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Affrontare la questione dell'energia, o meglio delle risorse energetiche da cui dipende il buon funzionamento dello sfruttamento capitalista ed il potere statale, non è facile. Soprattutto, precisiamolo fin da subito, se non si tratta di fare un elenco di dati tecnici su questa o quella fonte di energia, di enumerare le nocività provocate dalla voracità energetica del sistema industriale, le devastazioni che comporta a livello ambientale. Ciò che vogliamo qui tentare è un'analisi più ampia, più profonda, di cosa significhi l'energia in questo mondo. È difficile evitare che rimanga in parte incompleta, ma l'obiettivo è arrivare ad una comprensione generale dell'importanza della questione energetica. Partiamo da una semplice constatazione: da diversi decenni, con la massiccia imposizione del nucleare da parte dello Stato e la crescita esponenziale dei bisogni energetici della produzione industriale, della guerra e del modello societario di consumo di massa, numerosi conflitti sono legati alle risorse energetiche, alla produzione ed al trasporto di energia. Da un lato, vediamo come gli Stati abbiano scatenato guerre sanguinose per conquistare determinate risorse, come il petrolio o le miniere di uranio, per fare un esempio ovvio, o per assicurarsene il rifornimento continuo. Dall'altro lato, ci sono stati anche molti conflitti diciamo sociali, a volte più ecologici, a volte radicalmente anticapitalistici, a volte di rifiuto di un'ulteriore devastazione del territorio o di rifiuto dell'imposizione di certi rapporti sociali conseguenti a questi progetti: opposizione allo sfruttamento di una miniera, alla costruzione di una centrale nucleare, alle nocività causate da una centrale elettrica a carbone. Il lungo elenco di lotte e di guerre ci dà già un'idea dell'importanza che riveste l'energia, la sua produzione e il suo controllo. Oggi, in tempi in cui ogni prospettiva rivoluzionaria di trasformazione totale dei rapporti esistenti, di distruzione del dominio, sembra essere quasi scomparsa, almeno nei paesi europei, esistono tuttavia non pochi conflitti e lotte di opposizione alle infrastrutture energetiche. Pensiamo alla gigantesca miniera di lignite a cielo aperto ad Hambach, in Germania, dove la lotta contro la sua estensione è scandita da molti e vari sabotaggi che inceppano il funzionamento della miniera esistente; alla lotta contro la costruzione del gasdotto TAP, che si scontra con un'opposizione nel sud dell'Italia; alle lotte qui in Francia che hanno avuto luogo contro la costruzione di nuove linee ad alta tensione nella Durance (per aumentare la capacità di esportazione dell'elettricità nucleare francese) o in Normandia (per collegare la nuova centrale nucleare di Flamanville alla rete); senza dimenticare quelle contro l'installazione di nuove turbine eoliche o contro i permessi di esplorazione e sfruttamento del gas di scisto... Certo, tutti questi conflitti non denotano sempre aspirazioni rivoluzionarie, e spesso al loro interno si rileva non solo il cittadinismo, l'ecologismo cogestionario, la ricerca di dialogo (e quindi di riconoscimento) con le istituzioni, ma anche una fastidiosa confusione — nel migliore dei casi — oppure un opportunismo politico — nel peggiore — da parte degli autoproclamati radicali. Sul modello, ad esempio, di quanto i comitati invisibili e gli strateghi populisti di servizio teorizzano sotto forma di strategie della composizione, ovvero riunire tutto ciò che è incompatibile sotto la direzione di un alto comando politico che essi cercano di imporre con maggiore o minor successo. Ma non entriamo nel vivo di questo argomento che è già stato qui affrontato. Ciò che tutte queste lotte potrebbero permettere, a noi anarchici e anti-autoritari che stiamo sempre a scrutare l'orizzonte per scoprire i segni del malcontento e di possibili superamenti insurrezionali — dimenticando troppo spesso che si tratta soprattutto e innanzitutto di agire in prima persona, sulla base delle proprie idee e delle proprie tensioni — è sviluppare un progetto di lotta, non necessariamente nuovo ma in ogni caso relativamente assente da qualche tempo, che proponga di tagliare l'energia a questo mondo, sia essa nucleare, termica, solare o eolica.  

«Il diavolo si è installato in un nuovo domicilio. E anche se fossimo incapaci di farlo uscire dal suo rifugio da un giorno all'altro, dobbiamo per lo meno sapere dove si nasconde e dove possiamo stanarlo, per non combatterlo in un angolo in cui non trova più rifugio da molto tempo — e affinché non si prenda gioco di noi nella stanza accanto» Günther Anders  

