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Sono passati poco meno di due anni dal bell’incendio della cattedrale di Notre-Dame-de-Paris, e molti conservano forse un commosso ricordo delle fiamme iconoclaste danzanti sul suo telaio, fino a provocare il crollo della sua guglia che per una volta illuminava qualcosa. L’immondo edificio religioso che incarnava così bene la continuità dell'oppressione attraverso i secoli era sfuggito per poco alla collera dei comunardi armati di barili di petrolio, ma nulla ha potuto contro l'insidiosa modernità dell'elettricità. In questo fangoso mese di febbraio, da qualche parte sul massiccio del Conches-Breteuil (Eure), al confine dei comuni di La Vieille-Lyre e Baux-de-Breteuil, una manciata di esperti forestali e di architetti con gli stivali percorrono i sentieri in cerca di particolari alberi. Scrutano, misurano, ispezionano, selezionano, punzonano contrassegnando con un punto rosso una ventina di giganti. Questi alberi, la cui circonferenza arriva fino a 90 centimetri di diametro, sono magnifiche querce la cui età va dai cento ai duecento anni. Dovranno essere abbattute entro fine marzo con un altro migliaio di loro simili in tutto il territorio (dall'Orne al Giura), allo scopo di ricostruire la struttura della navata e del coro dell'odiosa cattedrale in modo identico, secondo la promessa del monarca di turno ai bigotti in lutto. Ah, il fatto è che la nozione di patrimonio — quell’invenzione statale destinata a selezionare ciò che può essere demolito da tutto il resto — è sacra. E che importa se quella guglia era solo un surrogato aggiunto nel XIX secolo o se la famosa struttura medievale era stata modellata con i mezzi a disposizione, ossia con giovani e comuni portatori di ghiande. Oggi la Repubblica esige materiale fino, senza asperità, ben liscio, magari pluricentenario, nel tentativo di restaurare lo stemma carbonizzato del rospo di Nazareth.

Le foreste, che un primo sguardo urbano potrebbe vedere solo come una piacevole serie di alberi intervallati da sentieri, sono da decenni oggetto di un’accelerata trasformazione. E non è affatto casuale che le prime querce di 180 anni segnate in rosso siano in realtà una caritatevole donazione allo Stato della loro legittima proprietaria, l'assicurazione Groupama. Terza maggiore proprietaria privata di foreste con 22.000 ettari «di portafoglio», come si usa dire fra gli squali, è in concorrenza con la sua consorella Axa che ne possiede 41.000 ettari (incluso in Finlandia e in Irlanda). Ma perché le grandi assicurazioni dovrebbero acquistare freneticamente milioni di alberi, se non, come dubitarne, per qualcosa di più di un'improvvisa attrazione per la fotosintesi? Oltre ad offrire vantaggi fiscali ai clienti e ai loro eredi, le foreste rappresentano per loro un modello di investimento a lungo termine, tanto stabile quanto redditizio. Un buon piazzamento di base, insomma, dove una simulazione algoritmica a partire dal seme selezionato in vivaio fino al taglio netto trent'anni dopo, su specie robuste di conifere che crescono in modo rapido ed uniforme, permette di calcolare l'evoluzione del diametro di tutti gli alberi della stessa età e con la stessa altezza, stimandone la resa finale durante il «raccolto». Il tutto, ovviamente, tempestato da erbicidi e pesticidi. Pertanto, non è sorprendente che il 3% dei proprietari privati ​​possieda oggi il 50% della superficie forestale del paese e che tra loro ci siano tre banche (Société Générale, Crédit Agricole, Caisse d'Épargne), le due suddette assicurazioni, e il gruppo Louis-Dreyfus specializzato nel commercio e nella speculazione di materie prime agricole. A favorire i loro affari è stata innanzitutto la politica statale condotta dal 1946 al 1999 dal Fondo Forestale Nazionale (FFN), incaricato del «rimboschimento» e dell’«apertura» delle foreste, cioè concretamente di ripiantarle e poi organizzarle per favorire l'accesso dei camion per il carico. In questi cinquant'anni, lo Stato ha trasformato drasticamente i massicci, piantandovi l'83% di conifere su due milioni di ettari: pini marittimi a sud, pini Douglas e abeti rossi Sitka del Nord America dappertutto. È così che gli amministratori hanno pressato affinché quasi la metà delle foreste francesi siano costituite non solo da insediamenti monospecifici (e un ulteriore terzo solo da due specie), ma che oltre l'80% delle nuove piantagioni continui ad essere composto da una monocoltura di conifere. In seguito, a partire dagli anni 90, c'è stato il tempestivo arrivo di nuove grosse macchine forestali, che consentivano di tranciare la base del tronco, di afferrarlo, di sramarlo, di tagliarlo in parti standardizzate di sei metri poi ammassate su un vettore, il tutto in meno di un minuto ad albero. Provenienti ​​da paesi nordici, erano ovviamente già utilizzate per conifere e betulle con un lungo tronco cilindrico eretto senza intoppi verso il cielo, a differenza delle maledette latifoglie (querce, faggi, olmi, frassini, carpini, ciliegi o castagni) i cui rami e il fogliame iniziano troppo in basso e che crescono comunque troppo lentamente per raggiungere il livello voluto. Aggiungiamo infine a questo quadro che i cambiamenti climatici provocati dalla stessa industrializzazione causano da diversi anni tempeste sempre più devastanti per le foreste nonché una successione di periodi di siccità che decimano i massicci, favorendo l'accelerazione del disboscamento di interi appezzamenti, poi sostituiti con piantagioni intensive. Per non parlare dell’energia da legno, con la trasformazione di vecchie centrali a carbone in impianti a biomassa per produrre elettricità a flusso continuo: nel 2018, ad esempio, sono state bruciate 13 milioni di tonnellate di legna (di cui l'80% importato da Nord America, Stati baltici e Portogallo) per rifornire l'ex centrale elettrica a carbone più grande d'Europa, quella di Drax in Inghilterra. E a proposito, qual è il nome dell'azienda che presto sorgerà a Fessenheim, la città alsaziana dove è stata chiusa definitivamente la prima centrale nucleare? Biomassa d’Europa, in linea con l'aumento del 34% tra il 2005 e il 2018 dell'utilizzo di biomassa forestale per la produzione della cosiddetta energia verde.

Certo, l'industrializzazione delle foreste non è nuova, come testimonia ad esempio quella delle Ardenne, dove dopo essere stata decimata da una metallurgia estremamente avida di carbone da legno per i suoi altiforni, è stata poi in gran parte ripiantata dal 1850 con abeti rossi dei Carpazi. La loro rapida crescita in primo piano nella produzione di tronchi rettilinei era infatti perfetta per puntellare le gallerie delle nuove miniere di carbone o per rinnovare le palificazioni che sostenevano le grandi città dei Paesi Bassi, oltre alle linee elettriche e telefoniche. Di fronte a un progresso che riduce le foreste e tutto il vivente a mera materia sfruttabile, possiamo andare con la mente a quell'aprile del 2015, quando ignoti hanno sabotato sette anni di lavoro ad Avallon (Yonne) — la stessa città il cui sindaco era presidente dell'ONF —, sezionando a metà la cima delle pianticelle dei pini Douglas in quasi 5 ettari, il che ha avuto l'effetto di renderli inutilizzabili dai boscaioli... perché sarebbero cresciuti con due teste. E dato che si parla di accette, torniamo indietro nel tempo a quei piccoli gruppi di contadini del Giura, che a partire dal febbraio 1765 e per quasi un anno condussero una guerriglia la cui posta era la foresta reale di Chaux, rimasta a tutt'oggi la seconda più vasta di querce e faggi. I nemici di allora erano già stati ben individuati: lo Stato che se n’era accaparrato l'uso, le Guardie Idriche e Forestali incaricate di far rispettare l'ordine, e gli industriali (di vetrerie, di fucine per la marina da guerra, di saline) che divoravano quantità astronomiche di legna per alimentare fabbriche in espansione. Truccati da donna, col volto mascherato o imbrattato di fuliggine, duecento contadini subito soprannominati Signorine occuparono improvvisamente l'immensa foresta per restituirla a tutti, fermarono la devastante fornitura delle industrie, scacciarono le guardie sequestrandone le armi, non senza saccheggiare e distruggere le loro case. In seguito all'impotenza di un primo reggimento di cavalleria arrivato da Besançon, che aveva poca familiarità con la foresta oscura, mandato in confusione dalle inafferrabili Signorine che viceversa la conoscevano a fondo, beneficiando per di più di una rete di complicità, furono le compagnie di granatieri a mettere temporaneamente fine alla rivolta occupando due villaggi ed esercitando tutto il terrore di cui erano capaci. E malgrado il re sia stato poi costretto a concedere ai contadini un ripristino del precedente utilizzo della foresta di Chaux, ciò non impedì ad alcuni individui determinati di continuare a praticare l'antica arte dell’incendio fino al 1789. Parecchi lotti di tronchi massicci acquistati dai padroni delle fucine ai monarchi furono così regolarmente e senza pietà dati alle fiamme negli anni seguenti, piuttosto di lasciarli ad alimentare fabbriche devastanti.

