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Carcere di Piacenza, 15 maggio 2020

Grazie a tutti voi!

Grazie per il kit di buste e bolli!

Io (Nicole) ed Elena siamo in AS3. Siamo arrivate alle 11.30 circa del 13 Maggio, dopo un primo passaggio in una tenda posta esternamente per misurare la temperatura corporea alle nuove detenute, siamo state messe in isolamento sanitario per 15 giorni (celle singole ma adiacenti). Non possiamo accedere alla palestra e alla biblioteca, dopo che c’eravamo state per 2 giorni, causa emergenza Covid e nostro isolamento. Dopo tale misura non saremo più potenziali veicoli di infezione… dopo una nostra incazzatura ci hanno dato 4 libri e ci stanno preparando il regolamento interno (è dall’ingresso che lo chiediamo)… vedremo.

Abbiamo 2 ore d’aria al dì, da fare separatamente dalle altre sempre per emergenza Covid e quindi le facciamo assieme (con mascherina) alle 12-13 e 15-16.

Come saprete qui c’è anche Natascia che al momento riusciamo a vedere solo di striscio quando attraversiamo il corridoio, ma i suoi sorrisi sono stati e sono fondamentali. Speriamo di poterla abbracciare presto. Oggi abbiamo avuto l’interrogatorio e ci siamo avvalsi della facoltà di non rispondere. Eravamo in videoconferenza insieme a tutti gli altri.

Lunedì vedremo gli avvocati. Di ieri la notizia che dal 19 c.m. al 30/06 riprenderanno i colloqui visivi e saranno mantenuti i colloqui via Skype. Questa operazione (che ci pare aver capito chiamata “RITROVO”?) ha quali capi di imputazione l’ormai noto 270 bis e 270 bis1 (aggravante) per 11 su 12, istigazione a delinquere tramite articoli, volantini e manifesti con l’aggravante dell’uso di strumenti informatici – Tribolo.noblogs.org e la piattaforma roundrobin.info -; danneggiamento di un Bancomat BPER nel corso di una manifestazione non autorizzata il 13/02/2019; imbrattamento e deturpamento con vernice spray su edifici a Modena e Bologna con scritte comparse dal dicembre 2018 ad oggi per tutti. Incendio, per uno degli imputati più altri allo stato da identificare, ai ponti ripetitori delle reti televisive in via Santa Liberata (Bo) nella notte tra il 15 e il 16/12/2018.

Che dire?… “la commissione dei reati – fine […] non è necessaria” (cit. pag.21 ordinanza)… forse l’ennesimo tentativo dopo Outlaw e Mangiafuoco – finite in una bolla d’aria – di chiudere la bocca a chi “odia gli sfruttatori” (cit. pag.20 ordinanza)? E cosa più importante non ne fa un mistero ma lo urla al mondo. L’ordinanza porte il timbro del 6 marzo. Ci chiediamo se questi miseri esseri senza qualità abbiano deciso di rimandare il nostro arresto al 13 Maggio per risparmiarci l’ingresso in carcere nel pieno dell’emergenza Covid19 o se lo abbiano fatto per evitare in quel periodo ulteriori presenze scomode e ribelli nelle gabbie di Stato. La risposta viene da sé. Medici e guardie, fusi in un corpo unico qui come altrove, si rivendicano la loro «scelta di vita». I medici in particolare, incalzati dalle nostre domande provocatorie sul loro ruolo durante la prima visita, hanno fieramente sostenuto di svolgere il loro lavoro per la tutela della salute delle persone in galera.

A conti fatti, visti i morti e i malati di e in carcere, non possiamo che concludere e urlargli in faccia che il loro lavoro lo fanno decisamente male nonché in completa armonia con le guardie.

Non può esistere in luoghi del genere, la tutela della salute delle persone, per ciò che questi luoghi sono e rappresentano. L’unica sicurezza è la libertà per tutte e tutti.

