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Non sempre i poveri sono ragionevoli, e poi, perché dovrebbero esserlo a fronte di un’esistenza di miseria che viene loro riservata giorno dopo giorno dal potere? In qualche caso, basta una goccia d'acqua perché il negativo dispieghi le ali e attacchi quello che ha identificato da tempo come nemico. Ciò non farà certo piacere al braccio sinistro del capitale e alla sua ideologia cittadinista, tuttavia a Santiago del Cile da venerdì 18 ottobre, studenti, liceali, anarchici e altri vandali incontrollati hanno cominciato a distruggere una parte importante del loro alienazione quotidiana: il sacrosanto trasporto pubblico. Hanno capito che nulla di quanto appartiene allo Stato o alle imprese è nostro e merita di essere aggredito dalle fiamme della vendetta contro un esistente di spossessamento e di sfruttamento. E poiché c’è sempre bisogno di una scintilla iniziale, il pretesto è stato dato dal doppio aumento del prezzo della metropolitana della capitale cilena nelle ore di punta. Un aumento inizialmente di venti pesos nel gennaio 2019, poi di trenta pesos il 6 ottobre (da 800 a 830 pesos, ovvero 1,04 euro il biglietto, ben sapendo che il sussidio è inferiore a 300 euro al mese e che non tutti ce l'hanno), mentre il governo evoca l'aumento dei costi energetici e la debolezza del peso. Di fronte alle prime mobilitazioni, il ministro dell'Economia Juan Andrés Fontaine, forte dell'arroganza dei potenti, ha persino dichiarato che agli utenti non restava che alzarsi ancor prima la mattina, per usufruire di tariffe più basse (essendo queste flessibili a seconda della frequenza, un buon esempio di liberalismo)! In un momento in cui alcuni treni locali sono paralizzati in Francia da due giorni dai dipendenti della SNCF che applicano il loro diritto alla pensione per rivendicare... la presenza di controllori su tutti i treni, lo slogan più comune a Santiago da una settimana è «evasión ya» (Frode adesso) o «Evadir = Luchar» (Frodare = Lottare). Dopo le manifestazioni selvagge per tutta la giornata di venerdì 18 ottobre, gli arrabbiati hanno scelto il prolungamento notturno e hanno iniziato a distruggere tutto ciò che era loro ostile: almeno 16 autobus Transantiago sono stati ridotti in cenere, 9 dei quali in piazza Grecia. Là i manifestanti se ne sono appropriati dopo aver fatto scendere autista e passeggeri, e poi li hanno spostati in mezzo alla strada per utilizzarli come barricate in fiamme. Ma non è finita qui, poiché dopo intensi combattimenti per tutto il giorno nella metropolitana, dove nessuno era più disposto a pagare, forzando i passaggi, affrontando all’occorrenza i carabinieri e le guardie, e distruggendo i terminali di pagamento e altri tornelli, barricate sono state erette al calar della notte in Plaza Italia, Los Héroes, Portogallo e in diverse strade di Eje Alameda. Fra gli attacchi mirati, si annoverano l'incendio del monumento ai Carabineros ad Alameda e quello del gigantesco quartier generale della compagnia di gas ed elettricità Enel. Situato proprio nel centro della capitale cilena, all'incrocio tra i viali di Santa Rosa e Alonso, il fuoco è stato appiccato alle scale di emergenza dell'azienda ed è riuscito a propagarsi fino al 12° piano, devastando tutto al proprio passaggio nella torre di uffici. Da notare inoltre l'incendio di una succursale della Banca del Chile nel centro e il saccheggio di un supermercato. La polizia ha effettuato almeno 180 arresti, mentre 57 agenti sono rimasti feriti. Nel frattempo, il presidente della Repubblica Sebastián Piñera è stato sorpreso a far festa in una pizzeria del centro (a Viracura) mentre gli scontri perduravano da ore, il che non ha mancato di far aumentare il livello di tensione, come simbolo del suo disprezzo. Ritornato al suo palazzo, ha decretato poco dopo la mezzanotte lo stato di emergenza militare nelle province di Santiago, Chacabuco e nelle città vicine a Puente Alto e San Bernardo. Il cosiddetto Estado de Emergencia può essere decretato dall'esecutivo senza bisogno di un'approvazione del Congresso per 15 giorni prorogabili, limitando la libertà di movimento e di riunione e autorizzando i militari ad andare nelle