Vai al contenuto

L'ipocrisia non conosce ritegno. Le istituzioni trasformano un pensiero di Primo Levi in uno slogan per ricordare la Giornata della Memoria, ma a forza di slogan non si capisce un granché... Per demistificare la neolingua del potere, vi proponiamo un estratto più corposo della frase presa quest'anno dalle istituzioni. Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario, è anche importante smascherare le tristi baggianate che ci propina chi comanda. E in questo piccolo frammento troverete che l'orrore non si annida solamente in quello che è successo ieri, ma anche in ciò che accade oggi.

Forse, quanto è avvenuto non si può comprendere, anzi, non si deve comprendere, perché comprendere è quasi giustificare. Mi spiego: «comprendere» un proponimento o un comportamento umano significa (anche etimologicamente) contenerlo, contenerne l'autore, mettersi al suo posto, identificarsi con lui. Ora, nessun uomo normale potrà mai identificarsi con Hitler, Himmler, Goebbels, Eichmann e infiniti altri. Questo ci sgomenta, ed insieme ci porta sollievo: perché forse è desiderabile che le loro parole (ed anche, purtroppo, le loro opere) non ci riescano più comprensibili. Sono parole ed opere non umane, anzi, contro-umane, senza precedenti storici, a stento paragonabili alle vicende più crudeli della lotta biologica per l'esistenza. A questa lotta può essere ricondotta la guerra: ma Auschwitz non ha nulla a che vedere con la guerra, non ne è un episodio, non ne è una forma estrema. La guerra è un terribile fatto di sempre: è deprecabile ma è in noi, ha una sua razionalità, la «comprendiamo». Ma nell'odio nazista non c'è razionalità: è un odio che non è in noi, è fuori dell'uomo, è un frutto velenoso nato dal tronco funesto del fascismo, ma è fuori ed oltre il fascismo stesso. Non possiamo capirlo; ma possiamo e dobbiamo capire di dove nasce, e stare in guardia. Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario, perché ciò che è accaduto può ritornare, le coscienze possono nuovamente essere sedotte ed oscurate: anche le nostre. Per questo, meditare su quanto è avvenuto è un dovere di tutti. Tutti devono sapere, o ricordare, che Hitler e Mussolini, quando parlavano pubblicamente, venivano creduti, applauditi, ammirati, adorati come dèi. Erano «capi carismatici», possedevano un segreto potere di seduzione che non procedeva dalla credibilità o dalla giustezza delle cose che dicevano, ma dal modo suggestivo con cui le dicevano, dalla loro eloquenza, dalla loro arte istrionica, forse istintiva, forse pazientemente esercitata e appresa. Le idee che proclamavano non erano sempre le stesse, e in generale erano aberranti, o sciocche, o crudeli; eppure vennero osannati, e seguiti fino alla loro morte da milioni di fedeli. Bisogna ricordare che questi fedeli, e fra questi anche i diligenti esecutori di ordini disumani, non erano aguzzini nati, non erano (salve poche eccezioni) dei mostri: erano uomini qualunque. I mostri esistono, ma sono troppo pochi per essere veramente pericolosi; sono più pericolosi gli uomini comuni, i funzionari pronti a credere e ad obbedire senza discutere, come Eichmann, come Hòss comandante di Auschwitz, come Stangl comandante di Treblinka, come i militari francesi di vent'anni dopo, massacratori in Algeria, come i militari americani di trent'anni dopo, massacratori in Vietnam. Occorre dunque essere diffidenti con chi cerca di convincerci con strumenti diversi dalla ragione, ossia con i capi carismatici: dobbiamo essere cauti nel delegare ad altri il nostro giudizio e la nostra volontà. Poiché è difficile distinguere i profeti veri dai falsi, è bene avere in sospetto tutti i profeti; è meglio rinunciare alle verità rivelate, anche se ci esaltano per la loro semplicità e il loro splendore, anche se le troviamo comode perché si acquistano gratis. È meglio accontentarsi di altre verità più modeste e meno entusiasmanti, quelle che si conquistano faticosamente, a poco a poco e senza scorciatoie, con lo studio, la discussione e il ragionamento, e che possono essere verificate e dimostrate. È chiaro che questa ricetta è troppo semplice per bastare in tutti i casi: un nuovo fascismo, col suo strascico di intolleranza, di sopraffazione e di servitù, può nascere fuori del nostro paese ed esservi importato, magari in punta di piedi e facendosi chiamare con altri nomi; oppure può scatenarsi dall'interno con una violenza tale da sbaragliare tutti i ripari. 

Primo Levi, Se questo è un uomo

Braccialetti. Una delle peculiarità dell’attuale situazione pandemica — che ripropone ad ognuno la vecchia domanda su quale possa essere il senso di una vita degna che vada oltre la semplice sopravvivenza — è quella di mettere un po’ più a nudo certe sbarre della prigione sociale.

Non si ingannava quel filosofo di Stato quando qualche decennio fa affermava che si poteva prevedere l’abolizione del carcere grazie alla sua diffusione capillare a tutta la società, piuttosto che la sua distruzione col mondo che ne necessita. Nel frattempo, come sempre, non stiamo assistendo ad un processo di sostituzione ma di accumulo. In materia energetica abbiamo il petrolio, il carbone, l’energia nucleare e giganteschi campi eolici o impianti fotovoltaici che continuano ad alimentare un mortifero produttivismo. Allo stesso modo, in materia carceraria siamo di fronte non solo a massicci accampamenti di indesiderabili attorno alle frontiere, alla costruzione di nuove galere (15.000 posti di detenzione supplementari entro cinque anni), ma anche ad una moltiplicazione delle forme di reclusione all’esterno delle quattro mura. Se si dovesse fare un solo esempio, senza nemmeno menzionare i tradizionali arresti domiciliari e altre costrizioni, il più indicativo sarebbe forse l’estensione del braccialetto elettronico. A fine dicembre, oltre ai 63.000 prigionieri stipati in carceri passate a modalità covid (con sistemi di videoconferenza, restrizioni delle attività e dei permessi d’uscita), ad altri 11.000 è stata allacciata alla caviglia una spia allarmata. Un aumento di guinzagli giudiziari elettronici che accresce le capacità carcerarie dello Stato e ormai va di pari passo con la volontà di imporli sotto forma di misure di sicurezza post-carcerazione nei confronti di quei detenuti che perseverano nelle loro idee (a cominciare da chi ha appena scontato una condanna per “terrorismo”). Eppure, a pensarci bene, essendo la prigione null’altro che lo specchio esacerbato di questa società tecnologica autoritaria, come sorprendersi quando la maggior parte dei sudditi dello Stato — ribelli compresi — vanno già a spasso fuori, volontariamente e permanentemente, con un microfono e un Gps in tasca, anche quando non stanno aspettando la fastidiosa chiamata di un padrone? Così, con il pretesto del covid-19, i portuali di Anversa o di Gien (Loiret), i liceali di Pechino, i malati o i viaggiatori in quarantena provenienti dalla Corea del Sud e dalla Polonia possono essere costretti a portare un braccialetto della salute che rileva a scelta la loro temperatura corporea, calcola la distanza che li divide dagli altri esseri umani o ne verifica la posizione, amplificando un medesimo movimento dove ciascuno diventa il secondino di se stesso. Quando il confine fra reclusione forzata e auto-reclusione da confinamento, fra trasformazione totalitaria dello spazio urbano e architettura carceraria contemporanea, tra guinzagli e braccialetti elettronici, si fa sempre più labile, la vita stessa — questo cuore a serramanico, come diceva il poeta — tende a diventare una pena in sé nella vasta prigione sociale.

È ovvio che esiste una differenza fra aprire una porta da soli e subire l’arbitrio di un boia in divisa, fra un isolamento dove la luce del giorno penetra a malapena e le strade deserte per decreto, fra privazione del significato e sostituzione del contatto umano con quello delle macchine, ma occorre constatare che la vecchia metafora secondo cui il carcere non è un’estensione della società essendo piuttosto quest’ultima a costituirne l’estensione, non ha perso la sua pertinenza. Anzi, tutt’altro. Quindi, se non possiamo evadere da una prigione sociale che ha ormai colonizzato tutto lo spazio, se le sue gabbie da bamboline russe si incastrano e si fondono l’un l’altra, quale possibilità ci resta, se non quella di distruggerla dall’interno? Coltivando con cura un mondo tutto nostro, respingendo gli assalti di un dominio che mutila ogni giorno la nostra sensibilità, devastando senza pietà le sbarre e i muri che ci tengono prigionieri. Tanti ostacoli alla libertà, che non s’incarnano più solamente nella pietra e nell’acciaio, ma anche nelle reti diffuse in fibra di vetro e rame che corrono sotto i nostri piedi e volano sopra le nostre teste. Se quasi un centinaio di antenne-ripetitori sono state sabotate nel 2020 malgrado i vari confinamenti, il fatto che queste strutture costituiscano un anello supplementare delle nostre catene ha forse una qualche attinenza.

Passaporto sanitario. Nel corso dell’ultima grande epidemia di peste conosciuta in Francia, avvenuta nel 1720 quando alcuni mercanti e notabili fecero sbarcare comunque il loro carico di stoffe e di cotone da una nave in quarantena nel porto di Marsiglia, furono impiegati due particolari tipi di dispositivi. Da un lato, usare gli schiavi delle galere, cioè i condannati ai lavori forzati, per far raccogliere i cadaveri dalle strade con le baionette, e poi gettarli in antichi bastioni e ricoprirli di calce viva. Dall’altro, costruire un po’ più a distanza un Muro della peste, sorvegliato giorno e notte dalle truppe francesi e papaline, allo scopo di isolare le regioni colpite e impedire che il bacillo si diffondesse sul resto del territorio. Beninteso, i ricchi avevano già lasciato Marsiglia per rifugiarsi nelle loro bastie, ed essendo l’economia un imperativo irrinunciabile al di là di ogni altra considerazione, i viticoltori facevano consegnare dagli uffici sanitari ai propri vendemmiatori un cartellino contrassegnato con lo stemma della città come lasciapassare. Fino alla fine dell’epidemia nel 1722, le autorità emanarono così migliaia di salvacondotti attestanti che il loro vettore era in buona salute, mentre comunicavano le istruzioni reali qualora i residenti fossero stati sorpresi a varcare il muro: «Farli arrestare con ogni precauzione per non trasmettere [il Male], riportarli nel loro territorio e spaccar loro la testa davanti ai propri compatrioti, esempio assolutamente necessario per contenerli».

Quasi trecento anni più tardi, né le priorità di un sistema mortifero e neanche le ingiunzioni del potere sono in fondo cambiate, sebbene il covid-19 sia senz’altro meno contagioso e mortale (prima di nuove mutazioni?) della peste nera. Certo, le tessere sanitarie si sono trasformate in certificati vaccinali prima dell’istituzione più o meno esplicita di un passaporto sanitario, gli antichi lasciapassare comunali sono diventati attestazioni ministeriali su smartphone, l’autorità religiosa delle multicolori guardie pontificie si è tramutata in un potere scientifico in camice bianco, il Codex nazionale che regola la produzione di farmaci non raccomanda più di ingurgitare pozioni a base di aceto, ma piuttosto di farsi iniezioni a base di RNA messaggero, e i refrattari al confinamento si fanno un po’ meno spaccare la testa e un po’ più tassare (o entrambe le cose), mentre i forzati devono ancora trasportare cadaveri di contagiati in tutto il pianeta e scavarne le fosse. No, ciò che è cambiato radicalmente alle nostre latitudini sono altri tre secoli di addomesticamento statale: non c’è bisogno di un Muro della peste quando una servitù volontaria unita alla tecnologia sembra essere sufficiente a limitare i movimenti collettivi del gregge. Quanto alle pecore nere mai attratte veramente dal loro odore, ci scommettiamo che sapranno ancora una volta esplorare strade secondarie per rifiutare l’aria dei pastori e attaccarli di sorpresa.

Traduzione Finimondo

Per leggere l'intero nuovo numero in francese: Avis de Tempêtes Numero 37 PDF

In questi giorni si fa un gran parlare di transizione energetica in città, quando si nasconde il fatto che sembra più l'accumulazione della catastrofe. Tutta l'arco istituzionale cittadino mente sapendo di mentire. E anche chi crede ai venerdì del futuro fa lo stesso, perché la politica è l'arte della menzogna generalizzata. Veramente vogliamo credere a chi vince le elezioni toccando le corde delle anime belle dell'ambientalismo dicendo che chiuderà l'inceneritore per poi posticipare la chiusura fra vent'anni? Veramente vogliamo credere a chi finanzia Citelum per cambiare l'illuminazione pubblica, nota ditta di proprietà di EDF, mostro francese che produce il nucleare nella vicina Francia? Ormai la proposta verde del capitalismo mette d'accordo molti, sia chi sta alla destra del potere sia chi sta alla sua sinistra, ma il colore del risultato è sempre lo stesso, il rosso sangue delle morti provocate da inquinamento dell'aria e dalla corsa all'atomo, producendo disastri palesi come Hiroshima, Nagasaki, Fukushima e Chernobyl. E gli opportunisti fanno finta di non vedere: il problema è che questo mondo si basa sullo sfruttamento di qualunque risorsa e sulle guerre per depredare qualunque territorio. Non esiste transizione, ma solo addizione che sostiene questo mondo mortifero.

Con questo testo vorremmo mettere dei dubbi a tutti quegli individui che hanno ancora voglia di non bersi tutte le tristi cazzate del dominio. Buona lettura.

La casa del diavolo

«Il diavolo si è installato in un nuovo domicilio. E anche se fossimo incapaci di farlo uscire dal suo rifugio da un giorno all’altro, dobbiamo per lo meno sapere dove si nasconde e dove possiamo stanarlo, per non combatterlo in un angolo in cui non trova più rifugio da molto tempo — e affinché non si prenda gioco di noi nella stanza accanto»

Günther Anders

Per sviscerare la questione dell’energia, o meglio delle risorse energetiche da cui dipende il buon funzionamento dello sfruttamento capitalista e del potere statale, non serve un elenco di dati tecnici su questa o quella fonte di energia, o un calcolo delle nocività generate dalla voracità energetica del sistema industriale e l’enumerazione delle conseguenti devastazioni a livello ambientale. In linea di massima, sono sotto gli occhi di chi sa e vuole vedere.

A seguito dell’imposizione del nucleare da parte dello Stato, e con una crescita esponenziale dei bisogni energetici della produzione industriale, della guerra e del modello societario di consumo di massa, sono innumerevoli i conflitti legati alle risorse energetiche, alla produzione ed al trasporto di energia. Da un lato, gli Stati scatenano continue guerre per conquistare ed assicurarsi il rifornimento di determinate risorse, come il petrolio o le miniere di uranio. Dall’altro, si moltiplicano i conflitti cosiddetti sociali, a volte più ecologici, a volte radicalmente anticapitalistici, a volte di rifiuto di un’ulteriore devastazione del territorio o dell’imposizione di certi rapporti sociali conseguenti a quei progetti — come l’opposizione allo sfruttamento di una miniera, alla costruzione di una centrale nucleare, o alle nocività causate da una centrale elettrica a carbone.

Il lungo elenco di lotte e di guerre ci dà già un’idea dell’importanza che riveste l’energia, la sua produzione e il suo controllo.

Oggi, in tempi in cui ogni prospettiva rivoluzionaria di trasformazione totale dei rapporti esistenti, di distruzione del dominio, sembra essere quasi scomparsa, almeno nei paesi europei, esistono tuttavia non poche lotte di opposizione alle infrastrutture energetiche. Pensiamo alla gigantesca miniera di lignite a cielo aperto di Hambach, in Germania, dove la lotta contro la sua estensione è scandita da numerosi sabotaggi di ogni tipo che inceppano il funzionamento della miniera esistente; o alla lotta contro la costruzione del gasdotto TAP in Italia; o alle lotte in Francia contro la costruzione di nuove linee di alta tensione; o alle proteste contro l’installazione di nuove turbine eoliche o contro i permessi di esplorazione e sfruttamento del gas di scisto... Certo, tali conflitti non denotano sempre aspirazioni rivoluzionarie, e spesso al loro interno albergano il cittadinismo, l’ecologismo cogestionario, la ricerca di dialogo (quindi di riconoscimento) con le istituzioni, oltre ad una fastidiosa confusione. Ancor peggio, sovente sono afflitti da un evidente opportunismo politico, sul modello di ciò che i comitati invisibili e gli strateghi populisti di servizio teorizzano sotto forma di strategia della composizione: il tentativo di riunire tutto ciò che è incompatibile sotto la direzione di un alto comando politico.

Tutte queste lotte, a noi anarchici e anti-autoritari — che scrutiamo sempre l’orizzonte per scoprire i segni del malcontento e di possibili sbocchi insurrezionali, dimenticando troppo spesso l’importanza di agire in prima persona, sulla base di idee e di tensioni nostre — non potrebbero farci immaginare un progetto di lotta, non necessariamente nuovo ma abbastanza assente da qualche tempo, che proponga di tagliare l’energia a questo mondo, qualsiasi energia, sia essa nucleare, termica, solare, eolica?

Ma andiamo con ordine. Che cos’è questa Energia di cui si parla? Pur trattandosi di un termine che proviene dal lessico delle scienze fisiche, per misurare e quantificare determinati processi come ad esempio il calore, in genere si tende ad equiparare l’energia alla vita. Senza energia, niente vita. Senza energia, niente movimento. Oggi però il discorso sull’energia è penetrato dappertutto, anche dove in passato veniva ancora e giustamente distinto dai processi vitali. Per determinare la vita si misura ad esempio l’energia chimica delle cellule — base della vita biologica — ed è così che la stessa consapevolezza che la vita sia molto più di una serie di dati chimici o di un filamento di DNA, tende rapidamente a svanire. Non dimentichiamo che ciò che non è quantificabile non può essere accumulato. Quindi la qualità, come l’esperienza singolare, le passioni, le sensazioni, insomma tutto ciò che costituisce la poesia della vita, non possono essere misurate e facilmente trasformate in merce. Energia, quindi, non è sinonimo di vita. La distinzione potrebbe sembrare un po’ ridicola, un po’ superflua, ma non lo è: se proponiamo di tagliare l’energia a questo mondo, questa precisazione preliminare assume tutta la sua importanza.

Quando parliamo di energia, di risorse energetiche, è necessario quindi intendersi. Non si tratta, come solitamente si dice nella lingua parlata, che «l’umano libera energia» contenuta nell’atomo, nel petrolio, nell’olio di colza, nel gas o nel vento. No, è attraverso strumenti, strutture, processi e macchine che l’energia viene misurata, prodotta, generata, convertita, accumulata, immagazzinata e trasportata. Il soffio del vento non è semplice «energia cinetica»: occorrono pale eoliche, turbine, cavi e quant’altro per trasformarlo in energia elettrica.

Ci sarebbe molto da dire sulla conversione delle risorse in energia elettrica ad uso industriale o domestico, e sul rendimento di queste conversioni. Basti pensare a quanti litri di petrolio sono necessari per produrre un chilo di grano, che si potrebbe a sua volta quantificare in termini di energia (calorie), per constatare come il rendimento dell’agricoltura industriale a petrolio non sia affatto così razionale come si pensa.

Riprendiamo allora il filo: col termine Energia intendiamo tutti quei procedimenti, oggi quasi tutti industriali, utilizzati per convertire qualcosa in forza motrice, in energia elettrica. Checché se ne dica, questi diversi procedimenti messi a punto nel corso della storia non derivano da una semplice volontà di razionalizzazione, ed ancor meno da una preoccupazione etica o ambientale come millanta oggi il dominio, che investe massivamente nello sfruttamento di altre risorse come le cosiddette energie rinnovabili in conseguenza di precise strategie. La generalizzazione dell’uso del petrolio come carburante è istruttiva a tal proposito, essendo in buona parte una risposta, non solo a scopo preventivo contro i rischi di una paralisi della produzione, ai movimenti operai rivoluzionari sviluppatisi massicciamente proprio alla fonte della riproduzione del capitalismo. Benché lo sfruttamento del petrolio necessiti anch’esso di manodopera, i pozzi non ne richiedono quanto una miniera di carbone.

A sua volta, la nuclearizzazione del mondo non deriva affatto da una presunta ricerca di indipendenza energetica, in risposta alle crisi petrolifere, quanto dalla necessità di assoggettare le popolazioni. Con il nucleare, l’organizzazione gerarchica è diventata tecnicamente inevitabile, ponendo grossi ostacoli ad ogni orizzonte rivoluzionario di sconvolgimento dell’esistente. In altre parole, lo sfruttamento di una tale fonte energetica segue i disegni del dominio.

Ma allora, le energie rinnovabili odierne, in nome delle quali le colline ed i mari sono coperti di pale eoliche, i campi ed i deserti di pannelli fotovoltaici, le valli inondate e il corso e il flusso dei fiumi modificati e regolamentati? Una preoccupazione ambientale? Certo che no, oppure sì, se intendiamo la loro estensione come la prosecuzione dello stesso mondo industriale con altri mezzi. Le irreversibili devastazioni e contaminazioni lasciate in eredità da due secoli di industrialismo spingono oggi gli Stati a cercare soluzioni e superamenti tecnici per ridurre l’inquinamento e l’avvelenamento. Si tratti di fantasmi o di possibilità reali, il risultato è lo stesso: è la perpetuazione di quello stesso dominio che vogliamo abbattere.
Le energie rinnovabili tentano oggi di mitigare un rischio importante. Cioè, per far fronte a bisogni energetici esponenziali e ad una dipendenza sempre maggiore da un rifornimento elettrico stabile di interi settori dell’economia, dell’amministrazione statale o dell’orizzonte cibernetico che si afferma ad una velocità e con una potenza impossibili da sopravvalutare, il dominio deve non solo moltiplicare, ma anche diversificare i processi per generare energia elettrica. E visto che i progressi tecnici consentono oggi un rendimento più elevato (sebbene le pale eoliche abbiano un fattore di capacità molto basso, attorno al 20%), il sistema si è lanciato in questa diversificazione energetica con le energie dette rinnovabili. Per l’ennesima volta, non si tratta di una transizione energetica, bensì di una addizione, come dimostra non solo il fatto che le centrali nucleari o convenzionali non siano state tutte chiuse, ma che altre nuove centrali vengano costruite o sviluppate, che altre fonti di energia vengano esplorate, testate ed utilizzate (come gli impianti a biomassa) e che uno dei tre principali programmi di ricerca finanziati dall’Unione Europea sia quello del trasporto di elettricità per cercare, soprattutto attraverso l’uso di nano-materiali, di ridurre al minimo la perdita di calore sulle linee.

In generale, motivi economici e di controllo sociale a parte, le energie rinnovabili consentono di accrescere la capacità di continuare a funzionare in caso di intoppi: di una tempesta, di un accidente o di un sabotaggio. Ciò determina anche un decentramento della rete elettrica, con strutture disseminate dappertutto, quindi più facilmente attaccabili, anche in considerazione della vasta rete di trasporto e distribuzione da cui deve necessariamente dipendere.

Non sorprenderà nessun nemico dell’autorità che le infrastrutture energetiche siano quindi classificate dall’Unione Europea (così come da quasi tutti gli Stati del mondo) con il leggiadro eufemismo di «infrastrutture critiche», si tratti di una centrale, di un gasdotto, di una linea d’alta tensione, di trasformatori elettrici, di pale eoliche o di pannelli fotovoltaici. Nella relazione annuale 2017 dell’Agenzia di osservazione delle tensioni politiche e sociali nel mondo (sovvenzionata dai giganti mondiali delle assicurazioni), si poteva leggere che sull’insieme di attentati e sabotaggi contati come tali nel mondo e compiuti da attori «non statali», messe insieme tutte le tendenze ed ispirazioni, niente meno che il 70% hanno riguardato infrastrutture energetiche e logistiche (ossia: tralicci, trasformatori, oleodotti e gasdotti, antenne di trasmissione, linee elettriche, depositi di carburante, miniere, ferrovie). Indipendentemente dalle motivazioni che stanno dietro a tutti questi sabotaggi, che possono essere le più disparate, ciò su cui ci interessa riflettere è la possibilità di una progettualità anarchica su questo terreno — sapendo che l’energia è un perno del dominio, necessaria alla sua riproduzione oltre che all’acquietamento dei dominati.

In altre parole: disponiamo di analisi sufficienti per comprendere il ruolo svolto dall’energia, per cogliere l’importanza dei nuovi progetti energetici, ed è immaginabile sviluppare e proporre un metodo di lotta basato sull’azione diretta, la conflittualità permanente e l’auto-organizzazione che miri alle infrastrutture che permettono a questo mondo di alimentarsi di energia? Riusciamo ad immaginare ed elaborare una progettualità che riesca a portarci al di là delle occasioni offerteci dal calendario dell’attualità, così da determinarne noi stessi i tempi e gli angoli d’attacco?

Sì, perché, se gli anarchici smettessero di correre dietro agli avvenimenti (anche quando si presentano situazioni simpatiche come scontri con la polizia o azioni distruttive), potrebbero cercare loro stessi di creare gli avvenimenti. Non subire l’iniziativa altrui, ma prendere l’iniziativa. Non seguire il corso delle cose, ma andare contro corrente, vivificare la nostra corrente nel fiume della guerra sociale. È da lì che bisognerebbe partire: da un progetto autonomo che sia nostro, che intervenga in una realtà che ci circonda e ci ingloba, un progetto che renda possibile l’agire, che ci proietti nella realtà della guerra sociale con degli obiettivi in mente, con metodi e proposte nostri, con approfondimenti per cercare di cogliere i movimenti del nemico.

Non può essere la realtà a surclassarci, a suggerirci o sconsigliarci le cose da fare. Smettiamo di correre dietro agli altri solo perché è la situazione del momento o il soggetto politico del giorno (cioè senza altra idea in testa se non quella di partecipare). Se parliamo agli altri, è perché abbiamo qualcosa da dire, da proporre e da suggerire. Se analizziamo i conflitti che avvengono intorno a noi, non è per perdere la nostra bussola nell’ammirazione o nel disgusto di quanto fanno o non fanno gli altri. Se disertiamo le scene della contestazione concertata e della composizione, è per aprire terreni di lotta su ben altre basi.

Elaborare una progettualità anarchica nostra che ci permetta di agire in prospettiva, qualcosa che abbiamo creato, che ci appartiene, che amiamo, che approfondiamo, senza farci limitare da ciò che succede vicino a noi, da ciò che si dice nei social network o nei siti di movimento, attraverso cui l’attualità viene bombardata come soggetto da commentare all’infinito... tutte cose che alla fine subiamo. Senza progettualità è difficile arrivare da qualche parte, si finisce con l’agitarsi e lasciarsi agitare senza orizzonti propri.

Ecco perché elaborare una progettualità contro l’energia e il suo mondo. Pur essendo vero che finché non si prova non sappiamo cosa possa generare in termini di trasformazione sociale il suo disturbo o la sua paralisi, ciò non toglie che è indispensabile che la macchina si fermi perché possa emergere qualcos’altro. Esistono già molti conflitti in atto o emergenti, che possono consentire superamenti insurrezionali nel contesto di lotte specifiche contro un obiettivo preciso, come potrebbe esserlo ad esempio una nuova centrale nucleare, una miniera, un parco eolico o una linea ad alta tensione. Ma, soprattutto, il modo in cui è costruito il sistema energetico (dalle centrali elettriche ed eoliche ai trasformatori, dalle linee ad alta tensione alle scatole elettriche di media tensione, che corre sotto i marciapiedi e lungo le strade) non richiede una concezione centralista o autoritaria dello scontro, al contrario. Una simile progettualità fa appello a piccoli gruppi autonomi, che agiscano ognuno secondo la propria analisi, la propria abilità, la propria creatività e le proprie prospettive, praticando l’azione diretta contro decine di migliaia di obiettivi dislocati ovunque, spesso senza particolari difese e raggiungibili in molti modi differenti.

Se la storia delle lotte rivoluzionarie è piena di esempi significativi sulle possibilità d’azione contro ciò che fa girare la macchina statale e capitalista, basta gettare uno sguardo alle recenti cronologie di sabotaggi per accorgersi che in diversi contesti europei nemmeno il presente ne è sprovvisto. A patto di disfarsi degli imbarazzi che accompagnano molto spesso i dibattiti tra rivoluzionari quando si tratta di tagliare la corrente di questo mondo, per affrontare la questione di una progettualità indispensabile per emanciparsi dal triste destino di anarchici troppo spesso al rimorchio di altri. Nessuno può prevedere a cosa ciò potrà portare, ma una cosa è certa: è una pratica di libertà.

Tratto da Filo Scoperto (febbraio 2020)

C'era da aspettarselo. Dopo che già nel primo troncone del processo per la rivolta del 24 gennaio 2015 emersa a Cremona concluso in cassazione l'anno scorso, dove era stata confermata la devastazione e saccheggio per quattro persone (compreso l'infame Aioub Babassi che ha indicato alla polizia uno dei successivi arrestati per quella giornata), il secondo grado del secondo troncone che vedeva imputati altri tre antifascisti ha ribaltato la sentenza di primo grado della procura di Cremona, la quale aveva derubricato l'accusa di devastazione e saccheggio in una assoluzione e in due resistenze e danneggiamento. Ieri la procura di Brescia ha posto la spada di Damocle della devastazione e saccheggio sulle teste di Filippo, condannato a tre anni e sei mesi, e Sam e Marco, condannati a tre anni.

La rivolta del 24 gennaio di Cremona, come successo per la sommossa contro il G8 a Genova del 2001, i fatti di Milano del marzo 2006, quelli di Roma del 15 ottobre 2011 e, infine, la rivolta contro Expo di Milano del 2015, rientrano in quelle insubordinazioni di piazza che sono state punite col reato di devastazione e saccheggio. Senza dimenticare che ci stanno provando anche per la rivolta contro le frontiere del Brennero del maggio 2016, dove molte compagne e compagni rischiano pene fino a dieci anni di carcere.

La rabbia è tanta: chi decide sulle vite delle persone, sono gli stessi che difendono ogni giorno con le loro sentenze questo mondo dove la devastazione di un intero mondo e il saccheggio dei ricchi sui poveri sono la normalità dei massacri e delle catastrofi che questo sistema produce. Chi non vuole vedere questa banale evidenza è semplicemente un vigliacco.

Quando ci sono individui che non accettano di abbassare la testa, dopo fatti terribili come un compagno in coma per mano di un manipolo di fascisti ben difesi dalla polizia, non può che scaturire incondizionata solidarietà.

Saper da che parte stare in un mondo dove il virus dell'autorità produce un contagio alla servitù e all'obbedienza vuol dire lottare per la libertà e per la fine di qualunque dominio.

Per questo il pensiero vola a chi si è ribellato quel giorno, senza fare delazioni e senza chiedere scusa. Perché la liberazione da questo mondo passa anche dal desiderio di battersi per il ribaltamento di questa società.

Non saranno certo delle sentenze a fermare le rivolte contro questo putrido mondo e chi ha collaborato a massacrare dei ragazzi ad anni di galera non è certo una trascendenza ma qualcosa di terribilmente reale.

Che lo spirito del 24 gennaio continui nelle più svariate forme, per farla finita con il lento genocidio che stiamo vivendo. Chi si rivolta non è mai solo non può essere solo uno slogan, ma ciò che può scardinare l'esistente perché come diceva una vecchia canzone rap, la ribellione è l'unica dignità dello schiavo.

Ecco i due editoriali di presentazione:

Distruzione necessaria

Riuscire ad esprimere sé stessi, ad esempio attraverso l’arte, non è affatto facile e scontato. Quando ciò che si vorrebbe rappresentare in una determinata forma ne prende una diversa si prova talvolta frustrazione e sconforto.

Scrivere su carta ciò che si ha in mente è altrettanto complesso, tanto più avventurarsi nella creazione di una rivista. Le immagini dei nostri desideri e tensioni sono costrette ad accontentarsi di parole che sembrano sempre inadeguate.

La paura della critica, che a volte può anche essere aspra e dura, per qualcuno può portare alla difficoltà e al quasi rifiuto di scrivere. Così molte idee e intuizioni rimangono vaganti nella mente, mentre aspettiamo che a scrivere sia qualcuno con esperienza e capacità di scrittura che presumiamo essere migliori delle nostre.

Rinunciare a mettersi in gioco è un’ottima scorciatoia che di certo non va contro ad un sistema sociale che tenta in ogni modo di annientare nei singoli individui la coscienza delle proprie potenzialità.

Ci manteniamo scrupolosamente entro i limiti delle competenze che ci sono state assegnate e perché mai dovremmo cercare di oltrepassarli dal momento che nessuno può fare più di quel che può fare?

Tuttavia la critica delle gerarchie e degli specialismi, frutto di questa società, comporta anche venire ai ferri corti con sé stessi spogliandosi delle proprie incertezze e insicurezze per mettersi infine a nudo. Ciò può essere doloroso, ma è l’unico modo per rendersi conto che le nostre rinunce non sono nella maggior parte dei casi dettate dalle nostre incapacità quanto piuttosto da un modo di vivere e pensarci che vorrebbero abituarci ad accettare.

Spogliatevi dunque della vostra singolarità o del vostro isolamento, che è la radice di ogni disuguaglianza e di ogni discordia, e consacratevi pienamente all’Uomo vero, alla Nazione o allo Stato”: così ci hanno insegnato a esistere in questo mondo.

La vita, oltre ad essere stata privata della dimensione dell’avventura e dell’ignoto - perché facciamo tutti ciò che sappiamo e che siamo nati per fare -, è stata inoltre trasformata dal progresso tecnologico in un avvilente serie di numeri e dati, ricreando una realtà sempre più virtuale e alienante. La nostra esistenza è diventata sempre più smart e siamo quasi ormai inconsapevoli di cos’era la vita prima di questo Stato di cose. La loro Storia, che studiamo sui banchi di scuola, è quella che vorrebbe farci credere che la strada intrapresa fosse l’unica possibile. Eppure questa strada è lastricata di menzogne e atrocità. Devastazioni ambientali dipinte con la retorica della green economy e dello sviluppo sostenibile mentre le foreste vengono abbattute. Non si contano più le specie di piante e animali estinte o costrette a vivere in gabbie negli allevamenti intensivi e per la sperimentazione scientifica. Gli habitat naturali vengono distrutti per fare spazio alle linee dell’alta tensione, alle fabbriche ed alle autostrade. Neppure gli abissi degli oceani restano incontaminati, attraversati dalle dorsali di fibra ottica e minati dalle trivellazioni. Tutto ciò per alimentare la cementificazione forsennata e la crescita cancerogena della megalopoli che crea e soddisfa bisogni e modi di vivere completamente nuovi e funzionali al Dominio.

Tutto viene inquinato: l’aria, il mare, la terra. Gli equilibri della natura, come le stagioni, sono ormai sconvolti. Le precipitazioni aumentano con eventi estremi e devastanti, mentre altrove avanza il deserto.

La visione produttivistica e antropocentrica ha fatto sì che il selvatico diventasse addomesticato: boschi impenetrabili violati da sentieri tracciati per la gita fuori porta della domenica pomeriggio, spiagge privatizzate e agghindate per il turismo estivo cos’hanno in comune con le dune brulicanti di vita selvatica?

Per difendere gli interessi di chi auspica un mondo di confini tracciati dal filo spinato la guerra è stata una costante fonte di massacri, tragedie ed eccidi. L’idea della difesa della Nazione o dello Stato ha giustificato genocidi ed atrocità, alimentando uno sviluppo tecnico e scientifico che ha prodotto aberrazioni come il nucleare ed i campi di sterminio nazisti, dove l’organizzazione tecnica dell’annientamento ha poi segnato l’organizzazione della vita sociale per tutto il secolo seguente fino al nostro presente.

Questa società crea il proprio disastro. Dalla sua distruzione non avremmo nulla da perdere se non la sua miseria.

Tuttavia è la realtà che viviamo quotidianamente. La realtà profondamente nociva e insostenibile concepita come intoccabile e indistruttibile da chi sostiene ancora che questo modo di vivere possa essere parzialmente migliorato e riformato, da chi non riesce e non vuole immaginare un qualcosa di radicalmente altro a questa esistenza perché le parole come distruzione e ignoto suonano ancora stonate alle sue orecchie.

Per qualcun altro, invece, queste parole evocano la curiosità di un’avventura e aprono alla possibilità che possa esistere un modo diverso di vivere. Sappiamo che la necessaria distruzione non porta con sé certezze sul domani, e non saremo noi a fare promesse su un futuro prevedibile e calcolabile, perché non è ciò che ci interessa. Piuttosto preferiamo interrogarci oggi su come far divampare il fuoco della rivolta perché l’unica cosa che possiamo augurare a questa civiltà che ci soffoca è la sua fine. Queste sono le domande che vogliamo porci attraverso Chrysaora.

Chrysaora è il nome di alcune specie di medusa. Ci siamo ispirati a questi animali per la particolarità del loro comportamento e della forma del loro corpo. Dal greco spada dorata, in lingua aborigena vengono chiamate fiume di fuoco per la pericolosità delle cellule dei loro tentacoli che possono iniettare un dolorosissimo veleno.

Alcune di queste cellule urticanti sono attivate dal sistema nervoso mentre altre scaricano il loro veleno in maniera indipendente. Gli scienziati, che tanto provano a formulare, quantificare, determinare e dare una spiegazione razionale della vita, non sono ancora riusciti a capire con certezza il funzionamento di queste cellule. Similmente, chi cerca di determinare qual è la causa e qual è l’effetto tra pensiero e azione non potrà mai capirne la complessità. Pensiero e azione coesistono e non si escludono a vicenda, anzi. Il pensiero dà vita all’azione ma avviene anche il contrario, quando è l’azione ad innescare pensieri e riflessioni che leggendo un libro non sarebbero magari mai nati.

Per noi l’agire anarchico non dovrebbe essere uno schema fisso né un accumulo di esperienze che ci rendano individui più o meno puri e rivoluzionari o semplicemente la ricerca forsennata di punti militanza per ottenere la stellina di cui fregiarci ai concerti o agli aperitivi di movimento.

Piuttosto potrebbe significare partire da sé stessi per sé stessi, abbandonando ogni modello, la logica del fare e del consenso, ed impegnarsi nel capire cosa si vuol fare della propria vita. Per quanto possa essere difficile, bisogna  guardarsi allo specchio e cercare la consequenzialità tra ciò che si pensa, ciò che si sente e come si desidera agire in una continua ricerca di modi per distruggere questo mondo. L’impegno nell’approfondire e nell’affinare le idee e l’azione come può non partire dall’iniziativa individuale e autonoma?

Partire dall’individuo non esclude ovviamente l’importanza dell’unione e del confronto con gli altri. Le chrysaore, ad esempio, in alcuni momenti della loro vita preferiscono nuotare da sole, mentre in altri si ritrovano in grandi banchi che contano anche migliaia di individui. Come questi animali riescono a vivere sia da soli che in molti, la nostra scelta di associarci non cambia il fatto che l’individuo esiste prima di tutto perché è sé stesso e non perché appartiene ad un gruppo.

Riuscire a pensarsi come causa non è cosa ben vista in questa società. Sono parole già dette, ma l’anarchismo ha ancora molto da interrogarsi riguardo a questo pensiero stupendo, approfondendo la complessità del rapporto tra l’individuo e gli altri tanto a livello relazionale che organizzativo.

In primo luogo perché non per forza deve esistere un centro: ci sono diverse forme organizzative possibili. La chrysaora non ha un cervello ma una rete di neuroni acentrica. Eppure riesce lo stesso a muoversi e a catturare le sue prede.

E allora che bisogno c’è della politica, di qualcuno che ci dica, in parlamento, in assemblea o in piazza, quando, perché e cosa fare? Dovrebbero essere gli individui a decidere come, con chi e perché organizzarsi e agire, facendo sì che le decisioni nascano dall’incontro delle riflessioni e delle idee di ogni singolo in maniera non gerarchica.

Partendo da queste premesse c’è chi ha proposto un altro modo di organizzarsi. Un’idea di organizzazione senza vincoli formali, che, al netto dei nostri limiti in quanto nati e cresciuti in questà società, non dovrebbe avere nè capi nè ruoli bensì essere fluida e senza statuti a cui aderire. Questa organizzazione informale non avrebbe pretesa di durata né di accumulo quantitativo di forze e non si baserebbe sull’adesione a un programma a priori.

Perché non avventurarsi in questa selva di possibilità? Per chi vive all’ombra dell’efficienza sperimentare questo modo di organizzarsi sarebbe semplicemente assurdo. È stato perso di vista il valore della qualità pur di riuscire ad ascoltare il linguaggio freddo della quantità e della macchina che gira. D’altronde, guardandoci intorno, possiamo vedere tentativi di Libertà e forme di autonomia quasi ovunque annichilite. Essere spettatori di ciò sembra giustificare la scelta di restare passivi nel proprio angolino al riparo da tutto, pur capendo quanto questo mondo sia insostenibile.

Certo, sarà la scelta di non rischiare, di non mettere a repentaglio la propria quotidianità pur di rimanere nel proprio spazio sicuro, delimitato e circoscritto. Sarà la scelta di una magnifica prigione, ma che resta pur sempre una prigione. Così il sogno della casa in campagna, lontana dalla corsa frenetica della città dove si mangia “bene” e si respira aria pulita, in fin dei conti si mostra per quello che è: pura illusione di poter co-esistere col Dominio in una tregua armata pacificata. I tralicci e le linee dell’alta tensione, che scorgiamo quando osserviamo incantati un bel paesaggio campestre o durante una passeggiata nel bosco, ci ricordano costantemente che la civilizzazione non ha lasciato selvaggio quasi nessun luogo di questo Pianeta. Per questo l’attacco non ha un luogo preferenziale da cui partire essendo il potere, con le sue strutture e i suoi burattini, polverizzato attorno a noi. Non si tratta del luogo in cui si vive, città o campagna, ma come scegliamo di farlo: alla ricerca del nostro angolo tranquillo o seguendo la propria tensione verso le distruzione. Senza dimenticarsi, però, che sulla strada della distruzione randagia, per non rischiare di annegare nella militanza, occorre lasciarsi travolgere anche dai propri sogni. Per cominciare, potremmo chiederci: come si può continuare a restare indifferenti di fronte al disastro che ci circonda? Cosa ci trattiene dal provare a far deragliare il treno del progresso?  Fino a quando accetteremo la miseria esistenziale in cui ci costringono a sopravvivere e non tenteremo di diventare un fiume di fuoco e di rabbia?

Autonomia impossibile

Ciò che lascia esterrefatti di quest’epoca è quanto siamo poco sensibili nei confronti di ciò che ci circonda ed al contempo come ne siamo materialmente dipendenti. Se le sofferenze, l’oppressione, la privazione della libertà altrui ci lasciano ormai indifferenti, dal frutto del massacro consegue direttamente l’idea di cosa la nostra esistenza sia. Sapremmo immaginarci ancora esseri umani senza avere, ad esempio, un computer come appendice inorganica alla nostra corporeità?

Il cuore della questione è che viviamo in un mondo di relazioni che si snodano all’interno di uno spazio ed un tempo profondamente colonizzati dal potere, dall’economia e dalla tecnologia. Viviamo in un mondo basato su logiche quantitative e di accumulo che hanno creato un Dominio che cerca di annientare o assimilare tutto ciò che non è esistente grazie ed a causa di esso. Quanta libertà abbiamo di inventare il nostro modo di esistere e relazionarci con altri individui avendo di fronte a noi un mondo dato? E che dire di tutti gli altri esseri viventi non umani, costretti a vivere in fuga da un mondo che fino a ieri non apparteneva a nessuno ed ora è solcato da confini, mura e recinti, centrali e ferrovie, avvelenato fin nei suoi angoli più remoti?

Storicamente questo processo si è via via approfondito. La pervasività dell’organizzazione sociale e dei suoi ritrovati nella nostra vita è aumentata a dismisura. L’essere umano, ormai antiquato, non sa più come vivere senza i suoi prodotti, facendo sì che siano ormai i prodotti, ed il modo di vivere e di lavorare che li rendono di fatto realizzabili, a mantenerlo in vita. C’è un dislivello tra le nostre possibilità umane di capire gli effetti di ciò che produciamo, in quanto elementi organizzati in un determinato sistema sociale, e ciò che realmente provochiamo in noi stessi e nel mondo che ci circonda con ciò che abbiamo reso possibile con il nostro lavoro. Siamo il frutto della nostra merce, dipendenti dalla forma di vita che ci è stata imposta nel corso dei millenni da chi, attratto dal mondo della quantità, ha voluto man mano consolidare il suo potere o conquistarlo a chi lo precedeva.

Di pari passo con lo sviluppo del Sistema Tecnico e la devastazione del mondo naturale, si sta delineando una prospettiva di gestione amministrativa dell’esistente dove la specializzazione diventa il fondamento della divisione sociale del lavoro e del modo in cui viene trascorsa la vita. Da un lato il controllo capillare dei comportamenti e delle forme di consumo nei luoghi più sviluppati, dall’altro il manganello e la minaccia militare nei luoghi di produzione o di estrazione delle materie prime: ne consegue che ovunque, nel mentre, si approfondisce la distanza tra chi, incluso, sapendo utilizzare ancora il linguaggio e il pensiero riesce ancora a capire come funziona il mondo e cosa significano determinati concetti od esperienze e chi, escluso, si arrende al consumo massificato di opinioni e paccottiglia offrendo il proprio sudore nel produrre e consumare ciò che viene vomitato dalle macchine.

Aprirsi ad altre conoscenze, rifiutare la specializzazione, non significa quindi per noi accumulare sapere e nozioni. Sommando polvere a polvere nulla prende vita. La qualità sta altrove, nella frammentazione di sé, nella ricerca di ciò che sfugge alle classificazioni, nell’alimentare le nostre capacità in mille direzioni diverse rafforzando la nostra abilità, in quanto individui, di pensare ed agire in modi sempre originali al di fuori delle logiche di questo mondo. Saremo individui inadeguati a mettere a ferro e fuoco il mondo finché non cominceremo ad abbandonare le certezze del calcolo e della quantità.

Se oggi esistiamo in quanto umani poiché viviamo in questo sistema sociale, mettendo a valore le potenzialità che esso ci offre e nutrendoci del suo fiele, cosa resta infine del nostro saper essere, triturati tra il dover esistere socialmente e l’assuefazione al presente Stato di cose? Tuttavia, anche se l’evasione dalla magnifica prigione del consumo e dell’abbondanza appare difficile se non impossibile, possiamo sempre agire sulle nostre relazioni, trasformandole sulla base delle nostre riflessioni, tensioni e sul mondo che ci circonda, alimentando verso di esso la conflittualità permanente, l’attacco e l’autonomia da partiti, movimenti e sindacati. È solo così che pensiamo possa essere assecondato il nostro desiderio d’utopia.

L’utopia, irreale per definizione in quanto luogo che non è, non per questo non può materializzarsi per infinitesimali attimi trasformando ed incidendo le carni delle realtà. Che il realismo si arrenda all’irrealtà della passione e del desiderio!

Come un miraggio che permette agli sperduti viaggiatori nel deserto di compiere qualche passo in più prima di arrendersi al bisogno, l’utopia ci rende sensibili verso una possibilità che, in quanto irrealizzabile, non può vedere la luce. Come un’illusione provocata dal caldo, essa non garantisce nulla e non promette soddisfazione alle necessità dei bisogni: la responsabilità di ogni passo è dell’assetato che si avventura nel viaggio verso una fonte che immagina rinfrescante e non di ciò che pensa o è convinto di poter raggiungere. Per questo sentivamo il bisogno di immaginare una rivista come Chrysaora: una rivista che provasse ad offrire spazio al desiderio di ciò che non è. Una rivista a cui non chiedere come costruire mondi ma che potesse proporre solo qualche storta sillaba, secca come un ramo. Perché oggi possiamo solo dire ciò che non siamo, ciò che non vogliamo. Perché l’individuo che insegue l’utopia, come la chrysaora, sa senza poter realmente sapere. Queste meduse hanno un ciclo vitale molto particolare. Appena nata, la larva striscia sul fondale finché non trova un luogo sicuro e tranquillo con grande abbondanza di cibo: è qui che la planula comincia a crescere e si trasforma in un piccolo animaletto sedentario. Col tempo, però, la sua forma muta ancora e dalla larva si cominciano a sviluppare tante meduse, una attaccata all’altra, che infine si staccano dall’unico vecchio corpo e cominciano a nuotare nell’oceano. Il vecchio muore con il nuovo e nulla resta di ciò che era prima in ciò che sarà. Vediamo in questo una forma di individualità particolare: da un solo animale se ne generano molti. Esiste nella forma immobile un desiderio inespresso e inconoscibile di una dimensione di vita futura di cui non ha ancora mai avuto esperienza? Può un organismo che vive adèso al fondale desiderare, senza sapere come e quando, di librarsi dalla melma per scoprire le ignote vastità oceaniche fluttuando nella corrente? Egli si rende conto che solo allora potrà incontrare altri esseri liberi con cui nuotare insieme?

Non ci sentiamo così distanti da questo ipotetico sentire. Abbiamo la percezione di una mancanza, un desiderio inespresso, il sogno di un modo altro di esistere. Al contrario che per la chrysaora, la quale se non muore attraversa tutte le sue fasi, sappiamo che invece per l’essere umano non esiste storicismo o predeterminazione. Non diventeremo, prima o poi, esseri liberi per un processo evolutivo intrinseco alla specie umana o alle sue forme sociali. Esiste solo la volontà di cominciare, per quanto possibile, ad assaporare qui ed ora questa sensazione.

Per questo occorre ricominciare a saper essere a partire da sé stessi, per sé stessi. Desiderare la libertà di tutti perché sappiamo che saremmo in fondo incapaci di sperimentarla davvero se circondati da schiavi. Riscoprire la propria autonomia, temprandola nell’incontro e nello scontro egoista degli Unici. L’autonomia, assaporata nell’avventura della sua ricognizione, è l’unico cordone ombelicale che ci può dare la forza di abbandonarci alla leggerezza del negativo. Senza, saremmo persi nella paura di negare la nostra stessa esistenza nella radicalità del rifiuto di questo mondo e delle sue relazioni. Qui, infatti, occorre calcare la distanza tra chi ci fa vivere come se questo fosse l’unico mondo possibile e chi, disposto a farlo schiantare sui frangenti, anela a liberare la falena umana dalle luci riflesse dalla parete della caverna di sangue in cui è rinchiusa. Costi quel che costi, i freni d’emergenza non ammettono ripensamento.

La sperimentazione delle relazioni e del modo in cui viviamo, sia chiaro, non dovrebbe in nessun caso avere scopo: né dimostrativo né di anticipazione della vita futura. Nel primo caso si cadrebbe in una sorta di sperimentalismo volto a dimostrare la fattibilità, la sensatezza, il realismo della proposta da fare sul modo di reinventarsi la vita. Dall’altra si rifuggirebbe il conflitto e lo scontro con quanto, esistendo, distrugge l’unica ed autentica possibilità di reinventarci l’esistenza, travisando una ricerca di benessere, pacificazione e acquietamento, espressioni della logica dell’a poco a poco, dietro una cortina di radicalità e purezza della propria condotta e del proprio mondo relazionale. Le possibilità di vivere ciò che desideriamo sono talmente lontane e incongrue rispetto all’universo di oggi da sfidare qualsiasi tentativo di saperle spiegare con le idee di questo esistente. Come per una chrysaora appena nata è forse impossibile riuscire a descrivere la sensazione del nuoto nell’acqua limpida attraverso l’esperienza della melma del fondo molle.

Il nostro desiderio di essere cerca una lingua dai suoni ormai dimenticati per potersi esprimere con pienezza. Lingua appartenente a mondi ormai tramontati, forse nemmeno mai sorti. Non esistono parole che possano evocare ponti tra presente e futuro. Bisogna saper affrontare la paura, quasi un timore paralizzante, che giustamente ci coglie di fronte all’enormità dello sforzo che comporta avventurarsi sulla strada dell’arte della distruzione.