Vai al contenuto

«Siamo completamente sopraffatti, è come un'invasione straniera, extraterrestre, non so come dire, e non siamo attrezzati per combatterli» Cecilia Morel, moglie del presidente Piñera, 21 ottobre 2019

Oltre i simboli. Venerdì 8 novembre a Santiago durante la manifestazione di 75/100.000 persone, l'edificio storico dell'Università privata Pedro de Valdivia chiamato Casa Schneider e risalente al 1924 è stato saccheggiato e bruciato (cinque arrestati, di cui uno in custodia preventiva e 970.000 euro di danni); la chiesa di La Asuncion (1876) è stata saccheggiata, con i suoi mobili (dalle panche ai confessionali) e i suoi maestosi feticci che alimentavano le barricate incendiate; anche la vicina ambasciata argentina è stata attaccata a Santiago dopo che i manifestanti sono riusciti ad attraversarne i cancelli, entrare nel giardino e lanciare pietre contro le finestre prima di andarsene indisturbati. Lo stesso giorno in tutto il territorio fino a sera, sono andati in fumo anche i caselli El Paico a Talagante; ha subìto la stessa sorte il salone d’ingresso del Ministero edilizia e urbanistica a Orsono (distruzione di mobili, computer e archivi); la sede della compagnia elettrica CGE, un tribunale, la tesoreria e l’università di tecnologia (Inacap) saccheggiati e incendiati a Copiapó; i locali della compagnia aerea Latam, la compagnia elettrica Saesa, una succursale bancaria Itaú devastati a Puerto Montt, per non parlare della Corte d'appello che perso tutte le finestre e dell'istituto linguistico Tromwell che è stato saccheggiato. Sono stati attaccati sette edifici fra commissariati e caserme, tra cui la Dipolcar (i servizi di intelligence dei carabinieri) del 54° commissariato di Huechuraba, il 10° a La Cisterna e quello di Quillota (oltre alla tesoreria e alla prefettura regionale). Oltre ai relativi saccheggi, da annotare gli attacchi distruttivi della prefettura regionale di Coyahique, di un tribunale e una Casa del Diritto a Viña del Mar, di un collegio ad Arica (circa quindici minorenni arrestati), e dei municipi di Puerto Varas e Loncoche.  

Zona Mapuche. Lunedì 4 novembre a Valvidia, circa 200 persone hanno sbullonato il busto del conquistatore spagnolo Pedro de Valdivia, quindi lo hanno appeso a un ponte, mentre il 2 novembre a Cañete sia quello di Pedro de Valdivia che quello di García Hurtado de Mendoza sono finiti a terra a faccia in giù durante una manifestazione di 500 persone; e il primo novembre ad Arica, ignoti hanno mandato in frantumi la storica statua di Cristoforo Colombo, eretta nel 1910. Lo stesso giorno a Labranza (Temuco), tre camion e una ruspa di una società di costruzioni sono andati in fumo, mentre il 4 novembre a Contulmo tre camion di compagnie di legname sono bruciati sulla strada, dopo che i loro conducenti sono stati costretti a scendere sotto la minaccia di armi da fuoco. Alla fine, benché sugli striscioni dei manifestanti campeggino slogan come «Non sono 30 pesos. Sono 500 anni», diversi rappresentanti della comunità mapuche hanno accettato il processo di revisione della Costituzione cilena pur di ottenere un posto al sole.  

Concepción. In questa città di 220.000 abitanti, che è uno dei focolai della rivolta, il Ministero dei Beni nazionali e la prefettura regionale hanno stimato il 7 novembre in 2000 metri quadrati la superficie delle strade disselciate e una decina di edifici dello Stato gravemente danneggiati dalla fine di ottobre per almeno 120.000 euro di danni, mentre 1365 persone sono state arrestate e accusate di saccheggio o distruzione. Se c'è un obiettivo particolarmente attaccato nel corso delle manifestazioni quotidiane, è la Caja de Compensación Los Andes, una torre per uffici di 15 piani che ospita molte aziende e istituzioni. Oltre alle numerose finestre rotte, il secondo e il terzo piano erano già stati bruciati e il 2 novembre anche gli ultimi piani sono andati in fumo, insieme agli uffici del servizio elettorale (Servel). Tra gli attacchi della settimana, il 7 novembre la sede locale del partito al potere UDI dei fratello e sorella (deputato e senatore) Van Rysselberghe è stata incendiata dopo essere stata saccheggiata; lo stesso giorno, c'è stato il saccheggio del grande magazzino Kamadi ad opera di una cinquantina di persone che in pieno giorno ne hanno svuotato le casse e gli scaffali; il giorno prima, il 6 novembre, nel bel mezzo di duri scontri, nuovamente prese di mira due farmacie del centro (Ahumada e Cruz Verde); il 5 novembre saccheggiati un’agenzia del Banco Edwards, un Western Union e un negozio Claro. In certi giorni si sono visti da 11 a 17 focolai simultanei di scontri in città, che hanno messo a dura prova gli interventi dei carabinieri. Infine, segnaliamo che anche la periferia di Concepción è stata interessata, così come Coronel, dove la notte dell'8 novembre è stato saccheggiato il centro commerciale Paseo Montt.  

Indietro. Al ritorno dalle vacanze di Ognissanti e mentre si avvicina la fine dell'anno (le stagioni sono invertite in Cile e l'estate si avvicina), il movimento dei liceali si sta mobilitando in un modo specifico per fermare le lezioni e rifiutare un ritorno alla normalità. Otto licei della regione di Chiloé sono in sciopero, cinque dei quali occupati; alcuni rimasti aperti sono stati attaccati a Puerto Montt; il liceo commerciale di Los Ángeles (regione del Bío Bío) è stato occupato per sostenere il movimento di rivolta; nel corso del tentativo di occupare il liceo femminile Teresa Prats a Santiago martedì 5 novembre, i carabinieri entrati su chiamata del direttore hanno ferito due studenti di 16 e 17 anni con proiettili; e tutti gli altri sono stati immediatamente chiusi dalle autorità municipali ad Antofagasta, Calama, Copiapó, Los Andes, Valparaíso, Puente Alto, Renca, La Florida, Coronel e Punta Arenas.  

