Vai al contenuto

Da un' idea di Giovanni Uggeri
Microconferenze, letture, autobiografie,
omaggi a, racconti, esperienze, ipotesi,
visioni
ORALITÀ, COMUNICAZIONE, CONDIVISIONE
Venerdì 25 Maggio 2018 ore 18:00
Libreria Ponchielli

 

 (e se piove? e se piove “è tempo di bagnarsi”come diceva Jack London)
Presentazione dei libri;
Parole di Luna di Sandro Hamisia
*
Dell'incompatibilità. Tra nucleare e violenza” di Günther Anders, a cura di S-edizioni, 2018
  
“Parole di Luna”
lettura poetica di Sandro Hamisia
Sandro Hamisia è nato il 7 Agosto 1948 a Cesole di Marcaria in provincia di Mantova e vive a Piadena in provincia di Cremona. Fin da bambino si dilettava a scrivere pensieri e sensazioni su foglietti di carta che poi lasciava vagare nello spazio o infilava tra le pagine dei pochi libri di casa.
Da sempre considera le parole libere e indipendenti da chi le scrive e certamente non di sua proprietà, ma di chi in esse si ritrova. Ha pubblicata una prima raccolta di poesie intitolata “Gli echi delle parole” e, sempre edita da Memoranda, esce in questi giorni una seconda raccolta intitolata “Parole di Luna”.
La sua è una poetica varia ma con forti accenti legati alla memoria.
“Dell'incompatibilità. Tra nucleare e violenza”
di Günther Anders, a cura di S-edizioni, 2018
Vivendo in un mondo nuclearizzato non possiamo distogliere lo sguardo dalla minaccia dell'annichilimento.
Darsi all'invenzione della vita, darsi ai desideri anche se la situazione tecnica vorrebbe impedircelo, è sempre possibile.
Ma a quelli che, paralizzati dalla fosca probabilità della catastrofe, si perdono di coraggio, non resta altro che seguire, per amore degli uomini, la massima cinica;
se siamo disperati, che ce ne importa? Continuiamo come se non lo fossimo!
Presentazione a cura di un nemico della bomba atomica e del mondo che la sostiene.

