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Che le persone non siano solo numeri da diffondere dovrebbe essere un fatto da tenere bene in mente, tanto più negli ultimi tempi dove vi è un’enorme sovrabbondanza di cifre. Parcellizzata e settorializzata, la vita diventa sempre più un frammento che impedisce di guardare alle cose in maniera più ampia. Questo è il frutto di una vita burocratizzata, trattata in ogni aspetto della quotidianità con la lente di un codice. Basterebbe dare uno sguardo alle regole assurde che costantemente vengono imposte, anche in tempi di pandemia o emergenzialità, conseguenza di una visione asettica. O alle disposizioni che provengono dai vari specialisti, totalmente contraddittorie, perché legate a singoli aspetti che non tengono mai in considerazione tutti gli altri. Così che, nello stupore o nella rabbia di fronte ad alcune norme, viene da pensare che un minimo di cultura generale sarebbe sufficiente ad evitare amenità grossolane (ad esempio l’uso di una mascherina mentre si fa attività fisica).

Ma in fondo e d’altra parte, la questione centrale è quella dell’ordine che si vuole riportare alle cose. Da un lato un ordine economico, in cui continuino a sopravvivere privilegi, proprietà, ricchezze riservate a pochi, dall’altro un ordine sociale che possa garantire tutto questo, con una gestione centralizzata, controllando o reprimendo a seconda delle necessità.

In virtù di quest’ordine le strutture di trasformazione del mondo vengono preparate costantemente e servono a garantire lo scheletro della casa in costruzione.

Se ora si applica il coprifuoco, togliendo la possibilità di circolare dopo una certa ora, e si chiudono piazze e strade che divengono inaccessibili, ufficialmente per evitare assembramenti, da qualche anno i vari decreti sicurezza adottano la stessa ratio, limitando le libertà di alcune categorie di persone per la tutela di un modello di città sempre più escludente. Se il confinamento diviene generalizzato, la diffusione della paura fa introiettare l’autoreclusione e il rispetto delle regole senza grande dispiegamento di forza. Infine, un linguaggio da guerra civile caratterizza il modo in cui viene affrontato il rischio sanitario, facendo dimenticare altri linguaggi e metodi quali la cura e l’attenzione. Non è delegando, che sapremo affrontare meglio le questioni riguardanti la salute, la sopravvivenza, il tempo e gli spazi dell’esistenza.

La non sottomissione quindi è l’antica ricetta che può essere usata per non ridurre la complessità della vita a un protocollo.

Nessun luogo, dicembre 2020

Fonte: disordine.noblogs.org

Se le mura delle prigioni potessero parlare racconterebbero le esperienze di coloro che sono stati (e sono) rinchiusi dietro di esse; forse ci racconterebbero molte storie dove i poveri sono i protagonisti, o forse ci racconterebbero l’immensa brama di libertà che riempie il cuore di chi è rinchiuso nei sotterranei e nelle celle.

Purtroppo, le mura delle prigioni, sono testimoni silenziose delle esperienze delle persone che vi stanno dietro. Raccontare ciò che accade in questi luoghi è quindi precisa responsabilità di ognuno di noi, rapiti dallo Stato, e di chi vuole porre fine all’attuale sistema di terrore. La storia dei prigionieri è la nostra storia e non può andare perduta.

Nelle prigioni regna la tristezza, è signora e padrona, ed è presente nella maggior parte della vita di chi passa per questo luogo grigio. Il carcere di San Miguel non solo conserva storie piene di dolore, ma ha anche molte esperienze di resistenza e di lotta.

Nei primi anni ’90, in questo carcere, furono rinchiusi molti prigionieri politici, uomini di diverse organizzazioni hanno riempito le celle delle torri, fino al trasferimento ai C.A.S. nel 1994, trasferimento a cui i combattenti si opposero con le armi.

Durante la perquisizione delle celle, subito dopo gli scontri, furono trovate numerose armi e munizioni: una pistola Browning da 7,65 mm con sette cartucce; un revolver Trident italiano calibro 38; una pistola Dachmaur con quindici cartucce; una Llama calibro 7,65; una borsa contenente tredici proiettili; un’altra borsa in pelle con altri 18 proiettili; un cellulare a marchio NEC e tre esplosivi fatti in casa (1). Diverse guardie carcerarie e alcuni prigionieri rimasero feriti durante gli scontri, tra cui Mauricio Hernández Norambuena (guerrigliero ed ex-comandante del FPMR, Fronte Patriottico Manuel Rodrìguez). Il comandante Ramiro (uno dei fondatori del FPMR) raccontò: “Rimasi gravemente ferito. Non ero mai stato colpito da un’arma da fuoco prima di allora, ed è stato proprio in carcere che mi spararono per la prima volta” (2). Lo stesso fatto fu raccontato da Ricardo Palma Salamanca (ex-guerrigliero del FPMR) in un’intervista rilasciata a Parigi il 27 gennaio 2019: “Nel bel mezzo degli scontri, due persone rimasero uccise, anche io ero armato, ma nessuna pallottola mi raggiunse.”

Le armi usate nella resistenza durante il trasferimento ai C.A.S. erano originariamente destinate alla fuga. Mauricio Hernandez la racconta così: “Riuscimmo a far entrare diverse armi nel carcere di San Miguel, e realizzammo un progetto di fuga molto interessante, con un supporto esterno, a cui si unirono combattenti di Mapu-Lautaro (capo militare Mapuche protagonista della guerra di Arauco in Cile e del MIR (Movimento della Sinistra Rivoluzionaria). L’idea era quella di far evadere un numeroso gruppo di prigionieri. Fuori il supporto era di quindici o venti combattenti. C’erano buone armi, ma purtroppo il piano fallì. L’intera operazione fu organizzata fin nei minimi dettagli, i combattenti che si trovavano fuori occuparono una casa le cui mura confinavano con quelle della prigione, con l’intenzione di farla saltare in aria. Dovevamo semplicemente attraversare un cancello e uscire da quella parte. Purtroppo, pochi giorni prima della fuga, fummo trasferiti al C.A.S., e le armi che avevamo raccolto per l’evasione le usammo per resistere al trasferimento (3).

Questo non è stato l’unico tentativo di fuga dal carcere di San Miguel. Nel 1997, un gruppo di ex membri della FPRM cercò di fuggire dalla prigione attraverso i tetti, con un sistema di corde e carrucole, raggiungendo così una delle strade confinanti. Ma il tentativo di fuga fallì e scoppiò una rivolta, e i prigionieri coinvolti furono trasferiti nel carcere di Colina I e II, tra cui Jorge Saldivia, ucciso poi in una rapina in banca nel 2014.