Conoscendo l'utilizzo delle grandi querce fatto alcuni secoli prima da un leggendario fuorilegge dalle parti di Sherwood, diciamo a noi stessi che potrebbe esserci un filo ben diverso di quello che va dalle strutture delle cattedrali alle pinete di Douglas: quello tessuto con alberi contorti, stelle ridenti e passi fermi, che corre lentamente nella notte per portare il fuoco in territorio nemico... 

Tratto da Avis de tempêtes, n. 38, 15 febbraio 2021

Traduzione di Finimondo

Un opuscolo, un manifesto e un pieghevole... Buona lettura

Note sull’Operazione Bialystok

“Vogliono che voi vi sentiate membri della società borghese e dimentichiate il bisogno di distruggerla. I nostri nemici si preoccupano sul serio dell’opinione della maggioranza? Suvvia! Quando c’è sciopero e gli operai – la maggioranza di una città – si ribellano, loro rispondono con le pallottole o il carcere. La democrazia vi dice: “Parla di quello che vuoi, scrivi quello che vuoi ma… non toccare la proprietà privata, né lo Stato!”

tratto da “La Democrazia”, firmato comunisti anarchici russi, in “Anarchici di Bialystok 1903-1908”

Si alza il sipario

20 gennaio 2021, Corte d’Assise a Roma, si apre l’ennesimo processo all’Anarchia. Al banco degli accusati sei compagn* indagat* nell’Operazione Bialystok. La messa in scena è esemplare dello spirito democratico: una giuria popolare, due giudici donne – Marina Finiti e Elvira Tamburelli – a ricordarci la bellezza della parità di genere e gli/le imputat* incorniciat* e parcellizzat* su uno schermo da riprese video. Partecipazione in videoconferenza che sarebbe più opportuno chiamare “possibilità di sbirciare”, sempre che ci sia abbastanza connessione o non sia in corso un blackout nel carcere, come già successo ad una di loro. «Causa Covid» il processo si svolge a porte chiuse. Si costituiscono parte civile l’avvocatura generale in rappresentanza della Presidenza del Consiglio, del Ministero della difesa e dell’interno e ENI/Enjoy (non si costituisce invece l’azienda ALD Automotive, proprietaria delle auto Enjoy). La prossima udienza è fissata per il 25 febbraio, dove si comincerà a sentire il testimone principale dell’accusa: il comandante ROS Luigi Imperatore. Un nome un programma. Ma ripercorriamo un attimo ciò che ha portato a questo processo.

Cronistoria

La notte del 7 dicembre 2017 un ordigno esplode davanti al por-tone della caserma dei carabinieri di Roma San Giovanni e viene successivamente rivendicato dalla cellula FAI/FRI “Santiago Mal-donado”.

All’alba del 12 giugno 2020, a distanza di due anni e mezzo del fatto menzionato prima, è scattata l’operazione repressiva anti-anarchica denominata Bialystok, orchestrata dai ROS e firmata dal Pubblico Ministero Francesco Dall’Olio della Procura di Roma. La Giudice per le indagini preliminari Anna Maria Gavoni dà il via all’arresto di cinque compagn*: tre sul territorio italiano e due all’estero (Francia e Spagna), mentre altr* due sono stat* post* agli arresti domiciliari, varie abitazioni sono state perquisite, tra cui il Bencivenga Occupato a Roma, col sequestro tra le altre cose di materiale cartaceo e informatico. L’indagine prende le mosse dall’attacco alla caserma concentrandosi poi su una presunta cellula romana con base operativa il Bencivenga Occupato. Partendo da percorsi di solidarietà a* prigionier* per i casi Scripta Manent e Panico, i ROS sostanziano un’associazione sovversiva con finalità di terrorismo (270bis). All’interno di questa cornice vengono contestati alcuni reati specifici quali la redazione di documenti dal contenuto (a loro dire) istigatorio, saluti e presidi sotto al carcere in solidarietà a* prigionier*, una resistenza a uno sfratto, scritte e attacchinaggi, un furto di cemento; il tutto aggravato dalla finalità terroristica. Viene inoltre contestato il 270 sexies, reato di condotta con finalità terroristica “compiuta allo scopo di intimidire la popolazione o costringere i poteri pubblici o un’organizzazione internazionale a compiere o astenersi dal compiere un qualsiasi atto”, riferito alla mobilitazione per il trasferimento di un compagno dal carcere di La Spezia, in cui era detenuto per l’Operazione Panico. Al di fuori dell’associazione, a un compagno vengono infine contestati degli specifici relativi all’incendio di tre macchine ENI/Enjoy. Il materiale probatorio è costituito da circa due anni di intercettazioni telefoniche ed ambientali, localizzazione tramite gps e celle telefoniche, la riproduzione di qualche documento scritto e dall’ormai immancabile prova scientifica. Questa volta, però, non c’è traccia di confronti di DNA; la procura ha deciso di avvalersi di una consulenza tecnica alquanto stravagante e poco conosciuta anche nello stesso milieu dell’antropometria forense. Per il reato specifico di San Giovanni sono stati estrapolati dal video in bianco e nero della telecamera di sorveglianza della caserma i pochi secondi che immortalano l’attacco per ipotizzare l’altezza, il colore del giubbotto e il tipo di andatura di una persona incappucciata, per far poi combaciare questi dati con riprese video del compagno prescelto fatte dai ROS. Come al solito, la presunta oggettività di questo tipo di prove permette agli inquirenti di sancire verità grazie all’ideologia scientifica dominante, cosicché basta trovare un «esperto» qualificato che apponga la sua firma per rendere ogni accusa più credibile, confutabile solo attraverso la parola di un’altra figura altrettanto «esperta». Rispetto alle divergenze interne al nemico su cosa sia o meno veramente scientifico, però, non ci soffermiamo, poiché sono confronti che non parlano la nostra lingua, anche se si consumano sui nostri corpi.

Il teorema

Le pesanti condanne per reati associativi sferrate in primo grado lo scorso anno ad alcun* compagn* inquisit* per Scripta Manent così come Panico, sembrano essere utilizzate come precedente funzionale a incasellare per meglio reprimere i gruppi e le individualità anarchiche. Tentano per l’ennesima volta di cucire addosso alla nostra pelle i loro schemi giuridici, anche in questo caso cercando di adattare un 270bis alla specificità anarchica. Non è quindi più necessaria una suddivisione in rigidi ruoli gerarchici o la continuità nei rapporti, o l’effettiva pericolosità di reati specifici per dare corpo ad un’associazione sovversiva, ciò che conta in questo caso è l’esistenza di una tensione comune solidale alle persone detenute (dalle lettere, ai saluti al carcere), la capacità di elaborare scritti in cui si ribadiscono i temi fondamentali al pensiero anarchico (ritenuti in modo morboso dalle guardie come appannaggio esclusivo della FAI ed emanazione di presunti ideologi), ed il potenziale rischio che a degli scritti conseguano delle azioni. Ciò che possiamo leggere tra le righe di quest’inchiesta è che nonostante la procura romana erediti lo schema già proposto dal Pm Sparagna per il processo Scripta Manent, ovvero la suddivisione del pensiero e dell’agire anarchico in quattro macro-aree principali, lo scopo che si prefigge stavolta non è tanto il rimarcare le divergenze tra queste per circoscrivere l’ambito della punibilità all’area definita come la più pericolosa (la FAI e affini) quanto, al contrario, definirne i punti di convergenza. Ecco che, quindi, la preoccupazione maggiore degli inquirenti sembra essere il fatto che porzioni ritenute finora distinte, a livello teorico, all’interno della galassia anarchica si stiano ricomponendo invece sul piano pratico, avendo trovato un minimo comune denominatore: la solidarietà a* colpit* dalla repressione intesa come attacco diretto alle persone e alle strutture del dominio, qui e ora. Presentano dunque questo “superamento” dei limiti tradizionali dovuti al conflitto tra diversi modi di intendere la tensione anarchica come una “nuova anarchia” ancora più minacciosa per l’ordine costituito perché più propensa, rispetto al passato, a mettere in campo azioni distruttive che, secondo gli inquirenti, fino ad ora erano appannaggio di poch*. Questo teorema altro non è che funzionale a ottenere maggiore presa sui giudici in tribunale e, al contempo, disinnescare la solidarietà tra compagn*. A noi sembra invece evidente quanto la violenza rivoluzionaria non sia patrimonio di gruppi o individui che gli inquisitori cercano di definire e incasellare nei loro schemi ma è una pratica, questa, che chiunque non voglia sottomettersi alla schizofrenica dissociazione tra teoria e pratica può portare avanti, secondo il criterio di ciò che si ritenga più adeguato. Per  più approfondite analisi dell’impianto accusatorio rimandiamo allo scritto di un compagno indagato, qui il link [roundrobin.info] e a quello di una compagna indagata che non troverete in internet ma sui banchetti delle distro: “Testo e Contesto”.

270sexies e solidarietà

D’altronde non è una novità che i rapporti di solidarietà e complicità tra compagn* anarchic* costituiscano un vero grattacapo per i tutori dell’ordine, specie quando le lotte portate avanti paiono avere una certa efficacia. Soffermiamoci un attimo sul già citato caso di Spezia che dà corpo al 270bis e sexies di quest’inchiesta. Un nostro compagno, arrestato per l’Operazione Panico nell’agosto 2017, viene trasferito prima da Teramo a Lecce, poi ancora al carcere di La Spezia nell’ottobre 2018. Fin da subito l’aria è tesa, lo mettono in cella con un simpatizzante di destra, poi gli danno il divieto d’incontro con un altro compagno prigioniero in quel carcere. Nel frattempo iniziano le udienze del processo, e durante le traduzioni a Firenze cominciano gli screzi con la scorta, che lo tratta come un pacco postale; la direzione rifiuta in tempi record la sua istanza di trasferimento e lui come risposta dichiara l’incompatibilità con il corpo di polizia penitenziaria di La Spezia e inizia uno sciopero della fame a partire dal 5 novembre. L’8 novembre, in occasione dell’ennesima traduzione a Firenze, la situazione precipita e il nostro compagno viene pestato dai secondini, non viene refertato dai medici del carcere e, giunto livido in volto in aula, il giudice interrompe la sua dichiarazione, lo fa portare via e fa sgomberare l’aula in seguito alle proteste de* compagn* presenti. Nei mesi a seguire i/le compagn* fuori si sono pres* a cuore la sua situazione, nel frattempo peggiorata per via dell’applicazione del regime punitivo del 14bis, e si sono susseguiti presidi e saluti fuori dalle mura oltre a una passeggiata rumorosa nel centro città, fatti che hanno destato un certo scalpore nella tranquilla cittadina di Spezia. Allo scadere dei tre mesi di 14bis, a marzo 2019, il nostro compagno è stato trasferito a Viterbo. La risposta repressiva non ha tardato ad arrivare: nel giro di poco tempo sono stati notificati 2 fogli di via a chi aspettava fuori dal carcere la compagna che effettuava un colloquio, 12 fogli di via, 4 sorveglianze speciali e un processo ora in corso per la passeggiata in centro, una condanna a 8 mesi per il nostro compagno per l’aggressione dei secondini e, ora, con l’inchiesta Bialystok, un 270 sexies che coinvolge sia chi ha portato solidarietà fuori, sia il nostro compagno, nonostante dopo un mese il Riesame abbia fatto cadere per lui i domiciliari. L’intento è chiaro: spezzare la solidarietà tra anachic* con ogni mezzo. Questo perché, come recita un slogan, la solidarietà è un’arma. Un’arma cara agli/alle anarchic* per resistere e combattere lo Stato, ma non solo. La solidarietà tra sfruttat*, repress*, marginali e ribelli fa paura, e va stroncata, proprio perché chi la pratica spesso si rende conto che potrebbe benissimo fare a meno dello Stato, delle sue leggi, della sua polizia. La solidarietà è catalizzatrice dell’agire e ispiratrice di confronti e incontri, ostinarsi ad esprimerla nelle sue più svariate forme di manifestazione risulta necessario. Nel momento in cui il dominio tende ad isolare, a spersonalizzare l’individuo, a relegare i rapporti umani in relazioni finalizzate al mero consumo o profitto, tenta pure di perseguire in maniera punitiva ed esemplare coloro che non nascondono la propria tensione verso la libertà e l’annientamento delle strutture gerarchiche. Proseguire a solidarizzare significa continuare a lottare, a soffocare il tentativo di segregazione da parte del potere e di chi se ne fa suo portavoce. Ciò accade con un cuore pulsante e, si sa, che quando ci si muove col cuore, la terra risponde e trema sotto ai piedi di chi invece un cuore non ne ha.

L’iter cautelare

Parallelamente all’avvio del processo – fatto in tutta fretta con la richiesta da parte del Pm, accolta, di giudizio immediato – si svolgono le udienze per valutare le misure cautelari. Inizialmente il Riesame del Tribunale delle Libertà ha fatto decadere alcune aggravanti di terrorismo ma ha mantenuto la custodia in carcere per tutte le/i prigionier*, mentre, come già accennato, ha fatto cadere le misure a uno dei due compagni ai domiciliari, il quale è stato inoltre stralciato da questo processo. La difesa è ricorsa in Cassazione, la cui udienza si è svolta a inizio novembre, lo stesso giorno e con la stessa commissione dell’Operazione Ritrovo. Inchiesta che aveva portato a maggio all’arresto di alcun* compagn* a Bologna, successivamente liberat* – alcunx con misure – dal Riesame (ora sono tutt* liberi in attesa di giudizio). Mentre la cassazione dell’Operazione Ritrovo ha confermato l’esito positivo del Riesame, quella per Bialystok ha annullato con rinvio il 270bis per tutt*, l’istigazione a delinquere per gli scritti e l’aggravante di terrorismo per tutti gli altri capi di imputazione. È stato confermato tutto ciò che riguarda l’azione alla caserma di San Giovanni, mentre per l’attacco incendiario alle auto Enjoy è stata annullata l’aggravante di terrorismo ma confermato il reato di incendio. Le motivazioni dei giudici della cassazione per ora disponibili fanno presumere che l’accusa di terrorismo non venga accettata in quanto sproporzionata ai reati specifici, e nemmeno l’accusa di istigazione a delinquere per i testi presi in esame, come vedremo, è stata ritenuta sufficiente a giustificare misure. Viene suggerita invece un’associazione a delinquere semplice (416 c. p.). Per sapere che piega prenderà la situazione c’è da aspettare le prossime mosse (cioè che siano disponibili le motivazioni del riesame per tutt* le indagat*), che però tardano ad arrivare, così da allungare di proposito i tempi della custodia cautelare.

Costruzione del nemico pubblico

Il vaneggiare su “basi operative”, “sodalizi criminosi”, “fogli clandestini”, “ideologi” e via dicendo, è possibile grazie a un linguaggio repressivo che affonda le sue radici in ben altri passati momenti di conflittualità sociale. Non solo: da un lato la manipolazione delle percezioni operata tramite il linguaggio distorcente dei funzionari di Stato è chiaramente funzionale ad autocelebrare il proprio operato di fronte alla cosiddetta opinione pubblica, nonché ad ottenere l’avvallo dei loro colleghi preposti a giudicare. D’altro canto forse possiamo pure intravedere una logica dietro a un linguaggio inquisitorio che, nel trattare gli/le anarchic*, tende sempre più ad allontanarsi dalla rievocazione folkloristica degli anni ‘70 e ad avvicinarsi a descrizioni finora utilizzate prevalentemente per la criminalità organizzata. In questo senso, non ci stupisce che la Cassazione di Bialystok suggerisca di abbandonare il 270bis in favore di un’associazione a delinquere semplice. I vantaggi sono molteplici: si creano scenari suggestivi per menti infarcite di cronaca nera e serie TV crime; si appanna il contenuto politico del dire e dell’agire de* compagn*, presentandolo alle volte come delirante, a volte come mirante al puro e semplice teppismo, in ogni caso sempre violento, che nel linguaggio del potere diventa un termine-jolly usato per creare stupore e orrore verso una qualsiasi condotta illegale, nonché, per proprietà transitiva, indurre riprovazione e condanna morale (oltre che penale) verso il soggetto che la mette in pratica. Non appare dunque una coincidenza il fatto che in tempi recenti si stiano iniziando a sentire gli effetti della ristrutturazione dell’apparato repressivo in materia di mafia e terrorismo, con l’accentramento a partire del 2015 all’interno di un’unica entità che si occupa di coordinare le varie procure locali, la Direzione Nazionale Antimafia e Antiterrorismo (Dnaa). Certo, quest’accostamento un po’ inusuale ci ha posto degli interrogativi, e già varie ipotesi sono state formulate. L’argomento «lotta alla mafia», per la storia italiana, ha sicuramente un impatto forte ed evocativo, che mette tutti d’accordo, per così dire, se vogliamo per un attimo far finta di non sapere che la mafia in questo paese è indissolubilmente ancorata ai piani alti del potere politico e imprenditoriale. Dunque si accomunano anarchic* e mafios* che, per citare il capo della Dnaa Federico De Raho in un recente intervento, soffiano sul fuoco del malcontento popolare dovuto al Covid per creare solidarietà tra le fasce povere della popolazione allo scopo, per i/le mafios*, di creare consenso e connivenza con le cosche (e aggiunge, di avere maggiori possibilità di infiltrazioni nell’imprenditoria, anche se non chiarisce il nesso) mentre, per gli/le anarchic*, lo scopo è di avviare un non meglio precisato processo insurrezionale. Quindi, conclude, bisogna costruire nuove strutture carcerarie, soprattutto di 41 bis, forse sottintendendo, per continuare a buttarci dentro i/le mafios* e iniziare a murarci viv* pure gli/le anarchic*.In una ancora più recente intervista, il procuratore capo mescola sempre di più le carte: parlando dei disordini nelle piazze di quest’ottobre, sostiene che le infiltrazioni mafiose sono ovunque. Dai motorini presenti al corteo napoletano, agli ultras, alla gente che lancia oggetti dalle finestre per ostacolare un fermo di polizia, sono tutt* tendenzialmente camorrist* o irretit* da qualche clan per ricambiare il sostegno offerto in momenti difficili, tutto ciò in clamorosa sintonia con fasci* e anarchic*, che avrebbero un comune progetto di sovversione – ovviamente violenta – dello Stato. Con queste affermazioni quantomeno confusionarie, da un lato si cerca di forzare l’interpretazione verso un percorso obbligato: ogni esplosione, seppur circoscritta, di malcontento per le strade non può esser dovuta alle condizioni di vita sempre più dure, bensì è frutto in realtà di un progetto orchestrato dall’alto, da una qualche entità mafiosa che vuole dimostrare la sua forza e il consenso di cui gode. Dall’altro, si vuole sostenere che il consenso verso lo Stato invece gode di ottima salute, perché i disordini sono scaturiti an-che da* solit* infiltrat* estremisti* fasci* o anarchic* poco importa. In un interessante articolo si legge: non è certo la potenza del conflitto sociale a spaventare, quanto la fragilità del consenso. I due termini in realtà non sono in contraddizione, poiché il primo è diretta conseguenza del secondo, secondo un nesso di causa-effetto. Lo Stato, tramite il sistema mediatico e un “dibattito pubblico” che ha la sola funzione di dare parvenza di pluralismo a quello che è un discorso unidimensionale, ha ogni interesse a plasmare i significati delle parole e la rappresentazione di eventi e fenomeni nella direzione dell’accrescimento del consenso e della propria credibilità, per prevenire l’insorgere di conflitto.

Il solito trucco dell’emergenza

Pensiamo ai giorni nostri: lo stato d’emergenza ormai è diventata condizione permanente, nonostante possa sembrare un ossimoro. Se ci fate caso, c’è sempre una qualche emergenza in corso, dai gruppi armati agli attentati terroristici, dagli eventi atmosferici, passando per il bullismo, gli sbarchi di migranti e via allarmando fino all’attuale iper-emergenzialità pandemica. E’ risaputo che gli stati d’eccezione da sempre piacciono molto ai democratici governanti di ogni latitudine poiché consentono una produzione di leggi anch’esse d’emergenza che poi con nonchalance si introducono per le vie brevi nei codici in modo permanente. E’ altrettanto risaputo che in momenti di crisi dello Stato non c’è miglior modo per cementare la coesione nazionale che fabbricare un nemico, interno o esterno, che catalizzi il malcontento e mobiliti gli animi e i corpi in modo unitario. Stavolta, il nemico propostoci è invisibile, o meglio: è potenzialmente dentro ciascun* di noi, quindi tutt* noi siamo responsabili della sua diffusione, mentre lo Stato fa di tutto per proteggerci, imponendoci misure di contenimento, dato che evidentemente non ne saremmo capaci da sol*. C’è un che di religioso nella trepidante attesa con cui milioni di persone attendono di volta in volta che venga comunicato a reti unificate il verbo messianico con cui s’informano i/le fedeli su ciò che possono o non possono fare di lì in avanti, che sia giusto o sbagliato non è in discussione, è questione di fede: la salute mette per una volta tutt* d’accordo, al punto di accettare senza battere ciglio di trovarsi a vivere di punto in bianco sotto una legge marziale. Se in uno stato di diritto l’unica libertà che è concessa è quella di rispettarne i codici di legge, nel momento in cui è sufficiente fare una semplice passeggiata per diventare de* fuorilegge, diventa ancora più fondamentale per lo Stato riaffermare con forza la propria necessità e l’utilità dell’obbedienza ai suoi dettami, elargendo briciole per la sopravvivenza di una popolazione sempre più povera, implementando un’infrastruttura tecnologica che permetterà una comunicazione digitale sempre più efficiente che garantisca la possibilità di un internamento a tempo indeterminato. Quando l’emergenza diventa la norma, il controllo diventa pandemico, quando ogni spostamento va comunicato alle autorità, ed è sempre l’autorità che stabilisce chi è frequentabile e chi non lo è, si comincia a non cogliere più la differenza tra questa sorta di libertà provvisoria e una vita sottoposta a una qualsiasi misura di sicurezza preventiva. Misure con cui d’altronde stiamo avendo sempre più a che fare: di pari passo con l’aumento di applicazioni di misure preventive nella galassia anarchica (vedi Sorveglianza Speciale) per supplire alla mancanza di prove indiziarie assume sempre maggiore importanza il profiling (la profilazione) delle individualità anarchiche. Ovvero la permanente sorveglianza di queste con speciale attenzione alle inziative pubbliche, all* compagn* con cui si intrattengono rapporti o i posti che si frequenta. Il fine è quello di dare corposità ad una presunta pericolosità sociale a prescindere da attribuzioni di responsabilità specifiche.

Prevenzione e repressione

Prevenzione e repressione, potremmo dire, sono tradizionalmente due facce della stessa medaglia, solo formalmente separate, idealmente, a livello di manuali di procedura penale. Se poi allarghiamo lo sguardo per analizzare la repressione contro gli/le anarchic* in generale in questi ultimi anni, continuiamo – sorprendentemente – a sorprenderci del non rispetto di ciò che ci è stato insegnato, ovvero che l’azione penale viene in teoria esercitata contro infrazioni specifiche e contro chi è accusat* di commetterle. Al contrario, le cartacce questurine sempre più spesso sembrano dar vita a processi alle intenzioni, in cui poco o nulla interessa la materialità di ciò che effettivamente è successo e va secondo loro punito, l’attribuzione di responsabilità individuali o ruoli esecutivi per una determinata azione compiuta, mentre enorme valenza viene invece attribuita alla personalità dell’imputat*, alle sue idee (intercettate o scritte), al suo contesto e, soprattutto, alle sue presunte finalità. L’impressione dunque è quella della graduale fusione dell’ambito preventivo con quello repressivo, una sorta di “punire a priori per chi sei per risparmiarci di reprimere per quello che potresti fare” a metà tra lo psicoreato di 1984 e la Santa Inquisizione. Tendenza che in effetti combacerebbe con quella che ci viene presentata come la nuova frontiera della tecno-repressione, per ora ancora in fase sperimentale, ovvero la polizia predittiva, che si basa su algoritmi che elaborano una gran mole di dati per predire il luogo, l’arco temporale e la tipologia di persone più probabili per la commissione dei crimini futuri. Senza addentrarci qui sul tema pur molto interessante dell’inquisizione a venire, meriterebbe forse fare prima un passo indietro per far chiarezza su ciò che in effetti non è affatto una tendenza nuova, ma che anzi affonda le radici in un codice penale fascista in vigore da ormai quasi un secolo e che ha trovato un’interessante spiegazione con l’elaborazione della teoria del diritto penale del nemico. Si tratterebbe di una dimensione parallela del diritto penale, da applicare non al cittadino ma a quelle categorie sociali ritenute nemiche della società, in quanto tali perseguibili secondo norme più proprie del diritto di guerra. La differenza sostanziale è che questo tipo di diritto non si occupa delle diverse tipologie di crimini, concentrandosi invece sulle personalità de* autor*: ponendol* come minaccia o pericolo per la sicurezza dello Stato, poiché non giurano fedeltà al suo ordinamento e sconfessano il suo sistema di diritti-doveri, verranno trattat* alla stregua di non-cittadin*, quindi con pene esemplari e meno garanzie, al fine di neutralizzarl*. Le procure, si sa, non temono il ridicolo e mirano sempre in alto: gonfiando accuse oltre il limite del grottesco, tentano in ogni caso di intimidire e disgregare le realtà anarchiche colpite e in molti casi ottengono la chiusura di spazi d’incontro e di vita oltre il sequestro de* nostr* compagn* in carcere prima e l’isolamento tramite altre misure restrittive poi, per lunghi, interminabili, periodi cautelari. In molti casi passati i teoremi accusatori sono crollati in fase dibattimentale o nei successivi gradi di giudizio, in alcuni sono invece stati sanzionati solo gli specifici, mentre i casi più recenti sembrano per ora segnare un punto a favore delle procure di Firenze e Torino, che sono arrivati a condanna perfino per le ipotesi associative.

Ancora instigazione a delinquere

Tornando al caso Bialystok, discorso a parte merita un altro capo d’imputazione che, oltre all’aggravante di terrorismo, non ha retto al vaglio del Riesame per alcun*, e della Cassazione per qualcun altro: il reato di istigazione a delinquere. Come spesso accade, esistono una varietà infinita di articoli e commi che, dicendo tutto e il contrario di tutto, permettono di dribblare quelli ormai inutilizzabili (come apologia e istigazione pubblica, art. 303, abrogato nel 1999 e propaganda e apologia sovversiva, art 272, abrogato solo nel 2006), estraibili dal cappello magico della repressione per mettere a tacere quelle voci scomode perché portatrici di un messaggio anche solo potenzialmente sovversivo. Questi tentativi, in questo caso in sede di Cassazione, non hanno avuto successo semplicemente perché il messaggio istigatorio era troppo generico (non facendo riferimento ad alcun reato specifico bensì a concetti quali conflitto, solidarietà, attacco) così come, trattandosi di testi non pubblici di convocazione a riunioni, anche il destinatario del messaggio non era chiaramente individuato, così come troppo astratto è parso il pericolo effettivo di commissione di alcunché. Bene, a noi cosa interessa di tutto ciò? L’analisi attenta della pubblicistica anarchica non è un fatto nuovo, anzi si può dire che accompagna qualsiasi operazione repressiva di cui abbiamo memoria. Gli inquirenti stessi la citano come un caposaldo delle indagini contro i gruppi eversivi, facendone risalire la paternità, come metodologia, al generale Dalla Chiesa, tristemente noto per il suo metodo applicato contro i gruppi armati negli anni ‘70 (infiltrati, torture, esecuzioni sommarie di militanti come in via Fracchia). Non a caso, infatti, dalle ceneri del disciolto gruppo operativo speciale ai suoi ordini sono nati gli odierni ROS. Ma tornando ai giorni nostri, il proliferare in questi anni di questo genere di accuse para-psicologiche, anch’esse sganciate da qualsiasi fatto realmente accaduto (come abbiamo visto essere tipico del diritto penale del nemico), il fatto che non di rado queste accuse portino a misure di sicurezza o a condanne definitive (come nel caso di KNO3), sono elementi che ci portano a riflettere sull’attenzione e l’importanza che la reazione statale attribuisce al messaggio, all’idea anarchica e sovversiva in un epoca di crisi socioeconomica costante e di bulimia informativa multimediale. Il consenso interno (forse sempre più precario?) di cui gode il dominio democratico-capitalistico poggia le sue basi sull’accettazione acritica di alcuni pilastri morali e organizzativi (la non violenza, la concertazione elettorale, il rispetto delle leggi e dell’autorità, il lavoro salariato, lo Stato come garante della vita e della salute pubblica, per citarne solo alcuni) e per fare ciò si avvale di un sistema di istruzione pubblica obbligatoria, di un apparato giuridico e poliziesco, dell’accesso a ammortizzatori sociali ed economici e di un sistema informativo-mediatico uniforme e uniformante. Esprimere valori contrari e contrastanti con tutto ciò, oggi più che mai, viene trattato come un tradimento, un pericolo per la tenuta di un ordine sociale che, come recitava un bel manifesto di qualche anno fa, sta marciando verso il collasso.

Nulla di cui stupirsi

In un contesto, come quello attuale, sempre più depurato dal dissenso, di pace sociale dovuta all’egemonia tecnologica e “unità nazionale”, di paura del contagio, di implementazione del controllo territoriale e distanziamento sociale, non stupisce più di tanto che tra i principali bersagli di questa inchiesta vi siano azioni che osano attaccare l’autorità (la caserma dei carabinieri). Come non stupisce, in uno Stato che istituisce navi-prigioni per migranti mentre si arricchisce con le risorse saccheggiate nelle ex colonie da secoli di espropriazione, che si cerchino di fermare – inutilmente – le azioni che mirano a colpire il capitalismo neocoloniale sabotando il business del carsharing targato ENI. Azienda, questa, che ha ben altri interessi strategici altrove, col loro corollario di morte e sfruttamento, mostruoso fiore all’occhiello dell’imprenditoria italiana che con ogni evidenza per lo Stato è essenziale tutelare. Non stupisce che, come del resto spesso accade, ad essere messe sotto accusa siano relazioni umane forti e paritarie, amicizie, condivisioni di idee e sperimentazioni di spazi comuni occupati senza mediazioni, incontri e iniziative sottratte alle logiche della produzione e del consumo, pensiero critico che si materializza in documenti scritti che circolano per fornire ulteriori spunti di riflessione e di azione. Al di là di quello che le guardie tentano maldestramente di descrivere, quello che anche questa volta viene messo sotto inchiesta è il pensiero anarchico, un pensiero potenzialmente pericoloso per quanto incita ad agire contro questo mondo qui ed ora, un pensiero che tra mille sfaccettature non può che abbracciare la distruzione dello Stato e lo sradicamento di ogni forma di autorità e che non può prescindere dalla solidarietà a tutt* que* ribell* che sono o sono stat* prigionier* per aver lottato.

SOLIDALI E COMPLICI CON I/LE ACCUSAT* DELL’OPERAZIONE BIALYSTOK E CON TUTT* I/LE PRIGIONIER* ANARCHIC*CONTRO CASERME, TRIBUNALI, QUESTURE E I LORO SGHERRI

CONTRO L’IMPERO DI ENI, COSTRUITO SULLA VIOLENZA COLONIZZATRICE, LO SFRUTTAMENTO E LA DEVASTAZIONE DELLA TERRA

PER LA SOLIDARIETÀ CAPARBIA E BRILLANTE

PER LA LIBERTÀ

PER L’ANARCHIA

CON IL CUORE, LA MENTE, LA MANO

Alcune nemiche e nemici dello Stato

Ad oggi i nostri compagni e le nostre compagne sono ancora rin-chius* nelle patrie galere. È importante fare sentire la nostra vicinanza spezzando l’isolamento che il carcere impone, qui di seguito gli indirizzi per scriver loro:

Francesca Cerrone, CC Latina, via Aspromonte 100, 04100 Latina

Nico Aurigemma, CC Terni, str. delle Campore 32 , 05100 Terni

Claudio Zaccone, CC Siracusa, str. Monasteri 20, 96014 Cavadonna (SR)

Flavia Digiannantonio, CC Roma Rebibbia, via Bartolo Longo 92, 00156 Roma

Roberto Cropo, CC San Michele, str. Casale 50/A, 15121 Alessandria

Note sull’Operazione Bialystok PDF

Se sono “innocenti” hanno tutta la nostra solidarietà se sono “colpevoli” ancora di più!

Fianco a Fianco

Sul processo a Juan e sul perché non lo lasceremo solo

In questi mesi a Treviso si sta celebrando un processo a carico di un nostro amico e compagno, Juan Sorroche, accusato di aver posizionato due ordigni – di cui uno inesploso – presso la sede della Lega di Villorba nell’agosto 2018.

Lotte, repressione, e la scelta della latitanza

Juan, compagno anarchico spagnolo che per anni ha vissuto in Trentino, è stato arrestato il 22 maggio 2019 in provincia di Brescia, dopo oltre due anni di latitanza. Si era reso irreperibile per sfuggire ad un cumulo di pena di circa otto anni, in seguito a vari processi legati alle lotte a cui aveva preso parte, in Trentino come in Valsusa, contro il devastante progetto del Treno ad Alta Velocità. In particolare, Juan era stato tra i molti arrestati per la giornata di lotta del tre luglio 2011 attorno al cantiere militarizzato di Chiomonte, quando decine di migliaia di persone assediarono la polizia e tentarono di riconquistare l’area in cui, fino al violento sgombero della settimana precedente, si trovava la Libera Repubblica della Maddalena, esperimento di resistenza e vita collettiva sui terreni su cui incombeva il progetto del tunnel esplorativo per l’Alta Velocità. Nel processo che ne seguì, Juan, insieme ad altri compagni, rivendicò a testa alta la partecipazione a quella giornata di lotta e ai percorsi di opposizione al Tav in generale, rifiutò la difesa ritenendo di non avere proprio niente da cui doversi “difendere”, e venne per questo condannato a quattro anni.

L’accusa di strage

Quando, a maggio 2019, Juan viene arrestato insieme ad un altro compagno, Manu – accusato insieme ad una compagna di averne favorito la latitanza –, e diverse case vengono perquisite, si viene a conoscenza di una nuova indagine che lo vede accusato di “attentato con finalità di terrorismo” (art. 280 c.p.) e “strage” (art. 285 c.p.) per l’azione contro la sede provinciale della Lega di Treviso avvenuto ad agosto 2018, rivendicata dalla “Cellula Haris Hatzimihelakis / Internazionale Nera (1881 – 2018)”.

Secondo la ricostruzione della Procura di Treviso, a Villorba, nella notte tra l’11 e il 12 agosto 2018, viene posizionato un ordigno di fronte alla porta posteriore della sede della Lega e un altro sotto la scala esterna per accedervi. Secondo questa narrazione, lungo la scala era stato disposto un filo di traverso, che una volta urtato avrebbe attivato l’innesco del secondo ordigno. La scala era stata “recintata” con del nastro bianco e rosso da cantiere e nei paraggi erano stati lasciati una trentina di fogli con la scritta “bomba”, evidentemente per evitare che qualcuno potesse inavvertitamente innescare l’ordigno. Il primo ordigno esplode nella notte, mentre il secondo rimane inesploso.

Il reato di strage non prevede la possibilità del tentativo, cioè non esiste il reato di tentata strage. Perché vi sia una strage il codice penale richiede che venga potenzialmente colpito un numero indeterminato di persone, non individuabili a priori, con l’obiettivo di ucciderle. Per questo reato è prevista la pena dell’ergastolo.

L’accusa di strage è particolarmente infamante. Piazza Fontana a Milano, piazza Loggia a Brescia, la stazione di Bologna, sono solo alcune delle stragi commesse dallo Stato, che hanno portato alla morte di centinaia di persone nel quadro di una strategia volta a stroncare una stagione di lotte.

Mentre la violenza dello Stato colpisce nel mucchio, la violenza rivoluzionaria non è mai indiscriminata, ha obiettivi chiari e responsabili ben precisi a cui chiedere conto. Per colmare possibili amnesie è utile ricordare il periodo e il contesto in cui si inserisce l’azione a Villorba. Matteo Salvini era appena stato nominato Ministro dell’Interno, al culmine di una campagna elettorale permanente tutta giocata su una costante istigazione all’odio razziale. L’esordio della politica dei “porti chiusi” aveva reso sempre più complicate le operazioni di salvataggio in mare, aumentando in maniera esponenziale il numero di morti nel Mediterraneo, che già si contavano a migliaia e per le quali forse risulta più appropriata la definizione di “strage”. Inoltre emergevano sempre più testimonianze delle torture subite dai migranti nei lager libici direttamente finanziati dallo Stato italiano.

Terrorismo e carcere speciale

Juan si trova ora rinchiuso nel carcere di Terni, nel circuito speciale denominato “Alta Sicurezza”, dedicato ad accusati o condannati per terrorismo e criminalità organizzata, con l’impossibilità di avere rapporti con detenuti di altre sezioni. Nel carcere di Terni si trova anche una sezione di 41bis: solo 2 ore d’aria al giorno in massimo 4 persone, ma spesso da soli, in un passeggio chiuso da una rete metallica; 22 ore chiusi in cella; “bocche di lupo” alle finestre, che impediscono di vedere all’esterno; posta censurata; limitazioni ai colloqui, al numero di libri e agli oggetti che è possibile tenere in cella.

Questo regime disumano discende dalle sezioni di isolamento totale usate alla fine degli anni Settanta per stroncare l’ondata di conflitto sociale e autorganizzazione proletaria (anche armata) che aveva sovvertito radicalmente i rapporti di forza tra le classi nel decennio precedente.

La presenza di sezioni di “carcere duro” influenza la gestione di tutto il resto del carcere. Del resto, il Procuratore Nazionale Antimafia e Antiterrorismo, Cafiero de Raho, si è espresso a favore di un’estensione dell’applicazione del 41bis anche ai semplici indagati con accuse di terrorismo o criminalità organizzata.

Nata come pratica per imputati classificati come particolarmente pericolosi, la videoconferenza è stata estesa ampiamente anche in seguito all’epidemia di Covid 19. In questo modo, lo Stato elimina anche la mera presenza fisica dell’imputato in tribunale: una pesantissima limitazione della possibilità di organizzare la difesa, di interloquire con l’avvocato, di rilasciare dichiarazioni e in generale di intervenire attivamente nel processo, basti pensare che il giudice con un semplice click può interrompere la comunicazione con l’aula. Questo ha poi ovviamente delle ripercussioni sugli esiti del processo.

Non solo: durante un’udienza Juan è stato portato a seguire la videoconferenza proprio in 41bis. Un esempio dell’utilizzo estensivo del regime di isolamento totale a cui ci riferivamo prima, che non ha riguardato solo lui, ma anche altri detenuti.

A queste restrizioni, e sempre nella direzione di un inasprimento dell’isolamento, si aggiunge anche il reiterato rifiuto, protrattosi per più di un anno, di concedergli i colloqui con la sua compagna.

L’indagine e il processo. La cosiddetta prova del DNA

Nell’indagine che ha portato all’arresto di Juan le intercettazioni telefoniche ed ambientali sono state utilizzate in maniera estensiva e costante: non solo nei confronti degli indagati, ma anche di tutti quelli che ne compongono il contesto relazionale: amici, coinquilini, affetti.

Tra le “prove” raccolte a carico di Juan, ci sarebbe quella del DNA. Generalmente, questa viene considerata una “prova regina”, il che significa che in sua presenza la dimostrazione della colpevolezza passa, per usare un eufemismo, in secondo piano (banalmente, la ricostruzione di come possa essere finito lì il materiale biologico di quella persona).

La prova del DNA è di natura probabilistica, nel senso che è spesso sufficiente che il profilo genetico trovato sulla scena del fatto e quello della persona indagata siano in parte coincidenti. Di frequente il perito non può spingersi oltre all’affermare che “non è possibile escludere che i due profili trovati siano della stessa persona”. Un po’ poco, non vi pare?

Il profilo genetico risultante dal materiale biologico trovato vicino alla sede della Lega di Villorba (da cui sono stati isolati i profili genetici di ben 8 persone diverse!) è stato comparato con un profilo genetico estratto da materiale biologico inizialmente giudicato insufficiente per compiere un paragone che potesse reggere minimamente a giudizio. Magicamente, dopo la chiusura delle indagini, il materiale biologico è diventato sufficiente.

Ciò nonostante, Juan è stato sottoposto in carcere al prelievo coatto di materiale biologico, pratica ormai diffusa e ad oggi legale (dopo anni di prelievi “illeciti” sui detenuti), sia per motivi d’indagine che per una più generale grottesca esigenza di schedatura genetica dell’intera popolazione carceraria. Non paghi, gli inquirenti hanno successivamente prelevato altro materiale. Dato che ogni volta che viene analizzato, il materiale biologico viene distrutto, a una mente smaliziata potrebbe sembrare che le analisi siano state ripetute fino ad ottenere i risultati voluti.

Nell’ultimo periodo lo Stato ha mostrato anche ai più distratti che cos’è la giustizia che si amministra nei tribunali. I vertici di Autostrade per l’Italia, che hanno lasciato consapevolmente crollare un ponte – causando una strage – pur di non limitare i propri profitti, sono a casa loro mentre aspettano il processo. I vertici delle Ferrovie, che a Viareggio hanno provocato una strage con 32 morti per aver tagliato i fondi destinati ai sistemi di protezione, hanno visto i loro crimini cancellati o prescritti dalla Corte di Cassazione. Intanto si processa per “strage” qualcuno che è accusato di aver attaccato una sede della Lega!

«E ancora ho veduto sotto il sole / Il crimine essere il tribunale … Giusti aver paga di colpevoli / Colpevoli aver premio di giusti», si legge in un libro della Bibbia (l’Ecclesiaste), scritto nel III secolo a.C., a riprova di quanto antica sia la consapevolezza che giustizia e potere sono potenze nemiche.

Per questo non bisogna mai confondere ciò che è giusto e ciò che è legale, l’etica e il giudizio dello Stato. Quando non si capisce più la differenza, non c’è limite alle sciagure che i potenti possono rovesciare sulla società. Basta vedere cosa sono diventate le condizioni di lavoro da quando la gente ha smesso di lottare. Precarietà, licenziamenti, ricatti, sfruttamento: è tutto legale. La legge la stabilisce il più forte.