Volevamo ringraziare tutte quelle persone che ci hanno fatto sentire la loro vicinanza con i telegrammi, tanti; forse dall’esterno sembra una sciocchezza ma qui ci hanno scaldato il cuore e lo spirito. Il nostro pensiero va, in primis, a Stefy poiché è l’unica tra noi sola nel carcere di Vigevano e a tutti i nostri amici e compagni di lotta a Ferrara e Alessandria, a quelli raggiunti da obbligo di dimora nel Comune di Bologna e alle compagne e ai compagni fuori che continuano a lottare insieme a noi.

Nicole e Elena

“Gli ispettori indagano su di noi,
i dottori studiano su di noi,
i preti pregano per noi,
i morti vivono con noi,
tu, o stai con noi o sei uno in meno tra noi.”
DSA Commando, Le brigate della morte

In questo periodo di presunta pandemia da CoronaDigos (con “presunta” non intendiamo sminuire il problema, intendiamo piuttosto palesare la nostra totale mancanza di fiducia verso le informazioni propinate dalle autorità, comprese quelle sanitarie), l’ambiente rave ha dato l’ennesima dimostrazione della propria dilagante superficialità e mediocrità a livello di idee e di pratiche. A qualcuno pare assurdo, ma è proprio così.
Eh già, perché dal “reclaim the streets” degli anni 90 allo “stay at home” odierno è un attimo…
Trovarsi davanti flyers di free party o rave in streaming (ma ce la facciamo?! Streaming free party?!?! Ma che roba è?!?!?!) ha dell’incredibile…e ancora più incredibile è doversi rendere conto di come la stragrande maggioranza delle persone che promuovono questa sottospecie di eventi, teoricamente illegali per natura, se ne stiano fottendo altamente degli strumenti e dei mezzi di comunicazione ai quali affidano questi surrogati esperienziali in stile Airbnb: si tratta di piattaforme organizzate gerarchicamente il cui unico scopo è il profitto tratto dalla vendita dei nostri dati e delle nostre coscienze; le stesse piattaforme utilizzate, se non addirittura create, dal sistema per inculcare e veicolare un pensiero unico dominante; le stesse piattaforme che le autorità utilizzano per controllare e reprimere ogni nostra azione.
Chi se ne frega se certe piattaforme guadagnano con la vendita dei nostri dati “personali”; chi se ne frega se sono le stesse che ci controllano e manipolano e che credevamo di combattere; chi se ne frega se il risultato pratico è arricchire le tasche di personaggi ultra-miliardari al soldo del miglior (sbirro) offerente (per citarne uno, Jeff Bezos, tra gli uomini più potenti e ricchi al mondo, nonché titolare di Amazon); chi se ne frega! Chi se ne frega se, mentre noi godiamo della sterilità di uno streaming su schermo, la fuori stanno facendo a pezzi la libertà di movimento e di assembramento e, di conseguenza, la vita di tutt* noi. Poco importa tutto questo, se serve a tutelare la comodità sul nostro divano di casa e la nostra pigrizia emotiva…ciò che realmente conta è mettersi in mostra, fare sentire e vedere la propria “arte” e, perché no, far vedere la propria faccia strizzando pure l’occhiolino ai vari followers da una web cam!
L’aspetto più inquietante di questo tentativo di recupero e “normalizzazione” della festa risiede però nel simbolico e nel prepolitico: è impossibile non notare il completo ribaltamento dei valori di cui il rave è espressione. Il dj/producer che nella festa scompare, immerso nella folla danzante, o addirittura nascosto dietro le casse, ora diventa il protagonista, il punto focale dell’esperienza. Tutti con gli occhi fissi su chi suona e che si mostra alla ricerca di quella notorietà fondamento del business dell’intrattenimento. Non più folla estatica che suda, si sfiora, condivide la corporeità e la materialità dell’estasi e del rito, ma individui atomizzati , isolati, che condividono la celebrazione della società del consumo. Non più riscoperta e rivendicazione di un’espressione indifferente alla legge, impazzita e distopica, ma accettazione e diffusione degli strumenti di controllo e assoggettazione che il capitale ci mette a disposizione e che ci invita ad usare per normalizzarci e diventare placidi e prevedibili ingranaggi della produzione e del consumo.
