cui si pretende la bonifica dei territori che ha contaminato. Chi ha creato in laboratorio virus letali è lo stesso a cui ci si affida per debellarli con cure miracolose. Il mondo della politica, dell'economia, della finanza, della scienza... ha rovinato la nostra vita, privandola di ogni bellezza e passione, riducendola a un quotidiano trascinare di catene per elemosinare una briciola e un sorriso. Ed è a questo stesso mondo composto da tanti carnefici non lordati di sangue, ben presentabili nei loro doppiopetto e nei loro camici bianchi, che ci rivolgiamo per avere protezione dai pericoli che loro stessi hanno provocato.  Nemmeno il flusso continuo di informazioni contrastanti sull'effettiva natura delle minacce che graverebbero su di noi pare consigliare una sana diffidenza nei confronti delle dichiarazioni delle autorità, tanto meno induce a mettere in discussione queste campagne del terrore che vengono periodicamente scatenate. Al contrario, non fa che alimentare l'ansia, quell'apprensione o spiacevole tensione provocata dall'intimo presagio di un pericolo imminente e di origine sconosciuta. E l'ansia è sempre sproporzionata allo stimolo noto, alla minaccia e al pericolo che ci sovrastano realmente. E si finisce per ritrovarsi in un paesello di campagna a scrutarsi continuamente attorno per timore del «Salah» di turno. A detta degli stessi esperti, esistono due forme di paura. La cosiddetta «paura primaria» è quella che stimola e fa reagire l'individuo, che in questo modo riesce a controllare e a superare la minaccia. La cosiddetta «paura secondaria» invece è quella che paralizza l'individuo e lo rende inerme, passivo di fronte a quanto lo turba. Non c'è reazione, c'è solo annichilimento. Ed è quest'ultima paura ad essere oggi alimentata in tutte le maniere, con l'evocazione di scenari da incubo e di complicazioni giudicate insormontabili. In realtà, il pericolo più terribile che incombe è quello che si riassume nel concetto di fatalità. L'alta tecnologizzazione dell'esistente, la sua apparente invincibilità, la sensazione che nulla sia possibile, l'inutilità delle parole e l'inefficacia delle azioni, l'atomizzazione e le sue conseguenze, ed infine la potenza assoluta della polizia, del denaro e dello Stato, costringono la rabbia, il rifiuto e i loro sviluppi critici a rimanere sul terreno della passività. È questa la minaccia che dovremmo scongiurare. Perché, o ci arrendiamo alla paura o la combattiamo. Non possiamo andarle incontro a metà strada.