Cosa fa un essere senziente quando non vuole più ignorare l’ingiustizia, quando non vuole più girarsi dall’altra parte? Agisce, anche contro la legge. Come hanno sempre fatto le ribelli, i partigiani, i solidali.

Ecco perché non c’interessa sapere chi ha compiuto il gesto di Villorba.

Ciò di cui siamo certi non ha bisogno di avvocati o di periti.

Nessun tribunale potrà mai trasformare un’azione ben precisa e discriminata in una “strage”. Nessuna Corte potrà mai cancellare il razzismo assassino della Lega. Nessuna sentenza farà mai di Juan un “terrorista”. Terrorista è lo Stato, non chi contro potere e sfruttamento si è sempre battuto.

Anarchiche e anarchici

Fianco a fianco PDF

Tutti i testi tratti da Inferno Urbano

Parafrasando una celebre quanto provocatoria riflessione formulata da un intellettuale tedesco all'indomani della seconda guerra mondiale, vien voglia di chiedersi se scrivere un testo di critica sociale dopo il Covid 19 non sia un atto di barbarie che avvelena la consapevolezza stessa del perché è divenuto impossibile oggi scrivere testi di critica sociale. Con ciò non si intendono equiparare i campi di stermino nazisti agli odierni reparti ospedalieri democratici, semmai interrogarsi se l'inimmaginabile enormità di quanto sta avvenendo non renda patetica e superflua ogni ulteriore analisi della realtà. Se in passato lo Sterminio burocratico di milioni di ebrei ha ucciso la poesia, oggi la Servitù Volontaria sanitaria di miliardi di esseri umani non ha forse ucciso la critica, rendendo anch'essa in-scrivibile, il-leggibile, im-praticabile? Se lo Sterminio ha messo fine alla ricerca della bellezza, la Servitù Volontaria non sta mettendo fine alla ricerca di significato? Con questa premessa, che senso ha ostinarsi a diffondere un qualsivoglia pensiero critico in una società che — trasversalmente, dall'alto in basso — cerca in tutti i modi di essere spensierata, ovvero di non dover pensare a nulla, non essendo disponibile ad ascoltare e ricevere alcuna critica? Chi potrebbe mai interessarsi a questo pensiero altro, chi trascorre le proprie giornate a «chattare» nei social network? Chi liquida come negazionismo o ideologia qualsiasi messa in discussione delle (altrui) convinzioni introiettate come proprie? Chi si preoccupa ossessivamente di indossare correttamente la mascherina, di garantire il distanziamento sociale, di venire al più presto vaccinato? O chi, animato da pruriginosi intenti radicali, organizza qualche «chiacchierata» sul conto di qualche «narrazione»? Ci sembra che quanto sta accadendo da quasi un anno in tutto il mondo — le scomposte reazioni alla diffusione di un virus poco più che banale, fra stati di emergenza che negano ogni libertà e psicosi di massa che scatenano qualsiasi brutalità — abbia fatto piazza pulita di ogni benché minima illusione necessaria sulle residue capacità della critica di contrastare lo sgretolamento del senso. Dopo una così formidabile, simultanea e planetaria dimostrazione di annichilimento delle intelligenze, chi si sente di scommettere ancora sulla possibilità di un risveglio delle coscienze? Quanta spavalda schizofrenia è necessaria per sorvolare sull'ovvietà che, per risvegliarsi, la coscienza dovrebbe comunque esistere, palesarsi, essere viva, seppur addormentata e sepolta sotto uno strato di automatismi? Si tratta di un’ipotesi impossibile da prendere in considerazione oggi, dopo aver visto milioni (se non miliardi) di persone invocare maggior coercizione, giustificare ogni controllo, partecipare alla delazione, senza il minimo scrupolo, con rabbia e determinazione.   Facciamo un paio di piccoli esempi. I mass media sono riusciti, senza sollevare ondate di ilarità, a dare notizia della produzione di un vaccino contro il coronavirus la cui efficacia, dichiarata al 94%, arriverebbe al 100% nei casi più gravi. Ora, come dovrebbe essere universalmente risaputo, un vaccino va somministrato a persone sane per evitare che si ammalino e quindi non ha alcun senso darlo ai pazienti che versano in gravi condizioni. Se invece non si tratta di un vaccino, bensì di un intruglio terapeutico, allora sì che andrebbe somministrato a chi è già ammalato — ma in questo caso non avrebbe senso spacciarlo per vaccino, né soprattutto farlo assumere a chi gode di buona salute. Davanti alla minaccia pandemica pare quindi che la scienza medica abbia superato Gesù Cristo nell'arte di compiere miracoli: non solo ha creato un vaccino contro un virus misterioso in soli 7 mesi, ma per di più è efficace sia come vaccino preventivo che come farmaco curativo!  Quanto ai suoi effetti collaterali, è di non molti giorni fa la notizia che in Norvegia si sono registrati decine di morti fra coloro a cui era stato somministrato. Preoccupate che ciò avrebbe fomentato i dubbi e i timori di gran parte della popolazione (influenzata dall'ignorante propaganda dei cattivi no-vax, anziché dall'informazione oggettiva dei buoni scienziati), le autorità sanitarie norvegesi hanno fornito questa spiegazione: «per pazienti con più grave fragilità, anche gli effetti collaterali relativamente lievi dei vaccini possono avere gravi conseguenze». E ciò può essere senz'altro vero, tanto quanto per pazienti con più grave fragilità, anche gli effetti relativamente lievi di un virus possono avere gravi conseguenze. Senza accorgersene, le autorità sanitarie norvegesi hanno ripreso la stessa argomentazione sostenuta da quasi un anno a questa parte da chi non prova il minimo senso di panico ad uscire di casa, respirare, sfiorare e toccare gli altri. Il vaso trabocca perché è colmo fino all'orlo, è assurdo demonizzare l’ultima goccia. Solo un'umanità che non sa né ricorda più se sia in guerra con l'Eurasia o con l'Oceania, può terrorizzarsi se il colpo di grazia ad ultraottantenni ammalati lo dà un virus e tranquillizzarsi se a darlo è un vaccino. Eppure, è proprio il cosiddetto vaccino — e non il virus — a venire intenzionalmente somministrato. Eccolo qui, il nostro tormento. Cosa resta da dire a chi è palesemente, caparbiamente, furiosamente convinto che due più due fa cinque? Oltre settant'anni fa Orwell scriveva che per il potere «da parte dei proletari, in particolare, non vi è nulla da temere: abbandonati a se stessi, continueranno — generazione dopo generazione, secolo dopo secolo — a lavorare, generare e morire, privi non solo di qualsiasi impulso alla ribellione, ma anche della capacità di capire che il mondo potrebbe anche essere diverso da quello che è». E ciò non riguarda solo i bravi cittadini, quelli per bene, quelli più usi ad acconsentir tacendo. Come ammoniva Primo Levi, «un regime disumano diffonde ed estende la sua disumanità in tutte le direzioni, anche e specialmente in basso... corrompe anche le sue vittime ed i suoi oppositori». Una società dal funzionamento totalitario, come quella in cui viviamo, ottiene il medesimo effetto. Come stupirsi e indignarsi delle telefonate delatorie di onesti cittadini alla vista di qualcuno che si bacia per strada, o dei Trattamenti Sanitari Obbligatori inflitti a chi invita la gente ad uscire da casa, o della radiazione di medici dubbiosi sulla vaccinazione, quando ci sono comunisti antistalinisti che ammirano le drastiche misure anti-pandemia prese da governi orientali, anarchici anti-tecnologici che invitano a battersi per la vaccinazione gratuita, anarco-comunisti che si vantano di disinfettare il megafono da passare di mano in mano, critici radicali entusiasti della capacità auto-organizzativa di fare da tappabuchi alle mancanze statali, sindacalisti rivoluzionari che garantiscono il distanziamento sociale, intellettuali moltitudinari che rivendicano il comunismo dei vaccini, militanti insurrezionalisti che condividono le preoccupazioni sanitarie istituzionali pur di avere qualcosa da narrare agli operai in sciopero...  Sommersi dalla nausea, ci ritroviamo di nuovo tentati a parafrasare Adorno e sostenere che l'emergenza pandemica ha dimostrato inconfutabilmente il fallimento della cultura e che tutta la cultura dopo il Covid 19, compresa la critica urgente ad essa, è spazzatura. Poiché essa si è restaurata dopo quel che è successo nel suo paesaggio senza resistenza, è diventata completamente ideologia. Chi parla per la conservazione della cultura radicalmente colpevole e miserevole diventa collaborazionista, mentre chi si nega alla cultura favorisce immediatamente la barbarie, quale si è rivelata essere la cultura. Neppure il silenzio fa uscire dal circolo vizioso: esso razionalizza soltanto la propria incapacità soggettiva con lo stato di verità oggettiva e così la degrada ancora una volta a menzogna.  Intrappolati all'interno di questo circolo vizioso, non si intravedono vie di fuga. Il processo di disincanto della vita non ha raggiunto il suo apice nelle atrocità più crudeli commesse nel secolo scorso. La porta resta sempre aperta all'oscurantismo, come testimoniano gli elicotteri sollevati per braccare chi si prende la tintarella in spiaggia, i linciaggi di chi esce di casa per fare ginnastica o portare a spasso il cane, per non parlare del silenzio sulle morti avvenute durante le proteste scoppiate in carcere, proteste — giova ricordarlo — nate per le restrizioni subite e poi recuperate e trasformate in richieste di maggiore tutela sanitaria. Davanti a questa realtà, terrificante e sotto gli occhi di tutti, quali parole restano? Dovremmo commentare l’assalto fallito a Capitol Hill per meglio tacere sull’assalto vittorioso ai nostri desideri?  Proprio quando si appresta a compiere il suo decimo ed ultimo anno di vita, Finimondo si accorge di non aver ormai più nulla da dire. O meglio, di non voler più dire al nulla. Ed il problema, contrariamente a quanto pensano alcuni, non è lo strumento tecnico. Le parole non diventano in sé stolte non appena vengono proiettate su uno schermo, né in sé intelligenti non appena vengono vergate su carta. È però vero che la lettura su carta stampata richiede uno sforzo che allontana automaticamente chi è abituato a lanciare facili cinguettii, operando così una selezione necessaria. È quindi alla pubblicazione di libri che intendiamo in futuro dedicarci assai più che a siti in grado solo di fare schiuma alla superficie degli avvenimenti. Finimondo è quindi destinato a spegnersi progressivamente, scomparendo dalla rete nel prossimo periodo.   