Stavamo passeggiando lungo i canali della Venezia del nord Europa, parlando del più e del meno, quando ad un tratto mi domandò: «Ma perché gli anarchici hanno sempre fatto così tanti libri? All'Istituto, non c'è paragone fra loro e gli altri. Lasciamo perdere la qualità, su cui ognuno ha le proprie idee, ma la quantità! Anche messe tutte assieme, le pubblicazioni della sinistra non arrivano al numero di quelle degli anarchici!».
L'Istituto in questione è quello di Storia Sociale di Amsterdam e a porre l'interrogativo era stato uno dei suoi bibliotecari, allora addetto alla sezione italiana. Aver accudito per decenni a quei libri, conoscendo e parlando con diversi compagni provenienti da tutte le parti del mondo, evidentemente non gli aveva sciolto quel dubbio.
Pur essendo poco incline a simili statistiche, non me ne meravigliai più di tanto. Gli dissi che questa disparità che aveva constatato non era comunque né casuale, né bizzarra, perché in fondo rispecchiava l'essenza stessa dell'anarchismo. Gli «altri», i militanti delle varie correnti rivoluzionarie autoritarie, hanno tutti qualche testo sacro da venerare. Non è un caso se la loro teoria storicamente si è suddivisa per lo più in un pensiero incarnato (marx-ismo, lenin-ismo, trotsk-ismo, stalin-ismo, mao-ismo, bordigh-ismo...). Come amavano dire loro stessi, «con i maestri vinceremo...». Alle masse impartiscono solo lezioni ed ordini, poiché dalle masse si apettano solo attenzione ed obbedienza. Per loro la «teoria» e la «coscienza di classe» vanno calate dall'alto e dall'esterno, bell'e pronte, elargite agli sfruttati, i quali devono accoglierle ed applicarle senza indugio e senza troppe discussioni.
Ma per gli anarchici, no. Per gli anarchici, è sempre stata tutta un'altra storia. Il pensiero e la coscienza devono sorgere in ogni singolo individuo, per cui non ci sono lezioni o ordini che tengano. Dal momento che ogni aspetto dell'esistenza umana andrebbe messo in discussione, approfondito e sviscerato, i bollettini di partito – quelli con quattro slogan messi in croce – non bastano. Ci vogliono giornali, ci vogliono riviste, ci vogliono libri, si sono date alle stampe persino enciclopedie; di più, sempre di più. E poiché l'idea va compresa, sia per farla propria sia per criticarla, deve essere espressa in maniera semplice, alla portata di tutti. I paroloni incomprensibili vanno bene per preti e leader, per chi pensa di intimorire i «semplici di spirito» con l'incenso ed il fumo di una ideologia da imporre. Ecco, in due parole, perché gli anarchici hanno sempre dato grande importanza alla parola stampata, assai più degli «altri», evitando il più possibile inutili intellettualismi.
Non so se queste parole abbiano convinto il bibliotecario olandese. In fondo, basta guardarsi attorno per osservare come oggi non abbiano più molto senso nemmeno per gli anarchici. Il fuoco sacro dell'idea (Idea, con la maiuscola, si sarebbe detto un tempo) si è spento, soffocato dal trionfo della società tecnologica. In Russia, nei primi anni dello scorso secolo, c'erano rivoluzionari che si fecero murare vivi dentro una tipografia: per poter stampare tutto il giorno indisturbati, per proteggersi meglio in caso di attacco da parte della polizia. Da quelle macchine tipografiche, da quei torchi, non usciva semplice cellulosa imbrattata d'inchiostro. Ai loro occhi, usciva vera e propria dinamite. Dinamite del pensiero, in grado di far saltare pregiudizi e luoghi comuni, che doveva per forza di cose accompagnare la dinamite dell'azione in grado di far saltare tribunali e caserme.
Un esempio significativo, a questo proposito, è dato da Severino Di Giovanni. Il suo autore preferito, quello di cui pubblicò due volumi di opere, era Elisée Reclus. È quasi commovente il legame che unisce il bandito considerato violento ed il geografo rinomato per la sua sapienza. Non era una contraddizione, era un'alchimia. Era l'azione che amava il pensiero tanto quanto il pensiero amava l'azione, giacché entrambi andavano verso la medesima prospettiva (Reclus fu tra i pochi che presero le difese di Ravachol). E chi oggi si ritrovasse sotto gli occhi i giornali di Di Giovanni, correrebbe il rischio di rimanere esterrefatto davanti ai suoi culmini. Appelli alla rivolta ed incitamenti all'azione diretta «faccia a faccia col nemico»? Certo! Ma accompagnati da studi storici, da riflessioni filosofiche, da note artistiche, da pensieri intimi, da recensioni librarie... Di Giovanni era capace di polemizzare con rabbia sulla dissociazione dagli atti individuali di rivolta, così come con ironia sulle libere associazioni di scambio. Era pronto ad editare testi antimonarchici insieme a testi sul libero amore. Perché – come aveva ben capito la comunarda Louise Michel – quando la vita brucia e si ha fretta di scappare dal vecchio mondo decrepito, si vuole in un sol momento arti, scienza, letteratura, scoperte. Quando non si vuole niente di questo mondo, giacché ogni cosa porta il marchio indelebile del potere, bisogna sì distruggere tutto, ma per poter ricreare tutto.