Finimondo, 12/4/16

C'è un'altra pandemia oggi in corso in tutto il pianeta. L'OMS non se ne occupa minimamente, non essendo di sua competenza, e i media cercano di farla passare sotto silenzio o di minimizzarla. Ma i governi del mondo intero sono preoccupati del rischio che comporta. Questa pandemia si sta diffondendo sulla scia del virus biologico che oggi sta riempiendo gli ospedali. Passa dove passa il Covid-19, insomma. Anch'essa toglie il fiato. La paura del contagio sta infatti provocando il contagio della rabbia. I primi sintomi di malessere tendono ad aggravarsi, trasformandosi prima in frustrazione, poi in disperazione, infine in rabbia. Rabbia per la scomparsa, su decreto sanitario, delle ultime briciole di sopravvivenza rimaste.  È significativo che all'annuncio delle misure restrittive prese dalle autorità per prevenire il dilagare dell'epidemia, una sorta di arresti domiciliari volontari, siano stati proprio coloro che la reclusione dietro quattro mura la soffrono già quotidianamente per costrizione — i detenuti — a dare fuoco alle polveri. Vedersi privare dei pochi contatti umani loro rimasti, per di più col rischio di fare la fine dei topi in trappola, è sfociato in ciò che non si verificava da anni. L'immediata trasformazione della rassegnazione in furore.  Tutto è iniziato nel paese occidentale più colpito dal virus, l'Italia, dove lo scorso 9 marzo sono scoppiate sommosse in una trentina di prigioni subito dopo la sospensione dei colloqui con i familiari. Nel corso dei disordini dodici detenuti sono morti — quasi tutti «per overdose», secondo le infami veline ministeriali — innumerevoli altri sono stati massacrati. In una città, a Foggia, 77 detenuti sono riusciti ad approfittare dell'occasione per evadere (anche se per molti di loro, purtroppo, la libertà è durata troppo poco). Una notizia simile non poteva che fare il giro del mondo e chissà che non abbia ispirato le proteste che, a partire da quel momento, si sono diffuse fra i segregati vivi dei quattro continenti: battiture, scioperi della fame, rifiuto di rientrare in cella dopo l'aria... Ma non solo. In Asia, la mattina del 16 marzo gli agenti delle squadre anti-sommossa fanno irruzione in due delle maggiori carceri del Libano, a Roumieh e Zahle, per riportare la calma; alcuni testimoni parlano di inferriate divelte, di colonne di fumo, di detenuti feriti. In America Latina, il 18 marzo, avviene un'evasione di massa dal carcere di San Carlos (Zulia), in Venezuela, nel corso di una sommossa scoppiata anche là subito dopo l'annuncio delle misure restrittive: 84 detenuti riescono ad evadere, 10 vengono abbattuti durante il tentativo. Il giorno dopo, 19 marzo, anche alcuni prigionieri del carcere di Santiago, in Cile, tentano la fuga. Dopo aver preso il controllo del loro settore, dato fuoco al posto di guardia ed aperto i cancelli del corridoio, si scontrano con le guardie. Il tentativo di fuga fallisce e viene duramente represso. In Africa, il 20 marzo, c’è un altro tentativo di evasione di massa dal carcere Amsinéné di N'Djamena, capitale del Ciad. Ancora in America Latina, il 22 marzo sono i detenuti del carcere La Modelo di Bogotà, in Colombia, ad insorgere. È un massacro: 23 morti e 83 feriti fra i detenuti. Di nuovo in Europa, il 23 marzo un'ala del carcere scozzese di Addiewell finisce in mano ai rivoltosi, e viene devastata. Negli Stati Uniti, quello stesso giorno 9 detenute scappano dal carcere femminile di Pierre (South Dakota) lo stesso giorno in cui una loro compagna di sventura è risultata positiva al tampone (quattro di loro verranno catturate nei giorni seguenti). Sempre il 23 marzo, 14 detenuti evadono da un carcere della contea di Yakima (Washington DC) poco dopo l'annuncio del governatore sull'obbligo di rimanere in casa. Ancora in Asia, la liberazione «provvisoria» di 85.000 detenuti per reati comuni in Iran non serve a placare la rabbia che cova in molte galere; il 27 marzo una ottantina di detenuti evadono dal carcere di Saqqez, nel Kurdistan iraniano. Due giorni dopo, 29 marzo, un'altra rivolta esplode in Thailandia nel carcere di Buriram, nel nord-est del paese, dove alcuni detenuti riescono a fuggire. E non solo le carceri, anche i centri in cui vengono reclusi gli immigrati clandestini sono in agitazione, come dimostrano i disordini scoppiati al Cpr di Gradisca d'Isonzo, in Italia, il 29 marzo. Ma se le galere a cielo chiuso sovraffollate di dannati della terra sembrano oggi più che mai delle bombe ad orologeria che via via deflagrano, che dire delle prigioni a cielo aperto? Per quanto tempo ancora la paura della malattia avrà la meglio sulla paura della fame, paralizzando i muscoli ed offuscando le menti? In America Latina, il 23 marzo 70 persone assaltano una grande drogheria a Tecámac, in Messico; due giorni dopo in 30 saccheggiano un supermercato di Oaxaca. Lo stesso giorno, 25 marzo, dall'altra parte dell'oceano Atlantico, in Africa, la polizia deve disperdere a colpi di lacrimogeni la folla presente al mercato aperto di Kisumu, Kenya. Ai poliziotti che li esortano a chiudersi in casa, venditori e clienti rispondono: «sappiamo del rischio del coronavirus, ma noi siamo poveri; abbiamo bisogno di lavorare e di mangiare». Il giorno dopo, 26 marzo, la polizia italiana comincia a presidiare alcuni supermercati a Palermo, dopo che in uno di questi un gruppo di persone ha cercato di uscire con i carrelli pieni senza fermarsi alle casse. Né si può dire che gli arresti domiciliari imposti a centinaia di milioni di persone abbiano fermato del tutto la determinazione di chi è intenzionato a sabotare questo mondo mortifero. Nella notte fra il 18 e il 19 marzo a Vauclin, nell'isola di Martinica, viene incendiato un locale tecnico della compagnia telefonica Orange, tagliando le linee telefoniche ad un paio di migliaia di utenti. In Germania poi, dove le misure di contenimento scattano il 16 marzo, gli attacchi notturni continuano inarrestabili. Il 18 marzo, mentre a Berlino vanno in fumo alcuni veicoli dei concessionari Toyota e Mercedes, a Colonia vengono infrante le vetrate della società immobiliare Vonovia. All'alba del 19 marzo viene attaccata un'agenzia bancaria ad Amburgo, mentre a Berlino viene incendiata l'auto di una impresa di sicurezza. Nella notte fra il 19 e il 20 viene data alle fiamme un'auto di militari riservisti a Norimberga in segno di protesta contro la crescente militarizzazione, a Werder vengono incendiati tre yacht, e Berlino perde un'altra automobile di una ditta preposta alla sicurezza. Nella notte fra il 20 ed il 21 marzo, a Lipsia viene incendiata l'ennesima auto di un'impresa legata a tecnologie di sicurezza. Quella stessa notte sia in Germania che in Francia c'è chi tenta di staccare la spina dell'alienazione. Il tentativo fallisce a Padernon, dove i teutonici pompieri salvano per un soffio un’antenna telefonica in procinto di venire avvolta dalle fiamme. La fortuna non arride nemmeno agli autori del danneggiamento di alcuni cavi di fibre ottiche nei pressi di Bram, in Francia. Parte del borgo rimarrà sì senza internet e telefono per diversi giorni, ma i responsabili saranno arrestati grazie a una soffiata di alcuni testimoni. La notte successiva, quella del 22 marzo, nei pressi di Amburgo l'auto di un doganiere va in cenere. Chi ha compiuto questa azione diffonderà un testo dove si può leggere: «È proprio in questo periodo di pandemia che si accompagna alla stretta e alla restrizione della libertà di movimento, che è ancora più importante preservare la propria capacità di azione e mostrare a se stessi, come ad altri sovversivi, che la lotta contro le costrizioni di quest'epoca continua, anche se appare folle e difficile. Se ci arrendiamo all'auspicio dello Stato di isolarci, se ci accontentiamo di scrollare le spalle di fronte alla minaccia del coprifuoco, gli diamo l'opportunità di continuare le sue macchinazioni…». Si tratta di un pensiero che scalda le teste in tutto il pianeta, se è vero che in quella stessa notte fra il 22 e il 23 marzo l'aeroporto internazionale della Tontouta, a Païta, Nuova Caledonia è stato preso di mira (vetrate infrante e veicoli doganali vandalizzati) da chi evidentemente non è d'accordo con le parole del presidente del Senato tradizionale, secondo cui «le decisioni prese nell'emergenza dalle autorità pubbliche senza una spiegazione immediata non devono incitare alla violenza». Ma il fatto che più di altri potrebbe lasciare un segno profondo, brace che cova sotto le coltri del totalitarismo e da cui potrebbero scaturire scintille, è la sommossa (l’unica di cui sia arrivata una qualche notizia) scoppiata il 27 marzo non lontano da Wuhan, epicentro dell'odierna pandemia, al confine fra le province di Hubei e di Jiangxi. Migliaia di cinesi appena usciti da una quarantena durata due mesi hanno espresso tutto il loro apprezzamento e gratitudine per le misure restrittive imposte dal governo, attaccando la polizia che cercava di bloccare il passaggio sul ponte del fiume Yangtze. Da un mese a questa parte, il mondo così come lo abbiamo sempre conosciuto vacilla. Nulla è più come prima e, come vanno dicendo in tanti pur di opinioni diverse, nulla sarà più come prima. A mettere in discussione la sua quieta riproduzione non è venuta affatto l'insurrezione, bensì una catastrofe. Reale o percepita che sia, non fa differenza. Non c'è dubbio che i governi faranno di tutto per approfittare di questa situazione e spazzare via ogni libertà rimasta, che non sia quella di scegliere quale merce consumare. Non c'è dubbio nemmeno che abbiano tutte le carte tecniche in mano per chiudere la partita, ed imporre un ordine sociale senza più sbavature. Ciò detto, è risaputo che perfino i meccanismi più solidi e precisi possono andare a catafascio per un nonnulla. Il loro calcolo dei rischi preventivati, ed accettati, potrebbe rivelarsi errato. Drammaticamente errato e, una volta tanto, soprattutto per loro. Sta anche ad ognuno di noi fare in modo che ciò accada. 

