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«La libertà può essere soltanto la libertà totale; un pezzetto di libertà non è la libertà»

Max Stirner, L'unico e la sua proprietà

Sembra che questo vaccino abbia cancellato con un colpo di spugna tutte le lotte portate avanti contro gli ogm, le biotecnologie, le nocività e il mondo che le produce. Abbiamo dimenticato che, come Cassandre, avevamo previsto che il cavallo di troia per fare accettare queste nuove tecniche sarebbe stata la salute: quale occasione migliore di questa pandemia che ha accelerato tale processo?

E oggi fatichiamo a prendere una posizione di critica verso quegli anarchici che scelgono di vaccinarsi, o peggio ancora sollecitano la vaccinazione, per paura di essere impertinenti in un ambiente ormai impregnato dal politicamente corretto… “Amare riflessioni. D’altro canto, se non si sollevano problemi spiacevoli, se non si sconvolge la pace di una lettura prima di addormentarsi, che senso può avere scrivere queste righe?” …parafrasando Bonanno.

Se la critica non è feroce, tagliente, e serve non a porsi domande ma a crogiolarsi nelle proprie sicurezze fatte di slogan e argomenti sempre uguali, che senso ha dibattere?

Allora non è più confronto, discussione ma sterile accondiscendenza per riconfermare la nostra identità chiusa in quel “noi” che si contrappone a quel “loro”. Restano solo opinioni che sono cosa diversa dalle idee. Queste ultime nascono dalla costante messa in discussione di noi stessi, aprono domande buie a cui si fatica a trovare risposte, talvolta richiedendo uno sforzo doloroso.

Ma, ben considerando, se il suo anarchismo è solo quest’insegna polverosa e ridicola, in un terreno di certezze monotone e scontate, restano quelli per i quali il proprio anarchismo è scelta di vita e non una concezione da contrapporsi in un tragico e irrisolvibile ossimoro ai mille problemi di apparenza che la società codifica e impone.

Un momento prima ad urlare che le scelte personali sono politiche e quello dopo a rimarcare che libertà di scelta è un fatto individuale… quanta ipocrisia per nascondere la propria pochezza di pensiero per chi considera il proprio anarchismo l’acquietante palestra delle proprie e delle altrui opinioni su come immaginarsi un mondo che non c’è – né mai ci sarà (A. M. Bonanno, Distruggiamo le carceri).

Parole forti, mi si dirà, ma il tempo che viviamo richiede prese di posizione forti perché se la democrazia è libertà di scelta, come recita lo slogan “Senza libertà di scelta non c’è democrazia”, dovremmo riflettere bene… altrimenti sarebbe più sensato andare a votare.

Non mi si chieda di non giudicare, con quel fare bigotto, le azioni altrui se hanno un impatto anche sulla mia vita perché io non ho fatto nessun voto clericale. E con le lotte contro gli ogm ci siamo dimenticati che, come ogni altra nefandezza di questo mondo, noi prima di tutto dovremmo essere contro la società che li produce. Quindi non siamo, solo a chiacchiere, contro gli ogm e le biotecnologie ma anche con i fatti. Fatti e preparazione di fatti (A. M. Bonanno, Distruggiamo le carceri).

La tecnica è la coscienza di un’epoca in cui gli individui sono stati reificati, trasformati in oggetti.

La tecnologia è prima di tutto un rapporto sociale, una costruzione dialogica di un “immaginario”, un modo di vedere le cose, di pensarle ancora prima di concretizzarle, che trasformando la percezione della realtà si sostituisce alla realtà stessa.

Stiamo vivendo un momento storico ben preciso, i rapporti di potere si stanno ristrutturando accelerati dalla pandemia e non riusciamo a cogliere il risvolto collettivo di ciò che la vaccinazione comporta in termini di apripista ad un mondo dominato dall’ideale scientista nato con il capitalismo. La Tecnica si sta rendendo sufficientemente indispensabile per imporre a ciascuno di arrendersi alle proprie condizioni.

Lì dove c’è ideologia si sviluppa un immaginario in cui viene ridefinito il concetto di libertà che diventa libertà di scelta e sposta l’accento da un piano collettivo ad uno non più individuale ma intimista.

Di fronte ai limiti della materia gli umani si lasciano affascinare dal discorso tecnologico nello stesso modo in cui si fanno trasportare dalla fede religiosa: le minacce e le promesse producono paura e speranza.

Non c’è necessariamente coincidenza tra libertà e molteplicità di scelta. In realtà esistono solo ordini di scelta e zone di scelta. La zona di scelta è perfettamente delimitata dal sistema tecnico: ogni scelta avviene all’interno del sistema, nulla lo oltrepassa. Si può dire che le scelte all’interno delle società tecnica vengano fatte altrove rispetto alla realtà di colui che sceglie. Le scelte possibili sono quindi delimitate dal sistema. Le nostre scelte non sono mai reali, si basano solo su ciò che la tecnica ci mette a disposizione.

L’abilità della tecnologia permette di ridurre le reali capacità di comprensione dello sfruttato.

Egli non riesce a vedere la sua co-responsabilità in una vaccinazione di gregge – come dicono gli esperti – che inocula materiale geneticamente modificato o bioingegnerizzato da cui non si potrà più tornare indietro al netto delle conseguenze. Non vede, come invece successe ai luddisti, la miseria a cui la tecnica lo condanna. Non vede che il mondo da domani sarà completamente diverso, che la dittatura tecnica astratta e benefattrice sarà molto più totalitaria della precedente. Non vede che la sua stessa vita è un susseguirsi di ricatti e dopo questo ne seguiranno altri sempre più invasivi.

Non vede perché accecato dalla paura. Di perdere il lavoro, di morire.

Ed è sulla paura che ogni dittatura democratica si fonda e cresce in potenza.

Abbattere il dominio significa fare i conti con le proprie interne paure, guardarle in faccia e superarle per non farsi appunto dominare. Forse questo è il compito più difficile di un anarchico: avere il coraggio di affrontare le paure (il carcere è la forma più alta di ricatto misto a paura che un individuo si trova a dover fronteggiare, credo) perché questo mondo è uno spavento senza fine. Allora forse solo in quel momento sarà libero, libero di apprestarsi ad infliggere un colpo distruttivo perché non avrà più paura. Quindi non potrà più essere dominato.

Allineati di paura ringraziamo

la paura che ci salva dalla follia.

Decisione e coraggio è merce rara

e la vita senza vita è più sicura.

Avventurieri ormai senza avventura

combattiamo, allineati di paura,

ironici fantasmi, alla ricerca

di ciò che fummo, di ciò che non saremo.

Allineati di paura, con voce fioca,

col cuore fra i denti, siamo

i fantasmi di noi stessi.

Gregge che la paura insegue,

viviamo così vicini e così soli

che della vita abbiamo perso il senso.

(Alexandre O’Neill, 1962)

La mia bohéme

Me ne andavo, i pugni nelle tasche sfondate;
E anche il mio cappotto diventava ideale;
Andavo sotto il cielo, Musa! ed ero il tuo fedele servitore;
Oh! quanti amori splendidi ho sognato!

I miei unici pantaloni avevano un largo squarcio.
Pollicino sognante, nella mia corsa sgranavo
Rime. La mia locanda era sull’Orsa Maggiore.

– Nel cielo le mie stelle dolcemente frusciavano

Le ascoltavo, seduto sul ciglio delle strade
In quelle belle sere di settembre in cui sentivo gocce
Di rugiada sulla fronte, come un vino di vigore;

Dove, rimando in mezzo a fantastiche ombre,
Tiravo, come fossero delle lire, le stringhe
Delle mie scarpe ferite, un piede vicino al cuore!

Ma Bohéme

Je m’en allais, les poings dans me poches crevées;

Mon paletot aussi devenait idéal;

J’allais sous le ciel, Muse! Et j’étais ton féal;

Oh! là! Là! Que d’amours splendides j’ai rêvées!

Mon unique culotte avait un large trou.

Petit-Poucet rêveur, j’égrenais dans ma course

Des rimes. Mon auberge était à la Grande-Ourse.