L’illegalità, lo smarrimento dell’io e la condivisione di un momento al di fuori dalle regole di un sistema marcio erano parte fondamentale e fondante di un’esperienza mistico-musicale inclusiva di cui lo streaming è solo uno scimmiottamento, simulacro per banalizzare e distruggere la TAZ: un tempo ridevamo pensando a quelli che partecipavano ai silent party…beh, ora c’è da piangere!
Ma non finisce qui…
Cosa possiamo pensare di eventi in streaming che raccolgono fondi per associazioni o realtà che collaborano apertamente con le stesse istituzioni responsabili e complici dei nostri sgomberi e del continuo controllo a cui siamo sottoposti? Le stesse istituzioni che ci arrestano, che ci processano e che perseguitano l’intera vita di chi si ribella a questo mondo retto da sfruttamento e alienazione.
Per quanto ci riguarda, proviamo un’istintiva vergogna e un’irrefrenabile disgusto a pensare di far parte di un ambiente nel quale ci sono gruppi che si adoperano per creare “eventi” benefit per lo Stato (perché fare donazioni a un ospedale significa fare donazioni allo Stato, se non fosse chiaro) e per associazioni che collaborano apertamente con le istituzioni quali Comuni e organi di Polizia.
Siamo di fronte a uno, se non al più grande esperimento sociale della storia, in cui i poteri che gestiscono nazioni e istituzioni sovranazionali stanno testando il livello di sudditanza degli individui. Non possiamo accettare di vivere un simulacro di socialità rispetto ai contatti personali e sociali che vorremmo avere vagabondando liberi e ostili contro questo mondo.
Stanno cercando di abituarci a vivere una realtà virtuale e distopica, sfruttando un’emergenza sanitaria che hanno contribuito a creare e diffondere.
Stanno uccidendo la musica dal vivo, l’arte di strada, il cinema e il teatro, la vita di piazza e qualsiasi alternativa umana a una vita arida e digitale.
Non vogliamo vivere la nostra vita in streaming, non vogliamo vivere la nostra vita davanti a un monitor, vogliamo viverla sulle strade, negli squat, negli spazi liberati, nei boschi, nei capannoni abbandonati e ovunque ci pare e piace! E se ciò non fosse realizzabile, preferiamo marcire in un isolamento totale (e magari contemplativo degli errori nostri e di chi ci circonda), o, perché no, nel sottosuolo, piuttosto che sperimentare queste forme di socialità smart mediate da certi soggetti, spacciandole per giunta come una presunta alternativa a ciò che abbiamo sempre fatto…ma alternativa de che? Alternativa a cosa? A quale mondo? A quale sistema?
Meglio ammutinati con i propri corpi che naufraghi per carità.
Dov’è finita la “nostra” controcultura? Dov’è finito il movimento underground che ha dato vita a luoghi dismessi e abbandonati??
…noi ci crediamo ancora…non ci siamo ancora stancati di crederci.
Il futuro è già arrivato, è la nostra ultima occasione, se rinunciamo non sappiamo se ne avremo altre.
Pillola blu, fine della storia: domani ci sveglieremo nella nostra stanza e crederemo allo streaming che vogliamo.
Pillola rossa: restiamo nel paese delle meraviglie, montiamo il sound e vediamo quanto è profonda la tana del Bianconiglio…

