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A proposito di Kavarna

...la passione per la libertà è più forte d'ogni autorità...

CONSIGLI PER LA RIVOLTA:

  • Copri il volto, sempre. Non continuare a coprirti e scoprirti il volto nella mischia. Indossa i guanti per non lasciare impronte. Usa vestiti non appariscenti e senza dettagli riconoscibili.
  • Non fare foto o video agli altri o a te stesso perchè possono essere usati come prove contro di te o gli altri.
  • Attento ai giornalisti: non farti riprendere e non rilasciare interviste.
  • Se qualcuno accanto a te è in difficoltà, aiutalo. Non lasciare nessuno in mano agli sbirri.
  • Ricordati di portare con te per resistere ai gas lacrimogeni: Maalox, Limone, Occhialini da piscina, Maschera antigas filtro P3. Non solo per te ma anche per chi potrebbe averne bisogno.
  • Se ti è possibile non andare all’ospedale più vicino se ti sei fatto male, potrebbe esserci la polizia.
  • La polizia di solito cerca di disperdere le persone per riuscire meglio ad acchiapparne qualcuna: Niente panico, meglio retrocedere senza creare fuggi fuggi generale. Prova a fare delle barricate con quello che trovi in giro per non farli avanzare velocemente (ma attento a non far inciampare gli altri).
  • Se ti arrestano non infamare. Non credere alla polizia, non parlare in questura. Se parli, in caso di processo non riceverai sconti di pena.
  • Non fare girare foto o video tuoi o di altre persone su internet (Telegram, Whatsapp, Facebook, Instagram, TikTok). Fai girare solo gli appuntamenti.

Un anno, due mesi e 24 giorni.

E’ il tempo che è trascorso dal mio arrivo a Piacenza, tempo pieno di vuoto, tempo speso ad addomesticare tutti i propri sensi, nella sperimentazione di un’autodisciplina che permetta di trasformare alchemicamente lo spreco di una vita in esperienza formativa. Non ho mai cercato il conflitto, nonostante la quotidianità, qui, sia la riproposizione costante di occasioni di scontro; ove abbia opposto le mie ragioni a questo sistema di neutralizzazione dell’individuo, ho cercato di farlo con “educazione”, nel forzato rispetto dei ruoli, tentando di fare mie, o se non altro mie armi, quelle stesse illogiche dinamiche che i carcerieri issano a propria bandiera: regole, diritti, doveri, protocolli. E non lo dico certo per farmene un vanto, tutt’altro: ma l’esperienza umana, in galera, è talmente distante da un qualsivoglia buon senso, senso comune, o semplicemente senso qualsiasi, che bisogna giocare la partita anche sapendo bene che è truccata. E ciò nonostante è stato inevitabile, con il solo riaffermare e preservare la mia dignità, il crearsi di un rapporto di manifesta inimicizia con alcuni graduati e dirigenti di questa prigione, senza stupore e senza sforzo, per gli stessi ruoli assegnatici dalla natura e i posti a sedere assegnatici dalla vita e dalle scelte personali. E dunque la solerzia di alcune guardie particolarmente comprese nel proprio ruolo, calorosamente spalleggiate dalla comandante dell’istituto, ha fatto sì che i contenuti della mia corrispondenza privata, anche scaduto il primo provvedimento di censura nel dicembre 2019, privati non fossero mai, in barba a ciò che dice il codice penale. Particolare dispetto suscitavano immagini iconiche e A cerchiate, a riprova della profondità d’analisi che caratterizza il loro operato sempre, per non parlare delle esplicite manifestazioni di solidarietà. Ben fragili e miseri devono essere “l’ordine e la sicurezza dell’istituto” (questa la motivazione in calce ai trattenimenti) se una cartolina o la foto di una scritta su un muro li possono mettere in pericolo. E’ stato dunque su sollecito del carcere di Piacenza, se non dietro sua esplicita richiesta (questo non lo posso sapere) che il 16/09/2020 mi viene notificato un secondo provvedimento di censura della durata di sei mesi firmato dal GIP. Ho scelto di ricorrervi tramite avvocato, ed ancora una volta fare buon viso a cattivo gioco, e attendere pazientemente che fissino una data per il ricorso, e tutta la trafila. Nel frattempo però, ai miei carcerieri sembra passata la voglia di fare il loro lavoro, e così l’ufficio comando, che si occupa della mia posta, se si fa vedere lo fa una volta a settimana, o anche più raramente. La posta in uscita non esce, quella in entrata si accumula sulle loro scrivanie. Perfettamente in linea con lo spirito da statali pressapochisti con cui dirigono l’intero carcere, e ad ulteriore conferma (se mai ce ne fosse bisogno) del carattere punitivo e ritorsivo del provvedimento, visto che quello che scrivo/ricevo in fondo non interessa neanche. Ben altro ci vuole per fiaccare il mio morale, ma è particolarmente irritante il fatto che nel non-luogo teoricamente deputato ad insegnarci a viva forza il rispetto della legge, i loro codici valgano quanto la carta straccia, ed è a mio avviso sbagliato tacere l’arbitrarietà ignorante con cui fanno il loro brutto mestiere.

Per questo motivo, e visto che le circostanze non lasciano intravedere un cambiamento di rotta, ho deciso che inizierò uno sciopero della fame a partire da sabato 24 ottobre e per il tempo che mi sembrerà opportuno. E’ una battaglia personale, che forse lascerà il tempo che trova, che forse denoterà una mancanza di fantasia da parte mia, ma che mi sembra doverosa. Chi ha voglia, nel frattempo, di continuare a intasare l’ufficio comando di comunicazioni più o meno futili, basta che mi scriva, è il benvenuto, che non si dica che non si guadagnano il loro stipendio zuppo di sangue.

Mi mancate tutti.

Salud y anarquìa,

Nat

Con la miccia, la penna, la rabbia e l'amore

“Il sistema patriarcale su cui lo Stato e la società si reggono svela nel mondo delle prigioni i suoi aspetti più infimi e acuti: lo vediamo nelle peggiori condizioni in cui versano le prigioniere nelle carceri femminili in generale, negli stereotipi di genere a cui sono costrette, nelle logiche di infantilizzazione e psichiatrizzazione che sono loro imposte. Lo vediamo nel trattamento riservato alle compagne anarchiche, che vengono divise e sparpagliate nelle AS3 d’Italia, perché questa è la prima logica del patriarcato: dividere le donne, perché quando si uniscono fanno tremare il potere.”

“Nel frattempo non starò immobile e zitta mentre dex compagnx anarchicx vivono delle condizioni insostenibili in altre prigioni. Davide e Giuseppe lottano per il loro trasferimento in situazioni più vivibili. Io sono con loro.”

Francesca Cerrone, lettera dal carcere di Latina.

“Ben fragili e miseri devono essere “l’ordine e la sicurezza dell’istituto” (questa la motivazione in calce ai trattenimenti) se una cartolina o la foto di una scritta su un muro li possono mettere in pericolo.”

“Per questo motivo, e visto che le circostanze non lasciano intravedere un cambiamento di rotta, ho deciso che inizierò uno sciopero della fame a partire da sabato 24 ottobre e per il tempo che mi sembrerà opportuno. È una battaglia personale, che forse lascerà il tempo che trova, che forse denoterà una mancanza di fantasia da parte mia, ma che mi sembra doverosa. Chi ha voglia, nel frattempo, di continuare a intasare l’ufficio comando di comunicazioni più o meno futili, basta che mi scriva, è il benvenuto, che non si dica che non si guadagnano il loro stipendio zuppo di sangue.”

Natascia Savio, lettera dal carcere di Piacenza.

Probabilmente il carcere è l’istituzione che più di ogni altra rappresenta il dominio. Tutto ciò che da anarchiche, disprezziamo e vorremmo vedere in rovina e in sfacielo.

Il carcere rappresenta la possibilità, da parte del potere, di poter rinchiudere, annullare, torturare e annientare tutti coloro che non si adattano alle leggi e alle condizioni che il potere ha stabilito.

Allo stesso tempo il potere ha bisogno del carcere, lo necessità, è l’ arma più solida che ha per scongiurare la disobbedienza, l’insurrezione.

Si può dedurre che il carcere abbia due funzioni principali e funzionali al mantenimento del dominio: una è quella di contenere le sue falle, i suoi dissidi, ovvero tutti coloro che per un motivo o per l’altro non si sottomettono alle leggi dello stato, e conducono una vita non in linea con gli interessi e le norme di quest’ultimo. La funzione di contenimento comprende al suo interno i fenomeni che avvengono nel contenitore-carcere, come la vendetta verso il detenuto: punirlo, infantilizzarlo, psichiatrizzarlo, impaurirlo e tentare di svuotarlo di ogni volontà e non fargli provare altra emozione se non il senso di vuoto e paura, per fare in modo che stia al suo posto e non si ribelli.