Probabilmente Adorno non avrebbe mai scritto nel 1949 quelle parole sulla poesia se avesse conosciuto Bożena Janina Zdunek, una giovane polacca combattente nella resistenza clandestina, catturata dalla Gestapo e liberata da Auschwitz nel 1945. Quando uscì dal campo di sterminio, aveva in tasca un quadernetto di 32 pagine che le detenute si passavano di mano in mano e che lei avrebbe conservato per tutta la vita. Bożena Janina Zdunek è morta nel 2015 e suo figlio ha di recente donato quel quaderno al Museo di Auschwitz. Al suo interno ci sono i pensieri e le poesie che le prigioniere ebree scrivevano di nascosto, in quotidiana attesa della morte. Non dopo o prima di Auschwitz, ma durante e dentro Auschwitz. Atto di barbarie? No, atto di resistenza davanti all'indicibile — la vita, nonostante tutto! Ma quel quadernetto così prezioso le prigioniere di Auschwitz erano costrette a nasconderlo, sottraendolo alle perquisizioni, ai controlli, agli sguardi degli aguzzini. Era questa la condizione preliminare per continuare a scrivere poesie, perfino dentro un campo di sterminio. Che si tratti di un'esigenza valida anche oggi per la critica sociale? Che il pensiero critico, quale che sia, non possa che essere confidenziale? Che ruminare rancorosamente sulla propria marginalità, tipico assillo di politicanti in erba, sia solo l'effetto di un'inconfessabile vanità? Viviamo in territorio nemico, davvero non ce ne siamo accorti? Smettiamola con le allucinazioni consolatorie (il popolo, le masse, il proletariato, il movimento…) e traiamo le dovute conseguenze. Ad esempio, come diceva il Divino Marchese, che ci rivolgiamo solo a coloro che sono capaci di capirci. O, sull’altro versante, che Caracremada sapeva che fare assai meglio di Lenin o Malatesta.  

Finimondo, 1 febbraio 2021

Editoriale

La miseria della sopravvivenza porta il pensiero a rifugiarsi nella comune banalità del razionalismo. La tecnica invade la vita trasformandola in una sequenza di operazioni, in una corrispondenza lineare di causa ed effetto, in una macchinica interpretazione del mondo, estranea al sé.

Eppure qualcosa sfugge. La megamacchina è solo un’interpretazione, un concetto, un progetto irrealizzabile. La quantità non potrà mai sovrapporsi alla qualità, esse non coincidono e non coincideranno mai. Chi scrive preserva ancora la convinzione, forse per qualcunx un’ingenua illusione, che la dominazione mai potrà essere totale, vi è una dimensione incontrollabile che la rifugge. In essa vi rientra l’unicità propria del singolo.

Il percorso di ogni individuo è costellato di sguardi, pensieri, conoscenze, abilità, riflessioni, istinti improvvisi, impeti distruttivi, deliri incomprensibili, atti creativi… cercare di racchiudere la complessità di questo mondo in una rivista è di per sé una limitazione e una mancanza di rispetto, ma anche un modo per valorizzarla, disperderla affinché qualcun’altra ne possa cogliere i frammenti e dare vita ad un’unicità nuova. Per questo nasce questa rivista, per dare sfogo a quella dimensione ancora selvaggia, che alcune individualità nutrono con passione ed affetto.

Una rivista senza istruzioni per l’uso, per assaporare, con lentezza, fuori dal tempo frenetico che circonda le nostre esistenze, scritti e idee che non vivono per forza nel presente, a volte neanche nel passato e men che meno nel futuro.

È difficile spiegare e riassumere qualcosa che non ha in sé, e non vuole avere, una definizione, una determinatezza. Ci si vuol mettere in discussione, a partire dal linguaggio, sperimentando. Poesia, prosa, canti, immagini, racconti, dissertazioni che odorano di filosofia…tutto ciò che attraversa i nostri corpi e si può tramutare in parola scritta vuole trovare posto in questa pubblicazione.

Non troverete quindi Certezze, che sono delle tristi catene, ma idee espresse con determinazione, la volontà di restare fuori dall’immediatezza comunicativa, il rifiuto della dimensione tecnologica. Le Certezze sono nemiche. Sono dogmi, come la Religione, compresa quella della Scienza, dello Stato e dell’Umanità. Vogliamo profanare la sacralità. Scendendo, o salendo (chi lo dice che la strada sarà in discesa?) nell’abisso del dubbio.

Non ci sono ricette (forse qualcuna sì eheheh). Non si ha la presunzione di dire alcuna Verità, un’altra triste catena. Chi leggerà questa rivista potrà, se vuole, assaporare liberamente ogni parola e trovare un senso (o più) senza bisogno di manuali. Non c’è tutto e il contrario di tutto, o forse sì. Perchè il caos è propizio. Non c’è sicuramente la volontà di dare il senso che tutto vada bene, che qualsiasi interpretazione sia bella, perché chi scrive parte da un punto di vista individuale che come tale si scontrerà con quello di altrx. Le prospettive sono chiare, dentro chi scrive.

Un autore contemporaneo, sconosciuto ax più, una volta interpellato sul senso di scrivere in questi tempi, dopo così tanti secoli di letteratura, rispose che ogni cosa può essere detta in infiniti modi: ed è quello il senso di continuare a scrivere, ancora e ancora, per dire sempre meglio con altra lucidità, forza, poesia, ciò che desideriamo esprimere. Come ogni individuo dal quale scaturisce, uguale solo a se stessx, anche la sua produzione letteraria risulta unica.

Crediamo che il senso di questa rivista sia riassumibile in questa citazione parafrasata: ci sono e ci sono state analisi acute, filosofie trascinanti, letterature incisive, ma c’è sempre un qualcosa di nostro che possiamo dare. Ci riconosciamo nella critica radicale a questa realtà, e in un approccio non-positivo all’analisi dell’esistente e all’agire che vorremmo incentivare e praticare; specie in un periodo storico dove lo slogan sta sostituendo la riflessione, e la critica stenta a trovare una sua legittimità, soverchiata dai megafoni del potere e dalle bocche grigie dei servi che ripetono il copione con sempre maggior arroganza, sempre più veemente sordità.

Ci rivolgiamo a chiunque faccia della guerra a questo mondo anche uno strumento di introspezione e di critica: nel desiderio di veder il cielo denso della caligine levatasi dalle macerie fumanti non risparmiamo nemmeno la sfida di fare di noi stessx un campo di battaglia.

Consapevoli che anche nel migliore dei mondi (im)possibili ci sarebbero persone refrattarie allo status quo, e convintx che questo mondo non giungerà, ci preoccupiamo del tempo presente, delle devastazioni del potere e delle piccole e grandi miserie che anche noi serbiamo in grembo. Distruggere per poi costruire?

Certo, ma intanto distruggiamo. Il domani non esiste, ma la gioia provata nell’attimo in cui crolla un muro o un dogma o un nemico è l’affermazione che la vita ha la possibilità di scoprirsi felice.

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