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filo-scoperto-lettura

«Dopo l'invenzione dell'elettricità, il mondo è appeso a un filo»   

Constatazione terribile ed affascinante al tempo stesso. Terribile per chi vuole che il mondo sia in perfetto ed incessante funzionamento, dotato di un’energia inesauribile in grado di accrescere all’infinito la volontà di potenza militare, politica ed economica. Allora quel filo va nascosto, va controllato, va sorvegliato, va protetto e difeso in tutte le maniere, perché dalla sua integrità dipende l’ordine nelle strade e nei mercati, nei ministeri e nelle banche, nei pensieri e nei sogni. Affascinante per chi, sapendo che ad essere così appeso non è affatto il mondo, ma un determinato mondo (quello dell’autorità, della merce, dell’industria), vede nella fragilità del legame di questa robusta dipendenza una possibilità di porre fine alla civile obbedienza per fare ingresso nella libertà selvaggia. Allora quel filo va scoperto, nel duplice significato: va trovato e va aperto. Va individuato e va mandato in cortocircuito.  Perché quel filo, prima di offuscare le nostre coscienze permettendoci la comodità di avere a disposizione cibi freschi, case tiepide, divertimenti spettacolari, alimenta la distruzione del pianeta attraverso il saccheggio delle risorse naturali, l’avvelenamento delle acque, l’inquinamento dell’aria, scatenando guerre che provocano massacri ed esodi... per non parlare degli effetti che ha su esseri umani privati di ogni originalità ed autonomia mentre fungono da ingranaggi della riproduzione sociale. La potenza collettiva della mega-macchina si basa infatti sull’impotenza individuale di chi la serve — e viceversa.  Non ha senso attendere il collasso della civiltà, non ha senso attendere un movimento di protesta di massa che cerchi di impedirlo attraverso un cambio di governo, non ha senso misurare con precisione quanto dista l’apocalittico baratro che già si intravede davanti ai nostri occhi. Occorre bloccate tutto. Se non è la soluzione, di certo è una scommessa — quanto di più sensato si possa fare qui ed ora al fine di strappare il tempo e lo spazio necessari per sperimentare una vita che non conosca istruzioni d’uso. E per bloccare tutto vanno scoperti i fili che riforniscono di energia sia l’oppressione della politica che l’alienazione della società, sia la corsa agli armamenti che il corso dell’economia, sia il potere che la servitù.  È quel che tenteremo di fare in queste pagine, coniugando critiche e proposte, riflessioni e documentazioni, passato e presente. Chissà che lungo questo percorso non scopriamo anche un altro filo, quello che dà impulso all’azione legando cuore e testa, sensibilità e intelligenza. Dopo la notte più buia, l’aurora.     

Sommario  

• La casa del diavolo 

• Ladri di fuoco

• Il mondo in un cavo 

• Niente di nuovo 

• La disperazione è antiquata 

• Il freno d’emergenza 

• Avversi anche a se stessi 

• Corrispondenze 

• Impazienti

• Chi assassina la terra 

• Meno male... 

• Caracremada   

Filo scoperto è espressione di alcuni singoli individui che non intendono venire a patti con questo mondo, con chi lo governa e con ciò che lo alimenta, né cedere alle lusinghe di chi pretende che possa esistere uno Stato giusto, una tecnologia neutra, un’energia pulita — per farla finita con la politica, in qualsiasi modo si manifesti. È uno strumento che vuole fornire e ricevere stimoli in grado di affinare uno sguardo critico su quanto ci circonda. Per non agevolare smanie di protagonismo e sudditanze, per non alimentare pregiudizi, per far dialogare in primo luogo le idee, abbiamo deciso di non firmare nessuno scritto, citazioni a parte, né di indicarne la provenienza (come è il caso di alcune libere traduzioni di testi stranieri, che sono stati tagliati e adattati a questo formato). Ciò non implica una non assunzione di responsabilità o la volontà di appropriarsi di testi altrui, tutt’altro: il nostro tentativo è che si sviluppino discussioni a 360°, e se possibile anche di più. Naturalmente, chiunque abbia una qualsiasi critica da fare, precisazioni da aggiungere o commenti da esprimere, chi desidera dialogare con l’autore o l’autrice di un articolo oppure conoscere la fonte di uno scritto, può scrivere alla nostra casella postale elettronica: filoscoperto@riseup.net

Qui potete scaricare il numero:

https://filoscoperto.noblogs.org/

E la potete trovare al Kavarna e in altri luoghi a Cremona...

Il calendario di Stato è pieno di commemorazioni. Giorni in cui veniamo sollecitati per decreto regio a sforzare una memoria sempre più artificiale su avvenimenti a noi talvolta sconosciuti. I nostri occhi devono chiudersi su quanto mortifica quotidianamente le nostre vite, per spalancarsi soltanto su ciò che un tempo travolse le esistenze di altri.

Manifestazioni, funzioni, celebrazioni, ci fanno ripercorrere a distanza di sicurezza quanto ci è stato insegnato sugli orrori del passato per farci sentire al riparo da ciò che sperimentiamo sulla nostra pelle nel presente.

Le giornate della Memoria parziale e del Ricordo mistificato sembrano istituite solo per giustificare e riprodurre gli anni della Rimozione totale.

Ogni 27 gennaio veniamo invitati a commemorare le vittime dell’Olocausto, i milioni di ebrei e non ebrei soppressi nei lager nazisti. Affinché simili tragedie non debbano ripetersi mai più, le autorità elargiscono onoreficenze ai sopravvissuti o ai loro parenti, inaugurano lapidi a perenne monito, finanziano Treni della Memoria che conducono i ragazzi a visitare il lager di Auschwitz. Tutte nobili iniziative. Tuttavia, prima di arrivare a Cracovia, tutta questa memoria farà tappa anche alla Risiera di San Sabba (Trieste) — campo di sterminio dotato di forno crematorio —, a Gonars (Udine), a Renicci di Anghiari (Arezzo), a Chiesanuova (Padova), a Monito (Treviso), a Fraschette di Alatri (Frosinone), a Colfiorito (Foligno), a Cairo Montenotte (Savona) e in tutti i paesi dove all’epoca sorsero campi di concentramento italiani?

No, la memoria istituzionale è selettiva. Ricorda volentieri gli orrori perpetrati dallo Stato tedesco, ma solo per far meglio dimenticare quelli commessi dallo Stato italiano.

Sottolineando la responsabilità degli altri si cerca di legittimare e rendere plausibile una propria irresponsabilità in quei fatti lontani, laddove dovrebbe essere noto che il governo fascista italiano fu il principale alleato del governo nazista tedesco nonché, in un certo senso, l’ispiratore. 

Ma c’è di peggio. La messa in mostra degli orrori di ieri serve soprattutto a coprire gli orrori di oggi, offuscando l’indissolubile legame che li unisce. La rituale esibizione del Male assoluto nazista è necessaria, va ripetuta di anno in anno, perché serve a rendere più accettabile il Male relativo democratico. Così si piangono gli ebrei rinchiusi nei lager di ieri con l’accusa di aver infestato l’Europa, mentre si tace sugli immigrati clandestini che vengono rinchiusi sotto i nostri occhi nei lager di oggi (i Cie) con l’accusa di infestare l’Europa. Si maledicono i gerarchi nazisti che hanno costruito i vecchi campi di concentramento, ma si lodano i politici democratici —Verdi e Rifondazione Comunista inclusi — che hanno costruito quelli nuovi. Ci si interroga ancora sull’infame collaborazionismo del Sonderkommando, ma si giustifica il collaborazionismo della Croce Rossa o della Misericordia.

E questa rimozione va ben oltre i limiti tracciati dal filo spinato, entra fin negli aspetti più banali della nostra quotidianità. Tutti rimangono sgomenti di fronte al numero tatuato sul braccio dei deportati; ma quanti di noi considerano innocue le carte di identità e i codici fiscali che riducono l’essere umano ad una cifra da amministrare? Tutti s’indignano per il clima di paura che regnava all’epoca, ma quanti invocano quel sistema di videosorveglianza moderno che tratta chiunque come un nemico da controllare? Più in generale la condanna della guerra e dei suoi massacri è unanime, ma quanti protestano contro le industrie belliche o le basi militari presenti sul nostro territorio? Infine, deve essere perché ogni anno ci rammentiamo quanto era cattivo «l’invasor» che l’esercito italiano si trova oggi in paesi come l’Iraq o l’Afghanistan...

Ogni 10 febbraio siamo dunque invitati a commemorare i cosiddetti “martiri delle foibe”! Qui la retorica del Ricordo sconfina nel puro artifizio, la storia si fa mito, le parole perdono significato per venire arruolate dalla propaganda più becera, quella che trasforma una lotta di liberazione dal nazifascismo in una persecuzione etnica ai danni di nostri connazionali. Cosa sono le foibe? Chi sarebbero questi martiri da compiangere? Cavità rocciose assai diffuse nella zona del Carso, le foibe sono sempre servite per far sparire in fretta i cadaveri causati da guerre, scontri e regolamenti di conti. Nel corso della storia queste buche profonde hanno inghiottito un po’ tutti, senza distinzione di nazionalità (austriaci, italiani, tedeschi, croati, sloveni), di statuto (militari e civili), o di idee (fascisti e antifascisti). Comode fosse comuni, insomma, riempite da più parti. Infoiati per i loro vecchi camerati infoibati, i rappresentanti della destra più o meno estrema cercano da mezzo secolo di farli passare per buoni e semplici italiani trucidati da cattivi comunisti slavi mentre si trovavano casualmente di passaggio in quelle regioni. Al di là del numero dei cadaveri rinvenuti nelle foibe, gonfiato a dismisura per suscitare maggiore impressione e rendere più credibile la favola di una purificazione etnica indiscriminata, è chiaro che questa commemorazione non è riservata alle vittime della prima guerra mondiale, né a quelle di vendette private, e tanto meno ai partigiani (italiani e slavi) caduti in combattimento. Come si vede, anche il ricordo istituzionale è selettivo.

Fra gli infoibati commemora solo i «martiri italiani, vittime del comunismo». Ovvero i miliziani fascisti dediti ai rastrellamenti, gli agenti della polizia segreta OVRA, i collaborazionisti italiani filonazisti e i confidenti questurini che trovarono la morte alla fine della seconda guerra mondiale per mano dei partigiani di Tito, pronti a far nascere un nuovo regime. Anche in questo caso si opera una doppia rimozione, una sul passato e l’altra sul presente. 

Da un lato ci si scorda che il governo fascista italiano perseguitò le popolazioni slovene e croate fin dagli anni 20, costruì anche là dei campi di concentramento (come quello di Arbe), dichiarò guerra alla Jugoslavia nel 1941 invadendo parte della Slovenia e della Dalmazia. I massacri italiani avvenuti in quelle terre, che causarono decine di migliaia di vittime, seminarono quel vento che più tardi avrebbe raccolto tempesta. Dall’altro lato, il ricordo della presunta persecuzione etnica subita non sembra proprio aver impedito alle attuali autorità italiane di sgomberare i campi rom, nel tentativo di costringere i loro abitanti (famiglie di uomini, donne, anziani e bambini) ad un esodo verso i loro cosiddetti paesi d’origine. Come non notare che l’istituzione della giornata del Ricordo accompagna il montare del razzismo e della xenofobia in Italia?

Come non accorgersi che la rivendicazione di un’identità nazionale serve ad imporre una omologazione che nega ogni differenza, equiparando sfruttatori e sfruttati, oppressori ed oppressi, aguzzini e vittime?