Finimondo - 30/03/20

Il testo che segue è il contributo di una strega. Qui potete trovarlo in versione pdf.

I. La verità non sta nel mezzo, né di lato.

In momenti di grande incertezza si tende a ricercare più che mai la “verità”, nel tentativo di aggrapparvisi per dare un senso ad una situazione che non si riesce più a comprendere e a controllare. Sotto la lente di questa banale considerazione si può guardare a gran parte delle disposizioni e degli atteggiamenti messi in atto recentemente, ovunque sembra dilagare il coronavirus SARS-CoV-2 che può sviluppare la malattia del Covid-19.              

Medici e ricercatori di ogni risma tentano di ricostruire gli scenari del primo contagio, alla ricerca del paziente “zero”, dicendo tutto e poi il contrario di tutto; opinionisti da strapazzo descrivono nel dettaglio i sintomi della malattia (chiaramente di chi presenta gravi sintomi, tralasciando spesso di ricordare che esiste tutta una schiera di persone con sintomi simil-influenzali o asintomatiche che sono i vettori per eccellenza) ed invocano il vaccino o l’ennesima terapia panacea di tutti i mali.
Se da un lato è indubbio che vi siano grandi numeri di persone che hanno bisogno di essere ospedalizzate – il Covid-19 aggraverebbe situazioni cliniche già precarie o per l’età o per altre patologie, anche se non mancano eccezioni in questo quadro –, dall’altro è altrettanto indubbio che lo Stato stia reagendo a questa situazione inedita nell’unico modo che conosce e che gli è più congeniale, con l’autorità e il castigo. Insomma, alla situazione percepita come incerta, grazie anche alla martellante fanfara mediatica degli specialisti del “progresso”, segue prevedibilmente la certezza della repressione facile: divieti di spostamento – con l’eccezione di lavoro-salute-spesa, quanto di più ordinario e funzionale al capitale –, pattugliamenti massicci per le strade, tracciamento delle persone per mezzo delle celle telefoniche o del GPS, droni che sorvegliano i sentieri e le cime di montagna alla ricerca di refrattarie al morbo dell’autorità.

Se non fosse che è a prezzo della propria indipendenza (la “libertà” in fondo non l’abbiamo mai potuta assaporare in questo mondo) e del proprio benessere che si pagano queste disposizioni, verrebbe da ridere a crepapelle mentre si assiste allo spettacolo dell’insensatezza, alla ricerca di soluzioni facili che non esistono. Perché se secondo alcune questa epidemia poteva essere prevista, imprevedibili – non in assoluto, ma nella loro entità e nella loro imminenza – sono invece le conseguenze della devastazione ambientale, degli ecosistemi e della natura selvaggia, che quotidianamente viene portata avanti dagli stessi tecnici del disastro (da cui ora si cercano risposte) e da tutte coloro che hanno creduto fino ad ora, o credono ancora, di vivere nel migliore dei mondi possibili, tanto da volerlo preservare a qualsiasi costo.                                                           

Oltretutto, riconoscere che la riduzione della complessità del reale alla dicotomia problema-soluzione o causa-effetto è figlia di una certa mentalità può aiutarci a scorgere il carattere sempre più dogmatico e incontestabile della parola scientifica. Ora più che mai, sembra che la conoscenza scientifica sia sicura, vera in assoluto, non più perfettibile (ciò che è vero lo è fino a prova contraria); il monopolio del sapere è in mano agli specialisti in camice bianco e in questa situazione di “vera emergenza” è bene che le comuni mortali, prive di competenze, non mettano in dubbio le affermazioni di chi pensa di avere in tasca la verità del momento. Ma fra l’oscurantismo – inteso come l’atteggiamento di chi si oppone ad ogni cambiamento e, in senso più ampio, non volontà di conoscere, assenza di curiosità – e lo scientismo – l’atteggiamento di chi pretende di applicare il metodo scientifico ad ogni aspetto della realtà – esiste altro. È in questo spazio grigio che possono insorgere le passioni, la sensibilità e la sensazione, il corpo riscoperto e padrone di sé, i desideri più profondi e selvaggi di chi aspira a com-prendere l’esistente, senza aver la presunzione di riuscirci appieno. È in questo interstizio che potremmo far nascere la nostra critica radicale all’esistente.


II. Il tempo della roulette russa.

Perché questa pandemia? Da dove è arrivato questo virus? E ora, che fare? Lo sbigottimento ha la meglio, rafforzato dal clamore mediatico e favorito dalla spiacevole sensazione di sentirsi in trappola, perfino nel caso in cui si decida consapevolmente di non rispettare l’isolamento coatto.
Per alcune persone la sensazione di essere in trappola, o meglio di aver già raggiunto un punto di non-ritorno, è qualcosa di latente e viscerale che emerge con prepotenza ogni volta che magari si fa una passeggiata in montagna e si scorgono l’ennesimo traliccio che squarcia l’orizzonte, la cava che sventra la roccia e un altro ghiacciaio che si ritira, facendosi meno imponente dell’anno prima. Ogni volta che si vede scomparire sotto gli occhi una parte sempre più ampia di spiaggia, perforata e scavata dalle ruspe che devono far posto a portuali o turisti, ossia ad una fetta più grande di profitto. Ogni volta che sentiamo il nostro stesso sguardo abituarsi alla vista di una centrale nucleare o di un bosco raso al suolo e magari sostituito da una piana disseminata di ecomostri per il parco eolico (ah, la svolta green del capitalismo!). Ogni volta che si tocca con mano quanto il mondo in cui viviamo sia artificioso, del tutto innaturale, mentre osserviamo l’orso, il pitone, il delfino o la leonessa di turno al di là di una gabbia, di un recinto o di una teca di vetro, viventi non più selvaggi e rinchiusi nell’ennesimo parco faunistico o tracciati nella riserva naturale.