Andare verso il nulla creatore non si esaurisce nell'atto della negazione, è un tramonto che precede l'aurora. In un certo senso si tratta della stessa differenza fatta da Nietzsche fra il nichilismo passivo e quello attivo. Se il rifiuto del mondo che ci circonda si limita a sottolineare l'evidenza del vuoto, si scade in un nichilismo passivo. Perché diventi attivo, l'individuo deve sollevarsi dal marasma della banalità quotidiana, e porsi di fronte a questo mondo mancato per affermare la propria volontà, i propri significati, la propria concezione della vita. Distruggere questo mondo a senso unico per permettere la nascita di una infinità di mondi.
Ma qual è oggi il mondo altro che abbiamo nei nostri cuori e nella nostra testa? Quello espresso da uno slogan tattico populista o quello espresso da uno slogan identitario solipsista?
Non si uscirà mai da questa triste alternativa finché non si riallaccerà il filo che unisce il pensiero e l'azione. Non il pensiero contrapposto all'azione, non l'azione contrapposta al pensiero (in nome di una presunta superiorità della teoria sulla pratica o della pratica sulla teoria). Ma entrambi aspetti complementari di un'unica dimensione. Perché il pensiero è anche azione, e l'azione è anche pensiero. L'autorità si basa su strutture mentali e su strutture materiali. Il carcere, ad esempio, è costituito da mura di cemento armato oltre che dall'idea di Giustizia e Punizione. Un carcere demolito verrà ricostruito in fretta, se sopravviverà quella idea. Un carcere criticato radicalmente rimarrà in funzione, se sopravvivranno quelle mura. È qui che nasce il desiderio di arrivare alla «squisita elevazione del braccio e della mente». Non è un privilegio di classe, è una conquista individuale da strappare a qualsiasi determinismo sociale. Il pensiero non è appannaggio della classe borghese, meglio se dei suoi disertori come Cafiero o Covelli o Ciancabilla. L'infanzia in un orfanotrofio di Albert Libertad, l'origine contadina di Renzo Novatore, il mestiere di pescivendolo di Bartolomeo Vanzetti... non impedì loro di possedere una cultura che stupiva chi ebbe modo di conoscerli. Allo stesso modo l'azione non è tratto distintivo dei rudi sottoproletari, nemmeno quella più individuale. Paolo Schicchi nacque in una famiglia agiata ma trascorse oltre dieci anni in prigione per un attentato dinamitardo, dopo di che percorse in lungo e in largo l'Italia a tenere conferenze anche davanti a migliaia di persone. Considerato che talvolta i suoi comizi si concludevano in disordini, si può affermare che faceva della propria erudizione un'arma.
Ma questi Cavalieri dell'Idea appartengono ormai al passato. Si possono anche ammirare, ma solo come reliquie polverose da tenere sotto teca. Oggi la stragrande maggioranza degli anarchici si accontenta di manuali e di orari ferroviari. Istruzioni tecniche, facilmente memorizzabili. Dati oggettivi, facilmente condivisibili. Nulla di troppo complicato. Nulla da interpretare e su cui riflettere. E il problema non si risolve attraverso la distinzione fra un circuito commerciale (in forte difficoltà) ed un circuito alternativo (quasi scomparso). Né fra la parola stampata e quella telematica. Nelle varie iniziative le bancarelle sono piene di libri oppure di t-shirt e cd? E i pochi libri che vengono presi, vengono letti e discussi o rimangono intonsi a riparare le librerie dalla polvere?
Ora, questo rachitismo del pensiero potrà anche andare bene agli aspiranti pastori di un gregge (rosso, nero o rossonero che sia). Gente simile ha tutto l'interesse di preferire l'affettività di sentimenti all'affinità di idee. Così come, in fondo, può andare bene anche ai poveri babbei travestiti da nemici dell'intellettualismo accademico. Ma a chi non intende ridursi a fare l'autostoppista di ideologie altrui né a fare l'apologia dell'ignoranza, cosa resta da fare? La tentazione di un silenzio sovrano, già avvertita da alcuni in passato, si fa sentire ancora più potente oggi. Quando la pubblicità parassita la poesia e la politica rivoluzionaria parassita i patti di sangue criminali, quando il comprensibile «autismo degli insorti» – ovvero la strenua difesa del proprio mondo interiore, da non dare in pasto alla canea mediatica – assume vieppiù i tratti del terrificante analfabetismo degli insorti, ovvero l'assenza di ogni mondo interiore... cosa resta da dire?
Ma rimanere ammutoliti di fronte al frastuono dell'insensatezza è un po' come giacere paralizzati in mezzo all'onnipresenza del controllo. Può essere un attimo di riflessione, ma non può essere la risposta definitiva. Non per chi, oltre ad un esistente da distruggere, ha un universo da creare.