Quartieri bene. Mercoledì 6 novembre, i messaggi pubblicati sui social network, incitavano a portare la rivolta non più in Plaza Italia, ma direttamente nei ricchi quartieri di Santiago. Centinaia di persone si sono così date appuntamento vicino al Costanera Center, il più grande centro commerciale del Sud America. Bloccati dalla polizia, i manifestanti si sono sparpagliati in varie zone dal quartiere di Providencia a quello di Las Condes, l'ingresso del settore finanziario e delle aree più ricche della capitale. In particolare, una farmacia Ahumada, un supermercato Líder Express, la sede della cassa pensioni AFP Provida, un McDonald's e due filiali bancarie sono state saccheggiate in mezzo agli scontri con gli sbirri (per non parlare delle vetrine spaccate), mentre un manifestante riusciva a salire su un cannone ad acqua dei carabinieri (Guanaco) neutralizzandolo, e altri si arrampicavano sugli alberi distruggendo le telecamere a circuito chiuso. Durante questa importante rivolta selvaggia in cui gli anarchici non si sono tirati indietro, sono stati attaccati altri obiettivi scelti: la sede nazionale del partito UDI situato a Providencia, i cui deputati e senatori partecipano alla coalizione di destra di Piñera è stata devastata all'interno e i mobili e computer sono serviti da barricata all'esterno. Quella del partito RN (Renovación Nacional) di Piñera protetta in tutta fretta è stata saccheggiata, e il Mémorial Jaime Guzmán, situato non lontano da Las Condes, è stato saccheggiato. Jaime Guzmán non è stato solo il fondatore dell'UDI (Unione Democratica Indipendente) che ha presieduto dal 1983 al 1989 sotto la dittatura, ma anche un teorico che nel 1970 ha partecipato alla fondazione dell'estrema destra paramilitare Patria y Libertad, finanziata dalla CIA, e che ha integrato il governo della giunta militare nel 1973, per il quale ha redatto la Costituzione del 1980. Poco prima d’essere assassinato dai rivoluzionari nel 1991, aveva dichiarato ad un grosso giornale «Io mi proclamo con grande onore un pinochettista». Trenta anni dopo, molti non hanno dimenticato, e il ritratto di quel fascista eretto come martire dai suoi fedeli ora giace in mezzo ai vetri rotti del suo sinistro Mémorial. A cerchiate ed altre scritte sono state lasciate sul posto durante questi attacchi mirati. Di fronte a tali incursioni tra i ricchi, lo spaventato sindaco di Providencia non poteva che rilasciare un laconico: «Stiamo vivendo un livello di violenza e distruzione mai visto prima nel centro della capitale», senza contare che nel corso della stessa notte (dal 6 al 7 novembre), anche gli uffici dello stato civile e il McDonald's a Providencia, nonché i locali del ristorante per radical-chic Fuente Chilena situato poco lontano sono andati interamente in fumo. Infine, tra gli attacchi incendiari dei giorni precedenti nella Grande Santiago, possiamo menzionare l'ipermercato Central Mayorista a San Bernardo il 5 novembre (interamente distrutto da un incendio e già saccheggiato) o il supermercato Santa Isabel a Conchalí il 6 novembre (precedentemente saccheggiato, e questa volta incendiato). Il comandante dei vigili del fuoco nella regione della capitale ha calcolato il numero di incendi: 1600 dall'inizio della rivolta, un centinaio dei quali particolarmente vasti, inclusi quelli nelle stazioni della metro.  

Istituzioni. Oltre alla devastazione della sede nazionale dell'UDI e al lancio di pietre contro quella del RN (entrambi al potere) a Santiago il 6 novembre, altri locali sono stati distrutti negli ultimi giorni: il 2 novembre a Cañete, la permanenza del deputato dell'UDI Iván Norambuena; il 7 a Concepción la sede dell'UDI di cui abbiamo già parlato; il 31 ottobre a Castro (Chiloé) la prefettura regionale (Gobernación) e il municipio; lo stesso giorno ad Angol la casa del sindaco è stata fatta oggetto di lanci di pietre; mentre ad Iquique una delle porte laterali della Cattedrale è stata incendiata poco dopo la mezzanotte, e solo il pronto intervento dei vigili del fuoco è riuscito a prevenire ingenti danni; il primo novembre a Viña del Mar, nel distretto di Reñaca Alto, la casa di un sottufficiale dei Carabineros è stata colpita con pietre, uova e bottiglie. Per descrivere la crescente tensione contro il partito del presidente Piñera, RN, costui è stato costretto per motivi di sicurezza a cancellare sine die un incontro politico nazionale con funzionari e dirigenti eletti indetto per sabato 9 novembre nella sua sede a Santiago. Concentrare il maggior numero di leader del partito al potere nello stesso luogo avrebbe infatti creato una grande opportunità per gli arrabbiati; è l’ennesimo vertice che salta in Cile, dopo quello dell'APEC di novembre e la COP 25 dell’ONU sul clima di dicembre; per non parlare sul lato calcistico dell'annullamento dell’amichevole della selezione cilena contro la Bolivia il 15 novembre, o della finale della Copa Libertadores, competizione di tutte le squadre sudamericane, tra le finaliste argentina e brasiliana River Plate e Flamengo, alla fine spostata al 23 novembre in Perù.  

Terrorismo di Stato. Giovedì 7 novembre, il presidente Sebastian Piñera ha annunciato un pacchetto di leggi sulla sicurezza che inasprisce le pene detentive: una «legge anti-saccheggio» («furti commessi approfittando della folla»), un'altra relativa alle persone travisate («circostanza aggravante durante i turbamenti dell'ordine pubblico»), un'altra contro chi erige barricate («intralcio all'ordine pubblico con impedimento della circolazione»), nonché la creazione di una squadra giudiziaria incaricata di perseguire gli autori di disordini, di uno statuto speciale per proteggere gli agenti di polizia, il rafforzamento dei «mezzi aerei» dei carabinieri e di droni e la «modernizzazione» del sistema di intelligence. Lo stesso giorno, ha anche riunito il Consiglio superiore creato sotto Pinochet che interviene quando è in gioco la sicurezza nazionale del paese, il Consejo de Seguridad Nacional (Cosena), le cui precedenti convocazioni eccezionali nel 2005 e nel 2014 erano dovute alla lite di confine col Perù sull'accesso al mare. Le decisioni prese durante questo Cosena (che riunisce il capo di Stato, i presidenti del Senato, dell'Assemblea nazionale e della Corte suprema coi comandanti in capo dei quattro corpi militari e dei carabinieri) sono tenute segrete, ma senza dubbio sono dirette ad ampliare un piano contro-insurrezionale di fronte a una rivolta che dura da tre settimane e che continua ad acuirsi. Il ministro degli Interni Blumel, ad esempio, ha dichiarato all'uscita dal Cosena che l'obiettivo delle forze armate è ormai (dopo lo stato di emergenza col coprifuoco della prima settimana) di concentrarsi sul suo ruolo di intelligence...  

Terrorismo di stato - bis. Tra le centinaia di persone incarcerate per gli incendi, i saccheggi e le devastazioni, le autorità ne presentano regolarmente alcune. Ad esempio, c'è un insegnante di matematica in un carcere di massima sicurezza che è stato accusato di aver distrutto tornelli e obliteratrici alla stazione della metropolitana San Joaquin il 17 ottobre; ma anche altri tre incarcerati del Movimiento Juvenil Lautaro e accusati di aver eretto il 30 aprile delle barricate incendiate su una linea ferroviaria a Pedro Aguirre Cerda (Santiago); così come un ragazzo di 16 anni accusato dell'incendio della stazione della metropolitana Pedrero il 18 ottobre (mentre è perfino sospettato di avervi partecipato l'intero gruppo di sostenitori del club di Colo-Colo, il Garra Blanca) e un altro di 33 anni è accusato di aver dato fuoco alla stazione della metropolitana La Granja il 18 ottobre (entrambi sono in custodia preventiva dall'8 novembre); un diciannovenne è accusato dell’incendio di una banca a Copiapó il 29 ottobre; o un altro di quello del municipio di Quilpué lo stesso giorno. Tutti sono sottoposti allo statuto della Ley de Seguridad Interior del Estado. Infine, il 6 novembre due uomini di 20 e 27 anni sono stati posti in custodia preventiva accusati dell’incendio di un casello a San Fernando; mentre la sera del 7 novembre, l'unico soldato (su 10.000 impegnati in questa operazione) che ha rifiutato di partecipare alla repressione durante lo stato di emergenza non accettando di imbracciare il suo fucile, è stato rilasciato dalla Corte suprema sotto la pressione della strada; e per finire, l'8 novembre una donna di 26 anni è stata arrestata a Puerto Montt per tentato incendio della cattedrale (sarà domenica 10 davanti al giudice), e lo stesso giorno un diciannovenne è stato accusato dell'incendio dell'Università Pedro Valvidia di Santiago.  