La sola memoria che va preservata, il solo ricordo che va coltivato, non è certo quello degli “italiani, brava gente”, lasciando ai soli tedeschi, sloveni e croati il ruolo di carnefici.

Gli orrori del passato come quelli del presente dimostrano che ogni Stato — qualsiasi esso sia, vecchio o nuovo, occidentale o orientale, governato dalla destra o dalla sinistra — si fonda sullo sterminio di massa. L’iprite usata dai militari italiani in Etiopia nel 1935 anticipa il fosforo usato dai militari statunitensi a Falluja nel 2004.

Ogni bandiera è imbrattata di sangue, ogni inno nazionale copre urla e lamenti. Ogni uomo sarà sempre un massacratore e un complice di massacratori, finché non si deciderà a farla finita con tutti gli eserciti e con tutti i governi.

Finimondo, 2011

Come ogni volta, anche quest’anno si festeggia la giornata della memoria. Le istituzioni si danno un bel da fare nell’istituire i viaggi nei luoghi dell’orrore: i lager nazisti. Un giorno santo per ritrovare un po’ di quella vomitevole purezza del dimenticato, la quale viaggia parallelamente con le atrocità contemporanee. Visitare dei luoghi di tortura e di sterminio può impressionare: questo lo si può intuire. Far riaffiorare un passato funesto, dice qualcuno, è il miglior modo per non scordare. A patto di chiudere gli occhi sui genocidi e le torture di oggi. Tutto lo squallore democratico riesce a reinventarsi le menzogne più cruente. Sopravviviamo in una crudeltà continua, con un viaggio della memoria a portata di mano.  La manfrina ideologica di questa giornata è la seguente: dobbiamo ricordare questo passato perché è stato una parentesi atroce della storia. Ecco che la menzogna si completa, il senso di vomito fa il resto. Bisognerebbe essere sinceri ma non è possibile: difendere i privilegi del dominio è qualcosa di ecumenico. Il sacrilegio è capire che il periodo dei lager nazisti non è una parentesi oscura della storia dell’umanità, ma una parte fondamentale della continuazione della storia dell’oppressione. I lager nazisti vengono dopo i genocidi perpetrati dagli occidentali ai danni delle comunità indigene dell’America Latina. Vogliamo parlare degli indiani d’America? E dei buoni cristiani nelle Crociate e nelle Inquisizioni? Cosa pensiamo della prima rivoluzione industriale dove il lager ha iniziato a chiamarsi fabbrica? Ma non solo il passato terrorizza, anche il presente è la continuazione della civiltà del genocidio. Cosa sono i CPR se non lager? E i laboratori di sperimentazione fatti sugli animali, insieme agli allevamenti intensivi?  La storia è la storia di continue guerre. Come disse Simone Weil: «Il grande errore in cui cadono quasi tutte le analisi riguardanti la guerra è di considerare la guerra come un episodio di politica estera, mentre è prima di tutto un fatto di politica interna, e il più atroce di tutti.» La memoria è viva se riesce anche a vendicare le atrocità del passato dando respiro ad una possibilità che esse cessino definitivamente. E allora come non ricordare le distruzioni delle carceri nelle rivolte di Londra di fine 800, l’abbattimento della Bastiglia nella rivoluzione francese o le sommosse che portarono tante carceri spagnole nel 1936, durante l’insurrezione contro il fascista Franco, ad essere, finalmente, un cumulo di macerie? E come non sentire i battiti del cuore a mille quando qualche CPT/CIE/CPR viene distrutto dai prigionieri o quando gli animali vengono liberati dalle gabbie di qualche laboratorio scientifico messo a ferro e a fuoco? Forse bisognerebbe porgere la propria sensibilità verso questi fatti, per distruggere i lager di oggi, come quelli di ieri. La memoria, così, diventerebbe un profondo e continuo esercizio di gratitudine.