[Finimondo, 7/5/14]

Comparso su Avis de tempêtes – Bollettino anarchico per la guerra sociale n.5

Avis de tempêtes - Bollettino anarchico per la guerra sociale n.5

fonte: avisdetempetes.noblogs.org

Siamo solo numeri, sopra cieli dove imperversano droni, fra autoritarismi indotti dal marcio sociale fino ad esaltare massacratori in salsa alpina.
L'eco è sulla tirannia del tempo e lo sguardo è antiquato come l'uomo nell'era tecnica. Eccoci arrivati alla venticinquesima uscita di Frangenti.

Per leggerlo via web:

25 Web

Per stamparlo e diffonderlo:

25 Stampa

Tratto saperi banditi

Condividiamo la seguente riflessione di una compagna. L’adunata è stato anche questo.

Maggio 2018. Trento, sicura, silenziosa, regina di decoro urbano si prepara ad accogliere 600000 militari e simpatizzanti smaniosi di sfilare per giorni a passo di marcia.
Da settimane la città è in fermento, i camion di bitume rompono i silenzi notturni, squadre di pompieri vengono arruolate per onorare la patria e adornare la le facciate di bandiere tricolore, anche la bella e ormai succube sede di sociologia si veste a festa e da il ben venuto agli alpini. Allora via le bici, disinfetta i parchi da migranti e accattoni, scattano ordinanze su ordinanze speciali. 10 maggio è tutto pronto.

La città è luccicante e disposta a delegare interamente l’ordine pubblico all’organizzatissimo Corpo degli Alpini, legittimati in ogni loro azione dal semplice essere forze dell’ordine e di conseguenza affidabili, solidali, caritatevoli rappresentanti dell’ordine costituito.
Il capoluogo si trasforma in cittadella dell’Alpino, come per ogni grande evento il capitalismo si traveste per l’occorrenza e subdolo si appropria di ogni cosa. Chiudono le università, chiudono le biblioteche, chiudono gli asili nido. Ogni via si riempie di uomini in divisa, penne nere, fiumi di alcol, cori e trombe. Diventa labirinto inaccessibile e sala di tortura per qualsiasi corpo che non risponda alle prerogative di maschio, bianco, eterosessuale. (ah, non deve avere coscienza critica, questo è chiaro)
Diventa impraticabile e pericolosa per me che sono donna e mulatta. Esposta in maniera esponenziale a continue aggressioni verbali e fisiche che intersecano razza e genere, dando vita ad una narrativa vissuta e rivissuta mille volte nei più svariati contesti. A chi importa il tuo vissuto, a chi importa da dove vieni, a chi importa chi sei, chi si ricorda di avere davanti una persona, a chi importa?
Il colore della tua pelle, i ricci ribelli, i lineamenti, l’espressione di genere sono un pass par tout per aprire le fogne , etichette incollate su ogni parte del mio corpo che legittimano qualsiasi forma di violenza razzista e sessista. Non serve altro, il discorso d’odio è servito, è tutto normale, dall’alto del privilegio maschio e occidentale è tutto consentito. Ogni angolo di quell’immenso e pericoloso formicaio era per me trappola e luogo di resistenza, i miei tratti somatici mi tradivano in continuazione, l’autodifesa mi teneva in vita, sempre vigile e attenta.
Al tavolo di ogni bar, ad ogni incrocio si potevano captare l’affanno delle poche sinapsi di branchi di energumeni messe sotto sforzo, per portare avanti una discussione che puntualmente veniva condita da una frase come: “sti negri de merda”, “non sono razzista, ma…”, “andassero tutti a casa loro”, “gli ammazzerei tutti”, ”tira fuori le tette”, “bella gnocca vieni qua” ,qualche camionata di insulti a venditori ambulanti, che corazzati da anni di resistenza continuavano imperterriti il loro lavoro, e poi via, un altro rosso , prego, che la festa continui!
Mi sono sentita ingiustamente violentata ed impotente, violentata dagli sguardi, dai commenti sessisti, dalle palpate, dal esotizzazione continua del mio corpo trasformato in oggetto sessuale che risveglia profumi di violenza tropicale, nostalgie coloniali.
Nessuno ha chiesto il mio consenso, nessuno si è sentito in dovere di farlo, nessuno si è sentito responsabile per quello che stava accadendo nello spazio pubblico che lo circondava, nessuna delle “loro (bianche) donne” mi è stata solidale. Le istituzioni complici, si sono girate dall’altra parte e con tranquillità si sono fatte servire un vino, al tavolo dell’aggressore.
Nessuno si è chiesto se fosse normale che una cameriera sottopagata dovesse sopportare per ore frasi del tipo “Che bela moreta, fammi un pompino” o semplicemente, “non mi faccio servire da una marocchina” tutto normale , tutto concesso, nobilitato dalla posizione di “salvatore della patria”, corpo solidale in caso di calamità naturale. Tutti sembravano non voler ricordare che machismo e razzismo vengono esercitati da qualsiasi corpo, tanto più se privilegiato e paramilitare.
Questi quattro giorni sono stati la cartina torna sole dell’aria che si respira a livello nazionale, dell’ansia che ogni corpo di donna o di negra sente quotidianamente nell’attraversare lo spazio pubblico, delle ondate razziste e sessiste che attraversano il paese, ma non lo scuotono, che si insinuano silenziose nel discorso politico istituzionale di ogni giorno.
Io, come moltissime altre, non ci sto! non sono disposta a dover lasciare la città perchè non è per me spazio sicuro, non sono disposta a delegare la mia sicurezza a gruppi di militari maschi e testosteronici , non sono disposta a sorridere e lasciare correre “perché in fondo si scherza”, non sono disposta ad essere complice della vostra lurida violenza quotidiana con il mio silenzio, non sono disposta a tutelare il buon costume della vostra civiltà, rispettosa solo con chi rientra nei canoni imposti. Non sono più disposta ad agognare sanguinante e invisibile perché voi possiate marciare in pace sul mio corpo e onorare la vostra patria. Siamo stanche e arrabbiate, non ci sarà più nessuna aggressione senza risposta, nessun silenzio complice.
Raky”