strade per ripristinare l'ordine. Tutti gli assembramenti pubblici sono ora vietati: ad esempio, l'Asociación Nacional de Fútbol Profesional (ANFP) ha immediatamente annunciato la sospensione delle partite di calcio di tutte le divisioni, e la potente chiesa cattolica dei suoi pellegrinaggi, anche al famoso Santuario di Teresa de Los Andes. Sono inoltre previsti fino a 10 anni di carcere per chiunque «incita a distruggere, metter fuori servizio, interrompere o paralizzare qualsiasi installazione pubblica o privata di illuminazione, elettricità, acqua potabile, gas e simili, al fine di sospendere, interrompere o distruggere i mezzi o gli elementi di qualsiasi servizio pubblico o di utilità pubblica». In pratica, il generale di divisione Javier Iturriaga del Campo che è a capo della difesa nazionale, responsabile dell’applicazione dello stato di emergenza, ha precisato che le pattuglie militari sorveglieranno i principali siti della capitale. Lunedì è inoltre prevista una sessione straordinaria della Camera dei deputati alla presenza del Ministro degli Interni a Valparaíso, lontano dalla capitale nelle mani dei militari. Come si può vedere, quando si verificano rivolte nelle strade, cosa abbastanza frequente in Cile, e qualora si limitino allo scontro o alla distruzione dell'arredo urbano, questo è ancora concepito come sfogo democratico. Ma allorché i manifestanti iniziano ad attaccare infrastrutture critiche come la metropolitana o il quartier generale di un gigante dell'energia, le cose cambiano improvvisamente. Tutte le 164 stazioni della metropolitana di Santiago sono già state chiuse per l'intero fine settimana e fino a nuovo ordine, per limitare gli spostamenti. E 700 autobus sono stati requisiti dalle autorità per gestire i movimenti. Ultima nota ma non meno importante, subito dopo gli scontri quotidiani e lo stato di emergenza, numerosi gruppi di rivoltosi hanno quindi deciso di non piegarsi e di cercare la fonte del problema per risolverlo radicalmente. Da Plaza de Maipú, sono scesi sotto terra e hanno saccheggiato tutto ciò che poteva essere fatto nei corridoi della metropolitana trasformati in gallerie commerciali: dai bancomat ai negozi, dagli uffici della metropolitana alle sue attrezzature (telecamere o obliteratrici) è successo di tutto. In totale sulle linee 4, 4A e 5, le stazioni della metropolitana Trinidad, San Jose dell'Estrella, Elisa Correa, Pedrero, Los Quillayes e Santa Julia sono state tutte affidate interamente e senza pietà alle fiamme. Secondo l'ente amministratore della metropolitana, i danni ammontano a 400-500 milioni di pesos (630.000 euro). Attualmente sono del tutto inutilizzabili. Se si può solo salutare la rivolta quando si impadronisce delle strade, auspicando che si approfondisca e superi il suo pretesto iniziale, non tutte le situazioni sono comparabili, come ad Hong Kong dove da diversi mesi i manifestanti colpiscono con cura gli interessi cinesi o in Catalogna dove da diversi giorni le proteste faticano a superare la questione indipendentista (senza menzionare le recenti rivolte sociali in Ecuador, in Iraq o a Beirut...). Ciò che sta succedendo in Cile da alcuni giorni, pur facendo parte di una più vasta ebollizione, dove di volta in volta nuove tasse o aumenti dei prezzi fanno traboccare il vaso, ci sembra richieda tutta l’attenzione solidale degli anti-autoritari, ora che lo stato di emergenza militare sta tentando di reprimere le proteste in gran parte distruttive. E non solo perché tante compagne e compagni combattono senza compromessi da anni in questa parte del mondo. Non esistono anche da noi infrastrutture critiche di trasporto, energia o comunicazione che, come a Santiago, sono indispensabili per perpetuare l'ordine esistente e che sono alla portata di qualsiasi ribelle? Se solidarietà non è solo una parola vuota, è tempo di iniziare ad alimentare e prolungare dove viviamo le rivolte che si stanno sviluppando attorno a noi. E poiché la distruzione, anche dei beni comuni, è un linguaggio che parla direttamente da un angolo all'altro del pianeta... ognuno ha l'imbarazzo della scelta per esprimere la propria rabbia per la libertà in azione contro questo mondo di denaro e gendarmi.  

[19/10/19, tradotto da qui]

Far saltare lo scacchiere

Il terribile rombo che annuncia l'avvicinarsi degli aerei da combattimento; il lungo sibilo dei missili prima della loro esplosione; il crepitio incessante delle mitragliatrici montate sulle jeep; i muri delle case che crollano in un respiro; le fiamme che divorano tutto; le colonne di fumo nero che oscurano il cielo. Ecco la guerra appena scatenata dal presidente turco Erdogan sui villaggi e le città della Siria settentrionale, territori sotto il controllo delle milizie YPG (Unità di Protezione del Popolo), braccio armato del Partito dell'Unione Democratica, e delle altre componenti delle FDS (Forze Democratiche Siriane). Più che una guerra di conquista, una guerra di sterminio delle popolazioni curde e dei loro vicini alleati. A livello strategico, Erdogan non nasconde di preferire vedere una Siria in fiamme, con la sua accozzaglia di macellai jihadisti e governativi, piuttosto che una qualsiasi stabilità in grado di portare alla costituzione di un proto-Stato curdo ai confini con la Turchia. A livello tattico, questo obiettivo si traduce con massicci bombardamenti di tutte le strutture, sia civili che militari, da parte delle forze armate composte non solo da soldati turchi, ma anche da mercenari e islamisti addestrati ed armati da quello Stato, pronti a seminare lo stesso terrore sanguinario in atto durante l'invasione di Afrin all'inizio del 2018. E quando sarà fatta terra bruciata e gli abitanti saranno massacrati o cacciati, lo Stato turco invierà i milioni di rifugiati siriani che oggi sopravvivono nei campi ad insediarsi in questi territori svuotati, piantando i semi di future guerre civili. Le YPG e le FDS si ritrovano oggi sole di fronte all'operazione militare turca. Il loro alleato di ieri, gli Stati Uniti, ha preliminarmente ritirato le sue truppe per consentire la guerra di sterminio voluta da Erdogan. Si può immaginare che l'altro loro alleato, la Francia, abbia fatto lo stesso — sebbene in maniera più discreta, ritirando le proprie unità speciali in missione nel Rojava. Probabilmente, e malauguratamente, la perdita di un alleato di ieri non può che portare alla ricerca di nuovi alleati. Se gli Stati europei si limitano a denunciare la «catastrofe umanitaria» annunciata, o decidono di sospendere temporaneamente le loro consegne d’armi e materiale bellico alla Turchia (ora, dopo che le scorte del loro alleato all'interno della NATO sono state riempite ed i profitti realizzati*), altre potenze si profilano, calcolando pazientemente il proprio tornaconto a spese di migliaia di morti. La Russia ammonisce, ma non intende mettere a repentaglio i suoi nuovi e redditizi contratti d’armi con la Turchia (in particolare i sistemi missilistici terra-aria). C'è anche il carnefice Assad che, contro ogni previsione, è riuscito non solo a scamparla dopo otto anni di guerra civile, ma anche a rendersi indispensabile sullo scacchiere geo-strategico della regione ed a ricostruire il suo Stato. Una simile «alleanza» purtroppo non sarebbe una novità: le milizie curde avevano già concluso degli accordi con il regime di Assad all'inizio della guerra, permettendogli di concentrare la maggior parte delle sue truppe contro gli insorti siriani; e accadde lo stesso durante l'invasione turca di Afrin, quando i dirigenti curdi hanno invitato le truppe del governo siriano a riprendere le loro posizioni nella speranza di frenare quell'offensiva. Certo, oggi qualsiasi riflessione giunge troppo tardi. L'urgenza militare di agire non può che avere la priorità di fronte al massacro programmato del Rojava. Ma se non è il tempo di trarre delle lezioni, è arrivato il momento di scegliere un percorso da seguire, piuttosto che continuare a ritrovarsi al rimorchio delle scelte altrui. Fare affidamento sull’ennesima alleanza provvisoria per cercare di limitare i danni non fa che confermare il ruolo da pedine riservato alle milizie curde. Nello stesso Rojava, la resistenza dà alcuni segni indicativi: piuttosto che opporsi simmetricamente a forze superiori agli ordini dello Stato turco, condurre una guerriglia per impedire qualsiasi occupazione definitiva del territorio. Rinunciare all'esistenza di un «esercito professionale», come i compagni di Lotta Anarchica (Tekoşîna Anarşîst, TA) che là si battono definiscono le forze curde e le FDS, rinunciare alla «guerra convenzionale» (offensiva di terra