Retate nelle strade, stupri, soprusi e continue violenze nei centri di detenzione: questa è la quotidianità che lo stato offre alle donne migranti. Uno stato fascista e razzista fondato su machismo e cultura dello stupro; al di là dei propagandati progetti della polizia in difesa delle donne contro la violenza di genere, questo è uno stato che dice di proteggerti e nella realtà, al contrario, si trasforma in un ulteriore pericolo per la tua libertà e la tua vita.
Questo è ciò che è successo a Olga (nome di fantasia), una delle tante donne che spesso trovano il coraggio di liberarsi dalle loro relazioni violente. Olga è una donna ucraina che, nel momento in cui si è rivolta alle forze dell’ordine per denunciare le violenze agite da quello che era il suo compagno, è stata rinchiusa nel Centro di Identificazione ed Espulsione di Ponte Galeria, da dove la deporteranno a breve, perché la sua condizione di “irregolare” ha prevalso sulla sua richiesta di aiuto. Non si tratta di un caso isolato: ogni giorno le migranti devono vivere sulla propria pelle gli effetti di questo stato che le umilia, le sfrutta, le criminalizza e imprigiona per perpetuare poi le stesse violenze all’interno delle mura infami di un CIE.
Ogni giorno le donne migranti portano avanti le loro resistenze a questo sistema razzista fatto di confini e galere.
Non chiediamo allo stato di difenderci dalla violenza che esso stesso produce e di cui si nutre.
Quello che vogliamo è continuare a sostenere le lotte di chi a tutta questa brutalità si ribella, di chi resiste nei CIE, di chi si oppone alle deportazioni.
Quello che vogliamo è la libertà per tutte le donne recluse.

nemiche e nemici delle frontiere

Tratto da hurriya.noblogs.org

Un consiglio per chiunque lotti contro questo mondo di merda. Dentro a questo opuscolo troverete anche qualcosa di scritto uscito da noi, riguardo il tentativo della questura di Cremona di affibiare la Sorveglianza Speciale ad un nostro compagno. Tentativo andato a vuoto, appunto... 1312 sempre!

da rete-evasioni

Scarica e leggi l’opuscolo [pdf - 4,6 Mb].

Per richiedere delle copie potete scrivere alla mail: evasioni@canaglie.org

Questo opuscolo è un tentativo di fornire strumenti utili alla comprensione dell’articolato e multiforme apparato repressivo dello Stato. Siamo convintx che studiare e analizzare le evoluzioni delle strategie repressive sia utile a diffondere consapevolezza e, di conseguenza, a sviluppare strategie di lotta concrete. Siamo consapevoli della non esaustività di questo scritto: ci siamo, infatti, concentratx sugli ultimi due anni e su quelle situazioni che più conosciamo, raccogliendone all’interno i comunicati e le dichiarazioni dei compagni e delle compagne colpitx dalla repressione in quanto attivamente partecipi alle lotte nei luoghi che attraversano e in cui vivono. Ad oggi ci troviamo a dover constatare quanto accanita sia la repressione, a fronte di un livello di conflittualità tutto sommato a basso potenziale. Certo la presenza di compagnx nei contesti di lotta può rappresentare, per lo Stato e i suoi apparati, un ulteriore pericolo per l’attuazione dei loro mortiferi progetti. Così come allo Stato potrebbe essere utile far terra bruciata e sbarazzarsi del nemico, cioè di chi per condizioni di vita o di ideale rappresenta e rappresenterà l’ostacolo anche in un futuro (neanche troppo lontano) che si delinea reazionario e autoritario. Un futuro che è costruito pezzo su pezzo, con più o meno accelerazioni, dalle attuali politiche e propagande di terrore, di guerra tra poveri, di desolidarizzazione, di prevaricazione e competizione.

Per continuare a lottare è necessario ristabilire un “rapporto di forza” con lo Stato che al momento non è certo a nostro favore. Scegliere di arretrare significherà la ineluttabile riduzione dello spazio di agibilità e di partecipazione. Nell’ultimo periodo abbiamo visto come in diverse città e in diverse situazioni questo discorso inizi a prendere corpo. Alcuni compagni e compagne hanno deciso di non sottostare alle misure preventive, dichiarando apertamente di non volerle rispettare. A loro tutta la nostra complicità e solidarietà. Complicità e solidarietà che non negheremo, come non abbiamo mai negato, a chi per condizioni di vita, scelte contingenti e quant’altro, ha deciso e/o deciderà di non violare le restrizioni imposte. È importante, a nostro avviso, comprendere la diversità delle scelte senza scivolare in atteggiamenti e rigidità manichee. Il rifiuto delle restrizioni che si volevano imporre è senz’altro un segnale forte che però non può rimanere il solo, ricadendo esclusivamente su chi ha deciso di agirlo. È necessario sviluppare ed estendere insieme percorsi di lotta di più ampio respiro.