Vai al contenuto

Foresta di Hambach, in Germnia, una cinquantina di chilometri a Ovest di Colonia.

Un mediattivista, Stephen M., è morto all’interno della foresta della occidentale che ormai da una settimana è sotto sgombero, il tutto per consentire l’allargamento di una maximiniera di lignite, curato dalla compagnia energetica RWE.

Da giorni la resistenza di centinaia e centinaia di ambientalisti, tedeschi ma non solo, che nel corso degli anni hanno realizzato decine di case sugli alberi, per impedire il disboscamento di oltre 100 acri di terreno. Contro di loro, migliaia di agenti. In una di queste operazioni poliziesche, nel tardo pomeriggio di ieri, mercoledì 19 settembre, Stephen è caduto a terra da una casa sull’albero, un’altezza di 14 metri. Ferito gravemente, è stato portato subito all’Ospedale di Colonia, dove è morto nella serata.

In una conferenza stampa di emergenza, il portavoce della polizia regionale ha dichiarato che “nessuna operazione era in corso nell’area in cui si è verificato l’incidente”. Secondo le forze dell’ordine, un poliziotto sarebbe arrivato ai piedi dell’albero per dare a Steffenuna scheda di memoria della fotocamera. Il giornalista è caduto mentre cercava di recuperare la scheda.

Completamente diversa la ricostruzione del collettivo ambientalista Hambi Bleibt, che significa “La foresta di Hambach deve sopravvivere”: “La Sek (unità d’élite della polizia tedesca, ndr) – denuncia – stava arrestando un attivista vicino a un ponte sospeso. Stephen stava filmando l’operazione poliziesca quando è caduto a terra”

Dopo la morte del mediattivista, le operazioni di evacuazione della foresta di Hambach sono state momentaneamente sospese. Attiviste e attivisti chiedono che lo stop diventi definitivo, per evitare altre vittime.

Nella notte in decine di città tedesche ci sono stati veglie, cortei e azioni dirette contro le sedi della compagnia RWE. Azioni dirette anche in Francia, dove la polizia, nell’ottobre 2014, uccise un altro attivista ambientalista, Rémi Fraisse, 21enne colpito da una granata esplodente  durante una manifestazione contro la diga di Sivens, nel Sud della

La foresta di Hambach è diventata negli ultimi anni il simbolo della lotta contro il carbone e la deforestazione in Germania, l’equivalente tedesco della Zad francese di Nantes. Occupato da sei anni da attivisti ambientalisti, negli ultimi mesi la compagnia energetica RWE ha accelerato il progetto di sfruttamento del sottosuolo della foresta, ricco di lignite.

Dei 4.100 ettari originariamente coperti di alberi, ora ce ne sono solo 200. In seguito al via libera della giustizia tedesca, RWE intende raderne al suolo la metà a partire dal 1 ° ottobre. La scorsa settimana il governo regionale della Renania settentrionale-Vestfalia ha lanciato l’evacuazione della Zad tedesca, ufficialmente per “alto rischio di incendio”. In realtà, si tratta di un assist ai progetti di sfruttamento della RWE.

Clicca per qui un nostro approfondimento con corrispondenze audio sulla lotta della foresta di Hambach, in Germania.