Ma se a questo sbigottimento seguisse una messa in discussione totale e profonda del mondo che conosciamo… Ecco, allora esisterebbero altri orizzonti e le domande che verrebbero poste sarebbero certamente ben diverse, ad esempio, dalla questione sollevata diversi giorni fa: “esiste una correlazione fra la diffusione del Covid-19 e l’inquinamento dell’aria?”. Diserteremmo, così, la battaglia dialettica fra coloro che si accorgono della devastazione solo o soprattutto dai gradi della temperatura media della superficie terrestre o, ancora, dalle tonnellate di emissioni di Co2 – che, in questa particolare circostanza, diminuiscono per il temporaneo blocco di molte attività produttive, nonché per la riduzione dei trasporti, dello smog e del traffico.
Ignoreremmo le considerazioni di chi risponde a questa domanda avendo in testa sempre e solo numeri e tendenze: “a febbraio le misure adottate dalla Cina hanno provocato una riduzione del 25 per cento delle emissioni di anidride carbonica rispetto allo stesso periodo del 2019 (…). Tra l’altro, secondo una stima questo ha evitato almeno cinquantamila morti per inquinamento atmosferico, cioè più delle vittime del Covid-19 nello stesso periodo”. Allo stesso modo, non ci lasceremmo ingannare da chi invece ha la presunzione di sembrare lungimirante, appellandosi alla cosiddetta transizione energetica, destinata al fallimento: “(…) l’andamento delle emissioni non dipende solo da quello dell’economia globale, ma anche dalla cosiddetta intensità di emissione, cioè la quantità di gas serra emessa per ogni unità di ricchezza prodotta. Normalmente l’intensità di emissione si riduce con il tempo per effetto del progresso tecnologico, dell’efficienza energetica e della diffusione di fonti di energia meno inquinanti. Ma durante i periodi di crisi questa riduzione può rallentare o interrompersi. I governi hanno meno risorse da investire nei progetti virtuosi e le misure di stimolo tendono a favorire la ripresa delle attività produttive tradizionali. Se come molti temono la Cina dovesse rilanciare la costruzione di centrali a carbone e altre infrastrutture inquinanti nel tentativo di far ripartire l’economia, a medio termine gli effetti negativi potrebbero cancellare qualunque miglioramento dovuto al calo delle emissioni.” (*)                                                                                                                

La lista potrebbe anche fermarsi qui, ma fra i tecnocrati che si sono affannati nell’indagine di questa misteriosa correlazione, c’è un’altra dichiarazione che merita di essere presa in considerazione perché, più di tutte le altre, è emblematica dell’insensatezza e della più radicata disperazione (nel senso etimologico di “assenza di speranza”) che alcune ormai ripongono nel genere umano. Perché se, da un lato, non è accertato che le cosiddette polveri sottili abbiano agito da vettori del coronavirus, favorendone la diffusione, e se dall’altro è noto che vivere in zone particolarmente inquinate incide sulla presenza di malattie respiratorie o cardiovascolari croniche, “la covarianza fra condizioni di scarsa circolazione atmosferica, formazione di aerosol secondario [che comprende particelle derivate da processi di conversione, ad es. solfati, nitrati e altri composti organici], accumulo di Pm [il particolato, ossia l’insieme delle sostanze sospese in aria] in prossimità del suolo e diffusione del virus non deve, tuttavia, essere scambiata per un rapporto di causa-effetto”. E quindi, venendo a mancare l’unica possibile chiave di interpretazione della realtà, segue la conclusione che sembra uno scherzo di pessimo gusto: “si ritiene che la proposta di misure restrittive di contenimento dell’inquinamento come mezzo per combattere il contagio sia, allo stato attuale delle conoscenze, ingiustificata, anche se è indubbio che la riduzione delle emissioni antropiche, se mantenuta per lungo periodo, abbia effetti benefici sulla qualità dell’aria e sul clima e quindi sulla salute generale” (**). In parole povere, perché limitare le emissioni se non è scientificamente provato che il particolato atmosferico ha favorito in maniera diretta la diffusione del virus, in un legame di causa-effetto? Perché limitarle in generale se sappiamo che la loro riduzione incide “solamente” sulla qualità dell’aria, sul clima e sulla salute del corpo? Sia chiaro che non intendiamo chiedere a nessuno di ridurre le emissioni perché non troviamo nessun interlocutore né fra gli specialisti da strapazzo, né fra i politicanti delle conferenze sul clima. Ci diamo invece ad una risata di cuore, quando non ci ricordiamo che buona parte della devastazione ambientale dipende da questi ricercatori-kamikaze; quando ci scordiamo di scorgere in questa mentalità un fondamento del dominio della tecnoscienza, insieme al vil denaro e ai rapporti di potere-oppressione. Lasciamo un attimo questi pensieri da parte, che se no la nostra risata rischia di farsi ghigno amaro. E d’altro canto sbagliamo pure noi, non dovremmo stupirci così davanti a tutto questo, perché come qualcuno scrisse qualche tempo fa: “la civilizzazione è monolitica ed il modo civilizzato di concepire tutto ciò che è osservabile è anch’esso monolitico” (***). E purtroppo torna: in questo mondo tecno-scientifico la complessità del reale non può che essere appiattita fino alla parodia di se stesso per legittimare la progressiva (auto)distruzione del pianeta e del vivente.

In tempi passati, molte streghe hanno sfidato l’esistente, tramandando antichi saperi sulla natura e sul corpo non demonizzato, rifiutando la legge del padre, del prete, dell’erudito e del re, e crediamo che in salsa contemporanea disconoscerebbero la legge scellerata di questi tecno-stregoni. Con buona probabilità non ammetterebbero nemmeno la validità delle domande riportate all’inizio di questo testo, dato che non possono esserci risposte assolute, ma solo ragioni concomitanti, dubbi e interrogativi. Vogliamo seguire le orme di quelle streghe nelle nostre ultime riflessioni.
Consideriamo i primissimi focolai di diffusione del Covid-19 – la provincia industriale dello Hubei in Cina e la Pianura Padana in Italia (fra bassa Lombardia ed Emilia: Lodi, Codogno, Piacenza, Bergamo e Brescia): se pure non confermano la misteriosa correlazione, alludono al fatto che zone simili, così densamente popolate, industrializzate ed inquinate, sono terreno fertile per agenti patogeni, sia perché ne favoriscono in qualche modo la proliferazione, sia perché la salute fisica di chi ci vive è già indebolita. Soprattutto l’una o l’altra o entrambe le ragioni insieme, in quale misura si combinano fra di loro o con ulteriori ragioni non è dato sapere. Asma, diabete, obesità, tumori, malattie (neuro)degenerative, malattie respiratorie e cardiocircolatorie croniche – oltre all’età avanzata – sembrano essere ulteriori fattori di rischio per chi dovesse soffrire di Covid-19, dato che questo potrebbe sviluppare gravi sintomi (fra i più noti, le crisi respiratorie acute). Alcune di queste patologie, peraltro, sono altrimenti dette “malattie della civilizzazione”, la cui comparsa sembra essere legata al consumo di cibi raffinati, fra cui rientrano di certo i prodotti industriali delle coltivazioni e degli allevamenti intensivi.                                                    

E ancora: questa epidemia si inserisce nella lunga serie di quelle che si sono susseguite nei secoli, che si sono fatte più frequenti in presenza di agglomerati urbani o di viaggi intercontinentali e che, in ogni caso, hanno rimesso in questione il contatto fra l’animale umano e il non umano. Solo per citare le epidemie di malattie zoonotiche (cioè che si trasmettono dall’animale non umano a quello umano, attuando il “salto di specie”) degli ultimi 50 anni: la Sars e la Mers (entrambe sindromi respiratorie, nel secondo caso è detta del Medio Oriente), l’Hiv/Aids, l’influenza suina e l’aviaria, la febbre Dengue, l’ebola ed ora il Covid-19. Le ultime due sembrano, tra l’altro, avere in comune il pipistrello come animale non umano da cui poi si sarebbe originato il primo passaggio del virus all’umano di turno, che si guadagna il titolo di “paziente zero”. Nel caso di questo coronavirus, a parte le tanto millantate zuppe di pipistrello o di serpente (il più becero esotismo non è ancora morto in Occidente!), sembra che il contatto possa aver avuto luogo nei mercati neri in cui vengono commerciati animali selvatici o ai margini delle periferie urbane, in cui i pipistrelli si muovono in cerca di cibo. Quale che sia il caso in questione, ci sembra importante riconoscere lo sconfinamento di uno dei protagonisti del contagio nella sfera vitale dell’altro: che piacerebbe trarrebbe, infatti, il pipistrello dallo stare in mezzo alle persone, se non fosse che il suo habitat di sempre è diventato adesso parte della città? Di certo gran poco, a maggior ragione se pensiamo che rischia di essere inserito a forza nel contrabbando di animali selvatici come merce di scambio, accanto ad altri di ogni specie. Si tratta, d’altronde, di una florida attività mondiale a cui spesso partecipano anche sparute comunità indigene che, vedendosi spossessate di buona parte dei propri territori (a causa della deforestazione o delle multinazionali agroalimentari), ripiegano sul bracconaggio e talvolta sul contrabbando di legname per poter sopravvivere. Così facendo la mercificazione è davvero totale: perfino i rapporti di coesistenza simbiotica e secolare fra queste comunità, il vivente e ciò che restava del selvaggio attorno a loro devono scomparire per far spazio all’autodistruzione dettata dal profitto. Nulla può resistere all’inarrestabile avanzata del progresso, nessun luogo può sfuggire alla contaminazione umana di chi crede nella validità della “civilizzazione”.                                                    

Infine, a cascata: l’urbanizzazione e le malsane concentrazioni demografiche, gli allevamenti intensivi dell’orrore, le immense monocolture legate a doppio filo coi cicli di carestie e l’impoverimento della terra, l’incessante flusso di merci e di persone in movimento in ogni parte del globo, la devastazione ambientale di ogni ecosistema e la scomparsa del selvaggio, l’ennesima nocività giustificata dal sistema energivoro, il crollo della biodiversità, gli OGM a buon mercato e tutti i processi di manipolazione genetica del vivente promossi dalle biotecnologie… Quando fermare l’enumerazione dei misfatti della devastazione? Non c’è modo, perché ci sono troppi equilibri che sono stati spezzati; in alcuni casi abbiamo già constatato le conseguenze nefaste di questa rottura, in altri casi avremo presto modo di scoprirlo. La partita sembra già persa in partenza (e forse lo è per il genere umano, ma non per gli altri viventi) ma varrebbe comunque la pena fare almeno un ultimo tentativo. Last shot.
Al posto di fare eco al vicolo cieco delle domande iniziali (“perché questa pandemia? da dove è arrivato questo virus?”) quelle streghe si darebbero alla possibilità e, per come ce le immaginiamo, rischierebbero il tutto per tutto pur di aprire altri orizzonti. Azzardando così domande diverse: “Dove troviamo la devastazione? Chi la porta avanti e in che modo? E ora, che fare?” – ma senza chiederci quanto tempo fa è cominciata questa devastazione totale, perché il rischio è di perderci nei meandri della storia e delle interpretazioni, ma soprattutto di farci perdere quella sensazione di pancia che fa sentire sotto scacco e che alimenta la nostra rabbia. Ci basta sapere che la devastazione esiste ed è continua. Non pensiamo che sia una catastrofe perché non è un evento inaspettato, bensì è la prevedibile (anche se non in assoluto) conseguenza di una guerra al vivente che viene perpetrata quotidianamente da persone, aziende, ricerche ed istituzioni – tentacoli di questo mortifero dominio tecno-scientifico.

Addì, 28 marzo 2020

una strega nemica di ogni corona


P.S. L’espressione, presente nel titolo, “morbo che infuria” non intende avere nessuna attinenza coi versi di qualche nazionalista italiota. E il morbo di cui scriviamo non è di certo il Covid-19.

(*) https://www.internazionale.it/opinione/gabriele-crescente/2020/03/19/coronavirus-clima  (**) https://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2020/03/22/coronavirus-studio-legame-con-lo-smognon-e-provato_de96c12d-6813-4702-9cdc-a7cbdcc73e69.html
(***) Cit. dal testo tradotto “Nature as spectacle. The image of wilderness vs. wildness” (1991) e contenuto nella raccolta “Saggi e polemiche” (Hoka Hey! Ed.) di Feral Faun / Wolfi Landstreicher

Mai come in questi giorni la realtà ha preso in ostaggio l'immaginazione. I nostri desideri e sogni più folli sono sovrastati da una catastrofe invisibile che ci minaccia, ci confina, legandoci mani e piedi al capestro della paura. Qualcosa di essenziale si gioca oggi attorno alla catastrofe in corso. Ignorate le poche Cassandre che da decenni lanciavano i loro avvertimenti, ora siamo passati dall'idea astratta al fatto concreto. Come dimostra l'odierna emergenza con tutti i suoi divieti, ad essere in ballo non è la mera probabilità di sopravvivere, ma qualcosa di ben più importante: la possibilità di vivere. Ciò significa che la catastrofe che oggi ci perseguita non è tanto l'imminente estinzione umana — da evitare, ci viene assicurato sia in alto che in basso, solo con una completa obbedienza agli esperti della riproduzione sociale — quanto l'onnipresente artificialità di un'esistenza la cui pervasività ci impedisce di immaginare la fine del presente.  

«Catastrofe»: dal greco katastrophé, «capovolgimento, «rovesciamento»; sostantivo del verbo katastrépho, da kata «sotto, giù» e stréphein «rovesciare, girare».  