con un supporto aereo decisivo) così come era stata condotta contro l’Isis, rinunciare persino a una «difesa di territorio». E poi: fondersi nella popolazione «civile» e lanciare, di fronte all'avanzata delle truppe turche e di altri, l'insurrezione. L'insurrezione, non la guerra convenzionale, è l'unica via che potrebbe far fallire il programma dello Stato turco, il quale, oltre alla distruzione delle YPG, mira alla pulizia etnica della regione. Perché in Rojava non ci sono montagne su cui ritirarsi. Da parte irachena, i Peshmerga si impegneranno probabilmente ad evitare qualsiasi ritirata e cercheranno di sbarrare la strada ai rifugiati curdi. E nei territori sotto il controllo di Assad i rifugiati non possono che aspettarsi ostilità, ovvero la morte. Non c'è via d'uscita se il conflitto continua a svolgersi secondo lo stesso paradigma seguito fino ad ora. L'offensiva turca si basa, come dimostrato chiaramente da Trump, sull'acquiescenza internazionale. I lacrimevoli discorsi dei leader europei nascondono un sostegno continuo al regime di Erdogan, dettato da ragioni economiche (il mercato turco è saturo di prodotti provenienti dall'Unione Europea e funge da valvola per la sovrapproduzione che può indurre il crollo dei prezzi), da ragioni politiche (in particolare la questione della gestione dei rifugiati) e da ragioni strategiche (Erdogan minaccia regolarmente di allearsi piuttosto con la parte russa ed aspira a svolgere un ruolo importante nel controllo del Medio Oriente, in particolare con discorsi sull'unità dei sunniti). È questo sostegno che oggi può essere attaccato, per cambiare un paradigma che conduce solo alla catastrofe. Non mediante appelli umanitari, ma attraverso un'intensificazione delle ostilità, attraverso attacchi contro la collaborazione con il regime di Erdogan, attraverso azioni diffuse contro l'industria militare (che, di fronte alla sospensione di forniture di materiale allo Stato turco, non farà che immagazzinare per qualche mese prima di riprenderli non appena girerà il vento). È essenziale ora, in questa tragica ora in cui le truppe si scatenano sul Rojava mentre missili e bombe piovono su villaggi e città, smettere di seguire lo stesso percorso che porta solo alla disfatta. È la collaborazione con qualsiasi potenza esistente (regime siriano, russo, nordamericano, francese, iraniano o dei paesi del Golfo) a minare ogni prospettiva rivoluzionaria sul posto, e non solo: credere che una tale strategia politica possa fare da scudo alle aspirazioni sanguinarie non fa che perpetuare il circolo vizioso del massacro. Gli esempi storici sono innumerevoli, disgraziatamente la scelta non manca. Dalle brigate comuniste di Lister, quei «fratelli in armi contro il fascismo» che massacrano e devastano le collettività libertarie in Aragona durante la rivoluzione spagnola, agli aiuti militari dei paesi del Golfo, quei «fratelli della comunità musulmana» che hanno contribuito in modo decisivo all'egemonia delle unità islamiste e jihadiste e alla sepoltura della rivoluzione siriana. Se non possiamo vincere, rifiutiamo di essere sconfitti dalle pugnalate alle spalle degli alleati di ieri! Lo scacchiere geo-politico è per la prospettiva rivoluzionaria ciò che il petrolio è per il mare. Non è il «massimalismo rivoluzionario» a parlare, sono le nostre aspirazioni... e soprattutto l'esperienza, che dovrebbe farci comprendere che quello scacchiere come tutti gli altri deve essere mandato all’aria, se si vuole cambiare, come diceva qualcuno, non le regole truccate del gioco, ma il gioco stesso. È tardi, molto tardi, per lanciare in aria lo scacchiere su cui non si fa che correre di massacro in massacro. Ma forse non è troppo tardi. La resistenza, anche disperata, può ancora sbarazzarsi delle catene geo-politiche che la condannano all'impotenza. L'internazionalismo, anche tardivamente e nonostante la mancanza di riflessione critica da cui è stato afflitto negli ultimi anni, può ancora mettere dei bastoni tra le ruote delle potenze. Le braccia possono ancora essere tese verso altri insorti, piuttosto che verso altri Stati. Se le fiamme che potrebbero innescare un incendio in tutto il Medio Oriente si alimentano dell'ossigeno fornito da tanti Stati del mondo intero, è ancora possibile accendere altri focolai, qui dove viviamo, scintille con cui non è il massacro a brillare, ma un vecchio sogno di libertà e di solidarietà.  