L’altra funzione dell’ istituzione carcere è quella di servire da monito per tutti quelli che stanno fuori.

Le carceri in passato erano situate dentro le città, sotto gli occhi di tutte, per mostrare quale doveva essere il destino di chi rubava, uccideva, disobbediva, si rivoltava. Oggi gran parte delle prigioni stanno al di fuori dei centri, tra i campi, nelle zone poco abitate, lontane dagli occhi dei cittadini dello stato che si pregia di essere democratico e giusto.

Ma non cambia. È l’idea del carcere, che conta. Il sapere che esiste, che la possibilità di finirci c’è, che chi è povera ci può finire, che chi non è italiano ci può finire, che chi si ribella ci può finire.

Questo è l’ effetto che il carcere produce al di fuori di sé, la spada di Damocle di ogni cittadino che decide (o è costretto a decidere) di smettere di essere tale, per diventare fuorilegge.

La condanna infernale inflitta dal dio stato a chi non si sottomette al suo diritto divino, la minaccia di incombenza della condanna per tutti i suoi fedeli.

Ebbene, se questa è una delle armi più forti dello stato e del dominio allora, da anarchici, da nemiche dello stato e del dominio, la nostra maggiore forza è quella di conoscere le trame e gli obbiettivi dei nostri nemici, saperli analizzare, saper discutere tra di noi dei punti di forza e dei punti deboli dell’istituzione carcere. Per attaccarlo e distruggerlo.

In Italia ci sono più di venti anarchiche e anarchici rinchiuse, che subiscono e combattono, rispondono e incassano, attaccano e si difendono, e a volte evadono.

Da fuori non lasciamoli sole.

Con i nostri cuori sediziosi miniamo le fondamenta, attacchiamo le mura, sabotiamo i pilastri di quei putrescenti amassi di dolore, ferro e cemento che sono le galere.

Con le nostre penne scriviamo a chi sta dentro, raccontiamo cose, facciamoci raccontare, discutiamo e raccogliamo tutta la forza e la bellezza che riusciamo in una giornata all’aria aperta, nella natura selvaggia, in una notte senza luna lungo scivolosi sentieri, in un ululato di rabbia tra le foglie che cadono e spediamogliela, facciamogli sentire tutto il fresco e il calore dell’ esterno e l’ elettricità dei nostri corpi. Diamogli la forza per continuare a tenere alta la testa. Solidarizziamo e stiamo loro accanto, piangendo, ridendo e urlando.

Il carcere è il luogo in cui i carcerieri fanno di tutto per togliere essenza vitale ai prigionieri.

Chi sta fuori rilanci dentro tutta la vita che riesce. La presenza sotto le mura, le cartoline, le lettere, i libri, le azioni. Tutto ciò è utile e necessario.

A Beppe che, rinchiuso a Pavia, costretto nella sezione “protetti” tra infami e stupratori, viene giornalmente umiliato e maltrattato e non ottiene il trasferimento che ha richiesto,

A Davide, deportato dalla sua terra, che vive da anni tra isolamento e provocazioni. Sta portando avanti lo sciopero dell’aria e non ha ancora ottenuto il trasferimento dal carcere di Caltagirone.

A Juan e Nico, che dal carcere di Terni hanno iniziato il diciannove ottobre lo sciopero del carrello in solidarietà a Beppe, a Davide e agli altri anarchiche prigionieri e per protestare contro le operazioni repressive.

A Natascia, che inizierà il ventiquattro ottobre lo sciopero della fame come forma di lotta in risposta alle censure della sua posta e alle condizioni in cui è tenuta rinchiusa nel carcere di Piacenza.

A Francesca, che dal carcere di Latina, in cui è rinchiusa come indagata per l’operazione Bialystok, ha aderito allo sciopero del carrello in solidarietà a Beppe e Davide.

A tutte e tutti i prigionieri e le prigioniere in Italia e nel mondo.

FORZA. SIAMO CON VOI.

Che dal di fuori (e dal di dentro) si discuta, si solidarizzi, si scriva, ci si mobiliti, si attacchi il dominio con ogni mezzo anarchico, che le rovine si apprestino a cadere e il mondo bruci.

Con la miccia, la penna, la rabbia e l’amore.

Fonte: nereidee.noblogs.org

“Solidarietà tra prigionierx anarchicx”

Le condizioni detentive nelle prigioni italiane continuano a peggiorare; di fronte all’emergenza COVID le richieste dellx prigionierx sono rimaste per lo più inascoltate, facendo nascere rivolte in decine di carceri, seguite poi da una forte repressione, con trasferimenti punitivi e procedimenti penali. In quelle rivolte, molti detenuti sono morti. La responsabilità di quelle morti è dello stato. Le modifiche apportate dai sistemi carcerari dalla primavera scorsa in molti casi hanno significato una riduzione dei contatti con l’esterno, riduzioni delle attività, isolamenti, rendendo le condizioni detentive sempre più invivibili. Ad oggi, non ci sono segnali di miglioramento, nonostante ormai ci sarebbe stato tutto il tempo per agire di conseguenza alla situazione. Le nuove disposizioni non fanno presagire nulla di buono, con misure ancora più restrittive per le sezioni di alta sicurezza ed un ampliamento dell’utilizzo del regime 41 bis di tortura lenta che mira a piegare le strutture basilari delle identità individuali.

A fronte di ciò, chi osa essere contro le prigioni, contro lo stato che le gestisce e la società che le necessita, chi porta avanti pratiche di solidarietà dentro e fuori le mura, viene sempre più spesso rinchiuso al di qua di queste. Le ultime inchieste anti anarchiche sono chiaramente un modo per osteggiare la solidarietà con lx prigionierx, e lx prigionierx anarchichx.

Tra questx, alcune situazioni di prigionia spiccano per il loro carattere particolarmente punitivo e insostenibile.

Davide Delogu si trova infatti sottoposto a regime di 14 bis, per non aver mai abbassato la testa di fronte all’istituzione carceraria. Nonostante le sue richieste di trasferimento in un’altra prigione, non è stato trasferito ed anzi, la sua situazione si è aggravata.

Giuseppe Bruna si trova nella sezione protetti del carcere di Pavia da più di un anno, nonostante le sue ripetute richieste di trasferimento, il DAP dietro pretesti non l’ha trasferito.

Il sistema patriarcale su cui lo stato e la società si reggono svela nel mondo delle prigioni i suoi aspetti più infimi e acuti: lo vediamo nelle peggiori condizioni in cui versano le prigioniere nelle carceri femminili in generale, negli stereotipi di genere a cui sono costrette, nelle logiche di infantilizzazione e psichiatrizzazione che sono loro imposte. Lo vediamo nel trattamento riservato alle compagne anarchiche, che vengono divise e sparpagliate nelle AS3 d’Italia, perché questa è la prima logica del patriarcato: dividere le donne, perché quando si uniscono fanno tremare il potere. Lo vediamo nel trattamento degli uomini con un orientamento sessuale non normativo, e in quello delle persone che non si riconoscono nel binarismo di genere imposto, a cui è riservato un posto tra infami, pedofili e stupratori.

Come anarchica non sostengo di certo la logica dei circuiti differenziali delle prigioni, come non sostengo la logica stessa della prigione, a cui mi oppongo e contro cui lotto. Perché ogni tipo di prigione venga distrutta.

Nel frattempo non starò immobile e zitta mentre dex compagnx anarchicx vivono delle condizioni insostenibili in altre prigioni.

Davide e Giuseppe lottano per il loro trasferimento in situazioni più vivibili. Io sono con loro.

Per questo, da lunedì 19 ottobre porterò avanti uno sciopero del carrello nel carcere di Latina dove sono rinchiusa.

Per un mondo libero dalle galere.
Per la solidarietà tra e con lx prigionerx.
Per l’Anarchia.

Fra

Contributo in occasione dell’inizio del processo Prometeo e delle varie udienze autunnali.

All’alba del 21 maggio 2019 i ROS di Torino hanno dato il LA alla fantomatica Operazione Prometeo irrompendo nelle nostre vite e sequestrandoci nelle patrie galere, accusati di attentato con finalità di terrorismo.

Quasi tre anni di indagine se vogliamo includere i  dieci mesi post arresti in cui hanno continuato a raccogliere materiale probatorio, accorpando anche intercettazioni ambientali estrapolate dai colloqui in carcere coi famigliari. TRE anni di pedinamenti e di spionaggio delle nostre vite, delle nostre relazioni amicali e affettive. TRE anni impiegati a consolidare il costrutto di una nostra personalità mostrificata da portare in sede processuale per giustificare un impianto accusatorio retto su ben poche prove inerenti al fatto specifico, ovvero l’accusa di spedizione di buste esplosive all’allora direttore del DAP Santi Consolo, e ai due pubblici ministeri Roberto Sparagna e Antonio Rinaudo.

Leggendo le carte risulta evidente come la mole indescrivibile di materiale raccolto con cui ribadiscono il nostro essere anarchici e anarchiche refrattarie all’ordine costituito superi di gran lunga le presunte prove sull’episodio in sè. Prove che, come già spiegato in altri scritti, ammonterebbero a un paio di riprese sgranate in cui si ipotizza l’acquisto di alcuni materiali senza che sia possibile in alcun modo provarne l’acquisto, e un paio di intercettazioni fra le tante che gli inquirenti reputano indicative di un presunto coinvolgimento senza considerare che si tratta di dialoghi completamente decontestualizzati e abilmente ricostruiti con quel po di malizia e astuzia con cui ormai da decenni imbastiscono inchieste del genere. Un’accozzaglia di elementi un po’ buffa diciamo, su cui ci si potrebbe quasi ridere sopra, se non fosse che due di noi continuano a rimanere rinchiusi e che la posta in gioco è di anni 20-30 di reclusione, se il capo di imputazione dovesse mai reggere a processo. Il messaggio più o meno esplicito che abbiamo potuto leggere fra le righe delle varie sentenze di rigetto alle richieste di scarcerazione è questo qua: se non è possibile affermare con certezza chi siano i responsabili, il fatto che siano anarchici e che non abbiano mai fatto mistero della loro simpatia nei confronti di determinate pratiche basta e avanza per vincolarli al fatto specifico.

In questo procedimento andrebbero  prese in considerazione quelle che sono le parti offese. Il capo dei capi della polizia penitenziaria, e due magistrati del tribunale di Torino. Tre uomini di Stato insomma, che ne rappresentano le veci secondo la sua più becera declinazione punitiva e coatta adottata nei confronti di chi è incapace di stare alle regole del gioco. Entrando nel merito di questi personaggi e delle nefandezze di cui si sono resi responsabili la realtà dei fatti parla chiaro. Tanto per citarne qualcuna, il DAP è responsabile di rendere le galere dei luoghi di tortura, basti ricordare  i 14  prigionieri morti durante le rivolte di marzo o la carneficina dello scorso 6 aprile nel carcere di Santa Maria Capua Vetere. La normalità di questi luoghi rivela  decine di suicidi annuali,  botte e accanimenti contro i singoli detenuti che decidono di conquistarsi condizioni più “dignitose”.

Antonio Rinaudo invece è stato negli ultimi anni impegnato nella feroce repressione della lotta contro il TAV, contro gli sfratti, contro i CPR e  contro la gentrificazione del quartiere Aurora di Torino.

Roberto Sparagna risulta ben noto alle cronache per essere l’artefice del maxi processo Scripta Manent con cui vorrebbero seppellire sotto decine di anni di galera compagni e compagne ritenuti responsabili di una sfilza di azioni dirette che hanno reso tormentosi i sonni dei padroni negli ultimi 20 anni. E’ a partire dalla condanna in primo grado che sono in seguito sortite altre operazioni repressive, come Prometeo o come la recente Bialystock che appaiono quasi come dei prolungamenti di Scripta Manent per provare a stroncare chiunque abbia azzardato essere complice della “Champions League” dell’anarchia, come l’ha definita Sparagna riferendosi agli imputati del maxi processo. Insomma, per loro esistono dei cattivi che si spingono oltre il limite dell’accettabilità democratica, e se qualcuno osa essere solidale con i cattivi va represso a sua volta. Che sia da monito per tutti e tutte. Considerando l’essenza e il calibro delle parti offese è ancora più palese il messaggio inquisitorio: la risposta va data, qualcuno va per forza punito indipendentemente da un suo coinvolgimento provato nel fatto specifico che addirittura assume quasi meno rilevanza rispetto al contorno. E visto che sono anarchici solidali con i cattivi si prestano a pennello per una punizione esemplare. Non c’era bisogno di uno spionaggio ossessivo e maniacale delle nostre esistenze durato tre anni per ricavare la morale della favola da portare a processo, ovvero che questo mondo così com’è ci fa schifo e che non intendiamo vivere un’esistenza a testa china. Non ne abbiamo mai fatto mistero.

Anche a questo giro si riesuma la ben nota impostazione repressiva per cui quando avviene un attacco contro i tentacoli statali si inquisisce chi difende pubblicamente determinate pratiche e chi solidarizza con chi ne è accusato. In un momento storico come quello odierno, in cui ben oltre 300 compagni e compagne si trovano sotto  processo, è ancora più importante sottolineare che non esistono anarchici buoni e anarchici cattivi, che non cadiamo nel tranello delle loro divisioni strumentali, e che siamo solidali con chiunque abbia a cuore la lotta contro lo Stato. Che l’accusa di strage adoperata contro Alfredo e contro Juan accusato di un attacco contro la sede della Lega ci ripugna, e che è lo Stato lo stragista per eccellenza con la sua democrazia imposta a suon di bombe sganciate e chiavistelli, di filo spinato e di frontiere, di nucleare e di inquinamento elettromagnetico, di lavoro salariato, di terrorismo mediatico, di coprifuoco e indifferenza. E soprattutto ribadiamo che è lo Stato a colpire in maniera indiscriminata, nel mucchio.

Natascia e Beppe al momento sono ancora rinchiusi da quasi un anno e mezzo, in attesa di un processo che tarda ad arrivare dopo la pausa giudiziaria per il covid e dopo il cambio di competenza territoriale dalla procura di Milano a quella di Genova. Beppe si trova rinchiuso nella sezione protetti del carcere di Pavia sotto input del pubblico ministero che ha richiesto questa collocazione infamante, e a Natascia è stata recentemente richiesta dal carcere e riapplicata dal gip una censura stringente sulla corrispondenza con giustificazioni alquanto improbabili.

L’udienza preliminare è fissata per l’ 11 novembre al tribunale di Genova e da lì verrà poi deciso come procedere per il processo vero e proprio. In queste settimane si stanno aprendo e concludendo altri procedimenti e va ribadita vicinanza e solidarietà con le compagne e i compagni sotto processo per Scripta Manent, Bialystock, Lince, Panico, Scintilla,  Ritrovo, con chi è inquisito per i fatti del Brennero e con chi è ristretto per la sorveglianza speciale. Solidarietà con Juan, Carla e Vincenzo su cui pende la richiesta di estradizione per i fatti del G8 2001.

Solidarietà con Davide Delogu che non ha mai smesso di lottare nonostante i trasferimenti, con Mauro Busa accusato di aver sabotato un impianto ENI e una sede di casapound, e con tutti e tutte le prigioniere che andranno a processo per essersi rivoltati contro la normalità mortifera del carcere durante le prime settimane di marzo.

Un caloroso abbraccio a Natascia in sciopero della fame e a chi ha intrapreso lo sciopero del carrello di queste settimane.

Robert

Spagna: 14 prigionieri anarchici/libertari partecipano  allo sciopero della fame a rotazione

Dal 1° settembre scorso almeno 14 detenuti, per lo più anarchici, stanno partecipando a un nuovo sciopero della fame a rotazione contro le precarie condizioni di salute nelle prigioni spagnole. Rivendicano anche un programma in 14 punti contro l´isolamento in carcere (FIES/DERT), le torture e le violenze fisiche e  psichiche delle guardie carcerarie, la dispersione dei prigionieri lontano da casa loro, ecc. Ogni compagno fa 10 giorni di sciopero della fame, uno dopo l’altro, ogni mese 3 detenuti. La violenza nelle carceri spagnole è molto comune, ogni anno 200 detenuti muoiono nelle carceri spagnole in modo violento o a causa della droga, di malattie o per mancanza di cure mediche. Attualmente, in tempi di Corona, le condizioni in carcere sono diventate ancor più insopportabili (cibo cattivo, niente attività, niente visite…).

Nello scorso mese di agosto la nostra compagna Carmen Badía Lachos è stata violata da una guardia carceraria all’interno della parte “ospedaliera” della prigione di Zuera-prision (Saragozza). Soffre di cancro e usa una sedia a rotelle per muoversi, quindi questo psicopatico ha avuto un ‘gioco facile’ nel comportarsi da codardo. Carmen ha scritto  un comunicato pubblico su questo crimine maschilista. L’anno scorso Carmen aveva fatto un lunghissimo sciopero della fame (più di 2 mesi) per denunciare le sue condizioni di salute e per essere rilasciata  a causa del suo tumore incurabile. L’amministrazione del carcere non ha accolto le sue richieste… Il violentatore ha ricevuto minacce di morte da un prigioniero rimasto anonimo.

Il detenuto di lunga durata Claudio Lavazza in agosto è stato riportato in Spagna dopo essere stato giudicato a Parigi per una grossa rapina in banca (nel 1978) dove è stato condannato  a dieci anni di prigione in Francia, 41 anni dopo! Claudio è stato arrestato nel 1996 dopo una rapina in banca a Cordoba dove sono morti 2 poliziotti in un conflitto a fuoco. Anche il nostro compagno anarchico Gabriel Pombo da Silva è ancora in prigione , attualmente nel carcere di Leon. Nel 2013 era stato estradato in Spagna dalla prigione di Aachen, in Germania, con l´accordo preciso che avrebbe solo dovuto finire di scontare la condanna ricevuta in Germania e che, al termine di questa, sarebbe stato libero da tutte le imputazioni precedenti.  Così nel 2016 è tornato libero. Ma la sua libertà in La Spagna non ha avuto una lunga durata… solo perché, secondo l´opinione di un giudice di Girona,  Gabriel dovrebbe finire di scontare anche una sua  condanna trentennale del 1990… che sarebbero 16 anni in più dietro le sbarre! Ma i suoi amici e compagni stanno cercando di portare il caso al tribunale superiore di giustizia, così l’ultima la parola non è ancora stata detta.

Solidarietà con i prigionieri anarchici e rivoluzionari in tutto il mondo!
Abbasso tutte le mura della prigione!

DOMENICA 1 NOVEMBRE ORE 15 presidio sotto il carcere di Piacenza in solidarietà con Natascia, compagna anarchica in sciopero della fame dal 24 ottobre contro la censura della corrispondenza imposta su sollecito del carcere di Piacenza per la seconda volta nel giro di poco più di un anno.

Alle guardie di quella galera, alla comandante e all’ispettore che ne dirigono l’andamento con la loro arroganza e violenza, facciamo arrivare chiaro che Natascia non è sola, nonostante l’isolamento in cui vorrebbero confinarla.

A FIANCO DI NATASCIA IN SCIOPERO DELLA FAME E DI TUTTE/I LE/I PRIGIONIERI/E
Con Juan, Beppe, Nico, Fra, Carla e Alfredo in sciopero del carrello

Come sapete, i nostri compagni Francisco Solar e Mónica Caballero sono in carcere da luglio, accusati di vari attacchi esplosivi avvenuti tra luglio 2019 e febbraio 2020. I procedimenti legali contro di loro sono ancora aperti, così come i termini delle indagini, e non ci sono grosse novità al riguardo.

Per quanto riguarda la situazione di ciascuno dei due, abbiamo le seguenti novità:

Francisco Solar si trova ancora rinchiuso nella Sezione di Massima Sicurezza del Carcere (CAS), e negli ultimi tempi ha subito due perquisizioni, effettuate dai servizi di intelligence della polizia in collaborazione con le guardie. Sono state sequestrate le note di difesa del compagno, così come le bozze di testi, oltre a subire molestie continue da parte dell’accusa, che ha richiesto queste perquisizioni.

Mónica Caballero, da parte sua, si trova rinchiusa nel Modulo per i reati pubblici nella prigione di San Miguel, dove, per settimane, ha affrontato la censura totale delle comunicazioni. Nessuna lettera, non importa di che tipo, poteva entrare o uscire; infine, dopo ripetute insistenze, l’amministrazione penitenziaria ha stabilito un protocollo per permettere l’invio di lettere da parte della compagna, ma allo stesso tempo le ha proibito di inviarle direttamente dalla prigione per posta. In considerazione di questa situazione, abbiamo provvisoriamente impostato il seguente indirizzo, in modo che i compagni di altri paesi possano inviare a noi la loro corrispondenza, che poi faremo avere alla compagna:

Santa Isabel 0151, locale 6. Providencia. Santiago (Cile)

Nonostante le aperture e la fine dell’isolamento, nelle carceri non ci sono ancora stanze per le visite, ma solo la possibilità di fare telefonate e videochiamate, che vengono comunque monitorate dalle guardie.

Solidarietà con Mónica e Francisco!

Fonte: anarquia.info

Traduzione (dallo spagnolo): Inferno Urbano

COMUNICATO DI DAVIDE DELOGU

È un peccato non riuscire a leggere i vostri comunicati. Purtroppo, non potendo scrivere un contributo per la lotta, a causa del muro della censura che blocca, faccio uscire in questi pochi minuti le mie gioiose parole di complicità e tenacia tra noi prigionieri in lotta. Ritengo, infatti, importante la coesione come fattore di crescita della componente rivoluzionaria contro l’attacco del sistema penitenziario nella sua logica di seppellire, controllare e vessare. Una logica che porta avanti con metodi vessatori totalitari e attraverso una politica infame di aggressione con diverse forze autoritarie che agiscono come corpo unico per colpire più forte e per cercare di distruggerci. Contro l’annullamento dell’umano e dei miei principi con la tipologia dell’isolamento nell’isolamento con il 14bis in cui mi trovo, la mia risposta è «guerra».

Io considero che se toccano a uno di noi toccano tutti e ritengo che il mutuo appoggio e la solidarietà combattiva, come sta avvenendo in questa battaglia, possa rafforzare anche noi come corpo che si unisce quando bisogna mettere a compimento l’attacco e contro-attacco al nemico che vorrebbe annientarci. Da parte mia, nonostante tutto, è la conflittualità quotidiana che faccio esplodere contro le continue vessazioni e tutto ciò che esiste. Quindi nessuna pace. Oltre questo, continuo con il rifiuto di recarmi nel merdoso passeggio, lotta che dura già da mesi contro l’isolamento. Inizio lo sciopero del vitto dal 26 ottobre, sciopero che lego allo sciopero del vitto dei compagni dell’AS2 di Terni che hanno dato vita a questo percorso solidale di cui ne vado fiero, insieme a tutti gli altri compagni che partecipano nelle altre galere. Il mio sciopero dell’aria è illimitato mentre quello del vitto proseguirà oltre il 1 novembre, che in 14bis è come se fosse un mezzo sciopero della fame, per esprimere il mio appoggio solidale allo sciopero della fame di Natascia contro la censura. Unisco i miei scontri contro l’isolamento in questo contesto di scioperi per esprimere quindi anche il mio appoggio solidale a Natascia. Il mio sciopero del vitto proseguirà oltre il 1 novembre fino a quando Natascia non terminerà il suo sciopero della fame contro la censura.

Un abbraccio carico di forza di combattere a tutti i compagni e le compagne che dentro stanno andando contro la brutalizzazione del sistema sbarrocratico fino ai suoi accanimenti prepotenti e con l’auspicio che anche fuori si pratichi la rabbia che esplode nella solidarietà diretta più libera di agire.

Presoneri anarchicu, Davide Delogu

L’INIZIATIVA SI TERRA’ COMUNQUE AL CELS MA NON PIU’ AL CIRCOLO. SE VUOI SAPERE DOVE SCRIVI A puckdeiboschi@insiberia.net

Due giorni sullo scientismo e le tecnologie di controllo

31 OTTOBRE – 1 NOVEMBRE

31 ottobre, ore 17 – proiezione del documentario
“Fissate le luci, miei cari!” di Jordan Brown (2017)

Viviamo in un mondo di schermi. L’adulto medio trascorre la maggior parte delle sue ore di veglia davanti allo schermo di un dispositivo. Siamo abbacinati, siamo letteralmente dipendenti da Facebook, Google, Instagram, Twitter…

Come siamo arrivati a questo punto?

Chi ne trae beneficio? Qual è il loro impatto sugli esseri umani e sulla società nel suo insieme? Cosa succederebbe se l’intera esistenza umana venisse ridotta alla portata di un clic? Ed è davvero questo che vogliamo?
Fissate le luci, miei cari! — documentario indipendente realizzato senza fini di lucro — solleva tali interrogativi nel tentativo di tornare al mondo fisico reale, di formare una visione critica dell’odierna pervasività tecnologica guidata dall’interesse economico di poche compagnie e dalla ragione di ogni Stato. Affrontando temi come la dipendenza, la «privacy», la sorveglianza, la manipolazione delle informazioni, la modificazione del comportamento ed il controllo sociale, ci pone tutti davanti ad una domanda semplice quanto immediata: mentre il mondo è in fiamme, mentre ciò che resta dell’universo sensibile sta scomparendo, distrutto da un algoritmo, noi dove siamo?

1 novembre, ore 17 – presentazione del libro
«Contro lo scientismo» di Pierre Thuiller, S-edizioni (2020)

Dall’introduzione del libro:

Il nome di Pierre Thuillier, filosofo, epistemologo della scienza, di cui viene qui proposto il saggio breve “Contro lo scientismo” (1980), per la prima volta tradotto in italiano, risulterà sconosciuto ai più, anche a quelle lettrici e a quei lettori familiari con le opere di altri grandi critici della tecnica come Lewis Mumford, Jacques Ellul e Günther Anders. Eppure quella proposta da Thuillier, in questo come in altri suoi scritti (l’unico libro pubblicato finora in Italia è “La grande implosione. Rapporto sul crollo dell’Occidente 1999-2002”, introvabile da tempo), è una critica spietata alla traiettoria della civiltà occidentale e alle conseguenze disastrose verso cui ci sta portando. Se ne “La grande implosione” Thuillier affonda il coltello nelle radici culturali dell’odierno sistema di dominio tecno-scientifico, andando a ripercorrere i processi di urbanizzazione, lo sviluppo tecnico, l’ascesa dell’economia capitalista e il cambio di visione portato dalla scienza moderna che ne sono i prodromi, in “Contro lo scientismo” l’accusa è in particolare contro quest’ultima, la scienza, di cui vengono analizzati il percorso storicamente condizionato e l’ideologia mortifera di cui si fa portatrice.

(Dopo ogni iniziativa seguiranno dibattito e cena vegetale, porta qualcosa da mangiare e da bere)

A cura de Il Cigno Nero

Tutto quello che sta succedendo in questi giorni è molto affascinante. La rivolta contro l'addormentamento delle coscienze sta incendiando gli animi. Quando una vita di stenti attacca ciò che la opprime solo i difensori di questo mondo possono storcere il naso. Lo Stato ansima. La rivolta può divenire contagiosa, più di un qualsiasi virus prodotto e fomentato da questo mondo dell'orrore.

Senza colpo ferire

La non-violenza?

Gran bella idea, quella resa celebre molti anni fa da Gandhi! Da allora in tutto il mondo sono risuonate le sue parole, che parlano dell’orrore della violenza e della felicità che attende gli uomini non appena si decideranno ad addomesticare le proprie passioni. Siccome la dottrina proviene da una delle terre più povere del mondo; siccome udendola si ha davanti agli occhi l’immagine del sant’uomo che, per mettere in pratica le proprie convinzioni, si spogliò di tutto e visse in totale frugalità; siccome non si può dimenticare che il suo autore, a causa delle idee che professava, fu arrestato dalle truppe del colonialismo britannico; siccome è noto che egli morì tragicamente da martire della verità — non si può fare a meno di emozionarsi intimamente al suo pensiero. La lacrime riempiono gli occhi, ma il disgusto sale alla gola. Ecco un politicante figlio di politicanti dedito all’intrigo e all’opportunismo. Ecco un vecchio ipocrita che, dopo essere stato interventista guerrafondaio quando viveva in Inghilterra, si trasforma in pacifista non appena fa ritorno in India. Ecco un mistico fanatico che bramava per il proprio paese «la supremazia religiosa del mondo». La teoria lanciata da questo pontefice di tutte le castrazioni è il riassunto delle sue dottrine avvelenate. Non uccidere! Niente spargimenti di sangue! Nessuna violenza! Il bene finirà per trionfare sul male. Vale a dire: soffrite, accettate tutto, rassegnatevi alla volontà divina, pregate per coloro che vi perseguitano…

I seguaci del Mahatma s’indigneranno. A loro dire la non-violenza è una vera e propria tattica di lotta che ha dato prova della sua efficacia, in India, all’epoca dell’indipendenza dal dominio britannico. Eccolo qua, il mito fondativo che amano sbandierare per rendere più appetibile la loro dieta di rassegnazione. Il loro braccio potrà anche non ricorrere alla forza, ma la loro lingua di certo non rifugge la menzogna. Come ogni brava leggenda, anche l’acclamata vittoria del pacifismo in India si fonda sulla manipolazione. Nessun conflitto sociale presenta un’uniformità di metodi, in ogni contesto convivono azioni non-violente e violente. È risaputo anche dai seguaci della non-violenza, che infatti sono costretti a cancellare dalla storia tutto ciò che mal si concilia coi loro precetti morali.

Volete sentire una favola? C’era una volta un paese estremamente povero, l’India, vessato dal colonialismo di Sua Maestà l’Inghilterra. Sebbene la sua popolazione subisse massacri e feroci repressioni, non amava ricorrere alla violenza poiché questa ripugnava alla sua indole sensibile. Sotto l’illuminata guida di Gandhi, essa preferì costruire un movimento non-violento di massa dedito ad azioni di protesta, di non-cooperazione, di boicottaggio, a scioperi della fame e ad atti di disobbedienza civile che finirono col mettere in crisi il dominio britannico. Alla fine il Bene vinse la sua battaglia contro il Male, e l’India conquistò senza colpo ferire la sua indipendenza. Purtroppo la storia è assai meno nobile d’animo del mito. In realtà sono molti i fattori — fra cui anche le violente pressioni ricevute — che consigliarono al governo inglese di ritirarsi. L’Inghilterra non era più in grado di mantenere il controllo sulla sua colonia dopo le batoste riportate durante le due grandi guerre mondiali. Anche la lotta armata condotta sia da arabi che da ebrei in Palestina, dal 1945 al 1948, aveva contribuito ad indebolire l’Impero Britannico. E se gli echi di quella lotta fossero arrivati fino in India, cosa sarebbe successo? Ipotesi nient’affatto peregrina, se si considera che l’immagine non-violenta del movimento che si batté per l’indipendenza dell’India è del tutto selettiva e affetta da una certa parzialità. La non-violenza non fu prerogativa di tutti in India, l’opposizione al colonialismo inglese incluse anche l’azione armata. Ma i non-violenti preferiscono tacere questo aspetto, per poter meglio propagandare la leggenda che vuole Gandhi e i suoi seguaci come gli unici animatori della resistenza indiana. Nessuno di loro ricorderà Chandrasekhar Azad, che combatté a mano armata i colonizzatori inglesi, oppure Bhagat Singh, il rivoluzionario (e fiero ateo) che lottò per il «rovesciamento di entrambi i capitalismi, quello straniero e quello indiano» e le cui azioni di attacco contro strutture e uomini del dominio britannico gli valsero l’ammirazione e la simpatia di larghi strati della popolazione (catturato dagli inglesi, Singh ven- ne impiccato senza che Gandhi muovesse un dito in suo favore, cosa che gli procurò numerose ed aspre critiche; ma non è anche così che si eliminano i concorrenti?). E se davvero gli indiani erano tutti fedeli alla morale non-violenta, come spiegare che Subhas Chandra Bose, il candidato dell’ala più “estremista” del movimento, venne eletto per due volte presidente del Congresso Nazionale Indiano, nel 1938 e nel 1939?

Insomma, se oggi la storia si premura di ricordare il solo Gandhi a scapito di tutti gli altri che si sono battuti contro l’Impero britannico, non è perché abbia rappresentato la voce unanime dell’India. Egli era semplicemente il più rappresentativo dal punto di vista occidentale, colui su cui era più conveniente puntare: ecco perché la stampa britannica gli prestò tanta attenzione e perché venne ammesso ai negoziati con il governo inglese. Meglio avere a che fare con un leader politico riformista e religioso che più volte aveva espresso “fedeltà” e benevolenza nei confronti del dominio inglese, piuttosto che con qualche pericolosa testa calda sovversiva.

A questo proposito va anche precisato che il movimento di liberazione in India non vinse affatto: gli inglesi non furono costretti a lasciare l’India. Casomai, scelsero di modificare la forma di governo, passando da quella diretta a quella indiretta. Che razza di vittoria è quella che permette ai perdenti di dettare tempi e modi dell’ascesa dei vincitori? Gli inglesi vararono una nuova costituzione e trasferirono il potere sui propri successori scelti. Agitarono lo spettro del separatismo religioso ed etnico in modo da dividere l’India, le impedirono di acquisire prosperità e la resero dipendente dagli aiuti degli Stati occidentali. L’India è ancora sfruttata dalle multinazionali occidentali (sebbene diverse multinazionali indiane si siano unite al banchetto) e fornisce ancora risorse e mercati agli Stati occidentali. Sebbene l’India goda di maggiore autonomia in alcune aree, il che ha permesso ad un pugno di indiani di occupare posizioni di potere, sotto molti aspetti la povertà della sua popolazione non è diminuita e lo sfruttamento è diventato ancora più efficiente. Ciò non depone a favore della non-violenza, ma la sua utilità la si vede altrove e serve ben altri interessi. Nel Medioevo tutto ciò che era umano, e voleva durare, doveva accettare la livrea della fede; le scienze, le arti, la filosofia, erano tutte costrette ad indossare il cilicio. Oggi la fede, perduto l’antico prestigio, ricorre al travestimento umanitario. Finge di rinunciare ai dogmi per conservare solo la morale, lo spirito benefattore. Si copre con la maschera della devozione all’Umanità. La superstizione si camuffa in guida per la felicità terrestre.

Gandhi è stato utile come apripista. Dietro di lui si agitano un groviglio di personaggi sfuggiti ai seminari, vomitati da tutte le fognature, che predicano la passività e la rassegnazione. Dappertutto li si può sentir recitare le litanie della rinuncia e della pazienza. Si mescolano anche fra i ribelli, seminando lo scoraggiamento, incitando alla sfiducia, castrando le energie. Vengono a parlare di tolleranza. Ma non ci può essere tolleranza per il nemico. E nemico è anche colui che predica pazienza e rassegnazione, colui che si oppone all’uso della violenza. Nemico è anche chi sostiene che non bisogna attaccare e che bisogna attendere.

Attendere! L’operaio crepa bruciato vivo; attendete. La povertà costringe la donna a vendersi; attendete. Il bambino, fra il martello della famiglia e l’incudine della scuola, viene allevato al mestiere di bestia da soma; attendete. Il cibo con cui ci nutriamo è contaminato; attendete. L’aria che respiriamo è inquinata; attendete. Il territorio dove viviamo viene devastato; attendete. I ricchi diventano sempre più ricchi, i poveri diventano sempre più poveri; attendete. I banchieri vengono soccorsi, i risparmiatori vengono truffati; attendete. Il politico ciarlatano prospera e ingrassa; attendete. Le guerre mietono vittime in tutto il mondo; attendete.

Attendere cosa? Dopo la spaventosa mistificazione del passato, cosa c’è da attendere? Ricordate le speranze che i continui passi avanti del progresso fecero nascere in molti? Tutte le chiacchiere sulla liberazione dalla schiavitù del lavoro, sul benessere infine disponibile per tutti, sulla parità e l’uguaglianza sociale… Anni e anni di miseria, di attesa vana, di disperazione. Guardate a che punto siamo oggi: all’imminente catastrofe del presente, alla terrificante assenza di futuro. E questo perché? Perché, anziché lasciare che la rabbia armasse i nostri cuori e le nostre braccia, si è preferito dare ascolto alle infamie della moderazione, della tolleranza, della non-violenza.
Attendere cosa? Non siamo forse divisi da un abisso, i poveri da una parte e i ricchi dall’altra? Tutti i poveri sanno che, se soffrono e crepano, è a causa dell’esistenza dei ricchi. Tutti i ricchi sanno che, se godono e gozzovigliano, è grazie alla mansuetudine dei poveri. Esiste un solo ricco che non sappia perché mangia? Esiste un solo povero che ignori perché viene mangiato? Non c’è più tempo per le ipocrisie. Non si può più fare spallucce.

I non-violenti predicano una religione di pace… vogliamo forse la pace, noi? No di certo! È la guerra, la guerra senza quartiere contro l’ordine sociale imposto dall’Autorità e dal Mercato. I non-violenti ci aspettano al varco per rammentarci che tutte le rivoluzioni del passato sono fallite, finendo col dar vita a nuovi regimi ancora più oppressivi. Da quale pulpito elevino questa loro predica, lo abbiamo già visto. Non ci risulta che esista un’idea o un metodo che possa vantarsi di aver dato la felicità all’uomo. E allora, dovremmo per questo rinunciare a cercare di raggiungerla? Già udiamo la seconda obiezione: non si può eliminare la violenza con altra violenza! Ma benedette creature, noi non vogliamo affatto eliminare la violenza. Mica siamo frati. Vogliamo che essa sia una delle tante occasionali espressioni dell’Individuo nei suoi rapporti diretti con ciò che lo circonda, e non la perenne intimidazione dello Stato che impone la propria autorità. D’altronde, senza la violenza come si potrà costringere il Potente e il Ricco a rinunciare ai propri privilegi, come si potranno neutralizzare i loro cani da guardia? I non-violenti lo sanno. Sono astuti, loro. Pensano che alla fine la virtù trionferà sul vizio. «La nostra santità li fulminerà», blateravano anni fa alcuni di loro. Macchè! I tiranni non hanno una coscienza da convertire e godono di ottima salute, almeno finché non finiscono sotto un mirino. È solo la nostra dignità a rimanere fulminata. Bisogna condannare ogni forma di violenza, dicono i politici che votano in favore della guerra. Bisogna farla finita con ogni forma di violenza, dicono i militari mentre sganciano le loro bombe. Bisogna contrastare ogni forma di violenza, dicono gli sbirri dal manganello facile. Anche loro sono contro la violenza, ma solo quella degli oppressi. La violenza in uniforme, quella sempre pronta a scattare sull’attenti, la adorano e la praticano con fervore. Cos’altro è lo Stato se non il monopolio della violenza? Anziché sfidare questo monopolio, i non-violenti lo ribadiscono. Sappiate che solo noi possiamo usare la violenza, tuonano i funzionari di Stato. Sappiate che noi non useremo mai la violenza, tuonano gli ideologi della non-violenza. Gli opposti si attraggono e fanno una coppia perfetta. Lo Stato e la non-violenza sono fatti per intendersi, come il sadico e il masochista.

[da: Machete n°3 – Novembre 2008]

«L'uomo moderno si è già spersonalizzato così profondamente da non essere più sufficientemente umano da tener testa alle sue macchine. L'uomo primitivo, affidandosi al potere della magia, confidava nella sua capacità di dirigere e controllare le forze naturali. L'uomo post-storico, avendo a disposizione le immense risorse della scienza, ha così poca fiducia in se stesso da essere disposto ad accettare la propria sostituzione, la propria estinzione, piuttosto di dover fermare le macchine o anche solo di farle girare ad una velocità inferiore»
Lewis Mumford, 1956
 

Riassumere un'epoca, descriverne i tratti generali e distintivi, penetrare nei rapporti sociali che la reggono è forse un'impresa impossibile. Potrebbe persino comportare — come spesso accade nelle opere di storici, antropologi, sociologi e compagnia — di pervenire ad un'approssimazione distorta, a genericità che prescindono dal reale rapporto tra società, comunità e individui. In altre parole, quando si parla della cultura di una data epoca si corre fortemente il rischio di lasciare nell'ombra gli individui che se ne distaccano, che se ne separano, che conducono o cercano di condurre un'altra vita, differente. Tuttavia, l'individuo umano non è esente da una propensione ad assimilare i comportamenti altrui, né da un terribile gregarismo che può trasformarlo in docile schiavo o in feroce soldato. Ogni volta che si parla della cultura di un'epoca, di un raggruppamento umano, ci si riferisce sempre alla maggioranza, benché non si dovrebbe mai dimenticare che ogni individuo, anche il più gregario, anche il più conforme ai comportamenti dominanti, è a sua volta attraversato da molte contraddizioni, e può anche essere tentato, davanti ad una delusione o ad un'occasione, di sfuggire alla regola e di costituire un'eccezione. La storia è piena di esempi di come un comportamento accettato come norma generale, che in effetti stabilisce i costumi e le abitudini di una società, abbia spesso diversi effetti indesiderati, più nascosti, più clandestini e tuttavia altrettanto costitutivi della società. Per fare un facile esempio: quando, con l'avanzare dell'industrialismo capitalista, la famiglia nucleare tende ad imporsi come modello (prima in seno alla borghesia, poi negli altri strati della società), si sviluppano affianco altre pratiche, magari contro il modello del matrimonio, pietra angolare della famiglia nucleare patriarcale. È importante tener sempre presente che nessuna descrizione generale di un'epoca può pretendere d'essere esaustiva, né a livello di società, né tantomeno a livello di individuo.
Questa premessa appare necessaria se si intende abbozzare, con devastanti conseguenze per l'idea, per il sogno dell'essere umano libero, ciò che della mentalità contemporanea è in procinto di dominare le relazioni e gli individui. Le modificazioni e i cambiamenti a livello economico, tecnologico e sociale hanno infatti assunto una tale velocità che qualsiasi tentativo di descrizione potrebbe rivelarsi del tutto vano. È un po' come accade agli economisti più lucidi (e bisogna cercare bene per trovarne qualcuno in mezzo ai ciarlatani dell'utilità) che hanno rinunciato da almeno due decenni a fare ulteriori previsioni sullo sviluppo economico, rendendosi conto che la velocità del cambiamento è tale che qualsiasi previsione, già discutibile in partenza, non è altro che pura speculazione. Ciò non impedisce alle loro speculazioni di produrre effetti notevoli, come quelli che indicano oggi la scomparsa delle specie, ma più che di previsioni si tratta di self fulfilling prophecies (profezie che si auto-realizzano), un concetto d’altronde nato nell’ambito degli economisti. In ogni caso, i cambiamenti nei comportamenti quotidiani si diffondono e si generalizzano così rapidamente che presto non avremo più bisogno dell'iperbole critica di cui si serviva il filosofo tedesco del secolo scorso per mettere in guardia dal fallimento morale che comporta la tecnologizzazione del mondo.

Dalla caserma all'open space
Dopo un primo periodo di caotico e selvaggio sviluppo dell'industria che ha devastato ciò che generalmente veniva ritenuto immutabile sebbene questo stato stesso avesse una sua storicità, l’industrializzazione ostentava le sue prodezze tecniche mentre si rivelava del tutto incapace di mascherare la miseria e l'angoscia che dispensava con le sue miniere e le sue fabbriche, dando impulso per altro a correnti politiche aspiranti ad una regolamentazione. Sia che si tratti del socialismo, con l'idea di un'economia pianificata in funzione dei bisogni della società-Stato; o del liberalismo democratico, con l'idea di un'economia di mercato regolata da uno Stato-arbitro rappresentante i differenti interessi; o del fascismo, con l'idea di un'economia corporativista: tutte queste correnti di massa hanno cercato di fornire una risposta agli assalti della tecnica e agli inediti sconvolgimenti che ne derivano. Il «vuoto morale» generato dalla disumanizzazione dei rapporti sociali non poteva che ricevere, da destra come da sinistra, una risposta da caserma. Parallelamente all’implicita standardizzazione indotta dalle tecniche industriali dell'epoca, i rapporti sociali a loro volta avrebbero seguito lo stesso percorso. L'intera società cominciava ad assomigliare ad una vasta caserma che non aveva più nulla da invidiare al conformismo delle precedenti società contadine, grazie ad una cultura uniformante che prese slancio durante e dopo la Seconda guerra mondiale. Il consumo di massa veniva allora concepito come una forza molto più potente di arruolamento, livellamento e coesione. La mentalità della fabbrica era una mentalità rigida, inflessibile, con orari cadenzati senza eccezioni (si pensi ad esempio allo sradicamento dell'usanza del Lunedì Santo). In cambio di una vita così triste, si profilava infine all'orizzonte un certo benessere materiale per sempre più strati oppressi dalla società industriale.
Negli anni 70 questa mentalità avrebbe finito per incrinarsi e vacillare, soprattutto sotto l'assalto dei disadattati, degli insoddisfatti, dei sognatori e dei giovani ribelli, con grande sorpresa dei vecchi rivoluzionari da caserma i quali pensavano che ridipingere i muri potesse bastare alla felicità di massa. Rifiuto del lavoro (non creativo), rifiuto delle abitudini rigide, rifiuto della standardizzazione e dell'uniformità, rifiuto di un'identità ancorata al luogo di produzione. Dopo aver eliminato i residui sovversivi contenuti in quegli assalti, dopo aver assassinato, rinchiuso e frantumato le minoranze rivoluzionarie spesso ancora portatrici di certe teorie da caserma (marxismo, leninismo, socialismo di Stato...), questo slancio proteiforme avrebbe incontrato il triste destino di essere assorbito, una volta mutilato e amputato, all'interno di una vasta ristrutturazione della società nel suo insieme. Oggi, questo movimento sembra sul punto di realizzarsi. Gli antichi equilibri economici sono stati trasformati, le mentalità incompatibili con i nuovi modelli di produzione sono state eliminate o isolate, il terreno per far crescere un altro capitalismo occidentale è stato fertilizzato a furia di delocalizzazione, di smantellamento delle grandi strutture produttive e dei loro corollari politici (sindacati, partiti, ecc.), di automazione, di ridefinizione del rapporto tra lavoro e fuori-lavoro (sfumandone i confini), di una certa liberalizzazione dei costumi, ecc.
In ogni caso, la mentalità da caserma d’altri tempi sembra essere oggi più retrograda che mai. La rigidità moralista, basata sui modelli cristiani, ha lasciato posto ad un consumismo per cui la mercificazione di tutti i settori della vita, fino a quelli più intimi, è diventata la norma. E la brutale accelerazione di questi profondi cambiamenti non avrebbe potuto prodursi (senza provocare, potenzialmente, insurrezioni in grado di aprire le porte dell'ignoto), non avrebbe potuto avvenire senza l'introduzione e la generalizzazione delle tecnologie all'interno di tutti i settori della società.