Sin dall'antichità questo termine ha conservato fra i suoi significati quello di un avvenimento violento che porta con sé la forza di cambiare il corso delle cose, un evento che costituisce al tempo stesso una rottura e un cambiamento di senso, e che di conseguenza può essere sia un inizio che una fine. Un evento decisivo, insomma, che spezzando la continuità dell'ordine del mondo permette la nascita di tutt'altro. L'immagine facile ed immediata dell'aratro che spacca e rivolta una zolla di terra seccata ed esausta, rivivificando e preparando il terreno a una nuova semina e ad un nuovo raccolto, rende bene l'aspetto fecondo presente in un termine solitamente associato al solo epilogo drammatico. Da qui l'ambivalenza di sentimenti umani suscitati in un lontano passato dalla catastrofe, che vanno dal timor panico al fascino estremo. Al di là e contro ogni paura della morte, per lunghi secoli gli esseri umani hanno percepito l'infinito attraverso la distruzione catastrofica, cercando al suo interno la folgorante rivelazione fisica di ciò che non erano. Dal Caos primordiale all'Apocalisse, dal Diluvio universale alla Fine dei tempi, dalla torre di Babele all'anno Mille, numerosi sono stati gli immaginari catastrofici attorno ai quali l'umanità ha cercato di definirsi, nella sua relazione con la vita ed il mondo sensibile, sotto il segno dell'accidente. Il sentimento di catastrofe è stato con ogni probabilità la prima intima percezione della dirompenza dell'immaginario, una fessura permanente nella (presunta) uniformità della realtà. Avvicinarsi ai bordi di questa fessura, seguirne la linea, significava cedere alla tentazione di interrogare il destino, non ostentare la presunzione di rispondervi. Immaginaria o reale, la catastrofe possedeva la forza prodigiosa di emergere in quanto oggettivazione di ciò che eccede la più triste condizione umana. È solo verso la metà del XVIII secolo, dopo la scoperta dei resti di Pompei nel 1748 ed il grande terremoto di Lisbona del 1755, che la parola catastrofe ha cominciato ad essere usata nel comune linguaggio per definire un disastro improvviso di enormi dimensioni. Slittamento di significato facilitato dal fatto che, dopo il 1789 e la presa della Bastiglia, sarà un'altra la parola impiegata per indicare un ribaltamento, una rottura irreversibile dell'ordine preesistente in grado di preparare l'avvento di un mondo nuovo. Nato nel secolo dei Lumi, il concetto di rivoluzione non poteva però che avere un carattere intenzionale, fortemente legato alla ragione, e perciò lo si è legato al compimento di un processo, all'evoluzione di un'idea, al risultato di una scienza. È questa la profonda differenza che ha con la catastrofe che l'ha preceduta, e che in un certo senso l'accompagna. Laddove la rivoluzione è un'incarnazione della Storia, la catastrofe è una sua interruzione. Tanto la prima viene programmata nelle strutture, progettata negli scopi, organizzata nei mezzi, quanto la seconda è inaspettata nei tempi, imprevista nelle forme, inopportuna nelle conseguenze. Non innalza uomini e donne soddisfacendoli nelle loro aspirazioni e convinzioni, originali o indotte che siano, li fa precipitare al di fuori delle loro misure comuni e delle loro rappresentazioni, fino a ridurli ad elementi insignificanti di un fenomeno senza alcuna legge. Ancor più della rivoluzione, l'esplosione catastrofica del disordine spazzava via il vecchio mondo, aprendo la strada ad altre possibilità. Dopo che si è materializzato l'impensabile, gli esseri umani non possono più rimanere gli stessi poiché non hanno visto con i loro occhi crollare solo le case, i monumenti, le chiese o i parlamenti. Anche le fedi, le teorie, le leggi —  tutto è finito in macerie. L'antico fascino della catastrofe nasce da lì, da quell'orizzonte caotico irriducibile ad ogni calcolo, nel momento in cui uno sconvolgimento senza precedenti spezza bruscamente ogni riferimento stabile, ponendo brutalmente la questione del senso della vita le cui infinite ripercussioni richiedono, in risposta, un eccesso d'immaginazione. La catastrofe è servita all'individuo, nella drammatica scoperta di qualcosa che va al di là della sua identità, per confondersi nuovamente con la natura, il suolo primordiale o la fonte della creazione. Ma a partire dalla fine della seconda guerra mondiale, contrassegnata dalla prima esplosione atomica, cosa è accaduto? Che la prospettiva rivoluzionaria è andata via via spegnendosi, cancellata dai cuori e dalle menti. Così al loro interno è rimasta incontrastata una sola forma possibile di sconvolgimento materiale, per di più in possesso di ulteriori formidabili mezzi tecnici per manifestarsi. Ma la catastrofe odierna ha ben poco in comune con quella degli evi trascorsi. Non è più la folgore della natura o l'opera di un Dio che pone l'essere umano davanti a se stesso — è un mero prodotto dell'arroganza scientifica, tecnologica, politica ed economica. Se mettendo a soqquadro l'ordine stabilito le catastrofi del passato incitavano a guardare in faccia l'impossibile, le catastrofi moderne si limitano a scavare ulteriormente nel possibile. Invece di aprire l'orizzonte e condurre lontano, lo chiudono ed inchiodano a quanto di più vicino ci sia. L'immaginazione selvaggia lascia il passo al rischio calcolato, per cui non si desidera più vivere un'altra vita, si ambisce a sopravvivere gestendo i danni. Una dopo l'altra, le catastrofi verificatesi in questi ultimi decenni sfilano davanti ai nostri occhi come se fossero state semplicemente una conseguenza della miopia tecno-scientifica e del cattivo governo, da superare con tecnici e politici più attenti e lungimiranti. Le catastrofi del presente e del futuro diventano perciò evitabili, o per lo meno riducibili, solo e soltanto con un controllo sempre maggiore delle attività umane, poste in condizioni di perenne emergenza. Effetto di questa logica, i disastri «naturali» vengono subito dimenticati e rimossi in un contesto distante, quasi fossero eventi minori, mentre i soli disastri «umani» occupano il centro della scena in una narrazione che ci invita ad accettare l'inaccettabile. Se ci terrorizzano, è solo perché la nostra sopravvivenza fisica come specie è minacciata. Ed è questo che andrebbe temuto più di ogni altra cosa, la catastrofe invisibile della sottomissione sostenibile, dell'amministrazione del disastro, quella che incatena e paralizza la nostra smisurata voglia di vivere imponendole distanze e misure di sicurezza.  

Finimondo - 28/03/20