13 ottobre 2019  

(*) A titolo di esempio, l'industria militare francese ha consegnato ufficialmente armi per 460 milioni di euro alla Turchia da 10 anni, pur sapendo che i principali fornitori di quest’ultima in tale campo sono gli Stati Uniti, la Germania e l’Italia. Inoltre, la Turchia produce direttamente molti armamenti da sé, e sotto licenza (europea o nord-americana).    

[Avis de tempêtes, n. 22, 15 ottobre 2019] Traduzione: Finimondo

Il 9 ottobre è iniziata l’operazione “Sorgente di pace”, scatenata dalla Turchia di Erdogan nel Nordest della Siria, il cui intento è spezzare la Resistenza curda.
In Siria è in corso una guerra in cui le potenze internazionali si contendono la spartizione di petrolio e materie prime.
La Turchia, a cavallo tra Europa e Medio Oriente, è la seconda forza armata della NATO. Stima affari da record con i paesi occidentali per quanto riguarda la vendita di armi e materiale bellico.
Lo Stato turco è legato a doppio filo con l’Italia, negli ultimi 4 anni sono state autorizzate forniture militari per 890 milioni di euro ed è stato consegnato materiale bellico per 463 milioni di euro.
A Tal proposito, il professore e giornalista Antonio Mazzeo riporta alcuni dei ricchi contratti che l’italiana Leonardo, ex Finmeccanica, intrattiene con le forze armate di Erdogan:
<< La filiale turca di Leonardo Finmeccanica (Turkey Havacılık, Savunma ve Güvenlik Sistemleri – Leonardo Turkey Aviation, Defence and Security Systems), produce l’elicottero d’attacco T129 utilizzato per gli attacchi contro i kurdi, radar per la difesa aerea, sensori navali, il programma satellitare Göktürk. All’ultima fiera di guerra ad Ankara, Leonardo ha offerto in vendita alle forze armate turche l’International Flight Training School (IFTS), lanciata con l’Aeronautica militare italiana e basata sull’ addestratore avanzato M-346 (quello acquistato da Israele), e il grande areo da trasporto armi, truppe e mezzi C-27J.
Da “Rivista Italiana Difesa” dopo IDEF 2019: “Per chiudere un accenno anche ad un’eventuale cooperazione tra Italia e Turchia sugli elicotteri da combattimento. Dopo il successo dell’operazione T-129 ATAK, che ha fruttato a Leonardo un notevole introito economico (senza dimenticare il mantenimento del controllo su alcune tecnologie core quali le trasmissioni), non è da escludere pure una cooperazione sul nuovo elicottero d’attacco pesante ATAK 2 con una possibile convergenza tra i requisiti turchi e quelli italiani rappresentati dall’AW-249” >>.
Questa è solo una parte delle relazioni tra l’Italia e le forze armate turche. Queste ultime infatti vantano una presenza non marginale proprio a Vicenza, all’interno delle agenzie di polizia internazionali dislocate presso la caserma dei carabinieri Chinotto.
In questa struttura, hanno la propria sede la Gendarmeria Europea, il Centro di Eccellenza per la Polizia di Stabilità della NATO e il Centro di Eccellenza per le Unità di Polizia di Stabilità dei Carabinieri.
Con ciascuna di queste agenzie collabora la Jandarma, la Gendarmeria turca che fornisce uomini e mezzi  all’Eurogendfor, così come alla NATO SP COE, il cui vicedirettore è il colonnello della Jandarma turca Tamer Sert.
Invece presso il Coespu la gendarmeria turca riceve formazione e addestramento. Negli ultimi due anni, sono stati formati più di 1500 militari turchi all’interno di un corso di formazione denominato “Rafforzare la capacità istituzionale del Comando Generale della Gendarmeria turca in materia di gestione dell’ordine pubblico e controllo della folla”, iniziato nel 2017 e conclusosi a febbraio 2019.
Il corso di formazione è stato sviluppato all’interno del progetto di gemellaggio europeo EUTwinning 2016-18 promosso da “Studiare Sviluppo”, società del Ministero dell’Economia e Finanza, specializzata nel supporto alle politiche pubbliche per lo sviluppo e la cooperazione internazionale che tra le altre cose, si occupa anche di “Tutela della salute, sicurezza interna e dei confini” degli stati beneficiari attraverso la stretta collaborazione attivata proprio con i Carabinieri del Coespu. Questi ultimi si sono occupati dell’addestramento dei militari turchi alternando lezioni nella sede di Vicenza ad altre tenutesi in Turchia.