– Mes étoiles au ciel avaient un doux frou-frou.

Et je les écoutais, assis au bord des routes,

Ces bons soirs de septembre où je sentais des gouttes

De rosée à mon front, comme un vin de vigueur;

Où, rimant au milieu des ombres fantastiques,

Comme des lyres, je tirais les élastiques

De mes souliers blessés, un pied près de mon coeur!

Arthur Rimbaud

Per secoli gli ebrei hanno conosciuto la diaspora, la loro disseminazione per tutto il mondo. Privi di un territorio dove radicarsi e dove le proprie istituzioni potessero solidificarsi, gli ebrei non avevano uno Stato, ma costituivano una comunità in continuo movimento. L'attaccamento alle proprie tradizioni culturali e religiose era tale da renderne difficile, se non impossibile, l'integrazione nelle società dove si stabilivano. In un certo senso, si può dire che gli ebrei fossero stranieri ovunque si trovassero, cosa che contribuì non poco a creare diffidenza nei loro confronti (pensiamo a quel che accade ancora oggi ad una altra popolazione nomade vittima di persecuzioni, gli zingari).  

Alla fine dell'Ottocento nacque il sionismo, movimento iniziato da Theodor Herzl, che voleva dare una sede nazionale agli ebrei in grado di costituire un rifugio dall'antisemitismo e dalle ingiustizie. Il sionismo mirava quindi ad offrire agli Ebrei dispersi nel mondo una patria comune in Palestina, sotto la protezione delle grandi potenze coloniali europee. C'erano però alcuni problemi. A quell'epoca, il territorio palestinese era sotto il dominio dell'impero Ottomano ed era già abitato prevalentemente da arabi. Il motivo principale per cui il sionismo venne sostenuto dagli Stati europei, Inghilterra in primo luogo, fu perché serviva da punto di appoggio per contrastare l'egemonia turca in quell'area. Va anche detto che i fondatori del sionismo, dietro la facciata dei nobili propositi, perseguivano scopi non propriamente filantropici. Loro intenzione era soprattutto di preservare la stabilità acquisita dagli ebrei europei occidentali, di cui facevano parte, che all'epoca era minacciata dalle migrazioni degli ebrei provenienti dall'est. Il sionismo era in altre parole un movimento nazionalista nato da preoccupazioni di classe; era il tentativo della ricca borghesia ebrea, concentrata nell'Europa occidentale, di difendersi dall'irruzione del proletariato ebreo, concentrato in oriente, il quale stava varcando le frontiere alla ricerca di fortuna e per salvaguardarsi dai pogrom. Ben presto questi ebrei poveri cominciarono a costituire un problema per gli ebrei ricchi giacché il loro progressivo aumento – nonché le loro idee fortemente socialiste – cominciava ad irritare l'opinione pubblica ed i governi occidentali, fomentando in certo qual modo l'antisemitismo. C'era quindi bisogno di mettere un freno a queste migrazioni, trovare per tutti costoro un altro posto dove andare. La scelta della Palestina si imponeva naturalmente, data la sopravvivenza presso gli ebrei orientali di una tradizione culturale basata sulla speranza messianica di un ritorno nella terra di Israele.  

Per questo motivo il sionismo è stato vissuto dagli ebrei oppressi come un movimento di emancipazione, non di conquista. Si può dire che ciò che ha distinto l'impresa sionista da tutte le altre, è la straordinaria buona coscienza con cui è stata portata avanti, dato che il mito del ritorno alla Terra promessa ha aggiunto le sue esaltanti rappresentazioni a quelle, più classiche, del colonialismo civilizzatore. Molti dei coloni ebrei che misero piede in Palestina erano indubbiamente animati da nobili propositi trattandosi per lo più, o di sopravvissuti alle persecuzioni che volevano solo essere liberi, o di convinti socialisti intenzionati a costruire il "mondo nuovo" senza dover più attendere una rivoluzione sociale che tardava a mantenere le proprie promesse di liberazione. Una specie di accecamento confusionario, che ha colpito generazioni di coloni, era il prezzo da pagare per l'entusiasmante nascita di Israele con i suoi kibbutz e la sua mentalità pionieristica. Da un secolo i sionisti ricorrono a ogni genere di smentita, di mistificazione e di menzogna per nascondere ciò che fin dall'inizio saltava agli occhi: là dove si sono installati, c'era già qualcuno.  