tratto da Frangenti, n. 17, 28 gennaio 2018

Noi siamo i barbari calati per saccheggiare la città vetrina e
gozzovigliare sulle sue rovine.
Noi siamo il selvatico che infesta le crepe di questa civiltà. Non
capiamo il lavoro e non ci interessa capirlo. Siamo viventi, non
ingranaggi meccanici di produzione e riproduzione di questa società. Non
ci interessano le vostre gabbie dorate. Che poi viste da vicino tanto
dorate non sono. Sentiamo continuamente parlare di "riqualificazione",
di "lotta al degrado", "sicurezza e legalità". Quello che vediamo è
speculazione edilizia per far aumentare il valore degli immobili,
aumento degli affitti, espulsione dei poveri, distruzione di vite e
legami sociali e consumo di quel suolo che la natura ha faticosamente
riconquistato alla civiltà. La vostra lotta al degrado è lotta contro i
poveri, i devianti, gli esclusi. Lotta contro tutto ciò che disturba
l'occhio del penbensante e che con la sua devianza rischia di abbassare
le prospettive di rendita della speculazione. La sicurezza poi sembra
una barzelletta. Voi non volete la sicurezza della vostra libertà, voi
volete la tirannia, l'occhiuto controllo che colpisca con violenza il
diverso, l'emarginato e chiunque altro vi ricordi l'iniquità, lo
sfruttamento, il dolore e la morte su cui sono fondate la vostra
civiltà, il vostro presunto benessere e quei simulacri che chiamate
vite. Invocate continuamente la legge, ovvero quelle stesse catene che i
vostri  padroni usano per tenervi incatenati al vuoto delle vostre
esistenze.
Vi diamo una cattiva notizia, l'orda d'oro è in arrivo. L'orda non è una
casa, un edificio, un'organizzazione, un collettivo o un progetto
politico.
L'orda è l'ebrezza incontenibile, è i legami che ci uniscono, è la gioia
armata dei nostri corpi. Potete anche demolire gli edifici nei quali
sverniamo sperando di colpirci e noi  rideremo incontenibilmente della
vostra idiozia. Siamo nomadi per istinto, semplicemente occuperemo una
nuova rovina.
Nascondete i vostri tesori: l'incendio di milano incombe all'orizzonte.

Cordialmente, i portatori di rovina

Prossime iniziative:

Ciao gente, continua da ieri la resistenza a iosa di Casa Brankaleone, i ragazzi stanno bene ed il morale anche qua giù è ancora alto, tanto che siamo determinat* a rimanere qui il più possibile con una serie di appuntamenti nei prossimi due giorni : giovedi 23 H.11.30 passeggiata in quartiere, porta pentole e coperchi H.18.00 ape vegan bella vita con contributi audio, riflessioni e analisi sulla sorveglianza speciale, a seguire  si aprano le danze e chi più ne ha più ne metta. Venerdi 24 ancora in forze, tarda colazionata H.11.00 (porta tutto quello che vorresti trovare, possibilmente caldo) e poi nel pomeriggio stornellanacciata anarchica e presa abbenee.. portiamo solidarità casino ragaaaa (A) in Piazza Alfieri, 1 Milano

Speranza

di Albert Soubervielle

Noi ci culliamo — talora inebriandoci — con fallaci parole che rappresentano solo vaghe astrazioni. Pretendiamo che la speranza sia il nostro sostegno, se non la nostra guida, nell'aspra lotta che conduciamo nel corso della nostra effimera esistenza. E coloro che considerano la speranza una chimera a volte sono solo disillusi che, dopo molte speranze infrante, dubitano di tutto e di se stessi. Ma, a parte questi disincantati dalla vita, tutti gli esseri umani non vedono forse nella speranza il faro luminoso che li guida e verso cui tendono i loro sforzi? Essendo la speranza in un futuro migliore l'unica vera ragione di vita, per tutti? È così che il credente si rassegna al triste destino della sua vita terrena, contando ingenuamente in una ricompensa nell'aldilà. Questo è anche il motivo per cui l'eterna vittima pone il proprio futuro nelle mani di un padrone e non si scoraggia, sebbene costantemente ingannata. Sono queste fallaci speranze che contribuiscono a prolungare miseramente una vita sociale talmente assurda e monotona. Sperare significa credere in un’ipotetica felicità e aspettarsela ingenuamente dagli dèi, dai padroni o dal cieco caso. Farsi cullare da una speranza ingannevole significa far addormentare ogni energia in se stessi, talvolta è rinunciare persino a qualsiasi idea di lotta, significa preparare un avvenire che è solo un ritorno del passato e una triste continuazione del presente. Non dobbiamo avere alcuna fiducia cieca; non crediamo in niente; nessuno può migliorare la nostra vita meglio di noi stessi. Acquisiamone coscienza e mettiamo la nostra energia in continua attività. Lottiamo e reagiamo contro tutto ciò che ostacola la nostra esistenza. La speranza indebolisce e imbroglia. Ci fa marcire nel tran-tran di un’ebete ingenuità o sprofondare in un tetro scoraggiamento. La volontà, madre dell'azione, è un reale fattore di vita.  Bisogna agire, non sperare.  

(l’idée anarchiste, n.5, 8 maggio 1924)