fonte: Radio Onda d'Urto

La reclusione non appare paradossalmente in nessun luogo, relegata in un altrove invisibile tra la folla dei cuori addomesticati e dei cervelli anestetizzati, eppure è presente dappertutto. Nel senso di asfissia che afferra la gola ad ogni passo falso, come nella lunghissima catena di obblighi e sanzioni che si trascina come una palla al piede. È dovunque vengano imposte le regole del gioco (e le leggi sono sempre regole imposte dall'autorità, cioè da coloro che esercitano il potere nella società) a scapito della libera associazione tra individui e della loro reciprocità.
La reclusione è nella cella famigliare, con il suo aiuto reciproco forzato per affrontare la sopravvivenza e la riproduzione elementare di ruoli sociali indispensabili all'ordine in atto. È nella scuola, quella caserma posta sotto il segno dell'obbedienza e della formazione di schiavi-cittadini adeguati ai bisogni del dominio, che ruba un tempo infinito a tutta la gioventù. È nel lavoro salariato, la migliore delle polizie, che costringe gli esseri umani a vendersi al miglior offerente, scambiando una vita di sottomissione a beneficio di pochi con merci adulterate quanto effimere. È nella religione che sfrutta la sofferenza nel nome di un'autorità superiore, forte di leggi divine piuttosto terrene, che presuppongono come quelle dello Stato che gli individui non siano in grado, peggio, non debbano avere in nessun caso la libertà di decidere da soli della propria vita, né di come rapportarsi con gli altri. È nelle catene tecnologiche e negli schermi di ogni tipo, che ci privano via via non solo di relazioni dirette, ma anche della capacità autonoma di costruire il nostro mondo interiore in cui pensare, sognare, immaginare, poetare, progettare e distruggere tutto ciò. È nell'architettura totalitaria, diretta al controllo e alla sorveglianza, affinché i flussi di merci (umane o meno) fluiscano senza troppi ostacoli. È nelle camicie di forza chimiche, distillate con o senza camice bianco, per farci continuare a sopportare l'oppressione quotidiana senza ribaltare il tavolo troppo bruscamente. È dovunque uomini e donne, per abitudine, rassegnazione, servitù volontaria o interesse, siano disposti a difendere i privilegi dei ricchi e il potere. È nello stesso espropriarci della possibilità di unirci e accordarci liberamente in tutti gli aspetti della vita, tentando nel contempo di privarci della possibilità di affrontare i conflitti senza l'intervento di una polizia e di una giustizia.
E naturalmente, la reclusione è anche nella prigione cinta da mura, sotto forma di ospedale psichiatrico o di campo detentivo per indesiderabili, di centri di reinserimento per minori o di sepolcri per lunghe condanne. È lì, a prolungare vieppiù la sua vendetta lontano dalle sue garitte, con la spada di Damocle della condizionale, del controllo, del braccialetto elettronico, dell'obbligo di lavoro o di assistenza, dei regimi di semi-libertà... raffinatezze per cercare di tenerci in balìa di sbirri, psichiatri, assistenti sociali, padroni e giudici. Come prede da sottomettere per molti anni ancora prima e dopo essere passati da un tribunale o in un carcere.
«Se consideriamo le prigioni come roccaforti ben isolate, rimarranno intoccabili. Ma la prigione è anche l'architetto che la progetta, la società che la costruisce, la legge che la stabilisce, il tribunale che ti ci manda, il poliziotto che ti ci porta, il guardiano che ti sorveglia, il prete che sugge la tua sofferenza, lo psicologo che spia la tua mente. Essa è tutto questo e altro ancora. È l'impresa che sfrutta il lavoro dei detenuti, quella che fornisce il cibo o gli apparati di controllo; è l'insegnante che la giustifica, il riformatore che la vuole più "umana”, il giornalista che ne tace le finalità e le condizioni reali, è il cittadino che la osserva rassicurato o che distoglie lo sguardo»
Agli ammutinati del carcere sociale, maggio 2000
Il 12 settembre, lo Stato francese ha finalmente annunciato lo schema del suo nuovo piano carcerario, dividendo quello inizialmente previsto nel 2016 di 33 nuove prigioni e i 15.000 posti aggiunti, in 7000 posti entro il 2022 e 8000 in seguito. L'elenco dei siti scelti in tutto il paese dovrebbe seguire a breve, con tutte le possibilità offerte da questo tipo di costruzioni agli ammutinati del carcere sociale.