Terrorismo di stato - ter. L'8 novembre, l'oftalmologo e vicepresidente del Colegio Médico Patricio Meza ha lanciato un allarme sanitario nazionale per denunciare il terribile «record mondiale» di occhi bucati dagli sbirri. Ha precisato che dal 19 ottobre al 7 novembre, l'unità specializzata in traumi oculari presso l'Ospedale Salvador di Santiago ha registrato 149 casi gravi provocati da proiettili di gomma e granate di gas lacrimogeno, oltre a 42 in altri ospedali e cliniche, almeno 190 in totale: «Non sappiamo cosa fare da un punto di vista sanitario. Al momento sappiamo che la media è di 10 nuovi pazienti che si presentano con gravi lesioni oculari ogni giorno, ma si continua ad utilizzare ciò che provoca tali danni. Si stanno superando tutti gli indicatori a livello mondiale, in tutta la storia. Abbiamo più lesioni agli occhi in Cile che in Israele, in Palestina, ad Hong Kong, in Francia, ecc.». L'ultimo ferito è un giovane studente di 21 anni, che ha perso l'uso di entrambi gli occhi venerdì 8 novembre in Piazza Italia a Santiago intorno alle 18 dopo essere stato colpito in pieno viso dai proiettili dei carabinieri e la cui operazione di emergenza effettuata nella notte alla clinica Santa María ha cercato disperatamente di salvare almeno una visione parziale di uno dei due. Secondo le ultime cifre date dall'NHRI l'8 novembre, e che sono il minimo ufficiale, dal 17 ottobre sono quasi 5.500 gli arrestati, 1.915 i feriti (di cui 42 con "munizioni vive" e mille con proiettili di gomma o piombo) ricoverati in ospedale, mentre l'Instituto Nacional de Derechos Humanos, che funge da facciata garantista per lo Stato cileno, ha denunciato 171 casi di tortura e 52 casi di violenza sessuale da parte della polizia. A ciascuno di noi immaginare come moltiplicare queste cifre per avere un'idea della realtà...  

Pollo alla griglia. Il 6 novembre a Renca, un quartiere popolare nel nord di Santiago, il 7° commissariato viene attaccato con pietre e molotov da un piccolo gruppo, mandando cinque poliziotti all'ospedale. Lunedì 4 novembre, mentre un corteo tenta di avvicinarsi al palazzo presidenziale di La Moneda, i carabinieri usano lacrimogeni e cannoni ad acqua contro la folla. È allora che alcune molotov ne centrano alcuni, mandandone due in ospedale (ustioni di terzo grado).  

Estremismo. Intervistato martedì 5 novembre dalla BBC, il capo di Stato, in silenzio da diversi giorni, ha escluso la possibilità di dimissioni: «Andrò fino alla fine del mio mandato. Sono stato eletto democraticamente, bla bla bla» e, in una seconda intervista data a Meganoticias, ha precisato di non voler concedere le briciole supplementari reclamate dai riformisti (no al salario minimo di 500.000 pesos, no alle 40 ore di lavoro a settimana, no al trasporto gratuito per studenti e pensionati, nessuna abrogazione dei pedaggi autostradali). L'attuale presidente del Cile, Sebastian Piñera, 69 anni, è uno degli uomini più ricchi del paese, dopo aver fatto fortuna durante la dittatura. La sua ricchezza è stimata in 2,7 miliardi di dollari secondo Forbes (che nel 2013 lo classificava 589° uomo più ricco del mondo), in un paese in cui il salario minimo è di 301.000 pesos (375 euro). In un rapporto pubblicato nel 2018, le Nazioni Unite hanno stimato che il 10% più ricco del Cile possieda oltre i due terzi della ricchezza della nazione.  

Politicanti. Accanto ai cabildos abiertos (forum e assemblee aperte di quartiere) già menzionati qui dove tutta la sinistra cittadinista organizza laboratori di riscrittura di una nuova legge suprema, l'Asociación Chilena de Municipalidades (AChM) presieduta dal sindaco RN di Puente Alto ha indetto un referendum per il 7 e l'8 dicembre in 330 comuni sullo stesso argomento. Avendo finalmente preso la mano tesa dalla sinistra per cercare di trovare un diversivo alla rivolta, anche Piñera ha annunciato di essere disposto a rivedere la Costituzione e che un progetto di legge sull'argomento sta per essere redatto con urgenza. Ora che il Gran Dibattito alla Macron di Piñera è stato silurato dai forum dal basso e dai prossimi referendum dei comuni, lo sprint tra i politici di ogni genere per cercare di riportare una rivolta autonoma nell’alveo delle istituzioni, accelera.  

Senza fede né legge. In Cile, la rivolta sembra destinata a durare per la quarta settimana consecutiva, ancora autonoma e senza leader né partiti in grado di inquadrarla e controllarla. Essa continua ad essere caratterizzata da duri scontri punteggiati da riappropriazioni e attacchi distruttivi nelle ​​strade, anche se cominciano ad apparire alcuni inizi di occupazione di licei. In questa lotta, le compagne e i compagni anarchici non stanno in disparte, al punto che persino Piñera è stato costretto a cominciare a parlarne ufficialmente in una lunga intervista (El Pais, l'11/9): «In questa ondata di violenza partecipano gruppi altamente organizzati che ancora non conoscevamo in Cile, a cui si aggiunge la criminalità tradizionale, i trafficanti di droga, gli anarchici e molti altri. Essi hanno dimostrato la volontà di distruggere tutto senza rispettare niente e nessuno. Hanno bruciato e distrutto metà delle stazioni del nostro sistema di trasporto sotterraneo, vandalizzato oltre 2800 autobus, incendiato centinaia di supermercati, esercizi commerciali, piccoli negozi. Senza pietà, senza alcun riguardo per nulla, identificheremo questi gruppi, li processeremo e risponderanno dei loro crimini». Ciò che una mente così ristretta come quella di un autoritario a capo di uno Stato che vede il mondo a propria immagine e somiglianza non può ovviamente capire, è che la vastità della rivolta in Cile non è collegata a un gruppo o all'altro, ma a qualcosa di molto più profondo: la sete di libertà. Una libertà condivisa che non potrà che passare sul cadavere del dominio — dalle chiese ai partiti, dall'economia alla politica, passando attraverso il patriarcato — per liberarsi dalle catene dell'esistente. Una libertà contagiosa che può avanzare solo distruggendo tutto ciò che costituisce la miseria della nostra vita, attraverso un negativo da cui possa sorgere qualcosa di completamente diverso. E, certo, senza pietà e senza riguardo per l'attuale ordine che ci schiaccia.  