Un'arte antica

«A dirla in breve, tutti i Numi aborro» Eschilo, Prometeo incatenato  

Molti secoli dopo la tragedia di Eschilo, il figlio di un contadino scozzese si imbatté in un fenomeno che il Prometeo della leggenda non avrebbe rinnegato: il fuoco, come conoscenza e come arte. Venuto ad annettere alla Corona britannica le isole del Sud Pacifico, James Cook descrisse così nel suo diario la visione che gli apparve quando raggiunse le coste australiane nel 1770: «Ovunque siamo, vediamo fumo durante il giorno ed incendi di notte... Quel continente è un continente di fumo». Questa arte del fuoco abilmente gestita dagli aborigeni consentiva loro di coltivare terre aride (con la tecnica agricola del debbio), di favorire certe sostanze che attirano le prede, di formare boschi aperti o mantenere praterie erbose che favorivano la caccia. Ogni giorno, centinaia di fuochi aborigeni mantenevano ciclicamente un paesaggio a mosaico che alternava campi, praterie e foreste aperte. La specificità pirofila di parte della flora australiana di arbusti è tale che ancora oggi addirittura un quinto di quelle specie hanno bisogno del fuoco per la germinazione dei loro semi. Ma cosa volete che un piantatore di bandiere capisca in materia d'arte prometeica, lui che fin dal suo primo approccio si rivolse a colpi di moschetto agli abitanti di quelle terre? Dopo aver ampiamente sterminato gli aborigeni (passati dai 750.000 dei tempi di Cook ai 20.000 del 1920) e represso non senza resistenza le loro pratiche incendiarie al fine di introdurre bestiame e recinti, i coloni non si resero nemmeno conto che i loro allevamenti estensivi di pecore avevano sterilizzato il terreno di quel fragile ambiente in meno di una generazione. Se a questo si aggiunge il fatto che l'Australia è diventata a poco a poco una gigantesca miniera a cielo aperto (con 60.000 miniere abbandonate e 400 ancora attive), si arriva ai giganteschi incendi che stanno devastando quel continente dal mese di novembre.In primo luogo, quel megafire ha fatto abbondantemente parlare di sé perché sta divorando un paese ricco sorpreso dalla sua furia, al punto che il suo governo attende ormai l'arrivo delle piogge estive come se fossero un nuovo messia. Poi, poiché a differenza del precedente storico di vastità ancora maggiore (un'area di 117 milioni di ettari era bruciata nel 1974-75, ossia undici volte più di oggi), questo non sta interessando solo l'interno più desertico ma direttamente il volto radioso del paese situato sulle coste orientali e meridionali: le metropoli di Sydney, Melbourne e Canberra, così come numerosi bacini di turisti (parchi nazionali e altre riserve naturali allestite). Per tre volte da novembre, è stato dichiarato lo stato d'emergenza per una settimana nelle province del New South Galles e della capitale, causando l'evacuazione forzata di 100.000 persone (tra cui 30.000 beoti vacanzieri) e l'intervento dell'esercito. Il dispiegamento sull'area di cinquemila soldati con ampi poteri — che vanno dalle evacuazioni forzate e le requisizioni di beni alla sospensione delle libertà in vigore — con aerei, gipponi blindati e navi da guerra, dà un assaggio di cosa sia una qualsiasi gestione statale di una catastrofe che mette in pericolo i suoi interessi. Un rapporto che consente anche di coordinare meglio pompieri e assassini in uniforme per gerarchizzare le priorità, poiché una infrastruttura critica da preservare viene sempre prima di qualsiasi abitazione, e una miniera di titanio, o tantalio, o torio, o nichel, o litio, o carbone, o tungsteno con cui l'Australia rifornisce a profusione l'industria di morte viene sempre prima di qualsiasi famiglia di koala. Senza ironia, la situazione è tale da venire descritta in loco «Chernobyl del clima». Non perché l'Australia è il terzo produttore mondiale di uranio con il suo radioso giacimento Ranger sfruttato nel bel mezzo del famoso parco naturale di Kakadu per rifornire le centrali giapponesi, ma perché le colonne di fumo rilasciato nella stratosfera da questi mega-incendi che si moltiplicano dall’Amazzonia alla Siberia e dal bacino del Congo all'Artico, fungono già da modello per studiare le conseguenze di un eventuale inverno nucleare. Tuttavia, proprio come Chernobyl o Fukushima, questa catastrofe non ha proprio nulla di «naturale», la sfrenata devastazione dell'ambiente non è un semplice errore di negligenza dell'attuale organizzazione sociale suscettibile di essere corretto una volta riconosciuto dai suoi dirigenti, ma una delle ovvie conseguenze del capitalismo. Come tutti i miti, quello di Prometeo è stato oggetto delle più diverse interpretazioni, poiché la loro funzione è proprio quella di mobilitare il passato in funzione dello sguardo da portare sul presente. E come avrebbe potuto sfuggirvi il Titano greco, lui che rubò con un atto di ribellione il fuoco sacro dell'Olimpo per portarlo agli umani, prima di essere condannato da Zeus a restare incatenato mentre un'aquila arrivava ogni giorno per divorargli il fegato? A partire da quel fuoco sottratto, simbolo di conoscenza, alcuni si sono soffermati ad esempio sugli scontati tormenti di Prometeo come una metafora della paura del futuro; altri l'hanno usato per mettere in guardia gli umani da una volontà di onnipotenza tecnica al limite dell'eccesso; e altri ancora lo hanno talvolta invocato in nome del destino mitico delle masse proletarie in marcia verso la grande sera. Ma cosa accadrebbe in fin dei conti se, invece di rifugiarsi dietro il mito di un necessario intermediario trafficante di fuoco, ci si sbarazzasse una volta per tutte della sua figura per voltarsi verso l'utopia e agire in prima persona? Quella delle coscienze individuali insorte, quella dei favolosi Titani che spezzano le catene forgiate dagli dèi moderni dell'autorità e del progresso. Oh, come sembrerebbe allora assurdo ad ogni essere la cui protesi tecnologica non serve né da coscienza né da cuore, chiedere ai tiranni di risolvere un problema di cui sono la causa! Oh, come sembra più che mai tempo di fermare tutto noi stessi sviluppando quest'arte antica, diffusa e mirata, contro tutto ciò che ci distrugge. Perché ciò che non aveva capito un esterrefatto James Cook prima che i suoi discendenti cospargessero l'Australia di veleni, è che il problema non è il fuoco, ma contro chi e contro cosa sia indirizzato.

Traduzione: Finimondo

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