Al di là di questa fase preparatoria, tuttavia, ci sembra che un ulteriore aspetto, lungi dall'essere trascurabile, debba attirare la nostra attenzione. Finché non saremo in grado di percepire la prigione, non come un problema specialistico legato al sostegno dei prigionieri, ma piuttosto come il riflesso della società nel suo insieme di spaventare e reprimere i refrattari (alla proprietà, alle frontiere, all’ordine o al lavoro salariato) in particolare e i ribelli in generale, resteremo incapaci di cogliere le mutazioni indotte da questo progetto carcerario, sia in termini di cambiamenti di mentalità promossi all'interno che di nuovi possibili angoli di attacco dall'esterno. Nello stesso modo in cui la ristrutturazione del mercato del lavoro e la tecnologia hanno trasformato le antiche forme di sfruttamento, aumentando la flessibilità, l'auto-imprenditorialità e l'autocontrollo, questo progetto di gestione carceraria vuole effettivamente accrescere il processo di differenziazione tra la maggior parte dei prigionieri, basata non più unicamente sulla pena o sul reato iniziale, ma su una maggiore partecipazione e collaborazione alla propria detenzione. Un po’ come se tutto il sistema di reclusione, dipendenza, arbitrarietà e tortura non fosse altro che una vasta condizione contrattuale. Una condizione in cui ci viene ordinato di diventare sempre più "responsabili” di una pena da scontare e cogestire con l'amministrazione, essendo paradossalmente frammentata all'interno di una struttura di massa, diventando il secondino degli altri in nome dell'evoluzione del proprio percorso carcerario. Va da sé che un tale processo di totalitarismo democratico, in cui partecipare significa dividere, non potrà che accompagnarsi ad un ulteriore giro di vite contro la minoranza di ribelli che non accetterà di collaborare.
In pratica, si giunge così da un lato di fronte ad uno sviluppo di «moduli di rispetto che si ispirano ai moduli “respecto" diffusi in Spagna, con la responsabilizzazione come filo conduttore: i prigionieri firmano una carta d’impegno basata sul rispetto del personale, dei co-detenuti, dell’igiene, delle regole di vita in collettività. In cambio, possono godere di una certa libertà di movimento [muniti di tesserini] e di un maggiore accesso ad alcune attività». Dall'altro lato, si verifica un'estensione delle cosiddette «strutture stagne» (riservate per il momento ai "terroristi" e ai "radicalizzati"), che sono molto più che reparti di isolamento in seno alla detenzione, ma costituiscono una vera e propria prigione nella prigione (sul modello italiano o tedesco delle carceri speciali degli anni 70 o degli ex-FIES spagnoli), destinati a lungo termine a tutti gli irrecuperabili che rifiutano di sottomettersi o rinnegarsi, a coloro che non passerebbero né ai test di valutazione regolari né alle osservazioni dei servizi di intelligence penitenziaria. Se a questo aggiungiamo, all'altra estremità della catena, la costruzione di due carceri "sperimentali” interamente dedicate al lavoro d’impresa (dalla fabbrica-prigione alla prigione-fabbrica) e l'aumento di misure esterne alternative, del braccialetto elettronico e della semi-libertà (con obblighi di tirocinio, formazione e lavoro) per le innumerevoli condanne di meno di un anno, possiamo iniziare ad avere un quadro completo.
Con il rafforzamento delle condizioni di detenzione sotto forma di percorsi, statuti, interessi, e le più disparate carote per costringere a cogestire la propria condanna con le autorità, non sono solo le proposte di lotta di tipo sindacale a integrare più che mai nel processo di reclusione, ma sono anche i margini tra piena cooperazione e messa alla prova che tendono a ridursi per ciascun individuo, ancor più con la collaborazione di altri detenuti riluttanti a veder crollare tanti sforzi pagati a caro prezzo di rispetto per «le regole di vita in collettività». Su immagine dell'esterno, insomma, dove la figura dell’operaio-massa è stata liquidata da tempo a favore di una competizione generalizzata.
Di fronte a questo progetto di potere, rimane ancora un piccolo elemento che i loro calcoli miserabili non potranno mai controllare completamente, e che può rompere in qualsiasi momento il circolo vizioso della collaborazione: la sete di libertà. Da un lato attraverso la ribellione provocata dalla detenzione, come ci ricorda la rivolta devastante della prigione moderna di Vivonne nel settembre 2016. Partita dall’iniziativa di alcuni individui, è durata più di sei ore, portando alla chiusura dell'ala del carcere per 18 mesi per lavori e provocando 2 milioni di euro di danni. D'altro canto, col fatto che la moltiplicazione di attori esterni di ogni tipo per valutare, far partecipare, far lavorare e controllare i prigionieri, accresce a sua volta le possibilità di intervento dall'esterno, vedi le diverse auto di secondini che sono bruciate nel parcheggio di Fresnes dal mese di maggio.
L'unica riforma accettabile delle carceri è raderle al suolo, insieme alla società autoritaria che le produce e ne ha bisogno.
Avis de tempêtes, n. 9, 15 settembre 2018 (traduzione di finimondo.org)
Per scaricare il nuovo numero in francese:

CREMONA

La volontà giuridica di concludere quanto prima la storia repressiva sulla bellissima rivolta del 24 gennaio 2015 avvenuta a Cremona, in solidarietà ad Emilio, sprangato e mandato in coma da un manipolo di fascisti di Casapound sei giorni prima è oramai prossima.

L’udienza che si sarebbe dovuta tenere il 2 maggio 2018 in una squallida aula di tribunale della Corte di Cassazione a Roma, a causa di uno sciopero indetto dall’ordine degli avvocati, è stata rinviata e fissata ora il 25 settembre.

Lorsignori, riesumando dal reazionario codice Rocco l'abominevole 419 c.p. alias "devastazione e saccheggio", e appioppando anni di galera, si illudono di poter smorzare e soffocare quei frammenti di rivolta che esplosero a Cremona.
Tre dei quattro imputati vedranno la fine di questo processo, uno di loro non ha presentato ricorso in Cassazione.
Di questi tre imputati, uno è l'infame Aioub Babassi a cui va il nostro disprezzo.
Ricordiamo che per altri quattro arrestati per quella giornata, l'accusa di devastazione e saccheggio è caduta. Questo secondo filone deve ancora andare in secondo grado, dato che il Comune di Cremona ha fatto ricorso contro la sentenza.
Che giornate come quelle vissute a Cremona echeggino per crearne delle altre, ancora più rivoltose.
24 gennaio ogni giorno.

alcune/i antifasciste/i

ROMA

Il 15 ottobre 2011 a Roma si riuscì, per una giornata, a respirare un’aria diversa dalla rassegnazione alla quale sembriamo spesso ridotti/e: in un clima generale di “indignazione”, si respirò rabbia.

Una giornata che vide, lo ribadiamo, migliaia di persone in piazza. Di quelle migliaia non furono certo poche quelle che decisero di rispondere alla guerra che lo Stato perpetua unilateralmente attraverso le sue politiche economiche, sociali, repressive etc.  Molti luoghi simbolo dello sfruttamento e di un mondo che non vogliamo, perché fondato solo su aride logiche economiche, furono presi di mira. Ci fu rabbia sì, ma ci fu anche la gioia del respirarla assieme.

Ma, da quella giornata, di tempo ne è passato e il clima sembra essere profondamente mutato.

Il 13 settembre si apre il processo di appello contro 15 persone condannate a pene che arrivano fino ai 9 anni anche per il reato di devastazione e saccheggio.

Capo d’imputazione, questo, che è lo stesso utilizzato contro chi era in strada a Cremona il 24 gennaio 2015, e per cui è stata fissata l’udienza di Cassazione per il 25 settembre prossimo. Lo stesso reato, inoltre, lo troviamo come capo di accusa per la manifestazione contro le frontiere al Brennero, per cui l’inizio del processo si prevede essere il 22 ottobre.

Devastazione e saccheggio è uno tra i tanti strumenti di cui la repressione si dota per elargire lunghi anni di esclusione nelle galere a chi è condannato/a ma anche, e non secondario, come deterrente per tutti e tutte: il dissenso deve ridursi a innocui e silenziosi cortei, sempre più simili a tristi manifestazioni funeree.

Uno strumento che insieme, per esempio, ai vari daspo o alle plurime misure amministrative rivolte a chi deve essere messo ai margini della società, sono volte a svuotare le strade, a ridurre i momenti di incontro e di lotte condivise.

Ecco perché il processo contro i fatti del 15 ottobre non può né deve riguardare solo chi si troverà ancora in prima persona imputata in quelle aule.

La solidarietà è non solo sostegno a chi vive sulla propria pelle la repressione, non lasciandolo/a isolato/a nel silenzio che inevitabilmente sottrae la forza e il senso di reagire rivendicando le proprie azioni. Solidarietà è anche assunzione, in prima persona e collettiva, di responsabilità per la prosecuzione delle stesse lotte, di quegli spazi di agibilità che vadano oltre quei paletti che sempre più le forze reazionarie ci impongono e che, giorno dopo giorno, vorrebbero ridurre i nostri spazi vitali.

Di tutto questo e non solo si è discusso durante l’incontro, del 7 settembre, che si è tenuto al Campetto occupato di Giulianova insieme a chi il 13 settembre dovrà essere ancora in aula.

Il 13 settembre l’udienza presso la Corte di Appello di Roma potrebbe essere breve a causa di possibili cavilli giuridici, quali difetti di notifica e/o altro. Ciò nonostante durante la riunione di Giulianova alcuni e alcune delle compagne hanno manifestato la volontà di essere presenti quella mattina, per restare vicini a chi sarà ancora una volta giudicato/a in quell’aula e per avere cognizione di quali saranno gli sviluppi processuali.

La cassa di solidarietà “La Lima” si impegna a contribuire, attraverso iniziative di solidarietà, al sostegno economico per coloro che sono ancora a processo per rispondere di quanto accaduto in quella giornata del 2011. L’impegno dei compagni e delle compagne considera e condivide le motivazioni che portarono, nel maggio 2016, alla chiusura della “cassa di solidarietà 15 ottobre”. Ma durante l’incontro al Campetto occupato si è anche condivisa l’idea che, oltre al contributo economico, la solidarietà non può essere ridotta solo a pubblicazioni ed entusiastici commenti su social network, di enfatiche immagini di camionette in fiamme e scontri con le guardie.

Si è quindi deciso di individuare nella data 15 ottobre 2018, in ogni città e luogo, una giornata di sostegno attraverso le molteplici pratiche in cui ognuno e ognuna si riconosce. Un appuntamento che attesti la non rimozione di quella giornata di lotta ma che sia, al contrario, espressione dello spirito condiviso in quelle strade.

I Compagni e le Compagne

 

Riprende il rito annuale di riapertura delle scuole. Possiamo pronosticare, molto facilmente, che riemergeranno i soliti problemi: l’agibilità delle scuole, le disponibilità degli insegnanti, le tasse, la legge finanziaria, i trasporti pubblici, la disoccupazione, ecc. E, altrettanto certamente, si può ipotizzare che riemergerà un movimento degli studenti con proposte più o meno identiche a quelle dell’anno scorso. Rivendicative e riformiste. Proposte scontate e movimento altrettanto ovvio.

Difficile

Può forse l’insegnamento del’anno scorso servire a qualcosa? Può il fallimento delle grandi mobilitazioni su temi generici e biecamente parziali, servire a fare aprire gli occhi agli studenti che, per la maggior parte, sono gli stessi dell’anno scorso? Pensiamo che la cosa sarà molto difficile. Comunque possiamo sempre insistere sul problema della funzione della scuola e portare quanti più giovani possibili ad una coscienza di classe nei riguardi di questa istituzione che serve, appunto, come strumento di qualificazione ridotta allo scopo di consentire l’accettazione del dominio, una migliore flessibilità della mano d’opera a una sua adattabilità alle mutate condizioni del mercato del lavoro.

Nessuna Prospettiva

La scuola di oggi non produce più qualificazione (né tecnica, né umanistica), ma si è adattata alla realtà del sistema produttivo attuale. Essa produce pace sociale, convincendo i giovani della possibilità di ottenere studiando, un diverso status sociale, rendendolo più malleabile, ma, nello stesso tempo, fornendo pochi strumenti effettivi di conoscenza e di cultura e, per giunta, strumenti dequalificati, confezionati in formato ridotto ad uso delle attuali generazioni e della loro pseudo cultura massificata. Mai come oggi la scuola è stata tanto trasparente. Puleggia del potere, veicola i contenuti ridotti che consentono di tenere a bada una larga parte della massa. Il vecchio analfabetismo, su cui si basava il potere del passato, è stato ammodernato e mantenuto nella scuola di oggi che produce analfabeti di nuovo tipo, i quali sanno leggere e scrivere, ma solo quelle poche cose che il potere ha previsto che potessero leggere e scrivere. Mettete uno di questi giovani davanti ad un testo impegnativo o davanti la necessità di scrivere qualcosa di più complesso dei risultati delle partite di calcio e potete constatare le enormi difficoltà cui andrà incontro. Tutto ciò (con le dovute eccezioni, evidentemente) non è accidentale. Accertata la funzione repressiva e mistificante della scuola bisognerà decidersi su cosa fare. Ci pare esistano due strade. Distruggerla o utilizzarla.

Distruzione

Distruggerla è la soluzione migliore. Più efficace e sbrigativa. In questo caso il sabotaggio, l’attacco diretto, la violenza rivoluzionaria contro le cose e le persone che fanno parte della scuola come padroni e gestori, sono le cose più efficaci ed immediate da fare. Utilizzarla è la cosa più difficile

Utilizzazione

Occorre procedere con cautela per evitare di essere utilizzati invece di strappare via qualcosa al potere. In fondo, però, la scuola è un laboratorio dove di possono ancora trovare pochi strumenti culturali di carattere elementare. Questi strumenti possono essere strappati alla scuola con metodo e costanza, ed anche con una lotta che può utilizzare, ad esempio, lo strumento dell’autogestione. In questo senso, il movimento delle occupazioni delle scuole può riscoprire un nuovo modo di lottare che forse potrà essere recuperato difficilmente dal potere.

Redazione di Catania

[Anarchismo n.53-54 settembre 1986]

fonte: parolealvento.noblogs.org