“Se vuoi un’immagine del futuro, immagina uno stivale che calpesta un volto umano in eterno.”
George Orwell

Maggio 2020

La Bolla – SabotaZ Crew – & friends…

Arrabbiati. Alle nostre latitudini, gli individui affetti da rabbia venivano sottoposti a severe misure di detenzione fino all’inizio del XIX secolo, poiché si pensava che la malattia di cui soffrivano potesse trasformarli in animali selvatici. Oggi si vogliono rinchiudere gli arrabbiati che non rispettano né i limiti di spostamento né i gesti-barriera quotidiani (tre multe e potenzialmente si è arrestati, grazie allo stato di emergenza prolungato al 23 luglio), giacché si ritiene che il male dell’insubordinazione di cui soffrono necessiti della loro trasformazione in esseri addomesticati. Ma ciò significa dimenticare troppo in fretta che la rivolta può scoppiare anche nel cuore di questi luoghi di infamia, come ad Uzerche (Corrèze) lo scorso marzo, dove duecento prigionieri hanno devastato e poi incendiato circa 300 celle. In questa grande prigione sociale a cielo aperto, l'attuale laboratorio del «deconfinamento» significa null’altro che un tentativo di stringere le sbarre delle gabbie in cui tentiamo di sopravvivere, e di cui la galera sarebbe sia il punto cieco che l’apice (come punizione e come minaccia). Distruggerle tutte non è quindi solo una necessità per avanzare verso l'ignoto di una pratica esagerata di libertà, è anche uno slancio di vita elementare — siano esse di cemento munito di torrette, di cavi interrati o di servitù volontaria.  

Attaccare. Lo Stato e i suoi alleati occasionali a tratti sconcertanti che raccomandavano di autorecludersi in massa nel nome del bene comune mentre il dominio si dava carta bianca, ci sono rimasti male. Sia in periferia, dove gli scontri con la polizia non si sono fermati — con incendi di telecamere, di volanti e di edifici istituzionali —, che durante le passeggiate al chiaro di luna che hanno provocato un po’ dovunque la distruzione di decine di strutture di telecomunicazione, questi 55 giorni di confinamento nell’esagono sono stati anche contrassegnati da una certa conflittualità. Non quella di manifestanti che rivendicano un cambiamento dall'alto, ma quella di piccoli gruppi mobili che agiscono direttamente senza aspettarsi né chiedere nulla a nessuno, prendendo di mira due pilastri indispensabili a questo mondo: gli sbirri e i gendarmi garanti di un ordine spietato, e le reti di dati che gli consentono di funzionare in ogni circostanza (dal telelavoro alla telescolastica, dall'economia alla telegiustizia). Se già si sapeva che la guerra sociale non conosce tregua, è rimarchevole che alcuni ribelli e rivoluzionari non abbiano ceduto al ricatto volto alla pacificazione della mano del potere che cura a suo piacimento (selezionando, ad esempio, chi deve morire o vivere), mentre lava l'altra che colpisce, mutila, assassina e imprigiona. Ora che queste due mani si congiungono esplicitamente per formare gli sbirri in camice bianco delle Brigate Sanitarie e altri dispositivi di tracciamento; ora che i poteri di polizia si estendono a una miriade di tirapiedi armati della loro buona coscienza sanitaria (seguaci dei braccialetti elettronici, secondini col volto ben mascherato, controllori di temperature troppo alte, guardiani delle distanze di sicurezza); ora che è più che mai evidente che la digitalizzazione della nostra sopravvivenza continuerà ad accelerare... questi differenti attacchi e sabotaggi condotti in condizioni più difficili del solito potrebbero avere qualcosa da dirci: la normalità è la catastrofe che produce tutte le catastrofi. Non si tratta di implorare il suo ritorno urgente o la sua educata revisione a chi sta in alto, ma di impedirne il ritorno, sia teoricamente che praticamente, attraverso l'auto-organizzazione e l'azione diretta.  