[traduzione di Finimondo, da qui, 11/11/19]

APPELLO ALLA SOLIDARIETÀ ANARCHICA

Voglio premettere  fornendo il mio significato alla parola “solidarietà” e distinguendola dal significato che attribuisco al concetto di “vicinanza”. La premessa che funge da cappello introduttivo al testo che sto vergando non vuole sminuire l’agito di nessunx compagnx anarchicx ma sollevare delle criticità al fine di nutrire il dibattito tra individualità che si trovano a lottare contro il nostro nemico al fine di affinare e affilare le nostre idee e le pratiche che ne conseguono.
Spesso vedo compagnx anarchicx, alcunx dex quali reputo anche molto validx, per i ragionamenti e le lotte condivise nel corso del tempo, rimanere intrappolatx nella logica della rappresentanza propria di momenti – come la maggior parte delle “manifestazioni” denominate “comunicative” (1) o alcuni presidi sotto le mura del carcere.
Nel primo caso dal mio punto di vista, (il mio definirlo “punto di vista” non vuole ridurlo ad un’opinione, ma palesare la volontà di mettere in discussione l’idea che deriva appunto dallo stesso anche a chi vorrebbe zittire questa voce fuori dal coro definendomi un prete con la verità in mano, un dogmatico e via dicendo), e parlo di punti di vista dato che mi reputo individualista e di conseguenza unico e al tempo stesso rifiuto l’oggettività e la realtà assoluta dal momento che ciò accade o che semplicemente è, viene elaborato da ognun in maniera anche se impercettibilmente diversa, (2), tali “manifestazioni” sono frutto di una logica politica, che in quanto anarchico non mi appartiene, che mira a riscuotere consensi riguardo per esempio la nocività del nucleare al posto di condividere dei ragionamenti che portano a individuare una problematica come tale.
Con questo atteggiamento si va a spalancare le porte al gioco preferito del dominio tecnocapitalista, ovvero il recupero delle lotte e del dissenso permesso a chi erige a cavalli di battaglia delle richieste specifiche e cerca alleanze al posto di complicità; ma ora, tornando alla partenza del mio confuso sproloquio, ahimè il gabbio non fa bene a nessunx, vorrei arrivare al nocciolo della questione : non si può scindere in concetto di solidarietà da quello di vendetta, o diventa vicinanza, nel peggiore dei casi rappresentanza.
Esporsi a fare un presidio in “solidarietà” ad unx detenutx che ha subito delle violenze da parte delle guardie è un gesto nobile e apprezzatissimo, ma è vicinanza (a meno che sia un momento di attacco reale alla struttura carceraria, non è mio interesse stabilire l’asticella di quando si attacca e quando no perché reputo che questo spetti a chi agisce e si interroga in merito al suo agito e alla tensione che lo ha spinto lì). Un ottimo esempio è la campagna anarchica lanciata un paio di anni fa “per un giugno pericoloso” o la giornata del 9.02.2019 in solidarietà allo sgombero dell’Asilo. La solidarietà è una delle armi dell’anarchia ma per essere tale deve attaccare.
Oggi 14 Ottobre mi hanno refertato la perforazione del timpano a causa della violenza delle guardie e lancio un’appello alla solidarietà anarchica dato che agire con i mezzi del sistema che mi ha incarcerato mi fa schifo non farò ne denunce ne reclami.

Che la paura cambi di campo. Ci accusano di terrorismo, se riuscissimo davvero a incutere terrore nel nostro nemico sarebbe bello.

PER L’ANARCHIA D’AZIONE
PER UN TRIMESTRE NERO
PER UNA COSPIRAZIONE VENDICATIVA
PER LA DERIVA E L’IGNOTO

A CRESTA ALTA… dicembre sta arrivando

Amma, carcere delle Vallette, Torino

Note :
1. propaganda col fatto vi dice nulla? Prendere a sassate gli sbirri o gambizzare Adinolfi non comunica qualcosa?
2.Qui entra in gioco il Nihilismo.

Nelle rivolte che stanno avvenendo ultimamente si scorgono dei piccoli consigli di insubordinazione al dominio, come ad esempio in Cile e ad Hong Kong. Questo testo spiega bene come la mobilità urbana sia un tentacolo attaccabile. Il potere percependo e tremando per simili pretese inorridisce: alla sua destra per conservare l'ordine, ma anche alla sua sinistra, ovvero il lato radical chic infarcito di bandiere multicolori e richieste pretesche a chi comanda. Crearsi la vita da sé è semplicemente stupendo perché, come evoca questo scritto premonitore di qualche anno fa, la libertà può estendersi all'infinito solo attraverso la libertà degli altri.

Tutti vogliamo andare da qualche parte. Non sarebbe esagerato affermare che è nella stessa natura umana andare, non restare fermi, partire alla scoperta. Relativamente incapace di sradicare del tutto questa pulsione, il potere si dedica piuttosto a determinare in anticipo la destinazione delle nostre strade, delimitandone bene i campi che accolgono la scoperta dei territori proibiti. Andare a scoprire il nuovo centro commerciale, gustare un surrogato della natura in un parco pubblico, gettarsi nell'ignoto di un nuovo impiego, fare festa in luoghi predestinati ad evitare ogni gioioso e quindi incontrollabile eccesso... ecco alcune delle destinazioni che ci vengono offerte. Ma la questione non riguarda solo la destinazione. La critica di questo fantomatico mondo messo in scena dal potere e dalla merce s'incaglierebbe se non comprendesse che è il percorso stesso a condizionare la destinazione. Vivendo in un mondo basato sul denaro, le sole destinazioni del nostro errare non possono che essere i templi in cui regna il denaro. Vivendo in un mondo in cui il lavoro salariato determina il ritmo della vita, l'unico fine diventa ovviamente la fabbrica, l'impresa, il laboratorio, il supermercato. Se ci caliamo dall'ambito della critica alla logica del potere e della sottomissione per immergerci nel concreto, in relazione alla questione dei percorsi e delle destinazioni ci scontreremo quasi direttamente con l'esistenza dei trasporti pubblici, che sembrano essere diventati uno degli obiettivi preferiti dagli arrabbiati, evidentemente ciascuno con le proprie ragioni e collere, più o meno condivisibili. Potremmo limitarci ad una critica superficiale dei trasporti pubblici, dimenticando che costituiscono in effetti una delle arterie più importanti della città. Potremmo limitarci a denunciare i prezzi troppo elevati per un biglietto o un abbonamento, l'aumento dei controlli, l'installazione di tornelli che trasformano l'ingresso alla metropolitana in un esercizio di ginnastica, o ancora l'eccesso di videosorveglianza, di agenti preposti alla prevenzione... E tutto ciò, assolutamente necessario e utile, rischierebbe nel contempo di condurre, noi, nemici del potere, sul terreno scivoloso della rivendicazione di un qualsiasi «diritto alla mobilità», di «trasporti pubblici gratis», o magari di una «riduzione della repressione dei "portoghesi"». Sono terreni scivolosi perché rischiano di omettere la questione fondamentale: perché ci sono i trasporti pubblici, a cosa servono? La gran maggioranza degli utenti dei trasporti pubblici li utilizzano per spostarsi da casa verso il lavoro, verso istituzioni, verso appuntamenti con burocrati, verso luoghi di consumo come il supermercato, lo stadio o la discoteca. Ciò fornisce una leggera spiegazione per comprendere l'importanza che il potere attribuisce ad una rete di trasporti pubblici che funzioni decentemente. Lo spostamento, la circolazione di persone è fondamentale per l'economia, per l'esistenza del potere. I trasporti pubblici costituiscono una delle risposte a questa necessità economica di spostarsi, proprio come la sua organizzazione fa il possibile per offrire il percorso allo scopo di determinare la destinazione. E questo spostamento deve ovviamente avvenire nella maniera più efficace (che non equivale alla più piacevole) e più sicura (che non equivale alla più affascinante). La mobilità totale e quotidiana della popolazione necessita di adeguate infrastrutture. L'importanza di queste infrastrutture per l'ordine sociale emerge al contrario allorquando queste vengono paralizzate (poco importa la causa): ritardi, caos, disordine, rottura della routine. Si potrebbe definire un terreno fertile per la libertà, ben altro rispetto alla riproduzione quotidiana dei ruoli, del potere, dell'economia. E fin qui ci siamo limitati agli aspetti concernenti la logica della mobilità economica dietro i trasporti di massa. Ma i trasporti pubblici configurano profondamente non solo lo spazio fisico (con tunnel, cavi elettrici, segnaletica, binari, rumore) ma forse ancor più lo spazio mentale: la città diventa la somma delle fermate di tram e bus, il territorio si vede delimitato dalle fermate di servizio, tutto il resto non è che passaggio, per lo più non a caso sottoterra. La rete dei trasporti pubblici, compresa la militarizzazione che essi determinano, può essere analizzata come una autentica tela che copre il tessuto sociale, che contribuisce a determinarne i rapporti, che lo contiene e lo rinchiude. Nella prigione a cielo aperto che il  potere è sul punto di costruire, i trasporti pubblici costituiscono i fili spinati e le torrette di guardia che impediscono ogni evasione. Come in qualsiasi prigione o campo, i reclusi vengono registrati e schedati. La gigantesca schedatura, realizzata attraverso carte elettroniche personalizzate, movimenti di tutti gli utenti paganti (e ancora oltre, data la videosorveglianza), non è in effetti che uno degli aspetti della prigione sociale. Allo stesso tempo, i trasporti pubblici non sono una fortezza inespugnabile. Esattamente perché sono una rete che si estende dappertutto, non saranno mai al riparo da atti vandalici. La sua onnipresenza costituisce al tempo stesso la sua vulnerabilità. Forare i pneumatici in un deposito di bus, tranciare cavi lungo le rotaie, distruggere segnali che ordinano la circolazione, erigere ostacoli sulle rotaie... le possibilità per attacchi semplici e riproducibili sono infinite e soprattutto impossibili da prevenire ed evitare per i direttori della prigione sociale. Ogni perturbazione, di qualsiasi ampiezza, ha effetti immediati sulla routine quotidiana, che chiaramente è quella del lavoro, dell'economia, del potere e del controllo. Lottare per mantenere i trasporti pubblici accessibili a tutti diventa, in quest'ottica, rivendicare una prigione aperta — esattamente ciò che il potere sta costruendo. Del resto non ci sembra pertinente prevedere se, nel mondo dei nostri sogni, in un mondo in cui il denaro sarà detronizzato e il potere distrutto, esisteranno ancora questi trasporti, considerando che la loro logica attuale è interamente ed esclusivamente impregnata dall'economia che vogliamo distruggere e dal controllo sociale che vogliamo sradicare. Si tratta oggi di intendersi su cosa siano realmente i trasporti pubblici: arterie del capitalismo, barriere che escludono tutto ciò che esce dalla routine del lavoro e del potere, fili spinati della prigione a cielo aperto in costruzione. E, così come l'evasione di un detenuto non significa di per sé la distruzione della prigione (e in una certa misura nemmeno la libertà, libertà che, come siamo soliti dire, può estendersi all'infinito solo attraverso la libertà degli altri), la questione torna ad essere quella di attaccare i trasporti pubblici allo scopo di danneggiarli e distruggerli. Paralizzare la circolazione orchestrata e condizionata significa null'altro che battersi per la libertà di tutti.  

[Hors Service, n. 24, 7/1/2012]

L’anarchico non guarda al successo, alla vittoria, alla competizione. Lotta, perché è giusto. E in qualsiasi lotta la perdita fa parte della vita. Non cambia idea perché perde e tanto meno rinuncia alla lotta successiva. Il Sistema si autoalimenta per il popolo che non lotta, non perché è invincibile. Il lavoro dell’anarchico è instillare nel popolo la rivolta, non a segmenti ma continua. Come un’onda che si ritira e poi torna. Mi chiedete se vinceremo? Mi fate la domanda sbagliata. Chiedetemi se lotteremo e vi risponderò di sì.

Luigi Galleani

Oggi abbiamo deciso di dire la nostra sull’operazione “Renata”. In altri scritti è stata analizzata l’inchiesta, sia negli aspetti repressivi generali dello Stato, sia riguardo gli strumenti tecnologici, inquisitoriali e giuridici usati per colpire chi ancora osi battersi per qualcosa di diverso e so! ancora sulle ali della libertà.

Abbiamo deciso di non rivolgerci alla Corte che ci giudicherà né alla solerzia dei nostri repressori. Non è l’aula di un tribunale il luogo in cui oggi scegliamo di parlare.

Vogliamo parlare in quei luoghi in cui si lotta, dove c’è ancora spirito critico, dovunque ci siano donne e uomini coscienti che tante cose vanno cambiate ora, che questo stato di cose va rivoluzionato.

Quindi parleremo dei fatti di cui siamo imputati o che sono inseriti nell’inchiesta.

Queste azioni – notturne o diurne, individuali o collettive – si inseriscono in un conflitto che va ben al di là dei fatti specifici o del territorio in cui sono collocate. Esse sono frutto di uno scontro più ampio, quello tra gli sfruttati, gli sfruttatori e chi li difende.

Di queste azioni condividiamo lo spirito, l’etica, il metodo, gli obiettivi, indipendentemente da chi le abbia compiute. Esse parlano da sole, sono comprensibile ai più, indicano una strada – quella della liberazione. Puntano il dito contro chi vive di sfruttamento e guerra, di odio e violenza, auspicano qualcosa di più, qualcosa che metta fine alle peggiori atrocità e barbarie, ma soprattutto mirano a distruggere il muro della rassegnazione, in tempi così poveri di solidarietà umana, di ribellione, di pensiero critico.

Chi in questi anni ha detto e tutt’ora dice che simili azioni non servono a nulla, che il gioco non vale la candela, che nulla cambierà, che l’essere umano ha perso in modo definitivo il senno riducendo la vita a una costante guerra fratricida, ha smesso di sognare, ha smesso di interrogarsi sui responsabili delle ingiustizie e sulle cause che hanno portato la società ad un livello morale, ambientale e materiale a dir poco inquietante. Tra le svariate cose raccontate nei faldoni, emerge che in questi anni siamo scesi molte volte in strada con caschi e bastoni contro partiti e movimenti come Lega, Casapound e Sentinelle in piedi. Abbiamo criticato in decine di volantini, manifesti e iniziative di vario tipo le loro responsabilità storiche e le loro politiche reazionarie: gruppi politici e religiosi che promuovono l’odio fra gli sfruttati, che difendono la classe padronale, che alimentano una società basata sul privilegio, sul razzismo, sul patriarcato e molto altro.

In questi tempi aridi di lotte e di scontro sociale, ci si scandalizza per le pratiche di autodifesa in strada, dimenticando, assieme al passato in cui ciò era patrimonio comune, il buon senso minimo di distinguere la violenza reazionaria da quella proletaria. Non solo ci si dimentica di quello che polizia, carabinieri, Chiesa e fascisti hanno fatto in questo Paese, ma delle violenze dell’altro ieri: di Genova 2001, di Firenze, di Macerata e tante altre ancora. Visto che il loro ruolo e il loro compito sono sempre gli stessi, abbiamo sempre ritenuto importante che la loro azione non trovasse né il silenzio né la tranquillità nel territorio in cui viviamo. E a proposito della rivolta di Genova 2001, e della vendetta di Stato che continua ad abbattersi sui compagni per quelle giornate, è sconcertante leggere con quale chiarezza un’intelligenza collettiva riuscì all’epoca a prefigurare una serie di scenari: devastazione globalizzata, neoliberismo sfrenato, riscaldamento climatico, politiche anti-immigrati che producono nuovi schiavi… un ordine sociale giunto ormai all’implosione.

Un altro silenzio che non accettiamo è quello che circonda le morti nelle carceri e nelle caserme. Da quando è stato aperto il carcere di Spini a Trento, molti detenuti si sono suicidati, altri ci hanno provato, altri an- cora sono morti per le negligenze mediche o per lo zelo repressivo dei magistrati di sorveglianza. Abbiamo conosciuto il dolore e la rabbia dei famigliari, degli amici, di chi ha perso il proprio figlio nelle mani dello Stato, ma abbiamo purtroppo conosciuto anche l’indifferenza e il silenzio dei più, malgrado simili tragedie siano più vicine di quanto si creda.

Uomini e donne che ricoprono coscientemente il ruolo di aguzzini decidono di contribuire a difendere una società fondata sulla paura, sul ricatto, sulla vendetta, sulla violenza e sul pregiudizio. E noi saremo sempre pronti a denunciarne le responsabilità, a ostacolarne il lavoro, a spingere altri a prendere posizione contro questi assassini in divisa, con il doppiopetto da burocrati o in camice bianco.

Chi ha cercato di incendiare le auto della polizia locale ha dato un segnale in tal senso. I poliziotti locali non sono solo quelli che indicano le strade alla bisogna, ma anche quelli che partecipano agli sfratti delle persone che non riescono a pagare l’obolo al padrone di casa, quelli che sparano alle spalle di un ragazzino, come è successo a Trento qualche anno fa, quelli che picchiano delle persone di colore, come è successo a Firenze, che applicano i Daspo, che partecipano alle retate contro chi è senza documenti e compiono tante altre nefandezze.

Le espulsioni, i campi di concentramento – si chiamino CPR o Hotspot –, i morti in mezzo al mare, in montagna o lungo i binari di una ferrovia sono lo scenario quotidiano di questo mondo a cui vorrebbero farci abituare. Per questo sono stati bloccati i treni ad Alta Velocità in solidarietà con chi è congelato su un sentiero di montagna o chi è stato risucchiato da un treno merci a qualche chilometro da casa nostra. Sempre per questo, il 7 maggio 2016, al Brennero ci siamo scontrati con la polizia e abbiamo bloccato ferrovia e autostrada. «Se non passano gli esseri umani, non passano nemmeno le merci»: questo era lo spirito di quella difficile giornata.

Di fronte al ghigno feroce del razzismo di Stato, dovremmo scandalizzarci perché qualcuno, nell’ottobre del 2018, ha attaccato la sede della Lega di Ala?

Nel novembre 2016, a Trento e a Rovereto, furono incendiate diverse auto di Poste Italiane. Nelle scritte lasciate sui luoghi delle azioni e riportate dai giornali, si faceva riferimento alle responsabilità di P.I che, tramite la propria controllata Mistral Air, si arricchiva deportando nei Paesi di origine donne e uomini privi dei documenti in regola per vivere in Italia. Senza contare che P.I. investe una parte dei propri introiti nei fruttuosi affari dell’industria degli armamenti. Ci chiediamo quale differenza ci sia tra i fatti accaduti negli anni Trenta e Quaranta e quelli di oggi? Perché si ricordano le vittime di allora con gli ipocriti mea culpa e nulla sembra scuotere oggi i cuori dei più?

Non passa giorno senza che su giornali, siti, televisioni si legga o si veda questa o quella guerra. Guerre per procura, guerre per interessi geopolitici, guerre per il territorio, di territorio, per il potere. Guerre che provocano i grandi spostamenti di uomini e donne. A promuovere queste guerre non sono solo gruppi industriali come la FIAT (con l’Iveco) o gli AD di Leonardo Finmeccanica e Fincantieri. Al loro servizio c’è una schiera di tecnici e scienziati, un esercito in camice bianco, con i guanti e le mani sterilizzate, che lavora nei laboratori delle nostre città, nelle università a due passi da noi. In nome della scienza e del progresso, si giustifica qualsiasi “scoperta”, senza che da quei luoghi si sollevi un qualche interrogativo di fondo: «A cosa porta tutto ciò?», «che scenari nuovi apre?», «a chi serve davvero?». Ecco allora che nel democratico e pacifico Trentino, l’Università collabora con l’esercito italiano, aiuta le istituzioni israeliane a meglio pianificare l’oppressione del popolo palestinese, fa entrare nei propri Consigli e nelle proprie aule le principali aziende di armi. Di fronte a questa palese connivenza, ci si sorprende che ignoti abbiano incendiato, nell’aprile del 2017, il laboratorio Cryptolab all’interno della Facoltà di Matematica e Fisica di Povo? Quando sugli stessi siti universitari si illustra la collaborazione con l’esercito?

E che dire dell’incendio di mezzi militari, la notte del 27 maggio 2018, all’interno dell’area addestrativa del poligono di Roverè della Luna? Oltre a ruspe e camion, sono stati dati alle fiamme tre carri armati Leopard. Di produzione tedesca, sono gli stessi carri che Erdogan ha utilizzato e utilizza per schiacciare la resistenza curda. Come dicevano dei manifesti antimilitaristi apparsi in Germania anni fa: «Un mezzo militare che brucia qui = qualcuno che non muore in qualche guerra». Un concetto di una semplicità… disarmante.

Sempre a proposito di antimilitarismo e di internazionalismo, nelle carte dell’inchiesta si parla di sabotaggi ai bancomat dell’Unicredit, banca che, senza contare i suoi investimenti nell’industria bellica, è la principale finanziatrice del regime fascista di Erdogan, che proprio in questi giorni sta mostrando tutta la sua ferocia in Siria e contro il dissenso interno. E poi si menzionano i sabotaggi ferroviari in occasione dell’Adunata degli Alpini. Per chi non ha eroi da onorare, ma carneficine da maledire, quei gesti di ostilità contro la sfilata del nazionalismo e del maschilismo gallonato hanno riattivato un minimo di memoria storica: le diserzioni, gli ammutinamenti, le sommosse per il pane, gli scioperi nelle fabbriche, gli spari contro gli ufficiali particolarmente odiati dalla truppa, le rivolte al grido di “guerra alla guerra!”, il posizionamento intransigente “contro la guerra, contro la pace, per la rivoluzione sociale”, oggi sempre più attuale.

Noi sosteniamo i portuali di Genova, di Le Havre e Marsiglia che si sono opposti al carico-scarico di materiale bellico destinato all’esercito saudita che da anni massacra la popolazione yemenita con bombe fabbricate, fino all’altro giorno, in Italia. Ma non ci accontentiamo. Vorremmo che gli operai disertassero le fabbriche di armi, quelle navali e chimiche; che gli scienziati uscissero dai loro laboratori. Vorremmo le università in sciopero, a partire da quelle di Giurisprudenza, dove si giustificano le cosiddette “missione di pace” (Peace-keeping, lo chiamano), vorremmo che i ferrovieri bloccassero i treni come all’epoca della prima guerra del Golfo.

Tramite le guerre gli industriali si arricchiscono sfruttando la mano d’opera operaia e comprandone la coscienza per un tozzo di pane. E ancora a meno se la comprano le agenzie interinali, sfruttando vecchie e nuove leggi sul lavoro e mandando la gente a lavorare a progetti devastanti come il TAP in Puglia. Per questo non ci stupisce che qualcuno, a Rovereto, abbia danneggiato un’agenzia Randstadt, ricordando che la guerra di classe non è finita.

Un’altra azione di cui siamo accusati è l’incendio dei ripetitori sul monte Finonchio, sopra Rovereto, nel giugno 2017. Da sempre denunciamo, e non siamo certo i soli, il danno ambientale provocato dalle decine di migliaia di queste torri sparse in tutti i territori, le cui onde causano tumori e disturbi vari agli umani e agli animali (e molto peggio sarà con il 5G). Oltre a ciò, simili tecnologie hanno diminuito le capacità di

concentrazione e di apprendimento, condizionato l’acquisto di merci, creato bisogni indotti, rimbambito i cervelli. Senza contare l’aspetto più importante: il controllo sociale. Ormai le inchieste poliziesche sono basate quasi esclusivamente su intercettazioni video e audio da montare e smontare a piacimento. La re- pressione e il controllo si potenziano con ogni scoperta tecnologica, la quale assicura a sua volta affari alle aziende che collaborano con gli Stati. Questa tendenza non è politica, bensì strutturale, dal momento che l’apparato accresce se stesso e, con il pretesto della sicurezza, giustifica qualsiasi cosa.

Ci viene contestato il fatto di “programmare la rivoluzione” tramite le riviste, gli appelli, gli scritti. Ebbene sì. Non ci abbattiamo di fronte alle avversità di questa epoca. Ogni sussulto di ribellione, ogni sommossa che tenda alla libertà, ogni moto rivoluzionario che riecheggia più o meno vicino a noi è motivo di energie rinnovatrici per la propaganda e per l’azione, al fine di sollecitare la società attorno a noi a un cambiamento radicale. Per questo negli anni abbiamo occupato vari edifici: non solo per avere degli spazi in cui organizzarci e creare dibattito, ma anche per provare a mettere in pratica la vita che vorremmo, con i nostri pregi e difetti. Forse siamo sognatori, romantici, illusi, ma siamo anche determinati, solidali, internazionalisti, concreti.

Se ci sarà da alzare la voce davanti alle porte di un supermercato o ai cancelli di una fabbrica o di un cantiere contro le nefandezze dei padroni e dello Stato, noi ci saremo; se ci sarà da bloccare progetti come il TAV, salendo su una trivella o danneggiandola, ci saremo; saremo là dove si alzerà la voce della rivolta.

Si contesta ad alcuni di noi, infine, di aver fabbricato dei documenti falsi. La falsificazione di documenti è uno strumento di cui tutti i movimenti di lotta, anarchici e non solo, si sono dotati per eludere la repressione statale, e a cui sono ricorsi e ricorrono gli sfruttati e i poveri per viaggiare in cerca di un posto migliore dove vivere. Soprattutto in un mondo in cui, se non hai in tasca il pezzo di carta giusto, muori in mare o in un lager libico, oppure finisci in uno dei tanti campi di concentramento sparsi per la civile e democratica Europa.

Gli inquirenti sostengono che un gruppo di affinità è difficile “da infiltrare e da demoralizzare”. Che chi mira al potere non riesca a capire chi mira alla libertà ci sembra un’ottima cosa.

Non saranno condanne e carcere a farci innalzar bandiera bianca. Continueremo a volere quel cambiamento radicale intravisto durante la Comune di Parigi del 1871, che tanto fece tremare lo Stato e i padroni. Sappiamo che questo cambiamento radicale non avverrà dal nulla, per qualche determinismo della storia. Sarà il frutto della volontà, spinta verso gli scopi più alti della convivenza umana, verso l’anarchia, «un modo di vita individuale e sociale da realizzare per il maggior bene di tutti» (Malatesta).

Concetto tanto semplice quanto lontano dalla situazione in cui ci troviamo.

Ogni azione che oggi va ad indicare i diretti responsabili dello sfruttamento umano e ambientale è utile perché fa capire che l’oppressione è più vicina di quanto crediamo.

Ma starà alla volontà di ciascuno di noi abbattere le paure a cui ci vorrebbero sottoposti e svegliarci dalle comodità materiali con cui uccidono lo spirito, i pensieri, le idee.

Noi non costringiamo nessuno a fare quello che non vuole, ma non permetteremo neanche che a nome nostro o con la nostra collaborazione si continui a distruggere e ammazzare. Non resteremo inermi e impassibili. Non ci faremo né zittire né trascinare nel fango della barbarie.

In questi anni e mesi abbiamo visto decine di compagne e compagni finire in galera, alcuni condannati a lunghe pene. Invitiamo a unire le forze e dare le risposte necessarie a questi attacchi contro il nostro movimento. Agendo si faranno inevitabilmente degli errori. Si tratta di temprare corpi e menti per una rinnovata fiducia nelle idee e nelle pratiche di libertà.

Vogliono che cadiamo nella rassegnazione e nello smarrimento. Hanno già fallito.

Visto che agli inquisitori piace tanto giocare con le parole (degli altri) non meno che con i fatti, “Renata” pare l’ennesimo inciampo lessicale, perché ogni cuore ardente è pronto a “rinascere” per ogni torto subìto.

Trento, 18 ottobre 2019

Stecco, Agnese, Rupert, Sasha, Poza, Nico e Giulio

Condividiamo questo testo scritto da Amma, incarcerato il 20 Settembre 2019, insieme a Patrick e Uzzo, con le accuse di violenza e resistenza a pubblico ufficiale, danneggiamento, imbrattamento per aver partecipato al corteo del 9 Febbraio a Torino in solidarietà allo sgombero dell’Asilo Occupato e con le persone arrestate durante l'”Operazione Scintilla”, ed in opposizione alla gentrificazione e militarizzazione del quartiere Aurora.

Amma ha espresso la volontà di far uscire e circolare tra compagn* a voce, per mail, con la pubblicazione sui siti, informazioni più dettagliate sul periodo di reclusione che sta vivendo nel carcere delle Vallette, sulle condizioni detentive e le violenze sbirresche in queste settimane di carcerazione. Le comunicazioni con Amma sono difficili e le informazioni che riusciamo ad avere frammentarie. Gran parte della corrispondenza gli è stata trattenuta, almeno durante le prime settimane, e i numerosi telegrammi che abbiamo spedito ad oggi non gli sono mai arrivati. Le lettere in uscita sono arrivate in ordine sparso ed oltre due settimane dopo la spedizione. I colloqui con la madre sono stati accordati tre settimane dopo l’arresto, e siamo ancora in attesa della risposta alla domanda di colloqui per un compagno che ha fatto richiesta. La richiesta di domiciliari è stata negata e siamo in attesa delle motivazioni. Le prime notizie che ci sono arrivate non hanno fatto che alimentare la nostra rabbia. L’8 Ottobre c’è stata l’udienza per il riesame per la quale Amma è stato tradotto in tribunale, e nella quale non sono mancati toni accesi e conflitti con i servi dello Stato, GIP e PM in particolare. Al ritorno alle Vallette, le infami guardie si sono accanite su Amma. Il risultato, la perforazione di un timpano per le manate prese dai secondini, botte, provocazioni e minacce. Non ci stupiamo che secondini e sbirri esercitino il loro schifoso potere anche attraverso pestaggi, intimidazioni, minacce psicologiche. Sappiamo anche che questa volta siamo venute a conoscenza dei fatti perché capitati a un compagno, ma queste dinamiche non sono affatto eccezionali.  Fanno parte della quotidianità e del funzionamento fondamentale delle varie strutture detentive e repressive nelle quali lo Stato rinchiude chi ostacola l’esercizio del potere, chi vi si oppone, chi non è ritenuto funzionale al mantenimento dell’ordine. A tali strutture si oppongono le persone arrestate durante l'”Operazione Scintilla”. Era a quest* compagn* impegnat* nelle lotte contro galere, CPR e confini che il corteo del 9 febbraio a Torino, esprimeva la propria rabbia e solidarietà per le strade della città.


La giornata del 8.10.19 è iniziata presto: 7:20 una guardia apre la cella e mi informa che devo prepararmi per presenziare all’udienza di riesame relativa alla misura cautelare che sto scontando in carcere.

Pochi minuti dopo esco dalla cella dove mi hanno rinchiuso con un bicchiere di caffè fumante ed una sigaretta appena accesa, percorro il corridoio della sezione fino ad arrivare alla “rotonda” dove si congiungono i corridoi della sezione che compongono il terzo piano del blocco B.

In rotonda c’è il tavolo delle guardie di turno, alcune fumano, altre mi fissano e basta. Il capoposto si alza e mi intima di buttare la sigaretta dicendo : “oggi non si fuma!”, io faccio una serie di tiri veloci e profondi, ed eseguo l’ordine a denti stretti.

Subito dopo la guardia in questione mi si avvicina e mi ordina di buttare il caffè, io rispondo che non ho ancora fatto nemmeno un sorso al che mi si avvicina ulteriormente, prende il bicchiere dalla mia mano pietrificata (non ho trovato la forza di oppormi) e lo butta con aria arrogante.

Mi viene ordinato di scendere al piano terra e li mi viene fatto aspettare in una stanza (ovviamente chiusa) che piano piano si va riempiendo di detenuti che vanno incontro alla macchina dello stato chiamata TRIBUNALE.

Ci dicono di non portare eventuali accendini e sigarette; io avevo un bic in tasca e scelgo di riportarlo in cella, arrivato in rotonda il capoposto mi impedisce di riportarlo in cella e mi obbliga a buttare anche quello.

Scendo di nuovo. A una certa ci ammanettano con delle manette provviste di un cavo per tirarci (tipo guinzaglio), legano i detenuti uno alle manette dell’altro con il primo che viene tenuto da una guardia e ci tirano fino a sopra il bus dove ci mettono in delle celle senza slegarci le manette.

Così legati ci fanno scendere una volta giunti a destinazione e al ritorno è uguale.

14:50 è stata la prima volta che ero contento di ritornare in cella, mi accendo una siga e mi chiamano in rotonda per ritirare la posta, me la aprono davanti e quando vedo che stanno distruggendo la parte con il mittente gli chiedo come mai. Mi viene risposto che il motivo è che comandano loro, mi viene indicato uno stanzino ed ordinato di recarmi la perché devono perquisirmi (dato che arrivo dal processo).

La situa puzza ma dato che mi stavano imbruttendo ci vado, mi viene intimato di mettermi in mutande.

Una volta spogliato iniziano a prendermi a ceffoni con i guanti neri in 3 uno dopo l’altro con il quarto a guardia della porta, dicono cose tipo: “sei solo un membro,  non hai diritti, qui comandiamo noi, non si fanno domande ecc” a una certa il quarto dice muovetevi se no vi vedono e poi fanno casino.

Escono dalla stanza e mi lasciano lì con le orecchie che fischiano, in mutande con il gusto metallico del sangue in bocca.

Ne arriva un altro che mi guarda, si mette i guanti e mi tira un ceffone dall’alto (quasi saltando per fare una schiacciata a palla contesa) poi mi intima di muovermi a vestirmi ma come mi avvicino ai vestiti mi colpisce di nuovo dicendo che devo fare in fretta.

Viene interrotto da un suo collega che gli dice che non c’è più tempo perché gli altri detenuti stanno  rientrando dall’aria, mi rivesto e torno a prendere la posta in rotonda.

Lì il capoposta inizia a dire: “Se ti entrano in casa i ladri chi chiami?” io ovviamente non rispondo. Continua per un po’ dicendo “dai dilla ‘sta parolina chi chiami eh? Su dillo, dillo, non ti costa niente” (il tutto a 2 cm dalla faccia) a una certa si stufa e dice “dato che non ci vuoi chiamare d’ora in poi non chiamerai più assistenti, né infermiere, neanche per chiedere di fare la doccia” e prosegue “non andrai più all’aria né in doccia, ti laverai nel lavandino etc etc etc e ora in cella muoviti passi lunghi e ben distesi perché qui sei in galera e qui comandiamo noi”.

Io scosso mi reco alla cella e mi butto esausto sul letto.

Dall’orecchio esce pus e sangue, alla sera il mio compagno di cella chiama le guardie e mi fa portare un antidolorifico, la notte non riesco a dormire per il dolore all’orecchio ma ad una certa il sonno ha la meglio.

Al mio risveglio il lenzuolo è una chiazza di sangue dove c’era attaccata la testa, tutto fuoriuscito dall’orecchio.

Sempre grazie al mio concellino che la chiama mi visita l’infermiera e dice che probabilmente ho delle lesioni al timpano destro e sto rischiando di perdere l’udito, ora che sto buttando giù ‘ste righe è il 9 sera sono le 21 e l’orecchio sanguina ancora.

AMMA

CARCERE DELLE VALLETTE

TORINO 9.10.19

P.S. gli schiaffi li hanno motivati per una scritta: “FANCULO I CARABINIERI” che non ho fatto (né cancellato)

A testa alta

AMMA”