I coloni ebrei arrivati all'inizio del secolo hanno cominciato a costruire Israele su un primo mito: il deserto. Il loro slogan era «Un popolo senza terra per una terra senza popolo». Questo non significa che i sionisti fossero arrivati in Palestina credendo di non trovarvi nessuno, ma piuttosto che erano il prodotto di una cultura che dove c'erano non-europei vedeva il vuoto, dove c'erano beduini vedeva un deserto da fare fiorire, dove c'erano villaggi recalcitranti vedeva una terra da liberare.La scoperta degli abitanti arabi della Palestina, delle loro strutture agricole e commerciali, delle loro città, dei loro villaggi, della loro cultura, e soprattutto delle loro aspirazioni nazionali, fu per gli ebrei una brutta sorpresa. Inizialmente, quando la loro presenza in Palestina non era ancora così massiccia, i rapporti che ebbero con gli abitanti arabi erano per lo più di mero sfruttamento. Gli ebrei avevano acquistato, con i denari delle casse sioniste, le terre agli sceicchi possidenti e facevano lavorare alle proprie dipendenze i contadini palestinesi. Ma questa manodopera, per altro conveniente, divenne superflua allorquando migliaia e migliaia di ebrei cominciarono a confluire in quella patria infine ritrovata, anche sotto la spinta delle persecuzioni antisemite. Nel 1904 all'interno del sionismo diventò maggioritaria l'influenza della tendenza socialista, la quale era contraria allo sfruttamento del lavoro arabo. I coloni non dovevano più fare lavorare gli arabi, sottopagandoli, ma dovevano lavorare essi stessi, con un salario pari a quello degli operai qualificati europei, nei propri kibbutz. Paradossalmente, la politica socialista del lavoro svolto direttamente dagli ebrei pose sì fine all'iniziale sfruttamento degli arabi, ma causò anche l'esclusione dei palestinesi dall'economia ebrea, preludio all'espulsione dalle loro terre. Gli ebrei avevano comprato quelle terre, gli ebrei le lavoravano: gli arabi erano diventati di troppo. I rapporti fra ebrei e arabi, fino a quel momento tesi, precipitarono definitivamente con la prima guerra mondiale, quando gli interessi dell'impero britannico si rivelarono in piena luce.  

Nel 1914 l'impero Ottomano entra in guerra, alleandosi con la Germania. Nel 1915 l'Inghilterra garantisce agli arabi l'indipendenza e la sovranità, in cambio di una rivolta contro il dominio turco. Nel 1916, all'insaputa degli arabi, l'Inghilterra prende accordi con Francia e Russia per la spartizione dei territori ottomani in Medio oriente. Il 1917 è l'anno della celebre dichiarazione Balfour, con cui il segretario agli affari esteri inglese promette a Edmond de Rothschild il sostegno britannico alla costituzione di una sede nazionale ebraica in Palestina. Nel 1918 la Palestina viene occupata dalle truppe inglesi, lì giunte per consentire l'amministrazione britannica come stabilito dalla Lega delle Nazioni. Tre anni dopo, nel 1921, la dichiarazione Balfour viene incorporata nel Mandato britannico sulla Palestina. A quel punto la situazione non poteva che peggiorare. Gli arabi si sentirono traditi dagli inglesi che, non solo non gli avevano concesso l'indipendenza promessa, ma che per di più stavano appoggiando l'insediamento ebraico che si ingrossava ogni giorno di più; da parte loro, gli ebrei videro nell'ostilità araba null'altro che una forma di antisemitismo, avendo pagato quelle terre che erano riusciti a fare fruttare attraverso un duro lavoro. Per gli arabi, gli ebrei erano solo invasori protetti dagli inglesi. Per gli ebrei, gli arabi erano solo incivili e fanatici antisemiti. Il nazionalismo cominciò a dilagare in entrambe le parti. Le poche voci discordanti, come quella degli anarchici ebrei sostenitori di un movimento binazionale giudeo-arabo sulla base del socialismo dei kibbutz, o quella del partito comunista palestinese favorevole all'internazionalismo proletario, non vennero ascoltate e ben presto furono sommerse dall'isteria sciovinista. Le violenze diventarono sempre più quotidiane, sempre più feroci, dall'una e dall'altra parte. Le ragioni di entrambi lasciarono spazio solo ai torti. Più il tempo passava e più diventava chiaro che quella terra era troppo piccola perché ci potessero vivere due popoli: uno dei due doveva scomparire per permettere all'altro di sopravvivere.  

Con la fine della seconda guerra mondiale e la sconfitta del nazismo, i sionisti riescono a fare condividere la propria visione sul futuro della Palestina all'insieme delle democrazie, giocando sulla cattiva coscienza delle classi dirigenti e delle popolazioni che, specialmente in Germania, Francia e Italia, si erano compromesse col diffondersi dell'antisemitismo. La creazione dello Stato di Israele, a spese dei palestinesi, era il risarcimento dovuto agli ebrei per le sofferenze patite – la proclamazione dello Stato di Israele avviene il 15 maggio del 1948. La creazione dello Stato di Israele, a spese dei palestinesi, stava avvenendo con le medesime modalità messe in atto dagli altri Stati capitalisti al momento della loro costituzione. La creazione dello Stato di Israele, a spese dei palestinesi, era funzionale agli interessi occidentali che propendevano per una certa instabilità in Medio oriente, pur di prevenire una possibile unificazione del mondo arabo. La creazione dello Stato di Israele, a spese dei palestinesi, rendeva felice la nutrita e ricca comunità ebraica presente in Occidente, con tutto ciò che questo avrebbe comportato in termini economici. In questo modo lo Stato di Israele venne riconosciuto da tutte le democrazie occidentali come loro simile.  

Massimo rappresentante delle vittime del massimo orrore antidemocratico per eccellenza – il nazismo –, Israele può così gestire un capitale simbolico tanto più potente in quanto i paesi confinanti sono in mano a regimi dittatoriali che non esitano, all'occorrenza, a ricorrere alla violenza contro le popolazioni (in particolare quella palestinese). E poiché lo Stato d'Israele coltiva una forma di democrazia che vorrebbe assomigliare a quella dell'antica Grecia – dove la "libertà" dei cittadini si basava sulla schiavitù degli iloti – viene sacralizzato come rappresentante locale della democrazia e della ragione occidentale, baluardo contro le tenebre dell'islamismo. Lo Stato di Israele può quindi fare regnare ovunque attorno a sé il terrore, forte del suo super-diritto, gonfio della sua super-buonacoscienza. Ciò non toglie che sia condannato per sopravvivere a praticare una politica di separazione al proprio interno, e di aggressione all'esterno. Mentre il ricordo costante delle disgrazie patite nel passato dagli ebrei serve solo da giustificazione morale per coprire gli orrori compiuti nel presente.

Fawda, Aprile 2002

Il 14 maggio verrà pronunciata la sentenza per 63 compagni accusati di devastazione e saccheggio per il corteo contro le frontiere al Brennero del 7 maggio 2016, per i quali l’accusa ha chiesto oltre 300 anni di carcere. Cinque anni dopo quella giornata, i motivi che ci hanno spinti a scendere in strada sono più validi che mai: alle frontiere della fortezza Europa si continua a morire (l’ultima strage, con 120 persone lasciate annegare nel Mediterraneo, è di poche settimane fa) e la condizione di clandestinizzazione che lo Stato riserva agli stranieri senza documenti è stata estesa all’intera società, con la militarizzazione e il controllo generalizzato dei nostri spostamenti giustificati con l’Emergenza Covid. Non solo: l’accusa di devastazione e saccheggio è l’arma con cui lo Stato sta rispondendo ai più forti momenti di lotta contro la gestione dell’emergenza: la rivolta nelle carceri a marzo e gli scontri contro l’imposizione del coprifuoco ad ottobre dello scorso anno.

Venerdì 14 maggio alle 18.00 presidio solidale a Bolzano, ai prati del Talvera altezza ponte Talvera

Fonte: www.ilrovescio.info

Riceviamo con piacere e diffondiamo questo opuscolo.

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Copertina

5G E ENERGIA

INTRODUZIONE
In questo mondo di dati

Il sentiero della critica è costellato di dubbi, spesso la via si biforca ponendo chi la percorre di fronte ad una scelta e non sempre le stelle sono ben visibili. La scelta di scrivere questo opuscolo, non è esente da possibili criticità. Ed è nel cercare di affrontare queste criticità che questo scritto ha preso forma così com'è. Ora, se si dovesse prendere in considerazione un interrogativo in grado di portarci il più possibile a sfiorare il nocciolo della questione, quello in grado di rappresentare al meglio tale perplessità potrebbe essere il seguente:
perché tanto tempo ed energie dedicate ad approfondire lo sviluppo e l'applicazione di una singola tecnica, rischiando in questo modo di instaurare una gerarchia fittizia tra le tecniche, quando le une come le altre contribuiscono, anche se in modi differenti, al buon funzionamento del sistema?

Molto si è sentito parlare negli ultimi tempi della rete 5G, tale considerazione non fa testo. L'interesse da cui è scaturito questo scritto però non ha nulla a che vedere con la "popolarità" di tale argomento. Nemmeno gli effetti nefasti di tale tecnica è ciò che si vorrebbe mettere a fuoco. Di certo l'intento non è quello di voler convincere tutti/e a buttarsi a capofitto in una lotta all'ultimo grido contro il nuovo peggior nemico di turno. Questo testo non ha lo scopo di dimostrare quanto lo sviluppo del 5G possa cambiare in peggio il mondo, né di come il suo utilizzo causerà un ulteriore perdita di libertà e un ulteriore depauperimento in ambito ecologico, sociale, intellettuale, emozionale, esistenziale. Fortunatamente già altri approfondimenti pubblicati su svariati giornali, riviste o siti affrontano la questione a mio parere esaurientemente. Ciò che si è cercato di fare qui è soffermarsi su alcuni aspetti che finora nessuno (o quantomeno che io sappia) aveva trattato. Lo scopo di questo scritto è quello di raccogliere e dare organicità ad una serie di informazioni e considerazioni che sono emerse nell'ispezionare le viscere di questa enorme idra tecnologica, di cui è diventato difficile scorgere l'addome date le innumerevoli teste.
Un contributo di questo scritto potrebbe essere quello di mettere in evidenza alcuni aspetti che potrebbero risultare di interesse per chi questa innovazione già la aborrisce e vorrebbe quindi conoscerla un po' meglio per capire con cosa si stia materialmente confrontando.

Ma resta ancora la perplessità: perché proprio il 5G?
L'entusiasmo nell'approfondire la questione dello sviluppo della rete 5G e di come questa tecnica andrà ad alimentare il progressivo processo di digitalizzazione, è per lo più scaturito da alcune riflessioni relative alle specificità di questa tecnica e in maniera più estesa al settore a cui essa appartiene, ovvero le telecomunicazioni.

Qualcuno già negli anni 80' scriveva:
"Non siamo più in una società dominata dall'imperativo di produzione, ma dall'emissione, dalla circolazione, dalla ricezione, dall'interpretazione di informazioni: esattamente ciò che permette la costituzione del sistema. Le parti non sono più solo coordinate, né semplicemente connesse le une alle altre. Non sono materialmente unite, ma ciascuna emette e riceve informazioni e il sistema regge grazie alla rete di informazioni incessantemente rinnovate."


Se l'informazione è il medium tramite cui è possibile il coordinamento delle svariate componenti del sistema tecnico, in un mondo sempre più digitalizzato, questo ruolo viene svolto principalmente da un caratteristico canale, ovvero quello informatico. I dati informatici sono al giorno d'oggi un materiale chiave attraverso cui si configurano nuove applicazioni del potere. Tramite la loro raccolta, in relazione a comportamenti, bisogni, parametri ambientali... l’esistenza nella società diviene sempre più prevedibile e controllabile. Raccolti e classificati in base a certe tipizzazioni, permettono al sistema di adattarsi verso una maggior efficienza e pervasività. Applicati alle procedure tecniche che regolano i meccanismi sociali permettono di adattare gli individui a tale paradigma.