E quindi, che cos'è l'energia di cui si parla? Già, si tratta di un termine che proviene dal lessico delle scienze fisiche, per misurare e quantificare determinati processi, come ad esempio il calore (che può essere misurato in temperatura ma, prendendo l'approccio energetico, anche in energia che il calore sprigiona per far girare, ad esempio, una turbina). In generale, tuttavia, tendiamo ad associare l'energia alla vita. Senza energia, niente vita. Senza energia, niente movimento. Che si tratti di una visione storica, maturata nel corso di secoli di scienza e capitalismo, è fin troppo ovvio. Oggi il discorso sull'energia è penetrato dappertutto, anche dove in passato veniva ancora e giustamente distinto dai processi vitali. Per determinare la vita, per misurarla e cartografarla, si misura ad esempio l'energia chimica delle cellule — base della vita biologica — ed è così che la stessa consapevolezza che la vita è molto più di una serie di dati chimici o di un filamento di DNA, tende rapidamente a svanire. Non dimentichiamo che ciò che non è quantificabile non rappresenta possibilità di accumulazione. Quindi la qualità, come l'esperienza singolare, le passioni, le sensazioni, insomma tutto ciò che costituisce la poesia della vita, non possono essere misurate e quindi facilmente trasformate in merce. L'energia è quindi un termine derivante dalle scienze fisiche, non un semplice sinonimo di vita. La distinzione potrebbe sembrare un po' ridicola, un po' superflua, ma non lo è: se proponiamo di tagliare l'energia a questo mondo, questa distinzione che suggeriamo come preliminare assumerà tutta la sua importanza. Quando parliamo di energia, di risorse energetiche, bisogna quindi intendersi. Non si tratta, come solitamente si dice nella lingua parlata, che «l'umano libera energia» contenuta nell'atomo, nel petrolio, nell'olio di colza, nel gas o nel vento. No, è attraverso strumenti, strutture, processi e macchine che l'energia viene misurata, prodotta, generata, convertita, accumulata, immagazzinata e trasportata. Il soffio del vento non è semplicemente «energia cinetica». In sé, è inutilizzabile per il capitale e lo Stato: occorrono pale eoliche, turbine, cavi per trasformarla in energia elettrica al fine di far funzionare altre macchine. Ci sarebbe quindi molto da dire su questa stessa idea di conversione delle risorse in energia elettrica ad uso industriale o domestico, per esempio sul rendimento di queste conversioni. Basti pensare a quanti litri di petrolio sono necessari per produrre un chilo di grano, che si potrebbe a sua volta quantificare in termini di energia (calorie), per constatare fino a che punto il rendimento dell'agricoltura industriale a petrolio non sia affatto così razionale come si pensa normalmente. Ma ciò ci allontanerebbe dal nostro soggetto e rischieremmo di impantanarci in penosi dibattiti tecnici. Riprendiamo il filo: quando parliamo di energia, parliamo qui di tutti i procedimenti, oggi quasi tutti industrializzati, per convertire qualcosa in forza motrice, in energia elettrica... Checché se ne dica, questi diversi procedimenti messi a punto nel corso della storia non derivano da una semplice volontà di razionalizzazione, ed ovviamente ancor meno da una preoccupazione etica o ambientale come si vanta oggi il dominio, che investe massivamente nello sfruttamento di altre risorse come le cosiddette energie rinnovabili. Dato che energia equivale a potere, tali processi derivano da strategie. La generalizzazione dell'uso del petrolio come carburante è istruttiva a questo proposito. Il pericolo rappresentato da una forte dipendenza dallo sfruttamento del carbone è stato colto da alcune grandi potenze, in particolare dagli Stati Uniti. Richiedendo strutture che concentrano migliaia di proletari in uno stesso luogo per estrarre il carbone, dando vita a potenti movimenti operai talvolta sovversivi, il carbone costituisce un grosso rischio, inaccettabile per lo Stato, di vedere la sua produzione paralizzata da vasti movimenti di sciopero. La petrolizzazione del mondo è stata in gran parte una risposta, e non solo a titolo preventivo, ai movimenti operai rivoluzionari che si sviluppavano massicciamente proprio alla fonte della riproduzione del capitalismo. Poiché sebbene lo sfruttamento del petrolio necessiti ovviamente anch'esso di manodopera, i pozzi non ne richiedono tanto quanto una miniera di carbone. Pensiamo ai vasti giacimenti petroliferi del Texas, dove migliaia di macchine estraggono a perdita d'occhio senza alcun intervento umano oltre alla manutenzione tecnica, ciò che fa funzionare questo mondo. Finite le pericolose concentrazioni di proletari laddove un numero molto più ridotto di tecnici, operai specializzati e addetti alla sicurezza sono sufficienti per garantire il flusso continuo. A sua volta, la nuclearizzazione del mondo deriva molto meno da una ricerca della famosa «indipendenza energetica» degli Stati, in particolare dopo la crisi petrolifera del 1973, quanto dall’assoggettamento e dal maggiore incasellamento delle popolazioni. Con il nucleare, l'organizzazione gerarchica è diventata tecnicamente inevitabile, ponendo grossi ostacoli ad ogni orizzonte rivoluzionario di distruzione dell'esistente. Insomma, lo sfruttamento di una tale fonte energetica segue i disegni del dominio. Ma allora, le energie rinnovabili odierne, in nome delle quali le colline ed i mari sono coperti di pale eoliche, i campi ed i deserti di pannelli fotovoltaici, le valli inondate e il corso e il flusso dei fiumi modificati e regolamentati? Una preoccupazione ambientale? Certo che no, oppure sì, se intendiamo l'estensione di queste energie rinnovabili come il proseguimento dello stesso mondo industriale e produttivista con altri mezzi. Le irreversibili devastazioni e le contaminazioni lasciate in eredità da due secoli di industrialismo capitalista e statale spingono oggi il dominio a cercare superamenti tecnici e soluzioni tecniche per ridurre l'inquinamento e l'avvelenamento. Si tratti di fantasmi o di possibilità reali, in fondo non cambia nulla: è comunque la perpetuazione di quello stesso dominio che intendiamo abbattere.  

«La sincope è una momentanea sospensione dell'attività cardiocircolatoria e cerebrale che provoca una perdita improvvisa e transitoria della coscienza. Gli effetti possono essere irrilevanti, un momentaneo scombussolamento, ma talvolta possono anche essere più gravi. In alcuni casi se l'interruzione del flusso di sangue nell'organismo umano si prolunga oltre certi limiti sopraggiunge la morte. Fra tutte, la "sincope oscura" — quella cioè priva di cause identificate, logiche — è considerata la più pericolosa. Perché non consente ai medici, tecnici del corpo, di intervenire.Anche il funzionamento dell'organismo sociale è garantito da un insieme di flussi. Flussi di merci, di persone, di dati, di energie. Flussi che possono sospendersi per i motivi più svariati. Un guasto tecnico, ad esempio. Oppure un furto di materiali. Magari un sabotaggio». Sincopi (2013)  

Le energie rinnovabili tentano oggi di mitigare un rischio importante. Cioè, per far fronte a bisogni energetici esponenziali e ad una dipendenza sempre maggiore da un rifornimento elettrico stabile di interi settori dell'economia, dell'amministrazione statale o dell'orizzonte cibernetico che si afferma ad una velocità e con una potenza impossibile da sopravvalutare, il dominio deve non solo moltiplicare, ma anche diversificare i processi per generare energia elettrica. Anche il vasto parco nucleare francese non sa fare fronte ai «picchi di consumo», per ragioni tecniche, ragion per cui le centrali elettriche convenzionali non sono mai state abbandonate. Visto che i progressi tecnici permettono oggi un rendimento più elevato (sebbene, dato che il vento non soffia sempre e non così forte, le pale eoliche hanno ad esempio un fattore di capacità molto basso, attorno al 20%), il sistema si è lanciato in questa diversificazione energetica permessa dalle energie dette rinnovabili. Non si tratta di una transizione energetica, come del resto non è mai avvenuta nella storia, bensì di una addizione, come dimostra non solo il fatto che le centrali nucleari o convenzionali non siano chiuse (la loro produzione non potrebbe in ogni caso venire sostituita dalle sole energie rinnovabili), ma anche il fatto che nuove centrali vengano costruite o sviluppate (EPR o altro), che altre fonti di energia vengano esplorate, testate ed utilizzate, come gli impianti a biomassa (difficili tuttavia definirli «rinnovabili», anche nella neolingua del potere, dal momento che la loro prospettiva è principalmente quella di bruciare piante geneticamente modificate), o che uno dei tre principali programmi di ricerca finanziati dall'Unione Europea è quello del trasporto di elettricità per cercare, soprattutto attraverso l'uso di nano-materiali, di ridurre in minima percentuale la perdita di calore sulle linee. In generale, le energie rinnovabili consentono di accrescere ciò che ormai viene definita la resilienza di approvvigionamento elettrico, ovvero la sua capacità di continuare a funzionare in caso di intoppi, si tratti di una tempesta, di un accidente o di un sabotaggio. Questa volontà di resilienza spinge anche verso una diminuzione della centralizzazione della rete elettrica, nella misura in cui è possibile. Ma non confondiamo le loro parole con le nostre valutazioni, perché l'attuale centralizzazione della rete elettrica significa già che siamo di fronte ad una rete con strutture attaccabili disseminate in tutto il territorio, dappertutto. L'utilizzo dell'elettricità secondo l'uso attuale della società industriale, rimarrà infatti ancora a lungo dipendente da una vasta rete di trasporto e distribuzione. Non sorprenderà nessun nemico dell'autorità che le infrastrutture energetiche siano quindi classificate dall'Unione Europea (così come da quasi tutti gli Stati del mondo) con il leggiadro eufemismo di «infrastrutture critiche», si tratti ovviamente di una centrale, ma anche di un gasdotto, di una linea d’alta tensione, di trasformatori elettrici, di una pala eolica o di un campo di pannelli fotovoltaici. Nella relazione annuale 2017 dell'Agenzia di osservazione delle tensioni politiche e sociali nel mondo (sovvenzionata dai giganti mondiali delle assicurazioni), si poteva così leggere che sull'insieme di attentati e sabotaggi contati come tali nel mondo e compiuti da attori «non statali», messe insieme tutte le tendenze ed ispirazioni, niente meno che il 70% prendevano di mira le infrastrutture energetiche e logistiche (ossia: tralicci, trasformatori, oleodotti e gasdotti, antenne di trasmissione, linee elettriche, depositi di carburante, miniere e ferrovie). Che le motivazioni dietro tutti questi sabotaggi ci soddisfino o meno, non è questo il punto. Ciò su cui si potrebbe riflettere è sapere — essendo l'energia un perno del dominio nel senso che è necessaria alla sua riproduzione tanto quanto sottomette e rende dipendenti i dominati — se sia possibile sviluppare una progettualità anarchica su questo terreno. In altre parole, disponiamo di analisi sufficienti per comprendere il ruolo svolto dall'energia, per cogliere l'importanza dei nuovi progetti energetici, ed è immaginabile sviluppare e proporre un metodo di lotta basato sull'azione diretta, la conflittualità permanente e l'auto-organizzazione che miri alle infrastrutture che permettono a questo mondo di alimentarsi di energia? Riusciamo a scorgere, immaginare ed elaborare una progettualità che riesca a portarci di là delle occasioni presentate dal calendario dell'attualità, determinando noi stessi i tempi ed angoli?Quasi in conclusione di questo articolo, diventa necessario un piccolo ulteriore sforzo di attenzione. Faccio ora una piccola digressione, perché tutta questa storia sull'energia in definitiva è solo una possibilità, una potenzialità, niente di più. Ciò che mi interessa alla fine, ciò che merita a mio avviso l'attenzione dei vari compagne e compagni, è ciò che si evoca spesso in mancanza di meglio — e talvolta a casaccio, come è in generale abitudine tra gli anarchici, amanti incalliti del caos e del disordine, anche a proposito di termini più o meno precisi — con il termine di «progettualità». Non scappate subito, o non ancora. La questione non è necessariamente così barbosa come sembra. Secondo me, gli anarchici non dovrebbero correre dietro agli avvenimenti (neanche quando ci presentano situazioni simpatiche come scontri con la polizia e distruzioni), ma dovrebbero cercare loro stessi di creare gli avvenimenti. Non subire l'iniziativa altrui, ma prendere l'iniziativa. Non seguire il corso delle cose, ma andare contro corrente, vivificare la nostra corrente nel fiume della guerra sociale. È da lì che si potrebbe, che si dovrebbe — se me lo consentite — partire: con un progetto autonomo che sia nostro, che intervenga in una realtà che ci circonda e ci ingloba, un progetto che renda possibile l'agire. Non può essere la realtà a intervenire in noi, per suggerirci o sconsigliarci le cose da fare. È proprio per andare in questa direzione che penso ci sia bisogno di una tale progettualità anarchica: proiettarsi nella realtà della guerra sociale con degli obiettivi in testa, con metodi e proposte in tasca, con analisi per cercare di cogliere i movimenti del nemico. Non è questo il cuore dell'anarchismo autonomo e informale, quello del nostro anarchismo? Basta correre dietro agli altri solo perché è la situazione del momento o il soggetto politico del giorno (cioè senza alcuna altra idea in testa se non quella di partecipare). Se parliamo agli altri, è perché abbiamo qualcosa da dire, da proporre e da suggerire. Se analizziamo i conflitti che avvengono intorno a noi, non è per perdere la nostra bussola nell'ammirazione o nel disgusto di quanto fanno o non fanno gli altri. Se disertiamo le scene della contestazione concertata e della composizione, è per aprire terreni di lotta su ben altre basi. Certo, so che non è troppo difficile essere d'accordo con le frasi dette sopra. Ma ciò che lo è di più, è andare oltre ed afferrare il toro per le corna: elaborare una progettualità che permetta di agire in prospettiva, qualcosa che abbiamo creato, che ci appartiene, che amiamo, che approfondiamo, senza farci limitare da ciò che succede vicino a noi, da ciò che si dice sui social network o sui siti di movimento, attraverso cui l'attualità viene bombardata come soggetto da commentare all'infinito, tutte cose che alla fine noi subiamo. Senza progettualità, è difficile arrivare da qualche parte, si finisce con l'agitarsi e lasciarsi agitare senza orizzonte.  

«La distruzione necessita — oltre che di conoscenze elementari del nemico, di proprie realizzazioni e propri progetti — di una conoscenza e una disponibilità dei mezzi di distruzione. È l'aspetto costruttivo menzionato; ricercare, sperimentare e poi condividere le maniere di attaccare la bestia tecnologica, le sue unità produttive e i suoi laboratori, le sue antenne di telecomunicazione e le sue infrastrutture energetiche, i suoi strumenti di propaganda e le sue fibre ottiche. Ciò di cui avremmo bisogno è una nuova cartografia, una cartografia del nemico che non menzioni solo i posti di polizia, le banche, gli uffici di partiti e sindacati, le istituzioni, ma sulla quale si possa leggere anche tutto ciò che alimenta lo sfruttamento e il dominio, tutto ciò che ci incatena a questo mondo. Una simile cartografia può armarci in qualsiasi situazione. Che sia in presenza di una calma piatta o di un movimento di rivolta, che si sia coinvolti in una lotta specifica o si intervenga per sabotare una nuova fase nelle guerre condotte dagli Stati, essa servirà per guardare meglio, per meglio scorgere le nostre possibilità di azione. Non è detto che nel corso di un movimento contro una ristrutturazione dello sfruttamento sia impossibile indicare i ripetitori di telefonia mobile come infrastrutture necessarie alla flessibilità del lavoro; così come non è detto che lo scontro fra arrabbiati e poliziotti in un quartiere non possa estendersi al sabotaggio delle infrastrutture energetiche. “Abbandonare ogni modello per studiare le possibilità” diceva il poeta inglese, abbandonare i modelli obsoleti di un confronto simmetrico, abbandonare ogni mediazione politica o sindacale, per studiare le possibilità di portare il conflitto soprattutto laddove il potere non vuole che avvenga».Les chaînes technologiques d'aujourd'hui et de demain (2016)  

Torniamo ora a questa famosa questione energetica: elaborare una progettualità su questo terreno potrebbe rivelarsi molto interessante. Perché, se questa società-titanic sta effettivamente andando verso il naufragio, distruggendo al suo passaggio ogni vita autonoma, ogni vita interiore, ogni esperienza singolare, devastando le terre, avvelenando l'aria, inquinando le acque, mutilando le cellule, pensiamo davvero che sarebbe spiazzante o troppo azzardato suggerire che per nuocere al dominio, per avere qualche speranza di aprire orizzonti sconosciuti, per dare qualche spazio ad una libertà senza misura e senza freni, il suggerimento di scalzare le sua fondamenta energetiche non sarebbe prezioso? Una tale progettualità dovrebbe chiaramente prendere di mira un asse fondamentale della riproduzione del dominio, l'energia, anche se è vero che fino quando non si prova non si sa cosa potrebbe generare in termini di trasformazione sociale il suo disturbo o la sua paralisi, il che non toglie che in ogni caso sappiamo che è necessario perlomeno che la macchina si fermi perché possa emergere qualcos'altro. Inoltre, esistono già molti conflitti in atto o emergenti, che possono consentire superamenti insurrezionali nel contesto di lotte specifiche contro un obiettivo preciso, come potrebbe esserlo ad esempio una nuova centrale nucleare, una miniera, un parco eolico o una linea ad alta tensione. Ma ancora più profondamente, e qui tocchiamo ciò che dovrebbe stare a mio avviso alla base di una tale progettualità, è che il modo in cui il sistema energetico è costruito (dalle centrali elettriche ed eoliche ai trasformatori, dalle linee ad alta tensione alle scatole elettriche di media tensione, che corre sotto i marciapiedi e lungo le strade) non richiede una concezione centralista o autoritaria dello scontro, al contrario. Una tale progettualità fa appello a piccoli gruppi autonomi, che agiscano ognuno secondo la propria analisi, la propria abilità, la propria creatività e le proprie prospettive, praticando  l'azione diretta contro le decine di migliaia di obiettivi, spesso senza particolari difese e raggiungibili in molti modi differenti. Se la storia delle lotte rivoluzionarie è piena di esempi significativi sulle possibilità d'azione contro ciò che fa girare la macchina statale e capitalista, basta gettare uno sguardo alle recenti cronologie di sabotaggi per accorgersi che in diversi contesti europei nemmeno il presente ne è sprovvisto.  Disfarsi degli imbarazzi che accompagnano molto spesso i dibattiti tra rivoluzionari quando si tratta di tagliare la corrente di questo mondo. Osare affrontare la questione della progettualità per emanciparsi dal triste destino di anarchici troppo spesso a rimorchio d’altri. Ciò che può aprirsi è la possibilità di migliaia di sabotaggi diffusi, che colpiscano l'approvvigionamento energetico del mostro che bisogna abbattere. Nessuno può prevedere a cosa ciò possa portare, ma una cosa è certa: è una pratica della libertà.    

Per leggere il nuovo numero clicca qui: Avis de Tempêtes, n. 18, 15 giugno 2019, traduzione Finimondo

Brutal Toys Records & SabotaZ Crew, in collaborazione con lo Spazio Kavarna, presentano:

DUE GIORNI PER TOMMY
In carcere dal 5 aprile per aver resistito a un fermo di polizia.
https://csakavarna.org/?p=4333 - https://csakavarna.org/?p=4354 - https://csakavarna.org/?p=4356 - https://csakavarna.org/?p=4382
TOMMY LIBERO! TUTTE E TUTTI LIBERI!
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TATTOO CIRCUS___BANCARELLE D'AUTOPRODUZIONI & DISTRO___CUCINA VEGE E VEGAN___INSTALLAZIONI___LIGHTS SHOW & VISUAL ARTS___FIRE SHOW & BODY SUSPENSION___LIVE SET & DJ SET
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VENERDI' 21 GIUGNO

h 18
_Aperitivo con musica
__Esposizione bancarelle & distro
___Tattoo, piercing & scarificazioni

h 22:30
_Fire jam!
__Electro Rock Live | Ezio Digitale
___Electro-Techno DJ & Live set:
Dani_Brutal Toys - Il Leprotto - MiNe_Riot Music Sound - Klown Bastard_Elektrorganizm Orkestra - Orgonauth_Pyramid Head
____Visual art | Hyperspeed Hallucinations - Kobachi - Micro Project Hill

SABATO 22 GIUGNO

Dal pomeriggio...
_Esposizione bancarelle & distro
__Tattoo, piercing, scarificazioni e massaggi
___Installazione live | Contatto Meccano
____Open Sound: metti la musica che vorresti ascoltare! Noi ci mettiamo il sound system, tu porta il resto!

h 21:30
_Electro-Funky-Tech live set | HCN

h 23
_Fire Show + Body Suspension | Elz Ebub & The Sixth Circle + Bloody Circus_Fuckin' Bloody Steel

h 00
_Electro-Techno-Acid-Tribe DJ & Live set:
aZ_SabotaZ Crew - Boy Stout_Freaky Bangerz - ETK_Riot Music Sound - SofeLe - Weyckhan_Riot Music Sound - TronK.O_Faida System
__Visual art | Hyperspeed Hallucinations - Kobachi
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:: LIGHT SHOW | FREAKY BOY_UNCONTROLLED BEAT ::
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:: SOUND SYSTEM & LIGHTS POWERED BY SABOTAZ CREW ::
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:: CHILLOUT ZONE & INFO S.O.S.TANZE BY L.A.B.57 ::
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:: GIOCOLIERI, BANCARELLE D'AUTOPRODUZIONI E DISTRO SONO INVITATE...SCRIVETECI! ::
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:: NO INFAMI - NO NAZI/FASCI - NO SBIRRI - NO SESSISTI ::

Il voto è sempre stato un rito di partecipazione, e soprattutto, lo diverrà sempre più, segnatamente nei grandi paesi dove non esiste l'istituto del referendum e dove si vota per dei politici e per dei partiti, piuttosto che per questa o quella politica. L'universo mi oltrepassa, ed oggi è la società oggettivata nello Stato: la pace, la guerra, l'economia, la finanza - che mi dominano ogni giorno sempre di più. Ogni giorno il mondo si appesantisce e si complica, sia che la tecnica lo renda tale, sia che me lo dica la scienza. Ogni giorno un evento cade dal cielo, e la mia vita sfugge un po' più al mio pensiero. Politicamente sono libero, ma sono altri che hanno stabilito il luogo e la natura del mio lavoro, e sono loro che si occupano del mio tempo libero. Potrò scegliere il capo dello Stato, ma scelgo sempre meno il pane che mangio, la casa che abito, dal momento che è la scienza economica a deciderlo. Io non controllo affatto il mio destino che è un torrente - produzione, inquinamento, informazione, popolazione - continuamente in piena. Rimane la guerra o la pace. Ma non è mai stato convocato il popolo sovrano, a votarla. Che angoscia! In fondo, io non so niente e non posso niente. Per fortuna, ogni quattro anni, divento improvvisamente onnisciente ed onnipotente: io voto. In generale, non posso scegliere che fra due beni, o fra due mali. Ma posso scegliere quello minore; decido fra il rosso e il bianco, se Dupont o Durand farà la bomba atomica, se sarà l'uno o l'altro che mi manderà ad insegnare grammatica strutturale ad Hirson ... Infine, io conto - almeno per uno; non sono più un individuo, sono il Popolo ... Conto perché ci credo; è un atto fondamentale, decisivo. Ho votato anch'io - sono un intellettuale critico - anche se non ci credo e se la cosa non ha alcuna importanza. Ormai è fatta. Chi vincerà? I pro o i contro, i Blu o i Verdi? La suspense è al massimo. E' finita; ho votato, ho fatto all'amore con la Francia, ho fatto pipì nell'urna e ora mi sento meglio. Ho fatto il mio dovere ed ora posso pensare ad altre cose: a risparmiare qualche soldo o ad andare in vacanza. Ho votato, uff! Ho fatto in tempo, ho delegato le mie decisioni.
Più la società evolve, più l'individuo vora; e più si vota, più questo gesto si svalorizza. E allora perché voto? - Per il voto. Si tratta di un rito d'esorcismo che ricostruisce il mondo - la società, lo Stato - l'opera della libertà degli individui. Ma improvvisamente questa diventa la scelta della società, dello Stato. Mi integro; non mi accontento di subire, scelgo. La festa elettorale è un rito di partecipazione come lo è la messa: è per questo che chi rifiuta questa società blindata nello Stato ha il dovere civico di astenersi. Altrimenti da suo schiavo, diventa suo complice...
Il voto è un rito di fondazione. Il giorno in cui la società smetterà di crederci, essa sarà cambiata.

di Bernard Charbonneau

È sempre lì, è sempre acceso, non importa dove siamo o cosa facciamo. Ci informa su tutto e su tutti: cosa fanno i nostri amici, quando parte la prossima metropolitana o come sarà il tempo domani. Si preoccupa di noi, ci sveglia al mattino, ci ricorda appuntamenti importanti e ci ascolta  s e m p r e. Sa tutto di noi, quando andiamo a dormire, dove siamo e quando ci fermiamo, con chi comunichiamo, chi sono i nostri migliori amici, che musica ascoltiamo e quali sono i nostri hobby. E tutto ciò di cui ha bisogno, è solo un po' di elettricità di tanto in tanto. Quando gironzolo per il quartiere o prendo la metropolitana, osservo quasi tutti e nessuno riesce a trattenersi per più di qualche secondo senza mettere la mano in tasca con uno scatto improvviso: velocemente il telefono esce fuori, si invia un messaggio, si controlla una email, si seleziona e si riordina una foto, una breve pausa, e si ricomincia, passando velocemente delle notizie del giorno a quel che faranno oggi gli amici...? È il nostro compagno quando siamo in bagno, al lavoro o a scuola, e apparentemente ci aiuta a superare la noia mentre aspettiamo o lavoriamo, e così via. Sarà questa una delle ragioni del successo di tutti gli apparecchi tecnologici che ci circondano, che la vita reale è talmente noiosa e monotona che uno schermo di pochi centimetri quadrati è quasi sempre più emozionante del mondo e delle persone che ci circondano? È come una dipendenza (perlomeno ci sono persone che presentano chiari sintomi d'astinenza...) o addirittura fa talmente parte del nostro corpo da non riuscire più ad orientarci, perennemente con la sensazione che ci manchi qualcosa; è perfino diventato, più che un aiuto o un giochino, addirittura una parte di noi che esercita un certo controllo su di noi, a cui ci adattiamo, visto e considerato che non usciamo di casa se non dopo aver caricato completamente la batteria? Lo smartphone come prima tappa verso l’offuscamento del confine tra l'essere umano e il robot? Vedendo quel che i vari tecnocrati profetizzano (Occhiali Google, chip impiantati, ecc.), sembra che siamo quasi a un passo dal diventare dei cyborg, persone con gli smartphone impiantati che controlliamo attraverso i nostri pensieri (finché i nostri pensieri a un certo punto non si auto-controlleranno). Non è sorprendente che i portavoce del dominio, i media, ci mostrino solo gli aspetti positivi di questa involuzione, ma è scioccante che praticamente nessuno metta in discussione questa visione delle cose, nemmeno per principio. È probabilmente il sogno più eccitante di qualsiasi potente: essere in grado di monitorare costantemente i pensieri e le azioni di tutti e di intervenire immediatamente al minimo intoppo. Autorizzare i bravi lavoratori a svagarsi un po’ (virtualmente) come ricompensa, mentre pochi si riempiono le tasche. Allo stesso modo il controllo e il monitoraggio hanno raggiunto un livello inaspettato, con l'enorme quantità di dati così facilmente accessibili da tutti in qualsiasi momento della giornata. Questo va ormai ben oltre la semplice intercettazione dei telefoni cellulari o l’analisi dei messaggi (come durante le sommosse di Londra del 2011). Col loro accesso ad una quantità incredibile di informazioni, i servizi segreti sono in grado di definire cosa sia «normale». Possono dirci quali luoghi siano «normali», quali contatti siano «normali», eccetera. In breve, possono rilevare quasi in tempo reale se e quando le persone deviano dal loro «normale» modo di agire e intervenire immediatamente. Questo dà ad alcuni un potere enorme, che sarà utilizzato ogni qualvolta ci sia l'opportunità di sfruttare tale potere (di monitorare le persone). La tecnologia è parte del potere, ne deriva e ne ha bisogno. Necessita di un mondo in cui alcuni abbiano il potere estremo di produrre e attivare cose come lo smartphone. Qualsiasi tecnologia che scaturisca dall'odierno mondo oppressivo ne fa parte e consoliderà l’oppressione. Niente è neutro nel mondo attuale, tutto ciò che è o è stato sviluppato finora serve sia per estendere il controllo che per fare soldi. Inoltre, molte innovazioni degli ultimi decenni (come il GPS, l'energia nucleare o Internet) provengono direttamente dall'esercito. Per lo più, questi due aspetti vanno di pari passo, ma il «benessere dell'umanità» non è certamente un motivo per sviluppare qualsiasi cosa, e soprattutto non quando viene prodotto dall'esercito. È possibile che, su esempio dell'architettura, si possa illustrare meglio qualcosa di tanto complesso come la tecnologia: se consideriamo una prigione vuota e dismessa, cosa bisognerebbe farne, se non abbatterla? Già solo la sua architettura, i suoi muri, le sue torri di guardia e le sue celle contengono lo scopo di quell’edificio: imprigionare le persone e distruggerle psicologicamente. Viverci per me sarebbe impossibile, semplicemente perché l'edificio stesso porta già in sé l'oppressione. Lo stesso vale per tutte le tecnologie, che ci vengono presentate come un progresso e come qualcosa che ci facilita la vita. Esse sono state sviluppate con l'intento di arricchirsi e di controllarci e porteranno sempre questo con sé. Al di là dei presunti vantaggi che possono derivare dal tuo smartphone, chi si arricchisce raccogliendo i tuoi dati e sorvegliandoti ne trarrà sempre più vantaggi di te. Se in passato si affermava «Sapere è potere», oggi si dovrebbe dire piuttosto: «Le informazioni sono potere». Più i governanti conoscono le loro pecore, meglio possono dominarle — In questo senso, la tecnologia nel suo complesso è un potente strumento di controllo per prevedere e di fatto impedire che le persone si ritrovino e attacchino ciò che le opprime. Dopo tutto, questi smartphone sembrano esigere qualcosa di più di un po’ di corrente… Nella nostra generazione, fra coloro che almeno hanno conosciuto il mondo senza smartphone, può darsi ci sia ancora qualcuno che comprende di cosa sto parlando, che sa ancora cosa significhi avere una conversazione senza guardare il proprio cellulare ogni trenta secondi, perdersi mentre cammina e quindi scoprire nuovi luoghi o parlare di qualcosa senza ricevere immediatamente una risposta da Google. Non si tratta per me di tornare al passato, anche se ciò non sarebbe comunque possibile, ma più la tecnologia penetrerà nella nostra vita, più difficile sarà distruggerla. E se fossimo una delle ultime generazioni ancora in grado di fermare questa progressiva trasformazione dell'essere umano in robot totalmente controllati? E se a un certo punto non potessimo più invertire la tendenza? L’umanità ha raggiunto uno stadio storicamente nuovo con la tecnologia. Uno stadio in cui è in grado di annientare per sempre la vita umana (con l’energia atomica) o di modificarla (con la manipolazione genetica). Questo fatto sottolinea ancora una volta la necessità di agire oggi per distruggere questa società. Per fare questo, dobbiamo incontrarci con altri complici e comunicare le nostre idee. Tuttavia, dovrebbe essere chiaro che a lungo termine avrà un effetto se comunichiamo attraverso messaggi di cinque frasi al massimo invece di parlare tra di noi. Una cosa che in apparenza non conta. Prima di tutto, il nostro modo di pensare influenza il nostro modo di parlare, ma è altrettanto vero il contrario: il nostro modo di parlare e di comunicare influenza il nostro modo di pensare. Se siamo solo capaci di scambiarci messaggi più che mai brevi e concisi, come potremo parlare di un mondo completamente diverso? E se non possiamo nemmeno parlare di un mondo altro, come potremo arrivarci? La comunicazione diretta tra individui autonomi è la base di qualsiasi ribellione comune, è il punto di partenza di sogni e lotte comuni. Senza una comunicazione inalterata, è impossibile lottare contro questo mondo e per la libertà! Quindi, sbarazziamoci degli smartphone e incontriamoci direttamente nell'insurrezione contro questo mondo! Diventiamo incontrollabili!  

P.S.: Dovrebbe essere ovvio che i nostri telefoni cellulari e gli smartphone sono già utilizzati per sorvegliarci. Quindi, se deciderete di passare all’azione, lasciateli a casa e non parlate quando li avete con voi!  

Traduzione di Finimondo da Fernweh n. 24, febbraio 2017

Cosa potranno avere in comune l’intelligenza e la sensibilità di Albert Camus con la mostruosità dell’abominevole esortatore di masse Joseph Goebbels? Uno ha paragonato il rivoluzionario a Sisifo e l’altro ha creato un sistema di propaganda all’epoca del nazismo che ancora oggi miete carneficine nella colonizzazione democratica delle menti. L’esistenzialista anarchico e il gelido mostro ministro della propaganda nazista non possono essere accomunati, ma sono due pensatori che vale la pena approfondire: il primo per darsi gioiosamente all’assurdo, il secondo per capire e colpire il sistema totalitario che ha prodotto.

Questo continuo parlare di leggi come quella sulla riforma del voto, il Rosatellum, o quella che riguarda la cittadinanza chiamata Ius Soli, per non parlare della legge sulla legalizzazione delle sostanze cosiddette leggere, hanno due obiettivi: attivare i cittadini alla contagiosa efficacia dell’oppressione democratica e tentare di spegnere la possibile rabbia degli individui. I media si dimenano con ferocia per far partecipare i sudditi alla politica. Inondano il quotidiano con il continuo bombardamento di notizie sulle leggi che cambieranno solo in pochissima parte quella questione di vita che non si può trasformare a colpi di decreto: il mondo. E qui che tornano in mente trame di pensieri riferiti a Camus. Davvero vogliamo tutti morire di peste democratica? Davvero vogliamo contagiarci con la malattia della partecipazione da bravi servi alle decisioni del potere? Davvero vogliamo trovare dei vaccini a portata di siringa, con laccio emostatico alla vena creativa che anestetizza la selva oscura del proprio io?

Quando Goebbels eccitava Hitler e il popolo tedesco dicendo: «Noi non parliamo per dire qualcosa, ma per ottenere un certo effetto», non sentite una sinistra similitudine con la formazione dell’opinione pubblica da parte dei media ai giorni nostri? La psico-polizia di orwelliana memoria è sempre all’inseguimento di nuovi adepti. La democrazia è il dominio dove alcuni hanno il monopolio della violenza, grazie alle divise in giro per le strade e ai cittadini che fanno gli sbirri senza divisa, governando sul resto dei sudditi e imponendo qualsiasi decisioni, condite dal megafono incessante prodotto dai mass-media. Qualcuno diceva di essere informato ma di non sapere un granché...

La farsa della partecipazione serve solo a consolidare lo sfruttamento, dove ormai l’idiozia è al potere. Essa, però, non esisterebbe se la servitù più becera non continuasse a reggere incessantemente i tentacoli dell’obbedienza. E allora dovremmo chiederci: a quando il sasso di Sisifo verrà lanciato contro chi ci opprime per distruggere il mito democratico ed inoltrarsi nell’assurdo dell’utopia?

Parlateci di desideri, non di diritti.

Pest Ifera

(Tratto da Frangenti n. 11, 27 ottobre 2017)