Una nuova mentalità in un nuovo mondo
Vale sempre la pena di ripeterlo. L'industrialismo, le tecnologie, non sono responsabili solo della devastazione e dell'intossicazione duratura del pianeta e dei suoi abitanti. Implicano anche una mentalità che ha il pregio paradossale di presentare molti aspetti di libertà svuotandoli completamente dall’interno, cioè rendendoli incapaci di aspirare alla libertà. Un liberalismo funzionale che è l'esatto opposto del rapporto anarchico con quest'ultima. Oggi, nel nuovo mondo, non si parla ad esempio di luoghi di lavoro, ma di open space. Non si parla di produzione, ma piuttosto di creazione. Non ci si rivolge ai dipendenti, ma ai collaboratori. Non si provoca obbedienza, ma partecipazione. Ovunque questa nuova mentalità, determinata a farla finita con le ultime roccaforti dell'industrialismo «antiquato», fiorisce, prende slancio, riunisce risorse e capitali per «irrompere» sui mercati. E questo cambia tutto, capovolge tutto. Ad una velocità incredibilmente elevata. Chi avrebbe mai pensato che il piccolo piacere colpevole del sabato sera, dopo una dura settimana di sfruttamento, di ordinare una pizza consegnata a domicilio, sarebbe diventato un modello di nutrimento esteso ad un’infinità di altri campi? Che il «lusso» di passare una notte in albergo si sarebbe «democratizzato» fino a trasformare tutti gli appartamenti del mondo in potenziali suite d'albergo?
Col rischio di fissarci sull'albero piuttosto che sulla foresta, potremmo dire che la tecnologia che sta devastando profondamente quanto credevamo di conoscere dell'«essere umano» e del suo modo di relazionarsi con gli altri, è rappresentata da una sottile scatola metallica con uno schermo luminoso e tattile. Dopo la sua diffusione, impossibile fissare un appuntamento con qualcuno in anticipo. È troppo rigido, non rientra nella permanente flessibilità cui siamo condannati (o meglio, che si presume si voglia vivere come un misero surrogato di libertà). Difficile contare su un accordo preso, perché tutto è soggetto a un cambiamento dell'ultimo minuto, d’urgenza, in diretta. Complicato mantenere un segreto o una situazione vergognosa, perché tutto si condivide, va condiviso, pena l’essere asociale. Impossibile non precisare dove siamo, cosa facciamo, perché è la prima domanda che lo schermo o l'interlocutore ci pone prima di avviare quello che ormai passa per dialogo.
Ci si è quasi dimenticati che parlare con qualcuno faccia a faccia non è la stessa cosa che pronunciare parole con o su uno schermo, dietro il quale si trova possibilmente un essere umano. Che mettersi d'accordo con qualcuno non significa implicitamente che si possa cambiare all'ultimo minuto attraverso quella maledetta protesi tecnologica ciò che si era stabilito appena ieri. Abbiamo dimenticato che trascorrere del tempo con qualcuno esclude la presenza di questo fantasma che si intromette nelle relazioni a suon di rumori di chiamata e luminosità cangianti. Abbiamo dimenticato che non è possibile abbandonarsi ad una intensa, a volte sofferta, ma particolarmente umana attività di riflettere quando da un momento all'altro, come un prigioniero nella sua cella, può fare irruzione il guardiano tecnologico. Magari non ce ne siamo dimenticati, ma abbiamo semplicemente rinunciato, più o meno velocemente a seconda della nostra propensione al gregarismo o all'adattamento, stanchi ed esausti di resistere ancora alle sirene e alle sollecitazioni del padrone, della famiglia, degli amici che ci vogliono bene.
I rari «partigiani» che ancora bandiscono, o che semplicemente cercano di limitare drasticamente o ridurre la presenza del collare elettronico del cellulare, hanno vita dura. Non solo perché devono fare i salti mortali se sono in attesa di un contatto con un'istituzione, un'azienda, un proprietario, un medico qualunque (che chiameranno quando e come gli conviene), non solo perché quasi nessun lavoro è ormai disponibile senza essere costretti a comunicare permanentemente col capo e coi colleghi, non solo perché passano di mente gli inviti alle varie socialità (fissati quasi esclusivamente tramite il fantasma, e ovviamente all'ultimo minuto, soggetti agli eterni mutamenti di ora e di luogo...), non solo perché rischiano di perdere ogni contatto (se non rinnovano la loro presenza digitale, cessano di «esistere» agli occhi degli altri).
Hanno vita dura anche perché non è solo la caserma o il prete, non è solo la scuola o il lavoro a far loro subire tutto questo, ma anche i loro cari contribuiscono a questa tirannia della flessibilità. Anch’essi li espongono alla sottomissione dei bit e dei byte. Anch’essi impongono, a volte contro il loro volere e contro la loro (esplicita) volontà, una frequentazione obbligatoria e dolorosa con il fantasma-guardiano, costruendo, anello su anello, catena su catena, il collare tecnologico attorno al loro collo. In nome dell'amicizia, della compagnia, dell'amore, della condivisione, ovviamente. E forse è proprio questo l'aspetto più terribile. Come far capire ad un amico che non solo non sai parlare al telefono, ma che per di più non ti piace affatto farlo? Come far sì che la tua rabbia, la tua frustrazione, il tuo disgusto dopo l'ennesimo cambio di appuntamento per mezzo del fantasma-guardiano non passi per rigidità altezzosa, arroganza elitaria, incapacità di comprendere le preoccupazioni altrui? A volte si ha l'impressione, in mezzo agli ultimi dei Mohicani, che sia tutto vano. Stanchi di apparire irascibili e inflessibili, si finisce per accettare di diventarlo: infrequentabili, troppo rigidi e «per niente fighi».
All'inizio degli anni 90, un testo anarchico ci metteva già in guardia dall'arrivo della nuova mentalità forgiata nei laboratori del potere: flessibile, povera di contenuti e basata «sull’aggiustamento nel breve periodo, sul principio che niente è certo ma tutto si può aggiustare». Questa mentalità «produce un degrado morale in cui la dignità dell’oppresso finisce per essere contrattata e svenduta dietro la garanzia di una penosa sopravvivenza». Laddove «tutto collabora e concorda nel costruire individui modesti sotto ogni aspetto, incapaci di soffrire, di trovare il nemico, di sognare, di desiderare, di lottare, di agire», l'anarchismo e gli anarchici non possono che adattarsi col rischio di scomparire in quanto tali. Ed è questo ciò che forse sta accadendo, anche se è difficile rendersene conto e per illustrarlo ci si riduce ad invocare un'immagine stupida e limitata come quella dell'uso generalizzato del collare comunicativo. Come hanno potuto degli anarchici diffondere seriamente non molto tempo fa una proposta come quella della connessione permanente per tentare di sfuggire alle sue nefaste conseguenze? Come ha potuto un qualsiasi anarchico finire con l'accettare di andare in giro in modo permanente con un microfono e un GPS addosso, ossia anche al di là di ogni «necessità» ritenuta inevitabile (come essere raggiungibile per lavoro, per esempio), esponendo non solo se stesso ad intercettazioni e tracciamenti inopportuni, ma anche qualsiasi persona nota o sconosciuta che entra nella gabbia dalle sbarre invisibili che si porta in tasca?
Alla fine degli anni 90 un saggio uscito dall'università ha avuto il merito di cogliere le caratteristiche del nuovo spirito: «L'immagine del camaleonte è tentatrice per descrivere il professionista che sa condurre i propri rapporti al fine di andare più facilmente verso gli altri», giacché «l'adattabilità è la chiave d’accesso allo spirito di rete». Ecco perché è «realista, in un mondo in rete, l'essere ambivalenti…, perché le situazioni che si devono affrontare sono esse stesse complesse ed incerte». Senza troppe ipocrisie, veniva riconosciuto che ciò equivale al «sacrificio… della personalità intesa nel senso di una maniera d’essere che si manifesterebbe con atteggiamenti e comportamenti simili quali che siano le circostanze». Insomma, «per sistemarsi in un mondo connessionista, bisogna mostrarsi sufficientemente malleabili». E chi non accettasse di diventarlo? Allora non ci sono dubbi, «la permanenza e, soprattutto, la permanenza in se stessi o l'attaccamento duraturo a dei "valori" sono criticabili in quanto rigidità incongrua, ovvero patologica. E, a seconda dei contesti, in quanto inefficacia, maleducazione, intolleranza, incapacità di comunicare».

Il prezzo da pagare
Rifiutare la mentalità inculcata dalla scatola metallica e dal suo mondo pare significare scavarsi la fossa, rimanendo in disparte e dimenticati. Non essere connessi equivale ad essere asociali, cupi, intolleranti, rigidi. E non c'è dubbio che il prezzo da pagare per tentare di non farsi fagocitare dall'alta marea della tecnologia della «comunicazione» continuerà ad aumentare col passare delle stagioni e degli anni. Il fantasma-guardiano è diventato così inevitabile, sia che si resti tra i pochi disertori e refrattari che rifiutano di terrorizzarsi quotidianamente a suon di chiamate e messaggi, sia che ci si veda condannati a una solitudine simile a quella che recentemente descriveva un compagno cileno, come quella che va di pari passo con una esistenza trascorsa in clandestinità. Perché in fondo, forse si tratta proprio di una nuova forma di «clandestinità» da sperimentare: quella di sottrarsi ai tentacoli della piovra tecnologica. Non solo, ovvero non tanto per sfuggire alle malintenzionate attenzioni della macchina repressiva in divisa e in toga, quanto per combattere passo dopo passo una repressione quotidiana ben più importante, se così si può dire, che è l'adattamento al nuovo mondo da incubo in movimento. Privare la piovra delle sue antenne e delle sue fibre ottiche perderebbe infatti molto significato se si lasciasse, senza combattere, penetrare il suo veleno nelle nostre vene e in quelle dei nostri complici e cari.
«L'uomo può costruire fuori di sé solo quello che ha innanzitutto concepito dentro di sé», ammoniva un poeta sognatore dell'impossibile. Per costruire un mondo senza autorità, bisogna prima concepirlo. Non programmarlo, schematizzarlo o misurarlo. No, solo concepirlo, nel duplice significato della parola: pensarlo è fecondarlo. Ma per concepire un mondo, bisogna disporre in noi di altro che non sia un riflesso. Ed è proprio questo aspetto dell'umano ad essere ora il bersaglio, assalto dopo assalto, del mondo tecnologizzato. Non si può combattere questo «nuovo umano», questo «uomo nuovo», questo zombi flessibile e connesso — e che cova in ognuno di noi — senza concepire, nel nostro intimo e all'interno dei nostri circoli di affinità, un mondo, un immaginario, un sogno che si distingua qualitativamente dal mondo-gabbia in cui siamo costretti a sopravvivere. Questo immaginario non può rimanere compartimentato nel nostro cervello e nel nostro cuore, a meno di soffocare per il dolore: deve anche invadere la realtà. Al di là delle lotte da intraprendere, delle azioni da considerare, dei conflitti a cui partecipare, o meglio, intimamente con essi, si pone una questione di etica pratica. Rifiutare per quanto possibile, e fino all'impossibile, l'invasione dell'elettronica, non coltivare la dipendenza dagli strumenti tecnologici, non adattarsi all'era dell'istantaneo. Continuare ad occuparsi dell'inchiostro sulla carta per aprirsi su qualcosa di diverso da una squallida riproduzione dell'esistente, appropriarsi del contenuto di questi oggetti quasi desueti che assorbono così rapidamente la polvere del tempo, per arricchire la propria unicità dall'esperienza limitata. Non contribuire all'impoverimento del linguaggio, creatore di mondi. Evitare il ricorso alla tecnologia per risolvere problemi che fino a ieri non ne avevano bisogno. Rifiutare, a costo di apparire obsoleti, intrattabili, irritanti, il modello del «nuovo umano» che si sta diffondendo intorno a noi.
Ecco il nuovo partigiano, un nuovo genere di clandestinità, necessaria per lottare, agire e respirare, in un mondo interamente connesso.

Tratto da

Avis de tempêtes, n. 34

Traduzione: Finimondo