Dati. Dai campi in cui gli input chimici permanenti sono misurati da droni e satelliti, fino agli esseri viventi addomesticati dall'ecologia della catastrofe munendo gli alberi di sensori e gli animali di chip, attraverso città intelligenti che intendono valorizzare il minimo flusso, dobbiamo affrontare continuamente questa economia del dato che quantifica il mondo riducendolo a una serie di cifre ingurgitate dai computer (presto quantistici), ma anche ad astrazioni matematiche che permettono ogni potere. Cosa c’è di più apparentemente oggettivo dei dati, se non fosse che questi sono influenzati dalla scelta arbitraria di ogni loro misura e criterio iniziali la cui domanda contiene già la risposta e che questa elaborazione di modelli è proprio ciò che consente di integrare l'autorità della gestione senza mai mettere in discussione le cause del problema, per concentrarsi sulle sue sole conseguenze previste? Come affermavano qualche anno fa alcuni feroci oppositori del nucleare e del suo mondo, dopo la distruzione volontaria di rilevatori di radioattività nei pressi di centrali nucleari: «Staccata dai suoi usi, la misura è un surrogato di sapere, quale che sia la sofisticazione delle conoscenze che vi sono investite per farla apparire. Essa diventa uno strumento ideologico quando, come il denaro, permette di modulare le effettive disuguaglianze senza rovesciare i rapporti di dominio che ne sono la causa».
La moltiplicazione di rilevatori di calore con droni e termocamere, la modellizzazione epidemiologica mediante algoritmi di comportamenti sociali ed interazioni umane per registrare, sorvegliare e tracciare, alla fine non fanno altro che consacrare una misurazione di tutto ciò che non può essere risolto dagli individui singolari, per farli rientrare nei ranghi o isolarli. Per l’ennesima volta, se l'epidemia di covid-19 non è che il pretesto per accelerare e consolidare una griglia tecnologica e sociobiologica non prevista, costituisce nel contempo il suo schema ideale nel nome di ciò che è in gioco: il pericolo di una morte improvvisa che rinvia alla vita in sé e non alla sua qualità. È così che finiamo per belare «viva la vita» come qualsiasi mistico religioso, piuttosto che cercare di rafforzare ed estendere il legame tra quest'ultima e la rivolta contro l'esistente che le dà un senso.  

Distanziamento sociale. L'integrazione di distanze di sicurezza asettiche tra gli esseri umani nelle strade, nei trasporti, nelle caserme di addestramento o in quelle di sfruttamento è in linea col progetto di un dominio su corpi-soggetti atomizzati che interagiscano essenzialmente in modo telematico. In un momento in cui ciascuno è chiamato a diventare un imprenditore autonomo che valorizza anche il suo capitale-salute, perché rischiare l'ignoto al di fuori della famosa cerchia familiare che costituisce notoriamente un modello di salubrità fisica e mentale? Il distanziamento fisico permanente tra individui permetterebbe così che il gregge si mantenga in buona salute e produttivo malgrado l'epidemia in corso e quelle a venire, facilitando la sorveglianza, l'identificazione e l'isolamento dei corpi sospetti, indocili o superflui grazie ad una massa circolante meno compatta. Allo stesso modo consentirebbe di accelerare una ristrutturazione del flusso dei contatti e dei rapporti umani ottimizzandoli maggiormente affinché non si perdano più in tutti questi eccessi di vita troppo umani e decisamente improduttivi. Ammettiamo che contestare un tale progetto verso un mondo meglio ordinato e più fluido che arriva fino alla minima nostra interazione fisica sarebbe a dir poco irresponsabile!
Un simile progetto di massa non può beninteso funzionare in modo unilaterale grazie al solo manganello, e cosa c’è di meglio di un'epidemia col suo corteo di morti per poter contare sulla partecipazione di una maggioranza di cittadini impauriti che preferiscono la sicurezza alla libertà, la gerarchia accettata alla reciprocità senza delega, l'autorità rassicurante all'auto-organizzazione incerta? A titolo di esempio, gli occhi del potere che già si esercitavano a individuare ogni assembramento sospetto, a reprimere qualsiasi movimento incontrollato di massa, a regolare i comportamenti imprevedibili al di fuori della circolazione ordinaria non sono più soli: «mantenete la distanza» e che ognuno rimanga chiuso nel suo perimetro invisibile, rischia di diventare una delle ingiunzioni più banali, sia essa sbraitata da un drone poliziesco o borbottata da qualcuno perso nel suo schermo.
Il fatto che le misure di distanziamento sociale siano seguite ben oltre situazioni e relazioni interindividuali particolari, dal senso di colpa o dal riflesso di obbedienza, mantiene soprattutto l'illusione che questa società di concentramento e di flussi non sia la fonte dell'epidemia di covid-19, ma che sia sufficiente gestire bene questo momento adattandosi alle nuove condizioni perché tutto l'orrore di questo mondo possa continuare a propagarsi (quasi) come prima. Il diffuso rispetto per questo distanziamento da sé e dagli altri, insostenibile senza grossolane contraddizioni, è il risultato di un esercizio difensivo di temperanza e autodisciplina — integrato perfino in alcuni incontri o manifestazioni — che non solo non agisce contro l’esistente mortifero, ma per di più rafforza solo l’insieme delle separazioni che già lo attraversano. Separazioni in seno alla pienezza della vita per estrarne la sfera del lavoro che consenta l'economia, o quella del sapere condiviso che permetta l'educazione; completa separazione tra ciò che produciamo e le sue finalità; separazione, inoltre, tra il pensiero e l’azione, che apre la strada alla politica.
Una volta che la vita viene sezionata in pezzi catalogati e staccati gli uni dagli altri, una volta che il mondo interiore, il linguaggio e l'immaginario vengono ridotti a riprodurre un eterno presente col dominio come unico orizzonte, non restava ancora che distanziare radicalmente gli atomi fra di loro e con il loro ambiente immediato all'interno della massa informe: la crescente virtualizzazione dei rapporti vi sta in parte provvedendo, il distanziamento fisico generalizzato potrebbe completare questo lavoro di separazione dal reale, trasformando senza ritorno ciò che resta di direttamente sensibile in ognuno di noi.  

Virus. Se ciò che preoccupa le belle anime del movimento è frenare la diffusione su scala collettiva del covid-19, si pensa veramente che moltiplicare i piccoli gesti individuali distanziati, mascherinati e di barriera cambierà la situazione, come si autogestisce la propria dose di radioattività in territorio contaminato per continuare a consumare e a produrre? Non è ovvio che gli imperativi economici li rendano altrettanto vani a livello globale quanto il differenziare i rifiuti per salvare il pianeta? Anche a costo di comportarsi da amministratori responsabili del disastro, perché non tentare allora di sradicare i principali focolai di contaminazione che ormai sono noti a tutti, come il trasporto pubblico, i commissariati, le scuole, le fabbriche e i magazzini? Tanto più che si conosce da secoli anche un comprovato rimedio contro i virus: il fuoco. Certo, questo rischierebbe di provocare tutta una serie di altri problemi, come quello di un mondo che ci ha reso completamente dipendenti, ma alla fine bisogna pur sapere cosa si vuole: cercare di frenare il virus chiedendo allo Stato più mezzi per gli ospedali e la ricerca, così come il rigoroso tracciamento delle persone contaminanti, oppure occuparsene direttamente da soli devastando l'organizzazione sociale ed economica che lo favorisce e lo propaga. Sempre che si voglia salvare qualcosa, ovviamente.

Tratto da Avis de tempêtes, n. 29, 15/5/20 - traduzione Finimondo

E i cani sciolti escono fuori dal gregge escono fuori come schegge

e chico puoi giurarci, quando occorre esco fuori legge

perché devo svoltare in tempi duri

seguo la mia idea visto che ancora oggi come ieri

Sangue Misto, Cani sciolti

Ci risiamo. L'anno 2020 sarà ricordato come l'inizio dell'epoca del contagio, ma non poteva farsi mancare l'ennesima operazione repressiva contro alcune individualità anarchiche. Lo scenario questa volta è Bologna: sette fra anarchiche e anarchici dispersi nei carceri di Piacenza, Vigevano, Ferrara e Alessandria e altri cinque colpiti da misure restrittive quali obbligo di dimora nel comune di residenza, firme quotidiane in qualche merda di caserma e rientro notturno nelle proprie abitazioni. L'operazione poliziesca, denominata ''Ritrovo'', ruota attorno alla fantomatica accusa di associazione sovversiva con finalità di terrorismo o di eversione dell’ordine democratico, il famoso 270bis. Questa accusa ormai è usata a grappoli - come le bombe lanciate a suon di democrazia da qualunque Stato su gente inerme - contro gli anarchici negli ultimi anni. Gli altri reati contestati sono istigazione a delinquere, deturpamento, imbrattamento, danneggiamento e incendio.

In sostanza l'Inquisizione parte da un fatto: l'incendio di alcune antenne delle telecomunicazioni nel dicembre 2018 nel bolognese per aprire un'inchiesta per terrorismo. Da qui i noti spioni, con le solite tecniche investigative, cercano di ricamare una storia che giustifichi vari psicoreati di orwelliana memoria. Come avvenuto in passato, rapporti di affinità e di solidarietà divengono il sostegno per cercare di devastare le vite a individui che non hanno mai nascosto il loro odio viscerale per l'autorità.

Di questa indagine dai contorni come al solito fumosi, il fulcro centrale non è il vuoto gergo repressivo fatto di fantomatiche associazioni terroristiche, ma la volontà di potenza nel colpire duramente chi ha delle idee sovversive. Ed è qui che il potere vuole zittire chi è refrattario a rassegnarsi ad un vita fatta di oppressione e sfruttamento, dove l'era della tecnica la rende apparentemente incontrovertibile. Chi ha una coscienza, cioè quell'incontro meraviglioso fra intelligenza e sensibilità, come può non odiare i lager di Stato chiamati CPR e tutti quelli che sostengono l'annientamento umano? Chi riflette sul circostante, come può non riconoscere che cavi, telecomunicazioni e flussi di energia aiutano inesorabilmente questo mondo dell'idiozia e del rincoglionimento totalitario, alienando la maggior parte delle persone e devastando quello che rimane di naturale? Chi vuole diffondere le proprie idee contro una vita obbligata e fatta di stenti perché non dovrebbe scagliarsi contro questo mondo nella sua totalità? Come possono degli individui che vedono il carcere come discarica sociale, non lottare per la fine della segregazione ovvero farla finita con ciò che è e con ciò che è Stato? Come non riuscire a vedere con i propri occhi la responsabilità delle condizioni sociali imposte nel diffondersi di un'epidemia?

Quando uno spirito libero comprende che un sentito di libertà inizia col dissenso verso le atrocità del presente diviene un problema per chi domina. La critica radicale si manifesta intraprendendo un viaggio che contiene il crimine di tutti i crimini: un mondo senza dominio. Chi ha una passione senza misure viene trattato da criminale, a cui si imputano una serie di fatti accaduti per toglierselo di torno.

Nella neolingua giuridica lo scrivere e diffondere l'idea diviene terrorismo e istigazione a delinquere. Tutto questo fa parte del rapporto sociale chiamato Stato. Nessun vittimismo potrà scalfire che il ruolo storico della burocrazia è un meccanismo di guerra verso qualunque indesiderabile per difendere gli scaffali della merce e la tecnica impiegata. In sostanza, difendere i privilegi dei ricchi da un mondo di povertà agonizzante.

Se riconosciamo che la meschinità si accompagna prepotentemente allo squallore, dove la miseria esistenziale è legata alla mercificazione di ogni aspetto relazionale, in cui la devastazione della terra è sovvenzionata dalle protesi tecnologiche, mentre la bruttura filosofica supina al potere fa rima con la banalità artistica da streaming, non possiamo che riconoscersi solidali e complici con chi si espone per le proprie idee, così tanto pericolose da essere ingabbiate. Se viene repressa un'idea di libertà intesa come assenza di limiti, spezzare le catene del potere per puntare a qualcosa di inconoscibile è un atto di sensibilità profonda che non riguarda solo le anarchiche e gli anarchici arrestati a Bologna (senza dimenticare tutti i ribelli richiusi e sorvegliati), ma che tocca tutte quelle persone che non si rassegnano al mutismo e all'immobilismo.

Visto che oggi questo mondo è come ieri, non possiamo arrenderci al virus della paura anche se la tecnologizzazione delle vite, l'apparente assolutismo della polizia e del denaro, potrebbero calmare anche gli spiriti più indomiti. Non esiste una via di mezzo fra l'arrendersi alla paura o distruggerla. Donarsi all'imprevisto e ai propri sogni è un'allettante possibilità per non rimanere ingarbugliati con il sangue agli occhi. Un modo alquanto caloroso anche per sostenere la liberazione di tutte le ribelli e i ribelli sepolti vivi nelle gabbie sta anche nell'interrogarsi su come nuocere a questa società e su come attraversare l'ostilità verso ciò che la propaga.

Gli svariati attacchi alle strutture del dominio che spesso infuriano la normalità mortifera non ci parlano proprio di questo? E le minacce del potere di far tacere le voci che sostengono apertamente la rivolta non ci fanno intendere che qualunque di queste grida potrebbe essere strozzata da una catena?

Dopo diverse ore, si è avuta qualche notizia un po’ più precisa sull’operazione “Ritrovo” a Bologna, coordinata dai Ros. I compagni arrestati sono 7: Elena, Leo, Zipeppe, Stefania, Nicole, Guido e Duccio.

A 5 compagne/i (Martino, Otta, Angelo, Emma e Tommi) è stato dato l’obbligo di dimora a Bologna con obbligo di firma quotidiana.

L’accusa di 270bis è per chi ha la misura cautelare in carcere. Gli altri reati contestati sono poi 414cp, 639, 635 e a una sola persona incendio (423cp), aggravati dalla finalità eversiva.

Liberi tutti e libere tutte

da plagueandfire.noblogs.org:

Italia: Operazione repressiva «Ritrovo». Sette anarchici arrestati

Durante la notte del 13 maggio 2020 sono stati arrestati sette anarchici tra Bologna, Milano e la Toscana, è stato imposto l’obbligo di dimora per altri cinque anarchici ed è stato perquisito lo spazio di documentazione anarchico Il Tribolo a Bologna. L’operazione repressiva, denominata «Ritrovo», è stata coordinata dal pubblico ministero Stefano Dambruoso e dai carabinieri del ROS (Raggruppamento Operativo Speciale), che hanno effettutato gli arresti e le perquisizioni congiuntamente al comando provinciale dei carabinieri di Bologna.

I sette arrestati sono accusati dell’articolo 270bis del codice penale (associazione sovversiva con finalità di terrorismo o di eversione dell’ordine democratico), le altre accuse sono relative agli articoli 414 (istigazione a delinquere), 639 (deturpamento e imbrattamento) e 635 (danneggiamento). Una persona è accusata dell’articolo 423 (incendio) per l’attacco incendiario del 16 dicembre 2018 contro alcune antenne per le telecomunicazioni situate in località San Donato a Bologna e destinate alla trasmissione delle reti televisive nazionali e locali. Sul luogo venne lasciata la scritta «Spegnere le antenne, risvegliare le coscienze. Solidali con gli anarchici detenuti e sorvegliati».

Le forze repressive affermano che sono accusati di aver creato una associazione eversivo-terroristica avente «l’obiettivo di affermare e diffondere l’ideologia anarco-insurrezionalista, nonché di istigare, con la diffusione di materiale propagandistico, alla commissione di atti di violenza contro le istituzioni». Inoltre, la procura di Bologna, con l’ausilio dei media di regime, ha sottolineato che le misure cautelari assumono una «strategica valenza preventiva volta ad evitare che in eventuali ulteriori momenti di tensione sociale, scaturibili dalla particolare situazione emergenziale [legata all’epidemia di coronavirus], possano insediarsi altri momenti di più generale campagna di lotta anti-Stato».

Questi sono gli attuali indirizzi dei compagni arrestati:

Giuseppe Caprioli
C. R. di Alessandria “San Michele”
strada statale per Casale 50/A
15121 Alessandria

Stefania Carolei
C. C. di Vigevano
via Gravellona 240
27029 Vigevano (PV)

Duccio Cenni
C. C. di Ferrara
via Arginone 327
44122 Ferrara

Leonardo Neri
C. R. di Alessandria “San Michele”
strada statale per Casale 50/A
15121 Alessandria

Guido Paoletti
C. C. di Ferrara
via Arginone 327
44122 Ferrara

Elena Riva
C. C. di Piacenza
strada delle Novate 65
29122 Piacenza

Nicole Savoia
C. C. di Piacenza
strada delle Novate 65
29122 Piacenza