Le mura non parlano, ma conservano dei segni difficili da cancellare. Molti detenuti ci dicono che nella Torre 5 del carcere di San Miguel, dove morirono bruciati 81 prigionieri, le macchie dei corpi non sono mai state completamente cancellate… Le donne dicono che le macchie sembrano essere fatte d’olio, e che non importa quanta cera e vernice abbiano messo sui pavimenti e sulle pareti, continuano sempre ad uscire fuori. Si raccontano molti aneddoti sui fantasmi e gli spiriti della torre 5, credenze, miti o realtà… tuttavia la morte degli 81 prigionieri non è stata dimenticata dagli altri detenuti della torre 5, e non dovrebbe essere dimenticata da nessun altro prigioniero.

10 ANNI DOPO IL MASSACRO DELLA PRIGIONE DI SAN MIGUEL: MEMORIA ATTIVA E COMBATTIVA

FINO A QUANDO TUTTE LE GABBIE NON SARANNO DISTRUTTE!

MÓNICA CABALLERO SEPÚLVEDA

PRIGIONIERA ANARCHICA

Note:

(1) Intervista a Ricardo Palma nel libro “Retorno desde el punto de fuga” di Tomás García

(2) “Un passo avanti” Mauricio Hernández Norambuena

(3) “Un passo avanti” Mauricio Hernández Norambuena

Fonte: ContraInfo

Traduzione a cura di: Inferno Urbano

Durante le rivolte di marzo nelle carceri, lo Stato italiano ha compiuto una strage: 14 detenuti vengono ritrovati morti nelle patrie galere. Tredici di loro dentro i corridoi dei penitenziari di Modena, Alessandria, Verona, Ascoli, Parma, Bologna, Rieti; uno di loro morirà successivamente dopo il ricovero nell’ospedale di Rieti. Non una parola pronunciata dallo Stato su queste morti nel corso dei mesi, nemmeno alle famiglie, avvisate – e forse ad oggi nemmeno tutte – a distanza di tempo, dagli avvocati che seguivano le vicende legali dei propri cari detenuti. Se questi morti ad oggi hanno un nome è per opera di chi individualmente si è attivato per ricercarli e renderli noti.

Quello che si è visto fino a qui, non è che un copione degno delle peggiori dittature: insabbiare l’accaduto, costruire una verità ufficiale rimescolando qualche carta, trovare qualcuno da incolpare (i morti stessi, detenuti e tossici, oppure la regia esterna dei mafiosi, o degli anarchici), far sparire i testimoni o terrorizzarli a morte. Un copione che si è già spesso ripetuto nella storia della democratica Italia: dalle stragi di Stato note, seppur mai ufficialmente riconosciute come tali, alle morti in carcere o nei CPR, da quella di Cucchi sino a quella di Vakhtang Enukidze, ucciso dalla Polizia a gennaio di quest’anno nel CPR di Gradisca d’Isonzo.

Sappiamo bene che le inchieste ufficiali condotte dalle Procure di Stato non diranno MAI la verità su queste morti, già in parte liquidate infatti con ipotesi di suicidio, più di preciso avvenuto per tutti e 13 con un’overdose di farmaci. Ne siamo convinte, non solo perché non abbiamo fiducia nello Stato e perché ci è nemica la sua concezione di giustizia. Ma perché di fronte a quanto accaduto sarebbe troppo ingenuo, addirittura contraddittorio, pensare possibile che uno Stato possa arrivare a condannare se stesso con l’accusa di strage nei confronti dei detenuti, la più grande dal dopoguerra.

Le torture a suon di pestaggi e umiliazioni e le minacce inferte nei confronti di chi ha assistito a quel massacro e ne è sopravvissuto sono un monito chiaro, soprattutto nei confronti di chi è ancora detenuto e si trova quindi ancora tra le mani dei suoi aguzzini. Le inchieste delle procure e i provvedimenti disciplinari volti a punire i rivoltosi di tutte le carceri per quelle giornate, non fanno che riprodurre la violenza di quelle torture, contribuendo perfino a legittimarle. Per ora le inchieste note sono quelle di Bologna, Modena, Frosinone, Milano Opera, Milano San Vittore e Roma Rebibbia, con accuse a vario titolo di devastazione e saccheggio, sequestro, incendio, resistenza e lesioni a pubblico ufficiale. A queste ritorsioni punitive, si aggiunge poi l’espressa esclusione dai benefici delle pene alternative legate all’emergenza Covid in modo specifico per coloro, tra gli altri, che hanno preso parte alle rivolte di marzo. Il messaggio è chiaro: per Bonafede e i suoi alleati, chi non tiene la testa bassa, in galera ci può morire.

Chi è accusato e inquisito dallo Stato per essersi rivoltato trova tutta la nostra solidarietà e, ora più che mai, questo si rende necessario: non soltanto perché quelle rivolte erano comprensibili e giuste, come d’altronde crediamo lo sia ogni atto di ribellione fatto per conquistarsi la libertà da una galera. Ma ancor di più, in tempo di pandemia, perché scatenate dalla necessità dei detenuti di salvarsi la pelle dalla diffusione incontrollata del COVID negli istituti penitenziari e dalla rabbia per l’adozione di misure (blocco dei colloqui in primis) che nulla avevano a che vedere con la tutela della salute. La diffusione del virus nelle carceri, causata dalle nulle o minime misure di sicurezza sanitaria adottate, dagli ingressi e uscite di secondini e altre figure e dalla deliberata scelta di non concedere misure alternative ad ampio raggio, ha provocato il dilagare del virus e, secondo i dati ufficiali, 13 morti per COVID accertate da aprile ad oggi. Non esprimere aperta solidarietà verso chi si è rivoltato e verso chi continua a farlo, significherebbe legittimare il massacro avvenuto durante e dopo le rivolte di marzo e riconoscere allo Stato la licenza di uccidere o lasciar morire chi si trova carcerato, quando ciò gli serve a difendere le proprie prigioni.

A nove mesi da quel 7 marzo, le carceri continuano a rimanere sovraffollate e nella metà degli istituti italiani si registrano veri e propri focolai del virus, la situazione sanitaria continua a essere drammatica e nel “decreto Ristori” di ottobre Bonafede replica le stesse misure farsa del “Cura Italia” di marzo: di nuovo, se già il numero delle persone detenute che potrebbero beneficiare di pene alternative è ristretto, nei fatti sono ancor di meno quelle che escono. Riprendono le proteste in diverse carceri, in particolare nelle forme delle battiture e dello sciopero della fame.

Se in questo interminabile anno, si è cominciato a parlare di carcere e alcuni provvedimenti sulla situazione, seppur insufficienti, sono stati adottati, ciò è accaduto soltanto perché qualcuno a marzo si è rivoltato. Sarebbe troppo comodo e incredibilmente ipocrita non volerlo ammettere o fingere di dimenticarlo.

Abbiamo sempre sostenuto convintamente che se anche 14 persone fossero morte per overdose, la responsabilità sarebbe comunque stata chiara: quella di uno Stato che ti abitua, in carcere, all’assunzione di una pillola quotidiana, che ti infligge quotidianamente la sua dose di disagio psichico e sofferenza e che ti rende, là dentro, tossicodipendente. Proprio come accadeva nel carcere di Modena dove peraltro, proprio nei giorni prima della rivolta e in coincidenza con il DPCM che disponeva la chiusura a doppia mandata delle carceri e dei colloqui con i familiari, era circolata la notizia dei primi detenuti positivi dentro al carcere, uno dei più sovraffollati d’Italia.

Nonostante il terrore inferto dallo Stato per mettere tutti a tacere, alcuni prigionieri, con un atto estremo di coraggio, hanno deciso di rompere il muro di silenzio fatto calare su queste morti. Alle loro voci, che raccontano la verità su quanto accaduto l’8 marzo 2020 al Sant’ Anna, è stato dato pubblicamente spazio in piazza a Modena per la prima volta il 3 ottobre e il 7 novembre.

“Quando è arrivato il corona c’era un uomo malato e non volevano farlo uscire e hanno vietato di farci vedere i famigliari. Dopo ciò è successa una rivoluzione e hanno bruciato il carcere e sono entrate le forze speciali e hanno iniziato a sparare. Sono morte 12 persone di cui 2 miei amici, sono morti davanti ai miei occhi. Sono ancora sotto shock. Io ero scappato fino al tetto del carcere così che non mi sparassero. Dopo ci hanno presi tutti e ci hanno messo in una camera e ci hanno tolto tutti i vestiti e hanno iniziato a picchiarci dandoci schiaffi e calci. Dopo ci hanno ridato i vestiti e ci hanno messo in fila e ci hanno picchiato ancora con il manganello. In quel momento ho capito che ci stavano per portare in un altro carcere. Da quante botte abbiamo preso che mi hanno mandato in un altro carcere senza scarpe. Poi quando siamo arrivati al carcere ci hanno picchiati ancora. Alla fine ho finito di scontare la mia pena. Io sono molto scioccato per i miei amici. Non sono riuscito a fare denuncia contro i carabinieri perché loro sono troppo forti.”

Altri occhi, altre voci hanno meglio precisato di chi fossero le braccia che hanno puntato le armi contro i detenuti, sparando e uccidendoli: della polizia penitenziaria e delle centinaia di carabinieri in antisommossa, accorsi al Sant’Anna per sedare la rivolta.

I media ufficiali, complici del silenzio venutosi a creare intorno a questa vicenda e della creazione di una verità costruita ad hoc per non far trapelare i fatti, mai hanno fatto menzione di questi non trascurabili dettagli nei giorni successivi alle rivolte. Eppure gli spari, anche dai video circolati, si sono sentiti in modo chiaro e distinto.

Solo dopo diversi mesi, due giornaliste hanno pubblicato testimonianze anonime giunte da prigionieri testimoni del massacro modenese che parlavano di detenuti uccisi e non morti di overdose. La Procura ha aperto un fascicolo per “omicidio colposo”, chiamando le due giornaliste a testimoniare.

È enorme la responsabilità che i media hanno avuto nella distorsione della verità di quanto accaduto in quei giorni. Quella che da tv e giornali è stata raccontata come una follia barbara scatenatasi nel penitenziario di Modena (e anche nelle altre carceri d’Italia dove ci sono state proteste e rivolte), ha in realtà origini ben precise. Chi era in quelle celle prima e durante la rivolta lo sa bene. I primi casi di detenuti positivi dentro al Sant’Anna, infatti, non sono stati nient’altro che la classica goccia che ha fatto traboccare il vaso.  Un vaso da tempo pieno di una sanità spesso assente all’interno degli istituti. I media hanno parlato di morti per overdose. Le voci di chi era presente testimoniano una razzia di farmaci in infermeria da parte di molti, ma fanno emergere anche l’indiscutibile responsabilità delle guardie che, noncuranti del palese stato di alterazione psicofisica di queste persone, hanno infierito sui loro corpi che giacevano inermi a terra, riempiendoli di manganellate in faccia e in testa. Probabilmente, senza questo barbaro regolamento di conti messo in atto da polizia penitenziaria e carabinieri in antisommossa, queste persone non sarebbero morte. Arrivato il momento della “resa”, decine di detenuti sono stati ammassati tra le due porte carraie del carcere, sono stati picchiati a sangue, lasciati in maglietta e senza scarpe. In queste condizioni sono stati caricati sui furgoni e trasferiti a decine verso altre carceri. Al loro arrivo nelle nuove destinazioni l’accoglienza è stata la medesima: squadre di penitenziaria con casco, scudo e manganello. In alcune “nuove destinazioni” questo trattamento brutale e vendicativo è proseguito per giorni dopo l’arrivo. In particolare c’è chi racconta di un carcere dove i nuovi giunti da Modena hanno preso botte e sono stati lasciati senza scarpe per oltre 10 giorni, denunciando poi il tutto ad un ben istituzionalizzato garante dei diritti dei detenuti. Costui, pur avendo visto con i suoi occhi le condizioni dei detenuti trasferiti, non ha detto nulla. Evidentemente questo è il suo ruolo.

Salvatore Piscitelli è forse il nome che più è stato menzionato dai giornali negli scorsi mesi tra quelli dei detenuti uccisi durante e in seguito alla rivolta di Modena. Il suo corpo è stato cremato e le fonti ufficiali, poi riprese anche dal garante stesso, parlano di decesso avvenuto prima del suo ingresso nel carcere di Ascoli; altre sostengono che la morte sia avvenuta in ospedale, al cui ingresso Salvatore non avrebbe presentato lesioni compatibili con violenze o segni di intossicazioni. Ma chi era con lui racconta che, all’arrivo ad Ascoli, Salvatore stava talmente male che gli altri detenuti hanno dovuto fargli il letto mentre era accasciato a terra. La mattina dopo, i detenuti hanno sollecitato le guardie dalle 8.30 alle 10 per fare arrivare il medico che non è mai arrivato. Alle 10.30 i detenuti che erano con Salvatore hanno chiamato nuovamente le guardie, dicendo che era morto. Constatata la morte, gli agenti hanno spostato il suo compagno in un’altra cella, hanno messo il corpo di Salvatore in un lenzuolo e lo hanno portato via.

Come si può credere che questi dettagli siano frutto di fantasia? Come si può non attribuire una responsabilità alle botte volutamente assestate dalle guardie su corpi inermi o alla voluta noncuranza nell’assistenza di coloro che mostravano già enorme sofferenza data dai pestaggi e dalle sostanze ingerite? Come si può liquidare tutto in “morti per overdose” anche laddove le autopsie hanno confermato questa versione?

Per le inchieste delle Procure non hanno valore le testimonianze che raccontano verità in netto contrasto con quelle ufficiali, proprio in quanto anonime e forse anche proprio perché smentiscono del tutto le versioni emerse finora; ma per tutte/i noi ce l’hanno eccome. Comprendiamo bene le ragioni tutelanti di quegli anonimati e sappiamo a chi credere, sappiamo da quale parte stare. Spetta a noi dare eco a queste voci e supportare in ogni modo chiunque troverà il coraggio di farlo, pur nella consapevolezza che ciò che è a repentaglio è la sua propria vita.

Nonostante sia stato il luogo di un massacro, una parte del carcere di Modena è ancora aperta e al suo interno sono ad oggi rinchiuse in regime a celle chiuse circa 200 persone nella sezione maschile, alcune delle quali da marzo stesso. Si hanno notizie di nuovi contagi al suo interno, ma ciononostante le risorse investite dal DAP sono state destinate alla ristrutturazione delle sezioni rese inagibili dalle rivolte, ai sistemi di videosorveglianza e alle nuove ingenti dotazioni di manganelli, scudi, caschi, giubbotti antiproiettile. Negli ultimi mesi, decine di solidali sono tornate in diverse occasioni sotto quelle mura, per portare ai detenuti solidarietà, vicinanza e condividere con loro quanto avvenuto nei giorni di marzo all’interno del penitenziario di Modena e di altre città.

Siamo consapevoli che lo Stato possieda ogni strumento per provare ad intimidirci e ad occultare la verità. Tuttavia è fondamentale che essa emerga. Questa responsabilità spetta a chiunque abbia una coscienza, perchè ciò che è in gioco non è solo la restituzione di una verità storica, che già sarebbe molto; è in gioco la tutela della vita di ogni persona che, qualora rinchiusa dietro le sbarre, non tenga la testa chinata di fronte alle quotidiane angherie delle amministrazioni penitenziarie, alla violenza dei secondini, agli omicidi perpetrati da questi ultimi e dalle altre divise.

Per questo motivo non possiamo tacere e ribadiamo, ancor più in occasione dell’anniversario della strage di Piazza Fontana, che stragista è lo Stato.

Esprimiamo tutta la nostra solidarietà ad Alfredo ed Anna, compagni anarchici condannati il 24 novembre a 20 e 16,6 anni di carcere, anche con l’accusa di strage, perché ritenuti responsabili di un ordigno alla scuola allievi di polizia di Fossano.

STRAGISTA È LO STATO.

LIBERTÀ DALLE GALERE PER TUTTI/E I/LE DETENUTI/E!

LIBERTA’ PER CHI, CONTRO LA VIOLENZA INDISCRIMINATA DELLO STATO, HA SEMPRE LOTTATO!

PERCHÈ MARCO, SALVATORE, SLIM, ARTUR, HAFEDH, LOFTI, ALI, ERIAL, ANTE, CARLO SAMIR, HAITEM, GHAZI E ABDELLAH E TUTTI GLI ALTRI MORTI PER MANO DELLO STATO NON SIANO DIMENTICATI

Anarchiche e anarchici

Porre la questione relativa ad «Etica e tecnica» significa porre una questione fondamentale per chi ritiene che l'etica, i valori morali e un certo futuro dell'uomo siano importanti, ma questa non mi sembra affatto una ovvietà universale! Penso che in ogni caso ci sia un modo sbagliato di porre il problema, una maniera tradizionale, ovvero: «Nelle sue applicazioni concrete, la tecnica solleva un certo numero di problemi morali a cui si deve cercare di rispondere». Quindi vi è l’eutanasia, la logica elettronica, il linguaggio non umano, la sopravvivenza artificiale, le manipolazioni psicologiche e genetiche e così via. In altre parole, quando si solleva il problema in questo modo si mantiene una doppia stabilità. Una prima stabilità: il nostro mondo è quello che è sempre stato, semplicemente c'è in più anche la tecnica che si è aggiunta e che bisogna quindi considerare a parte; e poi vi è una seconda stabilità: anche la morale resta la stessa di prima, con le sue strutture tradizionali, un'etica generale e un'etica speciale (da un lato i fondamenti dell’etica, i valori, e dall’altro le questioni concrete della ricerca di una soluzione per queste questioni concrete). Il dibattito comincia a partire dalla diversità dei sistemi etici: etica tradizionale o non tradizionale, laica o cristiana, marxista o borghese, ecc. Si pongono allora i problemi della tecnica sotto forma di casus: si può procedere all'aborto oppure no? Si può praticare l'eutanasia oppure no? Questi sono casi considerati di volta in volta. Si cerca di rispondervi attraverso principi etici considerati permanenti, considerati immutati, secondo una situazione rimasta stabile. Ora, io penso che sia avvenuto uno sconvolgimento molto più profondo. La tecnica è diventata qualcosa di molto diverso dalla semplice macchina e dalla somma di macchine, vale a dire che anzitutto non è più un elemento semplicemente materializzato in un certo numero di oggetti. Essa può essere astratta, può essere non concreta, e d'altra parte non è un fattore secondario integrato in una civiltà, una società identica a se stessa. È diventata un fattore determinante per l’insieme dei problemi. Nel diciannovesimo secolo, il fattore determinante era l'economia; attualmente, penso che il fattore determinante sia la tecnica. È diventata anche la mediazione generalizzata. Qualsiasi tecnica è ovviamente una mediazione nei confronti dell'ambiente, ma il mondo tecnico in cui viviamo è un'altra cosa: è una mediazione generalizzata, vale a dire che non possiamo più avere una qualsivoglia relazione senza che, per esempio, vi sia tra noi e l’ambiente una tecnica.  

La tecnica è autonoma

Era questo il dibattito sulle «relazioni lunghe» o «relazioni vicine», ad esempio, ma anche le relazioni vicine sono alla fine mediate dalla tecnica. Inoltre, la tecnica è diventata anche un ambiente, vale a dire che non viviamo più nell'ambiente naturale, viviamo nell'ambiente tecnico. Lo dimostra il fatto che viviamo essenzialmente in una città, e nella città è tutto rigorosamente tecnico. O prodotto dalla tecnica, o tecnicamente in movimento. È il nostro ambiente di vita adesso, con la propria legge di organizzazione, la propria autonomia (e so che dire che la tecnica è autonoma provoca spesso qualche reazione), con la sua razionalità indipendente, un’attitudine ad uno sviluppo specifico; ciò significa, ad esempio (dovrò tornare su questo), che la tecnica procede in modo causale e mai finalistico. In altre parole: non c'è mai un fine che viene assegnato ad uno sviluppo tecnico. La tecnica progredisce perché semplicemente precedenti tecniche esistono, si combinano e permettono di avanzare di un passo. E non si fa mai che un passo in più. È un meccanismo totalmente diverso da quello consueto con cui, tradizionalmente, poniamo dei fini e poi cerchiamo i mezzi per raggiungere quei fini, e così via. La tecnica non progredisce più in questo modo. E questo insieme tecnico è caratterizzato da una ambivalenza. Non si può dire: «La tecnica fa del bene, la tecnica fa del male». Essa fa entrambe le cose, allo stesso tempo e in maniera indissolubile ed inseparabile. Vale a dire che man mano che, ad esempio, riuscirete a risolvere un problema grazie ad una tecnica, solleverete un'intera serie di altri problemi per il fatto stesso di aver fatto ricorso a quella tecnica. In altre parole siamo in presenza, con l’insieme di tecniche messe in relazione le une con le altre, di quello che chiamerò sistema, il «sistema tecnico», adottando il significato abbastanza preciso e rigoroso della parola «sistema». Di conseguenza, il problema etico può essere considerato solo in relazione a tale sistema preso nel suo insieme, e non in relazione a questo o a quell'oggetto. Non esiste un problema etico e poi un altro problema, una questione qui ed una là.  

Non esiste strumento neutro

Non ha importanza, per esempio, imparare ad usare bene una tecnica, o usare una tecnica per il bene; nessuna importanza, dato che ogni tecnica e ogni oggetto tecnico non esiste mai di per sé e in modo separato o autonomo. Se così fosse, ci sarebbero più opzioni in ogni caso, ma un oggetto tecnico è sempre integrato in un insieme, in un sistema. La tecnica ha la sua legge d'uso: non è uno strumento neutro. È l'errore che si fa sempre quando si dice: «Dopotutto, la tecnica non è altro che un coltello. Con un coltello, potete tagliare il pane oppure uccidere il vostro vicino, è semplice, è questione di come si usa». Ma tra un missile interplanetario e un coltello vi è una differenza di potenza che comporta una differenza qualitativa. Ogni elemento della tecnica è integrato in questo insieme che dà la sua portata e il suo significato. È per questo che non si può mai dire, in nessun momento, che uno strumento tecnico è uno strumento neutro che posso usare a mio piacimento. Inoltre, ciò che bisogna anche capire quando proviamo a porre questo primo insieme di relazione, è che nei confronti della tecnica — ed era già presente nell'esempio dato del coltello — noi siamo irrimediabilmente convinti che l'uomo rimanga pur sempre il padrone: «Dopo tutto, siamo noi ad aver fatto la tecnica». E come si dice di solito, il computer non produce mai nulla se non quello che vi abbiamo messo dentro. È chiaro come il giorno. Sono «io» che programmo il computer ed il computer alla fine fa quello che gli ho chiesto. Ma se noi consideriamo l’insieme, invece di prendere prima uno strumento e poi un altro, vorrei porre due domande.  

Il politico senza potere

Quando si dice: «L’uomo resta pur sempre il padrone», di che uomo si tratta? Chi padroneggia? Per logica io, io posso padroneggiare un registratore, posso padroneggiare la televisione — non utilizzandola, per esempio. Ma la tecnologia in sé, il sistema globale, le interrelazioni, i collegamenti tra tutti gli elementi della tecnologia, chi li padroneggia? Non sono né il politico né il tecnico stesso. Il tecnico è sempre specializzato. Nessuno padroneggia il sistema tecnico. Nessuno ha potere sull’insieme. Il politico non ha alcun tipo di potere. È completamente «doppiato», direi, dalla tecnica. Quando prende decisioni in apparenza libere, queste decisioni sono sempre preparate da tecnici e verranno applicate da tecnici. In definitiva, il politico è il davanti del palco, il davanti dello spettacolo. Questa è la prima domanda: «Chi padroneggia?» E inoltre, qual è l'uomo in questione? Pensiamo sempre in termini antichi, dicendoci: «L’uomo è sempre lo stesso, è il greco dell’epoca di Pericle, ed è a quest'uomo che mi riferisco, è quest'uomo a padroneggiare la tecnica». Ma no! I nostri figli, i nostri nipoti, che sono abituati all’universo tecnico, vivono in questo universo. Sono condizionati dai loro giocattoli che li indirizzano verso la tecnica. A scuola, cosa imparano? Imparano la matematica in una forma nuova che li prepara esattamente ad una funzione tecnica. In altre parole, sono già adattati prima di entrare nel sistema tecnico. Pertanto, dobbiamo notare che questo «uomo che padroneggia» è un uomo già modellato dalla tecnica. In funzione di ciò, le abituali posizioni morali sono completamente superate. Non ha più importanza parlare di etica individuale, di etica sociale o cercare di operare una distinzione. Per un po' ce la siamo cavata con la famosa teoria degli adiaphora (cioè, per i non-tecnici dell’etica, le questioni neutre o quelle che non concernono il bene ed il male). I teologi se la sono cavata molto bene. C'erano i problemi del bene, c'erano i problemi del male, e poi, nel mezzo, un sacco di cose né buone né cattive. Quindi non c'era nessun problema etico. Rimane il ricorso alla realtà, vale a dire l’etica insidiosa dell'adattamento, che consiste nel dichiarare che la tecnica è un fatto e che l'uomo deve adattarsi alla realtà. Di conseguenza, si tratta di eliminare ciò che impedisce il corretto funzionamento della tecnica. Al punto che l'adattamento diventa il criterio morale. Ciò porta alla constatazione che questa tecnica alla fine ha fatto nascere, attorno a noi, un’autentica nuova morale — la morale tecnica — che presenta, a mio avviso, le due seguenti caratteristiche: è una morale del comportamento, cioè elimina completamente le intenzioni, le motivazioni. Basta avere una pratica corretta. D’altra parte, è una morale che esclude la tradizionale problematica morale. Ad esempio, per riprenderne una che è stata molto importante: la moralità dell'ambiguità.  

Ogni tecnica è funzione di potenza

Ciò è inaccettabile nel mondo tecnico. La stessa tecnica è diventata virtù — dando un senso alla vita — ed ora, facendo una piccola digressione dalla parte della scienza, si vedono scienziati provare a basare la morale sulla virtù scientifica. Ma per la tecnica non è stato fatto un lavoro del genere. Sarebbe meno bello di quanto fatto da Monod. Per la tecnica le virtù che appaiono sono la normalità, l'efficienza, il lavoro, la coscienza professionale, la devozione all’opera collettiva. In ogni caso si tratta di subordinare tutto all'efficacia, funzionale all'adattamento. Tale etica tecnica favorisce il libero gioco della tecnica e, se si parla ancora dei valori tradizionali, se si evocano ancora le morali tradizionali, in genere ciò avviene per giustificare il primato della tecnica — escludendo del resto (come si fa ormai comunemente) valori tradizionali come la libertà e la dignità. Ricordo il famoso libro di Skinner, che è perfettamente in carattere con un'etica dell'era tecnica. Nello stesso tempo in cui si escludono i valori tradizionali di libertà e dignità, si svalutano gli altri comportamenti. Ad esempio, è ovvio che con la morale tecnica la pigrizia sia inaccettabile, lo spreco sia scandaloso e il gioco vada bene per i bambini. Ora, se cerchiamo un denominatore comune ai valori della tecnica, ai comportamenti che richiede, ci accorgeremo che i problemi sollevati sono in definitiva problemi relativi alla potenza. Ogni tecnica è funzione della potenza. In realtà, anche se pensiamo ai «casus», ai casi tecnici, alle ipotesi, ai casi particolari, ci accorgeremo che appunto perché l'uomo può praticamente tutto che vengono sollevati i problemi frammentari. Ma questa potenza non è la potenza dell'uomo, essendo estrinseca all'uomo. Riguarda esclusivamente i mezzi. È la dismisura dei mezzi che alla fine provoca la crisi della nostra civiltà e la crisi dell'etica. Questa è stata tradizionalmente formulata per un uomo senza mezzi, quindi tutti i problemi erano quelli relativi ai comportamenti diretti ed alle intenzioni. Attualmente, è un problema di mezzi e di potenza. A livello di potenza, il primo fattore essenziale è la constatazione della contraddizione tra la potenza ed i valori. Ogni accrescimento di potenza sfocia in una messa in discussione o in una regressione dei valori (il che è una proposta d’ordine pragmatico). Ma se i valori sono messi in discussione, non ci sono più limiti concepibili né parametri che permettano di valutare il comportamento: l'uomo diventa incapace di giudicare. Giacché giudica solo in base a dei valori. La sola regola che sussiste è: «Tutto ciò che può essere fatto deve essere fatto». La potenza implica un sempre di più, un sempre «oltre»: per porre, accettare e rispettare dei limiti, sono necessari valori comunemente accettati. Ma il problema della potenza non attiene solo ad un certo «spirito di potenza»: non esiste in quanto tale. La potenza dei nostri giorni esiste solo grazie a dei mezzi, rientra nell’universo dei mezzi. Ora, è perfettamente impossibile oggi separare i fini dai mezzi. Il fine è sempre contenuto nei mezzi. E i fini sono sempre definiti dai mezzi. Ma questi mezzi ce li fornisce pur sempre la tecnica. La potenza e la portata dei mezzi ricoprono completamente l'attuale campo del pensiero e della vita. Quindi, possiamo valutare correttamente il problema etico e cercare di porre le direzioni di una ricerca etica solo in relazione a tale sviluppo di potenza e a tale universo di mezzi. È qui che bisogna situarsi e non saltare in un universo di fini ipotetici, come si fa ora un po’ troppo facilmente. La passione per le utopie è precisamente la rinuncia di fronte ad una situazione creata dalla tecnica. Noi salteremo ciò che sta in mezzo, il periodo intermedio, e punteremo molto lontano. Mirando al periodo 2250 si potranno risolvere tutti i problemi. Ma a me interessa il periodo tra il 1978 ed il 2000. È questo il periodo che ritengo importante. E in tal caso, allora, non c'è utopia. Si tratta di situarsi nel problema dei mezzi e di considerare, in questa società tecnica, un'etica che svolga il ruolo tradizionale dell'etica. Infatti, perché porre il problema se si comincia a dire che ciò che l'uomo per millenni ha ritenuto fosse la morale, è stata cancellata, non conta più: si parte da zero? In quel momento entriamo nella morale tecnica, la questione è chiusa. C'era un ruolo tradizionale dell'etica: mantenere l'autorità dell'uomo in relazione alla vita, fornire la possibilità che esistesse un corpo sociale e dei rapporti inter-umani, ad esempio. Allora, se manteniamo questi due orientamenti dell’etica, credo che un orientamento, una riflessione, una ricerca per l'etica attuale debba porsi in relazione alla tecnica, ma non come una anti-tecnica, che non avrebbe senso. Non si può pretendere di essere anti-tecnici; non esiste, ci siamo dentro e non possiamo farci nulla. Dobbiamo fare con ciò che abbiamo, basta non esserne subordinati. Dobbiamo quindi accettare il fatto che questa tecnica sia una sorta di sfida che ci viene fatta, invece di essere semplicemente un mezzo fedele, semplice, tra le nostre mani.  

La disciplina personale

Considero quindi quattro caratteri, quattro orientamenti per questa etica: un'etica della non-potenza, un'etica della libertà, un'etica del conflitto e un'etica della trasgressione. E nel dire questo, non sono originale. Difatti, è in questa linea di ricerca che si pongono molti di coloro che da tempo riflettono sul problema della tecnica. Quando Jouvenel ci parla di amenità, quando Illich ci parla di convivialità, quando Friedman ci parla di saggezza, quando lo stesso Fourastié ci parla della necessità di disciplina personale — e potrei citare Rougemont, e potrei citare Domenach — vanno tutti nella stessa direzione ed ogni volta è una sorta di riduzione della potenza. Vale a dire che l'uomo accetta di non fare tutto ciò che potrebbe fare. Ora, la logica tecnica insegna che tutto ciò che si può fare, lo si deve fare. Solo, quando dico un'etica della non-potenza, non parlo di impotenza. Non è la stessa cosa. Non è rinunciare. È scegliere di non fare. Avere cioè, in un dato momento, questa possibilità e decidere di no. Pertanto, non è nemmeno un fatalismo che afferma: «le cose vanno, allora le lascio andare». Questa etica si registra a tutti i livelli, sia nell'uso personale — perché non escludo l'uso personale delle tecniche e la nostra attitudine nei confronti degli oggetti che ci circondano: è la non-potenza quando si è automobilisti, è la non-potenza quando si ha un transistor che infastidisce il vicino, ecc., è una decisione permanente — ma è anche una decisione istituzionale, perché è la ricusazione di ogni manipolazione, è la messa in discussione della crescita automatica, è il rifiuto della concorrenza, è entrare in una pedagogia differente, non competitiva. Ciò mette in discussione le olimpiadi, le gare automobilistiche, ecc. ma vale anche per la ricerca scientifica. E comporta l’instaurazione di limiti. Per schematizzare e semplificare, direi che mi sembra ci sia una specie di principio che dovrebbe essere davvero centrale in tutte le nostre riflessioni, dato che la potenza quasi illimitata dei mezzi che abbiamo consente quasi ogni azione. Ciò implica a priori la scelta del non intervento ogni qualvolta non si sia del tutto certi degli effetti globali e a lungo termine delle azioni intraprese. Cioè, se non ne siamo del tutto sicuri, a livello globale e nel lungo periodo, di ciò che stiamo iniziando a fare, non dobbiamo farlo.  

Gli effetti irreversibili

È questo l'argomento centrale attorno ai problemi atomici. Non si sa cosa, alla lunga, ciò provocherà. Non conosciamo l'effetto globale che comporta. Allora, in tali condizioni, non bisogna farlo. Perché quando ci sarà un incidente (ce ne sarà magari uno su un milione), sarà troppo tardi. È irreversibile. Ciò che mi sembra drammatico in questa quantità di imprese tecniche, adesso, in particolare nella cementificazione delle spiagge, è che siamo in presenza di azioni irreversibili. In altre parole, non bisogna impegnarsi in azioni che possono avere effetti irreversibili. Questa etica, questa decisione della non-potenza, mi sembra sia fondamentale e (poiché è inevitabilmente la preoccupazione di tutti coloro che si impegnano in una riflessione sull'etica) non è impossibile. È inutile formulare un'etica ideale che nessuno realizzerà. Non è impossibile perché è legata al significato. L'esperienza dell'uomo nella potenza della tecnica, è la scoperta dell'assenza del significato. La malattia dell'uomo moderno è che non sa più se la sua vita abbia un senso. La riscoperta del senso è legata, rigorosamente legata, alla scelta della non-potenza. Seconda caratteristica, un'etica della libertà. La potenza dei mezzi non garantisce la libertà. Credo al contrario che la tecnica sia diventata per l'uomo attuale il volto della sua fatalità, il volto delle necessità. Per riacquisire il suo essere etico, deve riprendere la sua lotta per la libertà. Nessun malinteso. Non sostengo affatto che l'uomo sia libero. Sostengo costantemente che l'uomo è determinato, ma che si pretende libero, che si vuole libero, che si afferma libero e che lotta per essere libero. Ora, ci sono state tre fasi. Egli è stato pesantemente determinato dalla natura, ha lottato con la natura per liberarsi da queste determinazioni. Ha vinto. Ha vinto grazie alla tecnica. Ha vinto sulla natura. È immensamente libero nei confronti della natura. Seconda fase: egli era, in quel momento — quando ha iniziato a vincere sulla natura — fortemente determinato dalla società. L'uomo ha voluto affermarsi anche contro la determinazione sociale, ed è tutto qui il problema delle rivoluzioni.  

Con Hitler, era facile

Ora c'è un terzo atto di queste determinazioni: [l’uomo odierno] è determinato dalla tecnica. Non penso che il sistema tecnico sia più forte, più rigoroso, più pericoloso di quanto lo fosse la natura per l'uomo preistorico. Certamente no. L'uomo preistorico se l’è cavata bene. Adesso è nostro compito in questo ambiente tecnico rifare, penso, ciò che ha fatto l'uomo preistorico. Ma, ovviamente, non è la stessa cosa. Egli aveva trovato quello strumento di elaborazione dei valori, di rappresentazione del mondo, ecc., allora estremamente utile. Credo che in definitiva l'etica sia uno strumento estremamente utile anche per la liberazione, ma occorre sceglierlo. In altre parole, bisogna decidere — e questo può avere enormi conseguenze — che non è la tecnica a liberarci, ma che dobbiamo liberarcene. Anche in questo caso mi sembra ci sia un fondamento di realtà e possibilità. È soprattutto l'esperienza dei giovani, ma era già la nostra esperienza quando eravamo giovani. Stiamo morendo di non-libertà. Ma non sappiamo esattamente contro chi lottare. Direi che quando si aveva Hitler davanti, era facile. Si sapeva chi combattere. Nel mondo attuale, sono punti diffusi, sono forze che conosciamo male, che non abbiamo analizzato, ecc. È il lavoro che consiste, ad esempio, nell'analisi del sistema tecnico. Allora, si lotta un po’ alla cieca, ma sono più che convinto che ci sarà una presa di coscienza. Poi c'è un'etica del conflitto, e questo è il terzo fattore. Poiché l'etica della non-potenza e della libertà è necessariamente creatrice di conflitto e tensione. Vale a dire che si tratta di reintrodurre dei conflitti, dei giochi, degli interstizi in un tessuto che la tecnica vorrebbe assolutamente coerente, rigoroso, monolitico. La tecnica è unificatrice e totalizzante. Ma un gruppo umano può esistere solo nel conflitto e nella trattativa. In pratica, se giungeremo al gruppo umano perfettamente omogeneizzato, non esisteremo più, né come persone, né come gruppo. Un gruppo umano esiste solo attraverso la conflittualità che c’è tra i suoi membri. Tale conflittualità non dovrebbe sfociare nella disgregazione e nella distruzione del gruppo, ma è attraverso successivi conflitti che il gruppo vivrà e si evolverà pian piano. Pertanto, uno dei valori fondamentali dell'etica è il conflitto, e la tensione. Siamo molto lontani dalle morali abituali e tradizionali.  

Desacralizzare la tecnica

Infine, ritengo occorra un'etica della trasgressione e della profanazione. Ma qui bisogna stare attenti, non bisogna sbagliarsi su cosa sia da trasgredire. Ora tutti trasgrediscono: i tabù sessuali, ecc. Ciò non ha più alcun interesse perché è da molto tempo che la morale sessuale viene criticata. Si trasgrediscono i tabù con la droga, ma nemmeno questo ha molto interesse. Quando si dice che la droga è un grido, sono d'accordo. Ma quando si sostiene che è la trasgressione delle costrizioni della società, è tutta una commedia. Ciò che si trasgredisce con mezzi di questo genere, è già finito e liquidato; è un passato. Occorre trasgredire le costrizioni, le regole, i limiti posti dalla tecnica, vale a dire ciò che è reale. Questa trasgressione può essere compiuta solo attraverso la smitizzazione della tecnica, la desacralizzazione della tecnica — perché l’abbiamo tutti sacralizzata. Nel nostro cuore ci crediamo tutti. Dobbiamo desacralizzarla. È terribile quando si desacralizza il ​​dottore, il pilota, l'economista, l'astronauta. Credo che dovremmo distruggere l'illusione del progresso, l'illusione che la tecnica ci faccia marciare di progresso in progresso, l'illusione altrettanto radicata in noi che ci sia una coincidenza tra il materiale e lo spirituale. In altre parole, la tecnica realizza ciò che è basso, piatto, meschino. Essa ci libera da ciò che è materiale, quindi, come un puro spirito, una volta che non dovrò più fare quei volgari compiti, potrò finalmente librarmi in cielo. Ma in tal caso, spiacente, qualora la tecnica mi liberi da qualcosa, mi castrerà nel contempo di qualcos'altro e, in generale, di ciò che è spirituale. Ogni artista sa che deve superare una resistenza e, qualora la tecnica vincesse la resistenza della materia al posto suo, non immaginerebbe più nulla. Io ho bisogno, per negare, di una resistenza che la tecnica non deve togliermi. Non sono liberato, non sono dematerializzato grazie alla tecnica. In altre parole, è necessario ridurre la tecnica a mera produttrice di oggetti. Oggetti utili, ovviamente, perché no? Lo sto usando, ma funziona. Del resto, preferisco che funzioni in generale. Quando mi si dà una tecnica, non ne so nulla, ma mi piace che funzioni. È utile, ma niente di più. Ma allora, è proprio per un insieme di utilità che devo rinunciare a tutto quanto ci è richiesto di rinunciare? Ecco in definitiva la questione che ci sta di fronte. È questa trasgressione dell'ideologia tecnica che è in noi, che consente l’instaurazione di nuovi limiti (di quei limiti richiesti da Illich).   Vorrei concludere con una parola, dicendo che ciò che propongo non è in alcun modo né retrogrado, né distruttore della tecnica, né negatore, ma è semplicemente un confronto al cospetto di un nuovo ambiente che non conosciamo bene. Si tratta di riaffermarci come soggetti. La nostra riaffermazione in questo ambiente e in questo mondo, la contestazione etica, non sono né contro l'uomo né contro la società, ma affinché l'uomo ed il gruppo sociale in cui vivo possano continuare ad essere, possano continuare ad avere un'esistenza reale. È questo il compito etico. Quindi, capite che i valori antichi e tradizionali su cui avevamo convenuto per circa duemila anni non sono più utili. Ma sono insostituibili, perché nulla può sostituire la libertà e la dignità.

Jacques Ellul, 1978

«Decenni di fede nella scolarizzazione hanno tramutato il sapere in una merce, un prodotto commerciabile di tipo speciale. Oggi lo si considera un bene di prima necessità e, contemporaneamente, la moneta più preziosa di una società. (La trasformazione del sapere in merce si rispecchia in una parallela trasformazione del linguaggio. Parole che un tempo avevano funzione di verbi stanno diventando sostantivi che indicano possesso. Sino a non molto tempo fa “abitare”, “imparare”, “guarire” designavano delle attività: oggi si riferiscono di solito a delle merci o a dei servizi da fornire. Parliamo di industria edilizia, di prestazione di assistenza medica; nessuno pensa più che la gente sia in grado di farsi una casa o di guarire per proprio conto. In una società cosiffatta si finisce per credere che i servizi professionali siano più preziosi della cura personale. Invece d'imparare ad assistere la nonna, l'adolescente impara a picchettare l'ospedale che non vuole accoglierla)» 

Ivan Illich, Descolarizzare la società,1972

In questi giorni segnati dalla pandemia non si è mai parlato così tanto di scuola. Da quando è entrata sulla scena la «didattica a distanza» poi la confusione è esplosa a livelli esponenziali. Docenti e genitori che protestano per la chiusura delle scuole, genitori e docenti che protestano per la riapertura delle scuole senza la dovuta sicurezza, ministri che polemizzano con presidenti di regione che chiudono le scuole, scienziati che affermano che la scuola sia il luogo dove il virus si diffonde più degli altri luoghi, genitori che affermano il contrario, e così via, in un crescendo di grida strozzate da talk-show televisivo. Mentre tutti sono contro tutti, però, su una cosa sono tutti d’accordo: la scuola è un luogo importante, importantissimo, forse è l’istituzione più importante di tutta la nostra società, della nostra democrazia. Il ministro dell’Istruzione, ovviamente, dirà che nel pur necessario lockdown le scuole devono essere le ultime a chiudere e quindi si inventerà un distanziamento tra banchi a rotelle. Il presidente di Confindustria sarà d’accordo e dirà che la scuola deve formare i lavoratori del futuro. E così di seguito tutti i partiti, di destra di centro e di sinistra, diranno che la scuola è un’istituzione centrale, sacra, intoccabile. Chi critica questo coro unanime lo farà soltanto per smascherare un’ipocrisia palese, ovvero che nel mentre tutti i governi hanno proclamato la scuola come centrale per il funzionamento della democrazia, l’hanno contemporaneamente svuotata di finanziamenti, precarizzando il corpo docente e lasciando gli istituti in un degrado crescente, con i soffitti che cadevano in testa agli studenti. Questa critica non fa che rafforzare il coro del governo: sì, il precedente esecutivo poteva fare di più, ma adesso ci siamo noi e dobbiamo puntare tutto sulla scuola. Non se ne esce, in tutto questo dibattito pubblico, in questi mesi di feroci accuse tra scienziati e politici sulla didattica in presenza e a distanza, non si è alzata nemmeno una voce che mettesse in discussione il cuore, il progetto, l’utilità e la funzione di questo baraccone osceno che chiamiamo scuola. Il motivo di questa assenza è semplice ma forse è illuminante rispetto a tanto di quella falsa opposizione che sinistra e movimenti fanno ad un sistema che vorrebbero combattere ma di cui in realtà condividono principi e fondamenti. Come altre istituzioni totali sviluppatesi nel Novecento, come il carcere, l’ospedale o il manicomio, anche la scuola è stata profondamente riadattata nella fase più recente del dominio capitalista. Come le altre istituzioni che un tempo facevano da ausilio ideologico alla grande fabbrica fordista, anche la scuola è diventata più flessibile, i suoi insegnamenti più adatti a formare la mentalità imprenditoriale dei suoi studenti. Così come la polizia e il controllo si sono diffusi e ramificati nella società e così come il lavoro si è reso pervasivo, totalizzante, con gli smartphone che ci attaccano al meccanismo produttivo h24, così la scuola è diventata smart, i suoi insegnanti sono precari che devono formare clienti e futuri lavoratori iper-sfruttati. Cambiato lo scenario, cambiati gli strumenti, resta l’obiettivo di fondo: a scuola si deve insegnare a obbedire. Oggi la ginnastica dell’obbedienza deve essere permanente, così come si suol dire che la formazione non deve finire mai, perché se perdi il lavoro a cinquant’anni ovviamente è per colpa tua che non ti sei adeguatamente aggiornato. Se però durante la fase fordista qualche eretico poteva immaginare la descolarizzazione, la fine della scuola, e si poteva pensare un’alternativa del sapere e dell’apprendere in comunità dislocate fuori dalle logiche del capitalismo, oggi sembra che questo scenario (parimenti con quello della fine del capitalismo) non sia nemmeno immaginabile. Gli unici movimenti che abbiamo visto in questi anni sono stati sempre sulla difensiva, con comitati di base di professori che lottavano contro la trasformazione della scuola da fabbrica fordista ad azienda con produzione just in time. E dunque anche nel dibattito avvenuto durante questa pandemia si è parlato della stabilizzazione dei docenti precari, delle aule pollaio, dei concorsi, della sicurezza e di tanto altro, certo non di «abolizione della cattedra» o altri concetti di quello che viene demonizzato come residuato ideologico degli anni 70. Sarebbe invece il caso di riscoprire quanto hanno detto questi teorici della descolarizzazione, per tracciare almeno qualche idea differente. Ivan Illich nel suo Descolarizzare la società inseriva la scuola tra le istituzioni manipolatorie e non conviviali, un’istituzione fondata sulla confusione tra l’erogazione dell’istruzione e l’assegnazione del ruolo sociale. L’attacco di Illich al sistema istituzionale d’istruzione si può capire soltanto  insieme alla sua critica dell'architettura moderna, della famiglia e del sistema di merci: in questo senso Illich nel 1971 ha forse preconizzato la completa integrazione della scuola con gli strumenti tecnologici del dominio, questa oscena formazione (a distanza o meno) che lo Stato ti eroga attraverso i software di una multinazionale come Google. Per questo motivo pensare la fine della scuola sarà di nuovo possibile solo se riemergerà la voglia di distruggere questo mondo, reinventando così l’arte di costruirne uno nuovo. 

ewart

20 novembre 2020

Fonte: Finimondo