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Mentre in mezzo mondo esplodono le fiammate della rivolta, qui da noi l'autoritarismo ipertecnologico sembra incontrare sempre meno ostilità da parte di popolazioni che non solo non sanno più alzare la testa, ma che forse non riescono neanche più a riconoscere i nemici. Così, se da un lato si stenta a scoprire o ritrovare progettualità e pratiche che siano in grado di mettere in difficoltà le controparti, dall'altro divise e autorità proseguono a spron battuto in un irrigidimento repressivo che colpisce chi, dalle strade alle prigioni, rifiuta di omologarsi. Nulla di nuovo, d'accordo, però ci pare sempre opportuno segnalare quei passaggi che secondo noi marcano questo tragitto che porta ad un futuro sempre più invivibile ed oppressivo.

Due vicende recentemente ci hanno in tal senso dato di che pensare. Dall'inizio di novembre si sono inasprite le ricerche nei confronti di Carla, compagna latitante dallo scorso febbraio perché colpita da mandato di cattura per l'operazione "Scintilla" che ha interessato la lotta contro i Cpr a Torino e che ha portato a numerosi arresti e allo sgombero dell'Asilo Occupato. Con perquisizioni, intimidazioni di incriminazione per favoreggiamento a familiari e amici, fermi e maniere forti, la polizia francese (Carla ha la cittadinanza del Paese d'oltralpe) e italiana si affannano a cercare inutilmente di fare terra bruciata intorno alla compagna in fuga. Forse brucia, a giudici e inquirenti vari, la solidarietà estesa che in Bretagna ha accolto e difeso la lunga latitanza di Vincenzo Vecchi, da qualche giorno scarcerato dalle autorità d'oltralpe per le irregolarità commesse con mandati e incartamenti vari dalle autorità italiane nella fretta di ottenerne l'estradizione per i fatti del G8 di Genova. Forse, in un'inchiesta che si rivela sempre più traballante (quella che ha colpito Carla e gli altr* compas a Torino, tra cui Silvia che è ancora ai domiciliari e Peppe che il 26 novembre è stato arrestato a Verona), si cerca il colpo grosso della "cattura della terrorista in fuga" per ridare un po' di lustro all'operato di investigatori e procuratori in vista della chiusura o della proroga delle indagini, o ancora dell'inizio del processo. O forse è solo un passaggio in più nella criminalizzazione della solidarietà, nell'incessante strategia messa in atto dal Potere per perseguire comportamenti, relazioni, affetti che non devono incontrare legittimità tra i suoi sudditi atrofizzati, spaventati, digitalmente ipersocializzati ma senza cuore, coscienza e animo. Come sta accadendo chiaramente con la vicenda di Manu, compa delle Prealpi bresciane in carcere da mesi con l'accusa di aver fornito appoggio a Juan, un altro nostro compagno ora in carcere dopo circa due anni di latitanza. Il 22 novembre, Manu è stato condannato a 3 anni e 2 mesi di reclusione per tali accuse e il giudice ha successivamente negato la concessione degli arresti domiciliari. In un ardito quanto traballante impianto accusatorio, a Manu viene contestata addirittura l'aggravante del terrorismo perché avrebbe aiutato il compagno latitante pur sapendo che lo stesso era oggetto di indagini per "terrorismo", quando di tali indagini tanto l'interessato quanto l'opinione pubblica ne hanno avuto conoscenza solo dopo l'arresto dell'indagato e di Manu. Un passaggio in più per spaventare, per fare mettere al bando gli slanci di generosità e solidarietà, che si aggiunge alle intimidazioni e alle prepotenze che in questi mesi hanno dovuto affrontare vicini, compagni e parenti colpevoli di non avere abbandonato Manu nelle mani della "Giustizia".

Sottrarsi a indagini e galera, vivere l'avventura, gli affanni ma anche le possibilità della latitanza e della clandestinità hanno avuto e avranno sempre un posto di riguardo negli itinerari di chi si affeziona alla lotta e alla libertà. Praticare la solidarietà verso chi fugge, nei tantissimi modi in cui questa si può esprimere, sarà sempre una scelta di cuore generoso, di dignità umana e comunitaria, e il segno concreto che con il mondo maledetto di chi perseguita e rinchiude non si ha niente da spartire. È inutile cercarla… sarà sempre qui con noi! Carla corri sempre libera! Nessuna condanna può cancellare l'orgoglio della solidarietà e della complicità contro mandati di cattura, sbarre e chiavistelli. Manu libero!

Cassa AntiRep delle Alpi occidentali

A Parigi, Robert Oppenheimer ha dichiarato che, lui, all’Apocalissi atomica ci crede; e ha anche spiegato che, per Apocalissi, egli intende la distruzione dell’umanità, non solo un qualche immenso disastro: «Non è più lecito credere che il genere umano possa sopravvivere a una guerra atomica». Interrogato sull’efficacia di un controllo internazionale o di un accordo di disarmo, il celebre fisico ha risposto che si tratta di palliativi, e per di più irrealizzabili, perché, data l’evoluzione attuale della scienza, ogni misura di controllo su cui ci si accordasse sarebbe probabilmente superata dopo due anni.. Quanto alla «bomba pulita» di cui va così fiero il suo collega Edward Teller, Oppenheimer ha fatto notare che si tratterebbe pur sempre di un congegno capace di distruggere ogni cosa nel raggio di ottocento chilometri quadrati, quindi non eliminerebbe il carattere di «suicidio cieco» implicito nell’uso di armi simili. La ragione del pessimismo di Oppenheimer è semplice: egli non ha alcuna fiducia nella saggezza non solo, ma neppure nel semplice comprendonio, degli uomini di Stato, dei militari e degli esperti da cui dipendono, oggi, le «grandi decisioni». Lo scienziato non dice che gli uomini di Stato, i militari e gli esperti sono dei folli e degli stupidi; dice che essi si trovano in una situazione tale da non poter agire altro che follemente e stupidamente: devono cioè ignorare deliberatamente l’enormità dei problemi che la loro azione solleva. Se la riconoscessero dovrebbero cessare di agire come agiscono, ma per riconoscerla dovrebbero adottare un principio d’azione diverso da quello che solo capiscono: la ragion di Stato. Le armi atomiche, e quelle non meno terribili di cui non si parla ma che esistono, esigerebbero che si pensasse in termini di destino dell’umanità e di natura dell’universo, non di Stati. Ma l’universo e l’umanità son concetti vaghi, quello di Stato invece è un concetto preciso, o così sembra. Quindi si è disposti a adottare tutti i palliativi immaginabili (e anche questo solo in teoria), ma non le misure radicali, sole efficaci. E la misura più radicalmente indispensabile, oggi, sarebbe l’adozione di modi di pensare commisurati alla realtà nuova di un mondo dove tutto è possibile, niente è certo, e nel quale ogni presunzione di certezza rischia di causare catastrofi. Quali siano questi modi di pensare adeguati, tuttavia, nessuno lo sa: neppure gli scienziati. Ci vorrebbe un nuovo tipo di filosofo per cominciare a indicarli, dice Oppenheimer. Oggi come oggi, si può soltanto dire che l’umiltà, la cautela, il riconoscimento della propria ignoranza ne sarebbero i postulati primi. Oppenheimer descrive la situazione morale dello scienziato contemporaneo in questi termini: «Lo sviluppo delle scienze è stato accompagnato da una specializzazione tale che qualsiasi uomo, oggi, può possedere solo un’infima particella delle conoscenze umane. Questo suscita un sentimento d’ignoranza e di solitudine la cui intensità sembra proporzionale al sapere... Per quanto concerne gli scienziati atomici, a questo smarrimento si aggiunge la paura di un’arma della quale nessuna cifra ha esagerato l’orrore e che dovrebbe riempire di sgomento l’animo di ogni uomo onesto che si trova a esercitare un potere». Il paradosso proprio della scienza moderna è che questo sentimento d’ignoranza e di solitudine, questa riduzione di ciò che un individuo può sapere a una particella sempre più infima, si accompagna alla certezza di un’apertura di orizzonti sconfinati di conoscenza e di potere. «L’idea di progresso scientifico mi sembra ormai indissolubilmente legata alla nozione di destino umano», dice Oppenheimer; e si può supporre che voglia dire fra l’altro che nessun acquisto di conoscenze, oggi, rimane puramente teorico: anche le più astruse costruzioni della matematica possono tradursi in mezzi per influenzare, modificare, o minacciare le condizioni dell’esistenza umana.  Lo scienziato non può quindi in nessun momento sentirsi esente da responsabilità, libero di giocare con le ipotesi, fiducioso, come nel secolo scorso, che le sue scoperte non possono, in definitiva, che servire l’umanità. Secondo Oppenheimer, lo scienziato non può più neppure contare sull’idea che dal limite sempre più ristretto di ciò che un individuo può sapere e dall’accrescersi vertiginoso delle conoscenze, si finirà con lo sboccare in una sintesi armonica e globale: «La conoscenza non avrà mai più, a mio parere, un carattere globale... Siamo condannati a vivere in un mondo in cui, da ogni problema che si ponga, un altro ne sorgerà immediatamente, e così all’infinito. Uno dei caratteri angosciosi della conoscenza è la sua irreversibilità. Temo che quelli che aspirano oggi alla sintesi o all’unità non facciano che invocare un’epoca scomparsa. Credo che una tal sintesi non si potrebbe ottenere che a un prezzo o della tirannia o della rinunzia. La sola via aperta mi sembra quella della ricerca di un equilibrio: a questo lo scienziato si esercita continuamente. Egli è obbligato all’equilibrio dalla disciplina scientifica stessa, che gli impone di distinguere il nuovo dall’abituale, l’essenziale dal superfluo, l’eroismo dalla servitù. La scienza esige una nozione di verità scevra d’ambiguità... implica necessariamente una fraternità e comunanza di spirito e d’azione senza di cui l’uomo rimarrebbe impotente, prigioniero di una visione troppo angusta della propria condizione, in un universo troppo complesso e troppo vasto. Se l’esperienza dello scienziato si potesse comunicare — e mi sembra importante che lo sia — essa permetterebbe di preparare un maggior numero d’individui alla difficile situazione dell’uomo dinanzi all’universo, situazione di fronte alla quale sia i filosofi che i governanti di oggi mi sembrano crudelmente anacronistici». Oppenheimer, dunque, predica l’umiltà e l’equilibrio. La lezione, egli l’ha imparata da un’esperienza che non potrebb’essere più probante: dall’essersi trovato, lui scienziato, molto in alto fra quelli che ebbero a prendere grandi decisioni, e dall’avere egli stesso agito follemente, ossia senza sapere quel che faceva, privo di un criterio di scelta sicuro, alla cieca e per cieca necessità. Aveva fabbricato la bomba atomica senza sapere né se sarebbe riuscito, né che cosa esattamente avrebbe fatto se fosse riuscito; quando fu fabbricata, non seppe con certezza che uso se ne dovesse fare: se fosse logico usarla contro i giapponesi, ovvero — come proponevano alcuni scienziati — dare soltanto la dimostrazione spettacolare della sua potenza. Nel dubbio, egli fu d’accordo con gli uomini di Stato e i militari, i quali naturalmente pensavano che un’arma è un’arma: è fatta per annientare il nemico, non per essere «dimostrata». E si trova ancor oggi, Oppenheimer, a non saper dire quel che fosse giusto allora: «per quanto mi riguarda — egli ha confessato — non mi sentirei capace neppure dopo tanti anni di assumere la responsabilità che incombette agli Stati Uniti nel 1945». La responsabilità era troppo grande per una semplice coscienza d’individuo. Fu quindi presa da uno Stato, per ragioni di Stato. Le ragioni di Stato non erano certo più chiaroveggenti di quelle di fisici come Franck e Szilard: erano soltanto più forti nell’immediato. Quegli scienziati pensavano all’avvenire, mentre i generali e i governanti pensavano all’immediato presente: terminare la guerra d’un colpo, con una prova di potenza sconfinata. Gli scienziati avevano ragione quanto all’avvenire.  Ma la bomba era stata fabbricata per conto di uno Stato, ed era normale che le ragioni di Stato prevalessero: avevano anch’esse una loro logica, che era la logica dei risultati immediati. Nell’immediato, quel che occorreva era la certezza dell’efficacia massima, e questa non si poteva avere che servendosi della bomba sul serio. Poi si sarebbe visto. Quel che si è visto è la prosecuzione meccanica della logica della ragion di Stato, la logica dell’immediato e dell’efficacia. Si è arrivati a una situazione, la presente, in cui la decisione se usare o no le armi assolute finisce col dipendere non da una decisione umana, ma da un calcolo elettronico delle probabilità più o meno grandi che una certa situazione individuata da certe macchine sia quella in cui un certo Stato, essendo minacciato di morte imminente, non ha altra scelta che scatenare sull’avversario la medesima minaccia.  Non si sapeva dove si andava nel 1945, lo si sa sempre meno oggi. In compenso, la certezza dell’efficacia massima non manca davvero, anzi cresce continuamente. Ciò che manca è quel senso d’umiltà e d’equilibrio che dovrebbe nascere, in «ogni uomo onesto», dallo sgomento di trovarsi a esercitare un potere smisurato essendo certo solo della propria ignoranza.  Invece, dall’ignoranza abissale in cui sono dell’«universo troppo vasto e troppo complesso» che ci circonda e ci domina, gli odierni governanti non sanno trarre altro consiglio che quello di spingere comunque le cose agli estremi. Il colmo dell’ubris.

Nicola Chiaromonte in Tempo Presente (1958)

Tratto da: Finimondo

Si sa che uno dei biglietti da visita lasciati dalle insurrezioni nella storia è la possibilità di partire da un pretesto banale, facendo esplodere in modo inaspettato le contraddizioni sociali che fremono da troppo tempo. Non è forse stata nel dicembre 2010 l'autoimmolazione di un giovane venditore ambulante tunisino, stanco delle vessazioni poliziesche in una vita di miseria, ad aver dato fuoco alle polveri della cosiddetta primavera araba, per poi incendiare la Tunisia e l’Egitto, passando per la Libia e la Siria? E non è stata una disputa a proposito di cannoni pagati tramite sottoscrizione popolare durante una guerra persa la scintilla che ha provocato l'insurrezione della Comune di Parigi nel marzo 1871, spalancando un ardente immaginario fino ai giorni nostri? A fine gennaio 2019, quando il prezzo del biglietto a Santiago del Cile è stato aumentato fino a raggiungere la quota simbolica di 800 pesos per la metropolitana e 700 pesos per gli autobus... non è successo nulla. Ma appena è stato annunciato un ennesimo aumento dieci mesi dopo di 30 pesos per l’una e 10 pesos per gli altri, alcuni liceali hanno iniziato a frodare la metropolitana della capitale per protesta. Le prime frodi il 7 ottobre fino alla loro moltiplicazione la settimana seguente hanno causato la chiusura delle stazioni da parte delle autorità, lo sfondamento dei cancelli della metropolitana fino agli scontri con i carabinieri da entrambi i lati delle obliteratrici il 17 ottobre, e in men che non si dica la rivolta in Cile è esplosa il giorno successivo, dopo di che il 19 ottobre è stato decretato lo stato di emergenza col coprifuoco militare. I primi contestatori hanno forse messo in discussione quella infrastruttura costruita per spostare flussi di schiavi verso il loro luogo di sfruttamento e di consumo? No, chiedevano solo di poterla usare senza che ciò gravasse troppo sulle loro tasche. Era un movimento di disobbedienza senza concessioni (per non pagare di più e incitare gli altri a farlo), di protesta contro il carovita. Una vita che molti immaginavano allora di continuare a condurre nella stessa triste galera, tra vari lavori per far quadrare i conti, arrangiandosi economicamente, un debito a lungo termine per coloro che hanno studiato, una pensione miserabile affidata ai fondi privati ​​e una salute in cui si crepa per il dolore quando non ci si può permettere le medicine, il tutto in un territorio in cui i più ricchi che costituiscono l'1% possiedono più del 25% del Pil nazionale essendosi arricchiti durante gli sfarzi della dittatura militare del generale Pinochet. Affinché la rivolta esplodesse, è stato necessario certamente che una piccola minoranza gioiosa quanto arrabbiata lanciasse una scintilla, oltre ad un piccolo ingrediente supplementare: l'azione diretta diffusa che rovescia il tavolo al momento giusto. Ed ecco che migliaia di giovani si scontrano giorno dopo giorno con la polizia per frodare rendendo la metropolitana gratuita di fatto, e poi degli sconosciuti cominciano a rimuovere la questione stessa saccheggiando e distruggendo le stazioni, con la loro parte di negozi, gli erogatori di biglietti, i bancomat, i loro sistemi elettrici e persino i loro convogli! Nel giro di un fine settimana, dal 18 al 20 ottobre, metà delle stazioni del sistema di trasporto sotterraneo cileno sono state messe fuori servizio (25 incendiate e 93 danneggiate) e più di 2800 autobus sono stati attaccati. Questo segnale è stato ben compreso malgrado il coprifuoco militare, poiché l'intera Grande Santiago si è immediatamente incendiata, così come tutte le principali città da nord a sud, e questo già da quattro settimane. Centinaia di supermercati sono stati saccheggiati e devastati di giorno come di notte o dati alle fiamme, così come quasi 300 farmacie, 68 tribunali, sedi di partito di destra e di sinistra (dall’UDI di Santiago al RN di Melipilla e al PS di Valvidia), chiese, municipi e prefetture, banche e centri commerciali, fondi pensione e agenzie ministeriali, scuole e imprese agroforestali, uffici dell’anagrafe e università, caselli autostradali e antenne di telecomunicazione. Se ciò che conta è beninteso di natura qualitativa, ovvero le capacità di attacco e distruzione contro strutture del nemico chiaramente identificate, considerate ostili e responsabili della miseria e dell'oppressione, la presenza di piccoli gruppi mobili che si conoscono e sanno muoversi (per quartieri, licei, squadre di calcio o per affinità), la simultaneità di sommosse e blocchi diffusi, il sabotaggio di infrastrutture e la spontaneità nella rivolta, proprio come il rifiuto immediato dei politicanti di tutte le sponde e la presenza di un movimento anarchico informale e basato sull'azione diretta... possiamo notare che, anche da un punto di vista quantitativo, la Camera cilena dell'edilizia (CChC) ha valutato al 15 Novembre danni per 4500 milioni di dollari, 380 dei quali per la sola metropolitana, 2330 milioni per le infrastrutture pubbliche e 2250 milioni per i locali non residenziali. Ovviamente hanno avuto la loro importanza alcuni grandi momenti collettivi, come quello del 25 ottobre coi suoi 1,2 milioni di manifestanti prima della revoca dello stato di emergenza militare, o la giornata dello sciopero generale indetto il 12 novembre, che non ha riguardato solo Il 90% del settore pubblico e il 60% del privato, ma è stato anche segnato da innumerevoli saccheggi e distruzioni col fuoco, che hanno lasciato i centri urbani come quelli di Antofagasta, Osorno, Concepción o Punta Arenas piuttosto devastati. Ma ciò non deve d’altro canto ricreare fantasie sui protagonisti di questa rivolta autonoma senza leader o partiti, che non sono né il fantomatico «popolo spettrale che si è svegliato» caro ai nazional-populisti, né la famosa «classe operaia organizzata» così cara ai dinosauri marxisti: sono tutti individui che per ragioni diverse non si aspettano nulla dal potere, né briciole né riforme costituzionali, e che hanno deciso di usare direttamente ciò che serve loro distruggendo tutto il resto. Sono coloro che hanno capito sulla propria pelle che non c'è nulla da negoziare in questo esistente, ma tante cose da demolire, perché solo partendo da questo negativo potrà nascere una vita completamente diversa. Sono coloro che sono usciti nelle strade nonostante il coprifuoco dell'esercito, e che continuano ad attaccare malgrado gli appelli alla calma e alla pace e a dispetto della repressione (2400 feriti in ospedale, colpiti soprattutto da proiettili, 26000 arrestati, tra cui diverse centinaia di torturati e 1400 incarcerati).  

Ad Atene e Città del Messico si sono già svolte manifestazioni di solidarietà, a Buenos Aires e a Marsiglia è stato colpito il consolato cileno, a Salonicco è stata bruciata l'auto del console, a Montreuil una stazione della metropolitana è stata ridecorata mentre a Monaco i bancomat di diverse stazioni si sono infiammati di gioia negli ultimi giorni. È possibile che venga stampato un altro biglietto da visita delle insurrezioni passate, una solidarietà internazionale finalmente al livello della posta in gioco dell'attuale rivolta in Cile? Tanto più che non mancano certo gli ambiti dell'esistente da salutare calorosamente, magari seguendo le indicazioni che giungono da oltre la Cordigliera delle Ande…  

Traduzione da Finimondo

Avis de tempêtes, n. 23, 15/11/2019 (puoi leggere qua l'ultimo numero)

Oggi si parla molto di estirpare la mentalità del fascismo e si fa anche molto per questo fine. Si condannano i criminali di guerra, i «piccoli Pgs*» (lingua del «Quarto Reich»!) vengono licenziati, i libri nazionalisti tolti dalla circolazione, si cambia nome alle piazze Hitler e alle vie Göring, si abbattono le querce di Hitler. Ma la lingua del Terzo Reich sembra voler sopravvivere in parecchie espressioni caratteristiche, penetrate così a fondo col loro potere corrosivo da apparire come un duraturo possesso della lingua tedesca. Per esempio, quante volte nel maggio del 1945, in discorsi alla radio, in manifestazioni appassionatamente antifasciste ho sentito parlare di qualità «caratteriali» (charakterlich) o della natura «combattiva» della democrazia! Sono espressioni che vengono dal cuore — il Terzo Reich avrebbe detto «dall’essenza» — della LTI. È per pedanteria che me ne sento urtato, per quel tanto di pedantesco che si annida in ogni filologo?  Risponderò alla domanda con un’altra domanda.  Qual era il mezzo di propaganda più efficace del sistema hitleriano? Erano i monologhi di Hitler e di Goebbels, le loro esternazioni su questo o su quell’oggetto, le loro istigazioni contro l’ebraismo o il bolscevismo? Certamente no, perché molto non veniva compreso dalle masse, annoiate d’altra parte dalle eterne ripetizioni. Quante volte, finché potevo frequentare le trattorie (non portavo ancora la stella) e più tardi in fabbrica durante la sorveglianza antiaerea, quando gli ariani e gli ebrei stavano in locali separati e in quello ariano c’era la radio (oltre al riscaldamento e al cibo), quante volte ho sentito sbattere sul tavolo le carte da gioco e chiacchierare ad alta voce sul razionamento del tabacco o della carne oppure su qualche film durante i prolissi discorsi del Führer o di uno dei suoi paladini; però il giorno dopo i giornali affermavano che il popolo intero aveva prestato ascolto.  No, l’effetto maggiore non era provocato dai discorsi e neppure da articoli, volantini, manifesti e bandiere, da nulla che potesse essere percepito da un pensiero o da un sentimento consapevoli. Invece il nazismo si insinuava nella carne e nel sangue della folla attraverso le singole parole, le locuzioni, la forma delle frasi ripetute milioni di volte, imposte a forza alla massa e da questa accettate meccanicamente e inconsciamente. Di solito si attribuisce un significato puramente estetico e per così dire «innocuo» al distico di Schiller: «La lingua colta che crea e pensa per te». Un verso riuscito in una «lingua colta» non è una prova sufficiente della capacità poetica del suo autore; non è poi tanto difficile, usando una lingua estremamente colta, atteggiarsi a poeta e pensatore.  Ma la lingua non si limita a creare e pensare per me, dirige anche il mio sentire, indirizza tutto il mio essere spirituale quanto più naturalmente, più inconsciamente mi abbandono a lei. E se la lingua colta è formata di elementi tossici o è stata resa portatrice di tali elementi? Le parole possono essere come minime dosi di arsenico: ingerite senza saperlo sembrano non avere alcun effetto, ma dopo qualche tempo ecco rivelarsi l’effetto tossico. Se per un tempo sufficientemente lungo al posto di eroico e virtuoso si dice «fanatico», alla fine si crederà veramente che un fanatico sia un eroe pieno di virtù e che non possa esserci un eroe senza fanatismo.  I termini fanatico e fanatismo non sono un’invenzione del Terzo Reich, che ne ha solo modificato il valore e li ha usati in un solo giorno con più frequenza di quanto non abbiano fatto altre epoche nel corso degli anni. Il Terzo Reich ha coniato pochissimi termini nuovi, forse verosimilmente addirittura nessuno. La lingua nazista in molti casi si rifà a una lingua straniera, per il resto quasi sempre al tedesco pre-hitleriano; però muta il valore delle parole e la loro frequenza, trasforma in patrimonio comune ciò che prima apparteneva a un singolo o a un gruppuscolo, requisisce per il partito ciò che era patrimonio comune e in complesso impregna del suo veleno parole, gruppi di parole e struttura delle frasi, asservisce la lingua al suo spaventoso sistema, strappa alla lingua il suo mezzo di propaganda più efficace, più pubblico e più segreto.  Rendere evidente il veleno della LTI e mettere in guardia da esso credo sia qualcosa di più che pura e semplice pedanteria. Quando un ebreo ortodosso ritiene che una stoviglia sia diventata impura, la purifica sotterrandola. Bisognerebbe seppellire in una fossa comune molte parole dell’uso linguistico nazista, per lungo tempo, alcune per sempre.     

Victor Klemperer

*  Parteigenossen: iscritti al partito nazista  

Tratto da LTI La lingua del Terzo Reich. Taccuino di un filologo, 2011

Dall’arrivo di Hitler al potere nel 1933 fino alla capitolazione tedesca nel 1945, Victor Klemperer, professore di filologia all’Università di Dresda, tenne un diario segreto in cui raccontava la vita quotidiana di un ebreo tedesco durante il Terzo Reich. Ma il vero soggetto dei suoi appunti era la nascita e la diffusione della lingua nazista — da lui ribattezzataLTI (Lingua Tertii Imperii): Lingua del Terzo Impero — una nuova lingua parlata da tutti, da Goebbels e dall’uomo della strada, dai carnefici della Gestapo e dalle loro vittime. Resistere alla tirannia di questa lingua avvelenata, disvelarne le menzogne e le aberrazioni, diventò per Klemperer più importante della stessa sopravvivenza. Mescolando gli appunti di Victor Klemperer a filmati e registrazioni sonore dell’epoca, il documentario La lingua non mente di Stan Neumann mostra in quale modo il totalitarismo si insinui nelle menti, si stampi sulle bocche, si impadronisca dei corpi, giorno dopo giorno, infidamente.

Il cigno nero proietta: