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Oggi si parla molto di estirpare la mentalità del fascismo e si fa anche molto per questo fine. Si condannano i criminali di guerra, i «piccoli Pgs*» (lingua del «Quarto Reich»!) vengono licenziati, i libri nazionalisti tolti dalla circolazione, si cambia nome alle piazze Hitler e alle vie Göring, si abbattono le querce di Hitler. Ma la lingua del Terzo Reich sembra voler sopravvivere in parecchie espressioni caratteristiche, penetrate così a fondo col loro potere corrosivo da apparire come un duraturo possesso della lingua tedesca. Per esempio, quante volte nel maggio del 1945, in discorsi alla radio, in manifestazioni appassionatamente antifasciste ho sentito parlare di qualità «caratteriali» (charakterlich) o della natura «combattiva» della democrazia! Sono espressioni che vengono dal cuore — il Terzo Reich avrebbe detto «dall’essenza» — della LTI. È per pedanteria che me ne sento urtato, per quel tanto di pedantesco che si annida in ogni filologo?  Risponderò alla domanda con un’altra domanda.  Qual era il mezzo di propaganda più efficace del sistema hitleriano? Erano i monologhi di Hitler e di Goebbels, le loro esternazioni su questo o su quell’oggetto, le loro istigazioni contro l’ebraismo o il bolscevismo? Certamente no, perché molto non veniva compreso dalle masse, annoiate d’altra parte dalle eterne ripetizioni. Quante volte, finché potevo frequentare le trattorie (non portavo ancora la stella) e più tardi in fabbrica durante la sorveglianza antiaerea, quando gli ariani e gli ebrei stavano in locali separati e in quello ariano c’era la radio (oltre al riscaldamento e al cibo), quante volte ho sentito sbattere sul tavolo le carte da gioco e chiacchierare ad alta voce sul razionamento del tabacco o della carne oppure su qualche film durante i prolissi discorsi del Führer o di uno dei suoi paladini; però il giorno dopo i giornali affermavano che il popolo intero aveva prestato ascolto.  No, l’effetto maggiore non era provocato dai discorsi e neppure da articoli, volantini, manifesti e bandiere, da nulla che potesse essere percepito da un pensiero o da un sentimento consapevoli. Invece il nazismo si insinuava nella carne e nel sangue della folla attraverso le singole parole, le locuzioni, la forma delle frasi ripetute milioni di volte, imposte a forza alla massa e da questa accettate meccanicamente e inconsciamente. Di solito si attribuisce un significato puramente estetico e per così dire «innocuo» al distico di Schiller: «La lingua colta che crea e pensa per te». Un verso riuscito in una «lingua colta» non è una prova sufficiente della capacità poetica del suo autore; non è poi tanto difficile, usando una lingua estremamente colta, atteggiarsi a poeta e pensatore.  Ma la lingua non si limita a creare e pensare per me, dirige anche il mio sentire, indirizza tutto il mio essere spirituale quanto più naturalmente, più inconsciamente mi abbandono a lei. E se la lingua colta è formata di elementi tossici o è stata resa portatrice di tali elementi? Le parole possono essere come minime dosi di arsenico: ingerite senza saperlo sembrano non avere alcun effetto, ma dopo qualche tempo ecco rivelarsi l’effetto tossico. Se per un tempo sufficientemente lungo al posto di eroico e virtuoso si dice «fanatico», alla fine si crederà veramente che un fanatico sia un eroe pieno di virtù e che non possa esserci un eroe senza fanatismo.  I termini fanatico e fanatismo non sono un’invenzione del Terzo Reich, che ne ha solo modificato il valore e li ha usati in un solo giorno con più frequenza di quanto non abbiano fatto altre epoche nel corso degli anni. Il Terzo Reich ha coniato pochissimi termini nuovi, forse verosimilmente addirittura nessuno. La lingua nazista in molti casi si rifà a una lingua straniera, per il resto quasi sempre al tedesco pre-hitleriano; però muta il valore delle parole e la loro frequenza, trasforma in patrimonio comune ciò che prima apparteneva a un singolo o a un gruppuscolo, requisisce per il partito ciò che era patrimonio comune e in complesso impregna del suo veleno parole, gruppi di parole e struttura delle frasi, asservisce la lingua al suo spaventoso sistema, strappa alla lingua il suo mezzo di propaganda più efficace, più pubblico e più segreto.  Rendere evidente il veleno della LTI e mettere in guardia da esso credo sia qualcosa di più che pura e semplice pedanteria. Quando un ebreo ortodosso ritiene che una stoviglia sia diventata impura, la purifica sotterrandola. Bisognerebbe seppellire in una fossa comune molte parole dell’uso linguistico nazista, per lungo tempo, alcune per sempre.     

Victor Klemperer

*  Parteigenossen: iscritti al partito nazista  

Tratto da LTI La lingua del Terzo Reich. Taccuino di un filologo, 2011

Dall’arrivo di Hitler al potere nel 1933 fino alla capitolazione tedesca nel 1945, Victor Klemperer, professore di filologia all’Università di Dresda, tenne un diario segreto in cui raccontava la vita quotidiana di un ebreo tedesco durante il Terzo Reich. Ma il vero soggetto dei suoi appunti era la nascita e la diffusione della lingua nazista — da lui ribattezzataLTI (Lingua Tertii Imperii): Lingua del Terzo Impero — una nuova lingua parlata da tutti, da Goebbels e dall’uomo della strada, dai carnefici della Gestapo e dalle loro vittime. Resistere alla tirannia di questa lingua avvelenata, disvelarne le menzogne e le aberrazioni, diventò per Klemperer più importante della stessa sopravvivenza. Mescolando gli appunti di Victor Klemperer a filmati e registrazioni sonore dell’epoca, il documentario La lingua non mente di Stan Neumann mostra in quale modo il totalitarismo si insinui nelle menti, si stampi sulle bocche, si impadronisca dei corpi, giorno dopo giorno, infidamente.

Il cigno nero proietta:

«Rendiamo omaggio a un vulcano? Alle voci sotterranee che lo annunciano, alla cupa aridità che lo circonda,  a quella cappa minerale che improvvisamente si spalanca in un raggio di fulmini che frantuma l'orizzonte?» Annie Le Brun

Lo scorso 8 ottobre, in un incontro con la stampa, il presidente cileno Sebastián Piñera aveva definito il proprio paese «una vera oasi dentro un'America Latina confusa», potendo infatti contare — a differenza dei suoi vicini — su «una democrazia stabile». Solo dieci giorni dopo, venerdì 18 ottobre, davanti alla rivolta che deflagrava nelle strade del paese, è stato costretto a decretare lo stato d'emergenza e a disseminare Santiago e le altre città di militari come non se ne vedevano dai tempi di Pinochet. Questa clamorosa smentita della pacificazione sociale raggiunta è stata subito seguita da un’altra, quella della propaganda statale imperante. Domenica 20 ottobre, spalleggiato dai suoi generali, Piñera spiegava ai giornalisti come i disordini fossero opera di «gruppi violenti... in guerra contro tutti i cileni che vogliono vivere in democrazia. Siamo in guerra contro un nemico potente e implacabile che non rispetta nulla e nessuno». Ma poiché le immagini diffuse ovunque nel mondo stavano semmai dimostrando al di là di ogni possibile dubbio l’esatto contrario, ovvero come «tutti i cileni» (ad eccezione dei tirapiedi del potere) stessero prendendo parte alla protesta, due giorni dopo il presidente ha chiesto pubblicamente «perdono per non aver compreso in tempo il malessere sociale». Ecco qui un magnifico esempio di come ogni sicumera istituzionale, nonostante le sue tronfie apparenze ed i mezzi a sua disposizione, possa rischiare di svanire da un momento all'altro. Pur avendo reso impensabile ogni alternativa radicale all'obbedienza, chi ha forgiato questo mondo a propria immagine e somiglianza non può impedire che la riproduzione della miseria quotidiana venga interrotta. Se non più da una tensione utopica o da un progetto rivoluzionario, almeno dall’imprevisto. Quell’imprevisto che sfugge immancabilmente a chi si ostina a misurare la realtà, a calcolarla attraverso la triste computazione della politica. Che i parametri ed i criteri usati siano istituzionalmente sciatti o sovversivamente scaltri, cosa importa? Resta il fatto che non si incatenano i vulcani.  Se già in passato raramente le insurrezioni sono state il frutto della strategia vincente messa in atto da un’organizzazione efficace nel portare avanti la giusta politica, oggigiorno una simile ipotesi può fare breccia solo nella più sinistra dabbenaggine. Ipotesi ridicola da avanzare soprattutto in paesi che vantano una democrazia di stampo più o meno occidentale, laddove la cosiddetta «coscienza di classe» è stata sradicata da decenni di confortevole (tele)consumo — ma dove in compenso può covare una rabbia, un malessere, un'angoscia, una disperazione di vivere, che non sono eliminabili né con un programma di partito da attuare, né con una rivendicazione specifica da reclamare. Si tratta di foschi sentimenti che si accumulano per anni, non certo per presentarsi alla fine a pretendere i dovuti interessi. Il più delle volte si limitano a brontolare in maniera minacciosa, incutendo timori (e suscitando speranze) tanto comprensibili quanto fuori luogo. Ma quando hanno occasione di manifestarsi, lo fanno in maniera terribile. Non attraverso radicati movimenti di lotta dotati della loro brava legittimità politica da sbandierare per raccogliere unanime consenso, ma attraverso inaspettate esplosioni sociali. Improvvise ed incontrollabili, come l'eruzione di un vulcano. È quanto sta accadendo da un mese esatto dall'altra parte dell'oceano, in Cile, dove il magma incandescente si è sparso nelle strade delle città come sui pendii del Nevados de Chillán, incenerendo ogni cosa al suo passaggio. Come tutte le esplosioni sociali, anche questa ha avuto bisogno di un banale pretesto che ne facesse da scintilla. La chispa, in questo caso, è stata l'annunciato aumento del biglietto dei trasporti pubblici durante le ore di punta. È bastato qualche giorno di agitazione, con un rifiuto di massa di pagare il balzello, per spingere il governo a tirar fuori tutta la sua feroce tracotanza. Ancora una volta, l'ottusità di chi detiene il potere si è rivelata un ingrediente fondamentale per la generalizzazione della rivolta. Le maniere forti del generale Javier Iturriaga, unite all'atteggiamento strafottente della classe dirigente, non hanno fatto altro che alimentare ulteriormente la protesta, che è presto dilagata in tutto il paese. Lo stato di emergenza decretato venerdì 18 ottobre da «Piñera cagón» non ha spaventato nessuno. Anziché assistere ad un immediato e scodinzolante ritorno all'ordine, i militari si sono visti circondati ed affrontati da migliaia di uomini e donne che hanno eretto barricate, saccheggiato negozi, incendiato autobus, distrutto stazioni metropolitane, dato alle fiamme palazzi. Settimana dopo settimana, né gli arresti di massa o gli occhi bucati nelle strade, né le torture o gli stupri nelle caserme, sono riusciti a fermare insorti resi forti dalla consapevolezza che non avevano più nulla da perdere a rifiutare la quotidianità imposta (l'urlo di guerra con cui gli insorti cabili avevano aperto il terzo millennio, «non potete ucciderci perché siamo già morti», è stato ripreso a modo loro dagli insorti cileni: «ci hanno derubato a tal punto che ci hanno rubato anche la paura»). Ovviamente il pretesto iniziale della sommossa è stato dimenticato in fretta, motivo per cui il dietrofront del governo sul rincaro delle tariffe non ha calmato affatto gli animi. Ovviamente il governo ha proposto un tavolo di confronto «ampio e trasversale», a cui le forze politiche di sinistra si sono rifiutate di partecipare fintanto che i militari erano in strada. Ovviamente queste stesse forze si sono guardate bene dall'indire subito uno sciopero nazionale per contrastare la repressione statale, dovendo prima appurare di avere davanti un «popolo» da rappresentare, e non pochi «vandali» da legittimare. Ovviamente più la rivolta continuava imperterrita, più i partiti di destra e di sinistra trovavano un compromesso per dare vita ad una Unità Nazionale salvifica delle istituzioni. Tuttavia, fino ad ora la routine politicarda si è rivelata del tutto incapace di placare una rabbia che, non riconoscendo leader, non presta nemmeno margini di manovra al recupero. Alla sua genesi avranno anche contribuito i riverberi provenienti dai rondò in Francia o dalla comune di Quito in Ecuador, ma gli insorti cileni non hanno portavoce pronti a farsi intervistare, né assemblee da cui farsi rappresentare, né confederazioni alle cui decisioni sottostare. E ciò che da un lato getta nel panico la classe dirigente, dall'altro mette in imbarazzo l’aspirante ceto dirigente.

«L'idea che sarebbe possibile “radicalizzare” una lotta importandovi tutto il bazar di pratiche e di discorsi reputati essere radicali disegna una politica da extraterrestri» Comitato Invisibile, "Ai nostri amici", 21 ottobre 2014  

«Siamo completamente sopraffatti, è come un'invasione straniera, extraterrestre, non so come dire, e non siamo attrezzati per combatterli» Cecilia Morel, moglie del presidente Piñera, 21 ottobre 2019

Considerato come i fatti che stanno accadendo in Cile siano ricchi di suggerimenti e spunti su cui riflettere per riuscire a pensare l'insurrezione, a cogliere le possibilità da giocare per renderla irreversibile, non ci sembra davvero un caso se vengono taciuti sia dagli organi di Stato che da quelli del contro-Stato. Mentre il presidente Piñera mette al sicuro la sua famiglia mandandola in Australia, i vari militanti di sinistra mettono al sicuro la propria ideologia parcheggiando il loro cervello in Rojava, o avviluppandolo in un gilet giallo. Perché in Cile non c'è un partito rivoluzionario da sostenere, non c'è un leader carismatico da seguire, non c'è un esercito di popolo a cui aderire, non c'è una bandiera da agitare, non c'è un territorio da difendere; e non ci sono nemmeno lotte sociali da far convergere, classi proletarie da ricomporre, movimenti di base da organizzare. Il che spiega il motivo per cui i cantori della conflittualità alternata, del potere parallelo, della destituzione, davanti all'esplosione cilena che sta distruggendo tutto... si limitano ad annotare la brutalità della repressione che ha scatenato. Non si tratta di ritardo storico o di ottusità ideologica. Si tratta, oseremmo dire, di baratro antropologico. Gli abitanti della terraferma ben piantata nell'autorità non sono letteralmente in grado di capire gli abitanti delle stelle fluttuanti nella libertà. Ci sia permesso di fare qui un piccolo esempio. L'incendio di veicoli del trasporto pubblico è una pratica diffusa da anni fra le teste calde cilene, le quali sono state più volte criticate dagli accorti strateghi della rivoluzione (inorriditi da come si potesse fare ricorso ad azioni così poco comprensibili: bruciare degli autobus è vandalismo, non porta nessun consenso popolare!). Ma a partire dal 18 ottobre scorso, ecco che quella pratica acquisiva d'un tratto senso agli occhi di tutti. Ciò che era stato bollato come miopia diventava lungimiranza, e le parole scritte 7 anni fa in proposito da alcuni anarchici belgi («La gran maggioranza degli utenti dei trasporti pubblici li utilizzano per spostarsi da casa verso il lavoro, verso istituzioni, verso appuntamenti con burocrati, verso luoghi di consumo come il supermercato, lo stadio o la discoteca. Ciò fornisce una leggera spiegazione per comprendere l'importanza che il potere attribuisce ad una rete di trasporti pubblici che funzioni decentemente. Lo spostamento, la circolazione di persone è fondamentale per l'economia, per l'esistenza del potere... La mobilità totale e quotidiana della popolazione necessita di adeguate infrastrutture. L'importanza di queste infrastrutture per l'ordine sociale emerge al contrario allorquando queste vengono paralizzate, poco importa la causa: ritardi, caos, disordine, rottura della routine. Si potrebbe definire un terreno fertile per la libertà, ben altro rispetto alla riproduzione quotidiana dei ruoli, del potere, dell'economia... Paralizzare la circolazione orchestrata e condizionata significa null'altro che battersi per la libertà di tutti», Hors Service, n. 24, 7/1/2012) cessavano di apparire una difficile difesa ideologica per rivelarsi una felice quanto facile intuizione. In chi non crede in un progresso lineare che segue ferree leggi storiche — l'idiota determinismo che ha reso i marxisti «la peste della nostra epoca, la maledizione del movimento operaio» — diventa necessario preparare ed attuare fin da subito la rottura con l'esistente. Non attendere la Grande Sera che ineluttabilmente verrà in virtù di chissà quale meccanismo oggettivo, ma cominciare: cominciare, con volontà e determinazione, ad essere e fare ciò che non è mai Stato. Tutto il resto, al di là di chiacchiere più o meno dotte, emana un deciso afrore di riformismo.  In un breve video girato nei giorni scorsi per le strade cilene si vede un ragazzo con un megaschermo al plasma ancora imballato sulle spalle che si sta allontanando dopo un saccheggio, il quale viene fermato da altri insorti che gli tolgono dalle mani il lussuoso dispositivo tecnologico per gettarlo nel fuoco fra danze e urla generali di gioia. Il ragazzo aveva capito che una black riot offre opportunità assai maggiori di qualsiasi Black Friday per poter infine godere delle merci più ambite, ma gli altri insorti (nessuno dei quali nerovestito e mascherato, tutti a volto scoperto come persone comuni) hanno capito che il senso della rivolta non è quello di rendere tutti partecipi del consumismo, ma di porre fine al mondo che conosciamo: a cosa può mai servire un televisore quando la rivolta è fuori dall'uscio di casa? A chi interessa lo spettacolo quando davanti agli occhi c'è finalmente la vita? Ora, cosa ci dicono i supermercati devastati, le infrastrutture distrutte, le chiese profanate e devastate, le sedi di tutti i partiti attaccate, le armerie assaltate, i monumenti abbattuti, l'intero paese messo a ferro e a fuoco da migliaia e migliaia di uomini e donne di ogni età, in preda all'inebriante desiderio che nulla possa continuare a funzionare come prima? Svanita l'illusione che si fosse davanti a un effimero sfogo di piazza, si tratta forse di un invito politico a redigere tutti assieme una nuova Costituzione, a ottenere un cambio della guardia nell'esercizio del potere? No di certo. Per creare una vita che sia tutt'altro bisogna, come diceva un poeta alla ricerca dell'oro del tempo, continuare ad avanzare nella sola maniera valida che ci sia: attraverso le fiamme.

Finimondo, 17/11/19

Martedì 12 novembre era la quarta giornata di sciopero generale puntuale in Cile dall'inizio della rivolta. E non solo è stata molto partecipata, ma i rivoltosi non si sono lasciati sfuggire l’occasione di moltiplicare gli scontri, le distruzioni incendiarie e i saccheggi in tutto il paese. E hanno continuato il giorno successivo...  

Infrastrutture. Molte strade sono state bloccate da barricate, talvolta anche con l'aiuto di enormi cartelloni stradali abbattuti come ad Antofagasta, mentre verso le 6,30 anche un ripetitore di telefonia mobile di Movistar Chile è stato bruciato a Caldera, nell'area di Cerro Panagra, lasciando 15000 persone senza cellulare fino all'aeroporto, dato che quell’antenna dirigeva il segnale di altre quattro più piccole; d’altronde non è il primo ad essere stato attaccato dall'inizio della rivolta cioè dal 18 ottobre, come quello della società Entel a Teno (regione di Maule) incendiato il 26 ottobre, o quelli di Entel e di Claro ad Arica il 20 ottobre, mentre nel distretto di Pudahuel (Santiago) il 9 novembre all’1,30 del mattino, è una centrale telefonica a Laguna Sur ad esser stata data alle fiamme, tagliando Internet e il traffico telefonico mobile. Nel frattempo a Calama, all'estremo nord vicino al deserto e ad Antofagasta, è toccato alla torre principale del progetto Cerro Dominador, la più grande centrale solare di Cile e Sud America in costruzione, che ha preso fuoco verso le 20, con i vigili del fuoco che hanno impiegato quasi sei ore per spegnere l'incendio e il proprietario EIG Energy Global Partners che ha dichiarato di ignorare se le cause del disastro fossero volontarie o meno, in una giornata come quella del 12 novembre, una delle più calde della rivolta.  

Geografia. Tra le principali città colpite possiamo citare Concepción, dove i dimostranti hanno incendiato il gigantesco edificio della prefettura regionale, nonché il Ministero dei Beni nazionali e l'Ufficio immigrazione situato vicino, distruggendo 20000 documenti amministrativi ivi contenuti, tra cui 6000 titoli di proprietà (un uomo di 61 anni è stato incarcerato in preventiva, accusato di aver appiccato il fuoco) – la mobilia, centinaia di documenti e quadri di Piñera sono serviti anche ad alimentare le barricate in fiamme; Talca, dove la residenza del senatore Coloma dell'UDI è andata in fumo, proprio come i mobili della chiesa María Auxiliadora e diverse banche saccheggiate un po’ più in là; Punta Arenas, dove un'agenzia del fondo pensioni AFP Habitat è stata bruciata, mentre sei barricate bloccavano la zona e i pompieri venivano bersagliati con pietre per ritardarne il lavoro – sono anche state saccheggiate farmacie e il supermercato Unimarc, mentre molti negozi (Movistar, Civil Status Building, Bata) hanno perso le loro vetrine; Rancagua, dove è stata incendiata un'agenzia del fondo pensioni AFP Vital Plan e saccheggiati gli uffici del centro d'affari della Sercotec, oltre ad un'agenzia del Banco de Chile; Copiapó, i cui uffici dell’anagrafe sono stati incendiati e i mobili hanno alimentato le barricate, mentre il Ministero della Pubblica Istruzione è stato attaccato e molti dei suoi veicoli bruciati, senza contare il saccheggio di un ipermercato Líder; Arica, dove è stato bruciato l'ipermercato Líder; Antofagasta, in cui i vigili del fuoco hanno dovuto combattere anche contro 6 incendi contemporaneamente, tra cui quello della Cooperativa de Carabineros, di una farmacia Cruz Verde, del municipio, di tre banche (Banco BCI, Banco Ripley e Banco Estado), del Centro pedagogico dell’associazione nazionale asili nido (Junji), del centro delle imposte (SII), dell’anagrafe, con oltre venti negozi e magazzini saccheggiati o distrutti (alcuni edifici del centro, risalenti al 1913, sono solo macerie) o anche 62 semafori sradicati per servire da arieti o barricate, con tutto il centro cittadino devastato; Santiago, dove in mezzo agli scontri campeggiava la chiesa di Veracruz risalente al 1857, che è stata completamente distrutta da un incendio nel quartiere Lastarria – secondo il suo gestore, era già stata attaccata 17 volte durante queste tre settimane di rivolta, saccheggiata o bruciata. Per la seconda volta, inoltre, è stata presa di mira l'ambasciata argentina, provocando l'evacuazione immediata dell'ambasciatore e della sua famiglia dopo lo sfondamento del suo portone blindato. Nel comune di La Granja, a sud di Santiago, è stata una succursale del Banco Estado ad andare completamente in fumo; ad Osorno, nel corso di duri scontri, gli uffici della compagnia aerea Latam sono stati saccheggiati e quelli della banca cooperativa Copeuch incendiati, causando la distruzione di una torre di 15 piani (chiamata Kauak); a Melipilla, sono stati incendiati i caselli del pedaggio di Pomaire, nonché le celle frigorifere dell'ipermercato ACuenta servendosi di pancali di legno, la sede del partito RN (di Piñera), una succursale bancaria BCI, i locali di un ufficio notarile (Conservador de Bienes Raices) e la prefettura regionale; a Llay Llay (Valparaíso), dove i caselli del pedaggio di Las Vegas sono stati bruciati per la seconda volta; a Valdivia, dove sono state saccheggiate le sedi di tre partiti politici di sinistra e di destra (PS, Democrazia Cristiana e RN), così come la chiesa di San Francesco d'Assisi. E ogni volta i rispettivi mobili sono stati usati per alimentare il fuoco delle barricate, dai ritratti dell'ex presidente del Cile Bachelet alle panche religiose; Infine, sono anche state attaccate le stazioni di polizia di Vallenar e Renca, oltre a caserme, come a Santo Domingo (Valparaiso) dove sconosciuti sono penetrati nella Scuola di Ingegneri Militari (Escuela de Ingenieros de Tejas Verdes) per dar fuoco a un camion (un soldato ferito), e a Copiapó il giorno dopo la folla ha tentato di irrompere nella caserma (tre soldati feriti, un assalitore ferito da proiettili).  

Mercoledì 13 novembre era il primo anniversario dell’omicidio del Mapuche Camilo Catrillanca assassinato a Temucuicui con una pallottola nella nuca, ad opera del famigerato Comando Jungla dei carabinieri. Sebbene suo padre ci abbia tenuto a ricordare che auspicava ci fossero dimostrazioni pacifiche, sono scoppiati scontri con i carabinieri a Valparaiso (centro), Santiago e Temuco (sud). A Concepción, nella piazza centrale, la gigantesca statua del conquistatore spagnolo Pedro de Valdivia, nominato governatore del Cile nel 1500, è stata scardinata con l’ausilio di corde tirate da una cinquantina di persone. Nel comune di Mulchén, quattro camion e una gru dell'industria forestale sono stati dati alle fiamme dopo aver fatto scendere i conducenti (uno striscione con i nomi di diversi mapuche assassinati dagli sbirri è stato ritrovato accanto). A Ercilla, due carabinieri sono finiti in ospedale, feriti da proiettili che hanno attraversato la blindatura del loro veicolo. A Concepción, scontri a parte, sono stati saccheggiati un supermercato Preunic e la farmacia Salcobrand, e a sera gli uffici regionali del PJJ (Servicio Nacional Menores, Sename) sono stati bruciati dopo essere stati svuotati dei mobili utili per le barricate. A San Bernardo, un sottufficiale dei carabinieri è stato colpito con diversi proiettili durante le manifestazioni e ha dovuto essere ricoverato d’urgenza portato in elicottero. A Copiapó sono stati bruciati l'edificio che ospita l’anagrafe e diverse sedi distaccate ministeriali. A Puerto Montt, metà delle panche della cattedrale sono finite in una grande barricata in fiamme. Complessivamente, nella giornata di mercoledì il Ministero degli Interni ha contato 34 saccheggi, 10 dei quali nell’area metropolitana Gran Santiago, 23 blocchi stradali e 8 attacchi di caserme, in particolare a Renca, Padre Hurtado, Huechuraba e Lampa, oltre ai «danni strutturali» che hanno interessato la prefettura regionale di Tocopilla.  

Politica. Di fronte a queste due nuove giornate così calde, cosa volete che facesse il presidente Piñera? In primo luogo, ha spedito il proprio figliolo e la sua famiglia a rifugiarsi in Australia. Poi ha annunciato che avrebbe aumentato gli effettivi dei carabinieri regolarmente sovraccarichi con 1000 nuovi recenti pensionati (il loro numero è già di 48.000), e quindi ha sostituito alcuni dirigenti (prima alcuni ministri, ed ora il capo dei servizi cileni, l’Agencia Nacional de Inteligencia-ANI). Infine, ha proposto un «grande accordo nazionale» in tre punti la sera di mercoledì, dopo che alcuni ministri avevano respinto l'opzione del ritorno di uno stato di emergenza: uno «per la pace e contro la violenza» (ossia un appello all'unità nazionale), l'altro «per la giustizia» (ossia un calendario sociale con i sindacati, anche se per il momento rifiuta di concedere altre briciole) e l'ultimo per avviare i lavori per una nuova Costituzione. Vi risparmiamo i dettagli, ma fondamentalmente la destra (UDI e RN) voleva un Congresso costituente (composto da deputati e senatori in carica), la sinistra voleva un’Assemblea costituente (con delegati eletti all’uopo tra la popolazione), e dopo due giorni di discussioni tra tutti i partiti politici (dal post-pinochetista UDI al Frente Amplio, PC a parte), la mattina di venerdì 15 novembre è stato trovato un compromesso tra le due parti per una Convenzione costituente mista (col 50% dei parlamentari e il 50% dei delegati eletti per redigerla). Questo «accordo per la pace e una nuova costituzione» firmato da tutti i partiti comprende un referendum previsto nell'aprile 2020 in cui gli elettori decideranno se riformare o meno la Costituzione e, in caso affermativo, tra Convenzione costituzionale (di delegati eletti per questo scopo nell'ottobre 2020) e Convenzione costituzionale mista (gli stessi + 50% dei parlamentari in carica), seguito da un secondo referendum con voto obbligatorio in un altro momento per ratificarla.  

E mentre i politici di ogni pelo sono allarmati e moltiplicano gli incontri per tentare di trovare il modo per deviare la rabbia verso i binari istituzionali, la moneta cilena continua a precipitare (ha raggiunto il suo livello più basso dal 2002) malgrado Mercoledì ci sia stata un’iniezione di 4 miliardi di dollari da parte della banca centrale per cercare di frenarne la caduta, il Ministro delle Finanze piange i 300.000 posti di lavoro persi a causa della rivolta e le centinaia di milioni di dollari di danni (4500 milioni di dollari, 380 milioni dei quali per la sola metropolitana, 2330 milioni per le infrastrutture pubbliche e 2250 milioni per i locali non residenziali, secondo la Camera di costruzione cilena-CChC), alcuni hacker hanno messo in rete il 10 novembre un annuario interattivo che include i dati professionali e personali di oltre 29000 carabinieri (pacolog.com/maps/), i giocatori della nazionale di calcio hanno rifiutato il 13 novembre di disputare l’amichevole contro il Perù in solidarietà con la rivolta, i netturbini della Gran Santiago sono in sciopero illimitato da tre giorni e la spazzatura si accumula nelle strade, la compagnia aerea cilena Latam ha calcolato 82.000 biglietti annullati e 117.000 richieste di cambi di data (che le sono costati 30 milioni di dollari dal 18 ottobre al 5 novembre), il potente sindacato padronale dei metalmeccanici (Asociación de Industrias Metalúrgicas e Metalmecánicas-Asimet) esce del silenzio per «condannare la violenza, i saccheggi e l'anarchia che costituiscono un freno al raggiungimento di accordi per un miglioramento sociale e che delegittimano le giuste rivendicazioni dei cileni», le ultime cifre dell'INDH sono di 2365 feriti dai carabinieri, ricoverati in ospedale (217 dei quali con gli occhi perforati), e secondo la Corte suprema 26126 manifestanti sono stati arrestati dal 18 ottobre all'11 novembre, di cui 1396 detenuti in custodia preventiva o condannati, quasi 68 tribunali sono ufficialmente danneggiati e 283 farmacie saccheggiate o devastate,… e i e le partecipanti alla rivolta autonoma senza leader e partiti continuano giorno dopo giorno nelle strade a saccheggiare, a devastare e a distruggere pezzi di questo mondo di miseria ed oppressione. Compresi gli strumenti tecnologici di telecomunicazione. E noi, qui, non abbiamo analoghe strutture da salutare calorosamente?    

[traduzione di Finimondo da qui]

Tutte le pallottole si restituiranno

A partire dal 2 dicembre, i signori della Terra verranno a Madrid. Alcuni dei maggiori assassini di questo pianeta, dei maggiori responsabili della sua devastazione. Vengono per riempirsi la bocca e l’agenda con i prossimi piani della lotta contro il riscaldamento climatico. Mentre il capitalismo mondiale continua intatto e la maggior parte delle emissioni di CO2 fuoriescono dalla produzione industriale, mentre le sue imprese continuano devastando foreste e montagne per estrarre le loro risorse naturali.

E se non fosse sufficiente, nello stesso momento, il Cile va a fuoco, e le sue strade continuano a essere coperte dai bossoli delle forze di sicurezza. Ma Piñera non può vedere la sua agenda politica rovinata dalla rivolta, non può accettare che l'attenzione mediatica metta in dubbio il suo mandato di fronte a tale rivolta. E grazie alla benevolenza del governo spagnolo ora potrà continuare con i suoi piani senza scomporsi.

Ma in Cile la normalità non puó piú sostenersi, e nemmeno qui vogliamo sostenerla. Non permetteremo ai leader mondiali di riunirsi per disegnare la distruzione sotto l'apparenza della sostenibilità e del rispetto, come se tutto fosse normale. Come se non abbiano già distrutto in tutto questo tempo, come se non abbiano milioni di cadaveri sulle proprie spalle. Non gli offriremo tale legittimità. Anche, perché sappiamo, che la miglior maniera per solidarizzare con le ribelli non é altro che estendere la rivolta. Come ad Amburgo, vogliamo che questo incontro si trasformi in un inferno. Per questo invitiamo alle nemiche di questo sistema a riunirsi a Madrid, nei giorni in cui i padroni del mondo si incontrano in questa città. State attente ai prossimi appelli e informazioni. Ci saranno spazi dove accogliere la gente che viene da altri paesi.

D´altra parte non confidiamo nemmeno che la politica che si costruisce nei parlamenti e negli uffici fermerà la distruzione o frenerà il cammino verso il collasso, che ogni giorno diventa più inevitabile. Ma confidiamo nella capacità di agire di ognuna, in maniera individuale o in gruppo. Per questo vogliamo fare un appello all'azione decentralizzata per colpire i responsabili della devastazione ambientale. I politici non agiscono contro gli interessi del capitalismo, ma noi si. Contro il cambiamento climatico; azione diretta.

Guerra a chi distrugge la Terra.

da Inferno Urbano

Apprendiamo che in data 12/11/2019 Amma, Uzzo e Patrick sono stati trasferiti dal carcere “Le Vallette” (Torino) agli arresti domiciliari, senza altre restrizioni particolari. Erano stati arrestati il 20/09/2019 nel contesto di una operazione repressiva volta ad eseguire alcune misure cautelari (in particolare, oltre ai loro arresti, circa una decina di “divieti di dimora” da Torino) ed alcune perquisizioni, in riferimento ad una indagine della procura di Torino per delle accuse riguardanti il corteo conflittuale del 9 febbraio di quest’anno, sempre a Torino, contro lo sgombero dell’Asilo Occupato e l’operazione repressiva “Scintilla” (07/02/2019), per la quale attualmente è imprigionata solo Silvia (da qualche mese agli arresti domiciliari con tutte le restrizioni). Il 20 settembre le forze dell’ordine, per arrestare un compagno avevano circondato l’occupazione Casa Brancaleone (a Milano), minacciandola di sgombero, poi non avvenuto perché il compagno è stato arrestato.

Ricordiamo che l’8 ottobre Amma, di ritorno in carcere a seguito di una udienza giudiziaria inerente l’arresto, è stato pestato e minacciato da alcuni secondini in servizio presso il carcere; una grave conseguenza fisica di questo pestaggio è stata la perforazione e il danneggiamento di un timpano del compagno.

Ricordiamo anche cosa avvenne il 09/02/2019: un corteo in risposta all’operazione “Scintilla” si è mosso per le vie di Torino, cercando anche di avvicinarsi all’Asilo (completamente cinto da polizia e carabinieri, e nel frattempo devastato dalle forze dell’ordine e dagli operai addetti alla chiusura dell’edificio), per poi volgersi conflittualmente contro la polizia, la città e ciò che quotidianamente fa da cornice all’esistenza degli oppressi. Durante il corteo alcune persone vennero arrestate e successivamente detenute al carcere de “Le Vallette”, per poi essere scarcerate alcuni giorni seguenti.

Gli arrestati ed indagati del 20 settembre sono accusati di “lesioni aggravate”, “resistenza a pubblico ufficiale”, “danneggiamento” e “imbrattamento”.

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