In questi tempi in cui il pretesto della "lotta al virus" sembra aver paralizzato l'economia, oltre che ogni forma di socialità, il capitalismo, ma anche lo stato e il sistema tecnico, non stanno attraversando una fase di "debolezza" bensì di cambiamento. Ciò comporta un mutamento dell'organizzazione della società e degli equilibri del dominio.
Chiusi in casa l'esser-ci nella società è divenuto l'esser-ci di una piattaforma web. Così da un momento all'altro ciò che ancora aveva la parvenza di un' utile possibilità è divenuta l'unica dimensione concessa. Scuola, lavoro, consumo, svago, sesso... tutto mediato dai pixel di uno schermo e tra uno schermo e l'altro da quell'ammasso di cavi in fibra ottica in continua posa e da quei piloni metallici che in primavera sembrano spuntare tra i campi come gli asparagi.
Tracciare i movimenti, le abitudini, le attitudini comportamentali, per costruire un profilo della persona, diviene sempre più semplice grazie alla comparazione di una miriade di dati, accumulati da un’enorme quantità di dispositivi connessi, e non solo dai propri computer e smartphone utilizzati intenzionalmente, ma anche da tutti gli apparecchi dotati di sensori che fanno parte dell’arredo domestico e urbano. E quei dati che non sono immediatamente utili per il funzionamento del dispositivo, costituiscono quello che viene definito «surplus» di informazioni che poi potrà essere usato da polizia, aziende, centri di ricerca...

La tecnica che consente la raccolta di tutti questi dati viene chiamata IoT (Internet of Things). Essa in realtà più che una tecnica è una concezione della tecnica, ovvero l'insieme dei dispositivi connessi ad una rete, in comunicazione e interazione tra loro considerati come un tutt'uno. Mike Kuniavsky, pioniere e primo sostenitore di questa concezione, lo descrive come un modo di esistenza in cui "la calcolabilità e la comunicazione dei dati [sono] incorporati e distribuiti all'interno del nostro ambiente nella sua interezza". Ovvero una colonizzazione totale dell'esistenza dal punto di vista ambientale e comportamentale da parte della tecnica digitale. L'IoT più che una struttura in fase di costruzione può essere considerato come un progetto in continuo ampliamento, ma tale progetto necessita di una rete fisica su cui potersi configurare.
Arrivati a questo punto è possibile forse proporre delle buone argomentazioni in risposta al duddio che aleggia dall'inizio di questa introduzione.

Il fiume del progresso corre in un bacino artificiale: necessita di essere alimentato affinché non si prosciughi. Lo scioglimento dei ghiacciai incombe sul destino di questo corso d'acqua innaturale, sempre più depredato dai bisogni idrici delle città con i loro campi intensivi e le loro industrie. E una civiltà senza progresso è una civiltà destinata a decadere. Allora, affinché non si prosciughi, decine, centinaia, migliaia di affluenti devono essere incanalati al suo interno, così che il flusso continui ad aumentare. Ma solo un impegnativo lavoro di ristrutturazione è in grado di supportare questo piano. Migliaia di canali devono essere costruiti dove prima non vi era alcuna costruzione e l'intero letto del fiume dev'essere allargato per permettere al bacino idrico di continuare ad ampliarsi.
Ora, se al posto dell'acqua immaginiamo dei pacchetti di dati, al posto dei canali pensiamo a dei cavi in fibra ottica e il letto come alla rete di antenne/ripetitori 5G, la metafora forse un po' elaborata potrebbe render l'idea della ristrutturazione informatica in atto. La rete 5G è solo una parte di questo progetto, ma ha la peculiarità di essere forse la parte più vincolante. Per questo si è scelto di concentrarsi sulla rete 5G in modo prevalente rispetto al resto, nonostante questo elaborato consideri anche alcuni aspetti che vanno oltre questo singolo ambito. Perché essa è forse oggi una delle tecniche più funzionale a permettere questa evoluzione.

Tale evoluzione si inserisce in un processo chiamato "rivoluzione 4.0" che prevede una trasformazione complessiva del sistema tecno-industriale. Come in passato l'utilizzo del carbone e la macchina a vapore, l'estrazione del petrolio e la fissione nucleare, hanno permesso un accrescimento e accentramento esponenziale del sistema produttivo, oggi l'applicazione delle tecniche digitali annuncia l'avvento di una nuova accelerazione. Tale trasformazione è ben evidente da quando la gestione della pandemia del Covid19 ha permesso un espansione generalizzata dei processi di automazione, permettendo una gestione digitalizzata della maggior parte dei processi produttivi.

"Si tratta dell'integrazione e della convergenza delle tecnologie digitali, fisiche e biologiche in una nuova visione del pianeta e dell'umanità...Se buona parte dei processi produttivi nelle fabbriche sono già ampiamente automatizzati, anche altri settori stanno per subire analoghi cambiamenti. Secondo alcune stime, verso il 2035 potrebbero essere automatizzati l'86% di tutti gli impieghi nel settore della ristorazione, il 75% in quello del commercio e il 59% in quello dell'intrattenimento. Nel Regno Unito, nel periodo che va dal 2011 al 2017, con l’introduzione del pagamento tramite macchine è stato perso il 25% dei posti di lavoro alle casse dei supermercati. Il settore degli acquisti a distanza e delle consegne a domicilio è un altro settore in piena automazione, il cui grande modello è l'organizzazione del lavoro come avviene nei magazzini di Amazon o di Alibaba. Notevoli sperimentazioni sono in corso in diverse città in tutto il mondo per sostituire con robot e droni gli addetti umani alle consegne. Ulteriori stime più generali paventano una perdita del 54% dei posti di lavoro nei prossimi due decenni all’interno dell'Unione Europea, qualora l'espansione e lo sviluppo dell'automazione mantengano l’attuale ritmo. Pensiamo anche alla prevedibile generalizzazione delle stampanti 3D, che consentirebbero di sostituire gli operai che fabbricano oggetti con macchine che li stampano. Oppure alle possibilità aperte dagli algoritmi e dai Big Data per rimpiazzare gli impiegati agli sportelli e negli uffici, nella stipula di un contratto d’assicurazione o addirittura in una diagnosi medica effettuate in base a decisioni automatiche. È chiaro che la natura del lavoro cambierà negli anni a venire."

Affinché queste previsioni si concretizzino sarà quindi necessario lo sviluppo di una rete ultra-potente in grado di rendere fruibile il fluire di miliardi di dati, prodotti e utilizzati da milioni di dispositivi digitali. Congegni assemblati, a partire da materiali incredibilmente tossici, nei peggiori lager dell'apparato industriale. Ma d'altronde l'ampliamento della rete non è opinabile e nemmeno rimandabile, lo si può constatare anche solo dalla fretta e dallo zelo con cui lo stato e le compagnie se ne stanno occupando.

"L’emergenza che stiamo vivendo ha acuito l’importanza per il Paese di disporre di una infrastruttura di telecomunicazioni moderna e ha accelerato l’adozione di modelli digitali da parte di imprese e amministrazioni" afferma Aldo Bisio, amministratore delegato di Vodafone Italia "Proseguiamo quindi con la nostra strategia di investimenti per accompagnare la trasformazione digitale del Paese. Il 5G non è solo una opportunità, ma una necessità per sostenere il trend di crescita esponenziale della domanda di dati, accelerata dalla pandemia”.

Ora come già si affermava precedentemente il rischio in questo tipo di percorsi è quello di focalizzarsi su una chiave di lettura del mondo che potrebbe diventare monolitica. Allo stesso tempo, però, resta indubbio che, soffermarsi su questo argomento nello specifico, dia la possibilità di conoscere in modo più dettagliato un elemento del sistema a cui viene attribuita una notevole importanza e si auspica che tali informazioni possano essere un buon armamentario per chiunque avversi questo tipo di mondo e scelga in un modo o nell'altro di combatterlo.