La mission di agenzie come il Coespu è quella di formare unità di polizia da impiegare nelle missioni di “peace-keeping”, un modo subdolo per definire interventi militari che prevedono lo schieramento di forze armate volte a ristabilire l’ordine negli scenari di cosiddetta crisi.
La guerra, quindi, non è un’entità distante dai nostri luoghi quotidiani. Nel caso di Vicenza, è qui che la guerra viene orchestrata, insegnata e poi esportata dove si consumano i conflitti. Il caso turco, a sua volta, è emblematico. La Turchia è, da sempre in prima linea, nella repressione dei movimenti di piazza, come successe nel 2013 al Gezi Park, dove il movimento di protesta contro il premier Erdogan venne stroncato nel sangue, piuttosto che contro la minoranza curda che rivendica indipendenza e autonomia. La repressione parte dal nostro cortile di casa e lo Stato turco presta il fianco alla sperimentazione di pratiche repressive che poi impiega a casa propria contro chiunque metta in discussione l’autorità preposta.

Vicenza
ottobre 2019

Sentire parlare "di pene spropositate" ed "ingiustizia" per delle sentenze nelle aule di tribunale è quanto mai penoso. Lo Stato si difende sempre da chi cerca di mettere i bastoni fra le ruote al suo potere e ai suoi tirapiedi. Non è mai simpatico e provoca rabbia quando degli antifascisti ricevono delle condanne, ma certe parole e certi comportamenti dovrebbero farci riflettere. Profonda diserzione con chi pensa che i tribunali siano luoghi neutrali. Difendersi dai fascisti e dalla polizia in modo autodeterminato non ci sembra "doveroso" ma giusto, per liberare il pensiero negli infiniti mondi dell'attacco.

Un caldo abbraccio ad Emilio e a quegli antifascisti che portano in cuore l'idea che antifascismo possa far rima soltanto con anticapitalismo, come dimostrato il 24 gennaio 2015 nelle strade di Cremona, in risposta ai drammatici momenti vissuti il 18 gennaio che non potremo mai dimenticare.

Inviolabilità

Se si pensa che nella tradizione cristiana già il primo uomo apparso sulla terra disobbedisce al precetto divino ed incorre per questo nella punizione, e che a commettere il primo omicidio è un suo diretto discendente, è evidente come l’origine della giustizia si perda nella notte dei tempi, nascendo in risposta al problema posto da chi disturba l’ordinamento sociale ed economico.  Motivo per cui dichiararsi contro la giustizia risuona all’orecchio dei più come uno scherzo di cattivo gusto, una provocazione, una follia, specialmente in un’epoca giustizialista come quella che stiamo attraversando. Un luogo comune di secolare solidità vuole infatti che non si possa avversare la giustizia, perché altrimenti ciò significherebbe essere a favore dell’ingiustizia, del sopruso, della tirannia. E questa convinzione è penetrata talmente a fondo nell’animo umano che tutti coloro che nel corso della storia hanno criticato la giustizia si sono sempre premurati di specificare di essere contrari solo ad un suo particolare operato, a una sua cattiva gestione, a una sua applicazione considerata errata. Ma la giustizia in sé, la giustizia in quanto tale, è sempre stata considerata un concetto inviolabile. Dati per scontati sia il disordine della condotta umana che la necessità di porvi un freno attraverso la giustizia, il solo dubbio capace di macchiare la nobiltà di questa misura riguarda al più la rettitudine di chi è incaricato ad amministrarla. La dea munita di spada e bilancia per manifestarsi ha bisogno di sacerdoti, i quali a volte possono non dimostrarsi all’altezza del compito affidatogli. Tutte le discussioni sulla giustizia si esauriscono qui, con la richiesta di un giudice umano capace di rompere con le tradizioni di una magistratura mummificata e fossilizzata negli articoli di un codice feroce. Per esprimersi “realmente”, la giustizia non ha bisogno di un giudice funzionario, nemico naturale di chi ha violato il codice e che distribuisce sentenze in maniera automatica, ma di un giudice che faccia sentire il soffio dell’eguaglianza e della fratellanza nelle assoluzioni come nelle condanne. Perché — ci viene detto — è la legge che deve essere fatta per l’uomo, e non l’uomo per la legge. Chissà!  

Soggezione

«Giustizia (s.f.): un articolo che lo Stato vende, in condizioni più o meno adulterate, al cittadino, in ricompensa della sua fedeltà, delle tasse e dei servizi resi»: Ambrose Bierce

In effetti esiste più di un buon motivo per cui le critiche alla giustizia hanno avuto come oggetto principale la sua pretesa neutralità. Se è vero che Giustizia è sinonimo di Virtù — di una virtù oserei dire trascendentale che, se magari non è più espressione della volontà divina, rimane comunque lontana dalle meschinità umane — dall’altro lato non si può nascondere che essa si manifesta concretamente grazie a leggi fatte dall’uomo. E l’uomo, si sa, non è perfetto.  Qualcuno ci ha tramandato che l’origine della parola legge derivi dalla forma indoeuropea légere, cioè leggere. La Legge che tutti noi dobbiamo osservare è stata scritta, poco importa se sulle tavole di Mosé o in un codice. La questione cruciale appare subito chiara: chi ha scritto la legge? Evidentemente chi ha avuto il potere di farlo. E perché lo ha fatto? Altrettanto chiaramente, per difendere i propri privilegi. Motivo per cui la legge, in quanto tale, è necessariamente arbitraria poiché obbedisce agli interessi di chi può imporla, vale a dire di chi detiene l’autorità. Dietro la retorica che la vuole un nobile ideale perseguito dall’essere umano, la giustizia non è altro che un modo di avallare un determinato sistema di valori. Non a caso le interdizioni che sono state imposte attraverso la storia sono così diverse tra loro che non si potrebbe trovare una sola pratica universalmente considerata come “criminale”, neanche l’incesto o il parricidio. Se la Giustizia fosse davvero uno strumento superiore i cui principi normativi toccano l’essenza dell’essere umano, le sue leggi sarebbero eterne ed universali e l’uomo troverebbe la propria realizzazione attraverso il loro adempimento. Invece queste leggi cambiano continuamente — a seconda dell’ordinamento sociale, politico ed economico che devono regolamentare — e questo può significare una cosa sola: attraverso le leggi si manifesta un volere umano, non certo divino.  Ma riconoscere il carattere arbitrario della giustizia non comporta di per sé una sua messa in discussione. Per quanto di parte, la giustizia appare comunque indispensabile. Nel mito che Platone fa esporre a Protagora nel dialogo omonimo, si dice che finché gli uomini non impararono l’arte politica, che consiste nel rispetto reciproco e nella Giustizia, non poterono riunirsi in città ed erano attaccati dalle fiere. Il rispetto della giustizia permetterebbe quindi agli esseri umani di convivere. Ancora oggi, è opinione diffusa che il venir meno delle regole su cui si fonda la nostra civiltà scateni gli istinti più feroci. Senza una autorità, rappresentata dallo Stato, che ne moderi gli appetiti, i singoli individui non sono in grado di vivere assieme. Lasciati a se stessi, gli individui sostituirebbero la forza della legge con la legge della forza (la polizia come unico baluardo contro il dilagare di omicidi, stupri e stragi di innocenti). La giustizia nasce quindi dalla constatazione che nell’individuo non c’è legge, non c’è ordine. Dunque lo Stato nasce a posteriori così come le regole, le leggi, le convenzioni morali, e poggia sul ribollente magma dell’anomia morale. L’individuo si sottomette allo Stato soltanto perché ritiene di aver bisogno di salvaguardare e stabilizzare i suoi rapporti. Costruisce un ordine esterno per placare il disordine che cova dentro di sé, ma una tale organizzazione non avrà mai nulla a che fare con la sfera interiore, con l’animo umano e le sue più segrete (e paurose) pulsioni. L’individuo, essere mostruoso, deve lasciar il posto al cittadino, al soggetto dello Stato, il solo in grado di vivere senza causare danni poiché scrupoloso osservatore dei precetti della giustizia. La legge è quindi ciò che ci lega, nel suo duplice significato: ciò che ci unisce, il nodo del vincolo sociale, è anche ciò che impedisce i nostri liberi movimenti. Una simile concezione la dice lunga sul conto del mondo che la adotta, i cui abitanti necessitano di proibizioni esterne in mancanza di una propria consapevolezza interiore, si sentono uniti da una comune competitività e non dalla solidarietà, si percepiscono come se ognuno fosse il secondino dell’altro e pensano che la libertà rappresenti una catastrofe per la loro esistenza, anziché considerarla come ciò che potrebbe darle un senso. Purtroppo, tutto ciò non è straordinario. Siamo talmente addomesticati da una educazione che fin dall’infanzia cerca di sedare in noi lo spirito di indipendenza e di promuovere quello di soggezione, siamo talmente abituati a una vita controllata da uno Stato che ne legifera ogni aspetto — nascita, sviluppo, amori, amicizie, alimentazione, morte — che alla fine perdiamo ogni iniziativa, ogni autonomia, ogni capacità di affrontare e risolvere direttamente i problemi che la vita ci pone. Ecco perché, all’interno di ogni Stato, una nuova legge è considerata come il rimedio per tutti i mali. Invece di cercare di risolvere il problema comprendendone le cause, si comincia col chiedere una legge che vi metta riparo. La strada fra due città è impraticabile? Occorre una legge che regoli il traffico. Un esecutore della legge ha abusato del suo potere? Occorre una legge che ordini ai gendarmi di essere più rispettosi. Gli industriali intendono ridurre i salari? Occorre una legge che difenda gli interessi dei lavoratori. Insomma, per affrontare i conflitti che sorgono dall’attività dell’uomo c’è solo bisogno di una legge appropriata. Attraverso l’applicazione della giustizia, lo Stato pretende di moderare e gestire questi conflitti. Si può quindi constatare che la giustizia non elimina i conflitti, non li previene affatto. Niente e nessuno può farlo. La giustizia si limita a normalizzarli, a codificarli. Così facendo, li aggrava e ne provoca degli altri fino ad arrivare all’assurdità del rimedio “criminogeno”, rimedio peggiore del male.  Da parte loro, i nemici dello Stato hanno pensato di risolvere il problema in altro modo, attribuendo ogni contrasto umano al funzionamento dello Stato stesso. Una volta che la “criminalità” viene definita la reazione a un’organizzazione difettosa della società, appare più concreta la possibilità di sopprimerne le cause trasformando i rapporti umani. L’abolizione del crimine e della carcerazione è stata infatti una delle preoccupazioni primarie del comunismo utopico, che sostituì alla rassegnazione gaudente dei cristiani di fronte al peccato, una ricerca razionale dei rimedi all’esistenza del male. I suoi grandi principi erano semplici: il furto e l’omicidio non hanno più ragione d’essere nel momento in cui la proprietà privata e la famiglia lasciano il posto all’esistenza comunitaria. Se la felicità è garantita per tutti, gelosia e risentimento svaniscono portandosi con sé gli atti di violenza generati da questi sentimenti. Una simile armonia sembra essere però ben lontana dalle passioni umane e non può essere immaginata senza un poderoso riduzionismo. I vari tentativi effettuati in passato di sperimentare praticamente l’utopia hanno sempre generato conflitti, che non ne volevano sapere di scomparire d’un tratto, rivelando l’astrazione della felicità proposta. Contro lo Stato e la sua giustizia, l’armonia sociale non saprebbe realizzarsi che a prezzo di costumi austeri e frugali. «Ho letto gli scritti di qualche celebre socialista — faceva notare Victor Hugo nel maggio 1848 — e sono rimasto sorpreso nel vedere che abbiamo, nel diciannovesimo secolo qui in Francia, tanti fondatori di conventi». In effetti, l’arcadia socialista non prometteva la felicità che a placidi cenobiti. I suoi fautori arrivarono spesso alla perfezione totalitaria poiché — per estirpare l’energia pericolosa presente nell’essere umano ed evitargli ogni occasione di scontro con altri — teorizzarono una minuziosa organizzazione di ogni istante di vita.  

Astrazione

Dunque lo Stato pretende che l’essere umano sia cattivo, per legittimare la propria esistenza. Nelle sue mani, la giustizia è un’arma contro la minaccia della barbarie. I nemici dello Stato invece pretendono che l’essere umano sia buono, per sostenere l’inutilità dello Stato. Nelle loro mani, la giustizia è una siringa da usare per scopi terapeutici. E se l’essere umano non fosse né buono né cattivo, ma semplicemente in preda ai suoi tormenti, cosa resterebbe della giustizia? Se la vita non avesse una meta universale, non dovesse scoprire alcuna verità, se la natura umana non avesse alcuna essenza, se non esistesse nulla di giusto da contrapporre a ciò che è sbagliato, giacché esiste solo ciò che è mio e ciò che non lo è, non è forse vero che ogni norma regolatrice il comportamento umano diventerebbe un insopportabile sopruso? Di fatto, se la giustizia ricorre alla polizia per imporsi, è proprio perché il carattere della giustizia è poliziesco. La tutela delle condizioni essenziali della convivenza civile — di cui la giustizia si fa garante — si traduce praticamente nel controllo della pace sociale all’interno dello Stato (o della Comunità); l’obbligo per ciascuno di uniformare il proprio comportamento a quanto dettato dalla legge, pena la privazione della libertà, non garantisce affatto l’equità della giustizia ma ne indica soltanto la ferocia. Una norma valida per tutti non è affatto equa, essendo astratta e, quel che è peggio, trasforma anche noi in astrazioni. La giustizia che punisce l’omicidio con la reclusione a vita o con la morte non sa chi sia la vittima, chi l’assassino e quali le ragioni del suo gesto, né conosce fino in fondo tutte le conseguenze. Con la farsa delle circostanze “aggravanti” e di quelle “attenuanti”, la giustizia tenta di immettere un tocco di vita nelle sue sentenze, senza per altro riuscirvi, in quanto è consapevole della propria freddezza. Ma la condotta umana non può essere codificata, ha molteplici cause ed è frutto dell’incontro casuale di circostanze e di caratteri diversi. Una norma non può racchiudere questa totalità, non la può cogliere nella sua unicità, è costretta a fare astrazione dalla realtà concreta dei singoli se vuole imporsi a tutti. Ma i conflitti che sorgono fra esseri umani non sono astratti, sono reali. Sono il risultato di rapporti sociali concreti, della diversità degli interessi, dei sogni, del carattere degli individui. Nella sua astrazione, la giustizia isola l’individuo in carne e ossa separandolo dal rapporto e dall’ambiente sociale in cui il suo atto ha avuto luogo, negandone così il significato. Ancor di più, la giustizia separa l’individuo-accusato dal dibattito che lo riguarda delegando la sua autonomia, come avviene nel resto della vita sociale, ai suoi rappresentanti: gli avvocati. Così come i cittadini delegano allo Stato il compito di decidere come vivere la loro vita, così delegano alla giustizia il compito di come risolvere i loro conflitti. In quanto meccanismo separato di risoluzione dei conflitti, la giustizia non viene meno se si conferiscono le sue funzioni ad un’altra entità, posta al di sopra degli individui, ma più fluida, rinnovabile, sottoposta ad elezioni o controllata da assemblee popolari. Una giustizia “più umana” non cesserebbe di essere una macchina per separare il Bene dal Male, di esprimersi indipendentemente dai rapporti sociali e quindi inevitabilmente contro di essi.  

Vendetta

Il sogno di ogni totalitarismo è quello di bandire la violenza (fatta eccezione per quella dello Stato, naturalmente). Se tutti obbedissero ai dettami della Giustizia, non ci sarebbero conflitti, non ci sarebbe violenza. Ma un mondo senza trasgressione, senza conflitti, senza disordine, è un enorme campo di concentramento. Un mondo pacificato è un mondo che ha rinunciato ai rumori della sua maggiore ricchezza, la diversità, a favore della quiete dell’omologazione. Per quanto deprecabile, la violenza è una caratteristica umana. Il punto non è di assegnare allo Stato il monopolio della violenza, né di trasformare ogni individuo in un perfetto non violento. Non si tratta di cancellare i conflitti dalla nostra vita, ma di affrontarli nella loro singolarità. E la loro risoluzione va ricercata da coloro che ne sono direttamente coinvolti, senza delegarla a istituzioni esterne (lo Stato), senza delimitarla in spazi circoscritti (tribunali), senza accontentarsi di risposte automatiche scritte da altri (codice penale). Ora la Giustizia, risposta pubblica al “problema” dei conflitti, definisce con un termine spregiativo la risposta individuale a questo stesso problema: vendetta. Tanto la giustizia è nobile, tanto la vendetta è abietta. Ad essa si accompagna l’eccesso, il sopruso, l’approssimazione. Come se la giustizia non fosse in sé eccesso, sopruso, approssimazione. Paradossalmente, per definire questa esecrata determinazione dell’individuo di non delegare a nessuno la risoluzione dei propri contrasti con altri si è scelto un vocabolo dalla ben strana origine. La vindicta, infatti, era la verga con cui si toccava lo schiavo che doveva essere posto in libertà. Spada della giustizia e verga della vendetta sono entrambe in mano a chi detiene il potere, è vero, ma se la prima è promessa di punizione e castigo la seconda reca con sé il sapore della libertà. In realtà, nulla dimostra che la vendetta sia la strada obbligata per chi rifiuta la giustizia. Solo all’interno di una logica economica di compensazione, tanto cara al capitalismo, ad una offesa deve corrispondere un’altra offesa di pari entità. La giustizia regola i conti e questi, alla fine, devono sempre tornare. È questo un lascito dell’eredità delle rivoluzioni liberali borghesi che, dovendo assicurare a ciascun cittadino un trattamento identico di fronte alla legge, dovevano garantire al meccanismo delle decisioni amministrative un funzionamento identico per ogni cittadino. Ma un conflitto non ha soluzioni a senso unico, perché contempla infinite possibilità (anche l’indifferenza o la lontananza). In ogni modo solo chi lo vive sulla propria carne può conoscere la risposta, che non può essere codificata. Motivo per cui con l’autonomia dell’individuo la giustizia scompare, e con essa anche l’ingiustizia. Non si deve credere infatti che negare la giustizia significhi affermare l’ingiustizia. Non più di quanto negare l’esistenza di Dio implichi l’adorazione di Satana. In fondo non aveva tutti i torti Hobbes, pensatore non sospetto di simpatie sovversive, quando affermava che la Giustizia consiste semplicemente nel mantenimento dei patti e che pertanto dove non c’è Stato — cioè un potere coercitivo che assicuri il mantenimento dei patti — non c’è né giustizia né ingiustizia.  

[Lope Vargas, Diavolo in corpo n. 3]