Per un approfondimento sulla calata dei massacratori alpini a Trento:

https://romperelerighe.noblogs.org/files/2018/05/refrattari.pdf

Contro lo Stato, contro le Zone Alternative Destituenti

«Tutto nello Stato, niente al di fuori dello Stato, nulla contro lo Stato»
Benito Mussolini, 28 ottobre 1925
Per capire fino a che punto questa logica totalitaria non sia peculiarità del solo fascismo, ma di qualsiasi forma di potere politico — incluso quello democratico, incluso quello aspirante rivoluzionario — non c’è niente di meglio che volgere lo sguardo a quanto sta accadendo in Francia a pochi chilometri da Nantes, in quella Notre-Dame-des-Landes dove si trova(va?) la ZAD: 1.600 ettari di territorio rurale fuori dal controllo dello Stato, ospitante quasi un centinaio di costruzioni illegali dai nomi fantasiosi come la loro architettura, nate con le motivazioni più diverse dalla pluridecennale lotta contro una delle tante grandi opere inutili e nocive. È qui che, nello spazio di pochi mesi, forme di vita e di rivolta al di fuori dell’orbita istituzionale sono state prese di mira non solo dalle granate e dalle ruspe di chi ha il compito di difendere il vecchio potere, ma anche dagli accordi e dai negoziati di chi aspira ad un nuovo potere. Questo laboratorio tuttora attivo di repressione e di recupero fornisce un notevole esempio pratico di come la politica non possa che contaminare e soffocare ogni anelito di libertà. Abbiamo così cercato di esaminare quanto avvenuto alla ZAD negli ultimi mesi seguendo non solo le mosse del nemico dichiarato (lo Stato), ma anche di quello non dichiarato, del falso amico (il cittadinismo) e del falso compagno (l’insurrezionalismo filo-istituzionale).
[13/5/18]
Per scaricare il pdf del testo completo: