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Urania Queer Squat

L’ Anarchia degeneri

Spunto di critica partendo da uno scritto preciso, ma che vuole ragionare su pensieri diffusi tra gli/le anarchicu sulle questioni di genere.

Sono anarchic@, sono froci@. Ho sempre apprezzato quando persone che non fanno i conti con un certo modo di esistere, non si arroghino il diritto di parlare come se lo vivessero sulla propria pelle. Nel transfemminismoqueer, credo che il ripiegamento settoriale e vittimista, venga distrutto.. Non si puo’ confondere o mescolare il femminismo istituzionale, associazionista e riformista, acritico verso la societa’ e le dinamiche di potere tutto, con il transfemminismo, che parte da un’orizzontalita’, che fa della lotta al patriarcato una pratica che si estende contro tutte le forme del dominio.

C’e’ una bella differenza tra chi vuole ottenere leggi, pene severe, chi grida alle carceri, e chi invece porta avanti una pratica di guerra al patriarcato passando per la guerra allo stato e alle sue galere, rifiutando la delega alla sbirraglia e allo stato, con una pratica di risposta diretta ad aggressioni e discriminazioni.

Riguardo alla filippica contro la presunta “iperemotivita’ di chi reagisce a una violenza di qualsiasi forma”, vorrei ricordare che in questi casi non ci si rapporta con il fatto che tale “emotivita’” viene da una quotidianita in cui certi individui si ritrovano, in cui subiscono violenze di questo tipo in ogni momento. Non siamo macchine, ma individui anche con emozioni, e tali reazioni che vengono definite iperemotive, altro non sono che uno sfogo minimo della violenza quotidiana subita. Quindi piu che parlare dell’iperemotivita di chi reagisce, sarebbe piu sensato focalizzarsi su come una reazione a una violenza venga troppo spesso screditata da questo appellarsi a una presunta iperemotivita.

Riguardo alle discriminazioni di genere, credo che, come quando siamo bianchi e crediamo che non scadiamo mai in retaggi razzisti, perchè non e nella nostra volontà, quindi non succede. Credo sia un tantino arrogante partire dal presupposto che siccome non sono omotransfobicu/sessista, per ideale, allora non pratico certi comportamenti che invece lo sono, e chiunque me lo fa notare è solo iperemotivo…… O cagacazzi…

No, il linguaggio genderfriendly (che termine e poi?), non è uno strumento per la rivoluzione, non è una pratica di lotta. Non arriveremo all’anarchia usando gli asterischi, di questo ne siamo coscienti tuttu. Il linguaggio che include il non binarismo di genere e l’esistenza di altre individualita’, non e’ una pratica rivoluzionaria, e’ una forma di distruzione dell’invisibilizzazione di alcunu individui, la cui esistenza viene eliminata dallo stato e dal potere quotidianamente, e io (che lotto contro lo stato), a questu individux gli solidarizzo, supportando la loro esistenza nonostante il potere cerchi di cancellarla.

Condivido che nell’anarchia il superamento e l’eliminazione dei privilegi e delle oppressioni di genere sia esplicito nell’ideale stesso. Quello su cui vorrei porre il punto pero’ e che forse se e’ esplicito per l’anarchia, non lo e’ per tuttu gli/le anarchicu. Perche le discriminazioni omotransfobiche (mi limito a parlare di quelle, evitando le critiche al pensiero sul femminismo sia per praticità di testo, sia perche non essendo donna, lascerei parlare chi si vive tale condizione a rispondere a quelle frasi), sono quotidiane, cosi come esclusione e isolamento quando si schecca un po’ troppo sono quotidiani.

L’anarchia e’ anti omotransfobica, certo, ma gli anarchici e le anarchiche? Siamo sicuru che possiamo dire di aver superato tali retaggi perche’ siamo anarchicu? Io stessx da anarchicx frocix posso dire di aver dovuto affrontare percorsi anche belli lunghi sull’omofobia, nonostante la mia condizione. L’omotransfobia e il sessismo non si combattono solo con un linguaggio inclusivo, ovvio, ma non ho ancora mai sentito, o ne ho sentiti veramente pochx, di compagni e compagne che chiedevano cosa potessero fare per superare tali retaggi, indi per cui…..

Un altro punto su cui mi volevo soffermare era quello di “per chi sente il bisogno di categorizzarsi LGBTQIA….XYZ…., (:::) che ha bisogno di sentirsi categoria protetta”..Categorizzarci non è di certo per diventare dei panda da proteggere, ma per dimostrare di esistere, alla faccia di tutto il sistema eteropatriarcalecis, smetteremo di darci “etichette” quando lu nostru sorellu smetteranno di essere massacratu per strada….Chi porta avanti una retorica di farsi difendere dallo stato come specie protetta non e’ tutta la “comunità LGBTQIA+”, ma un groviglio di gente asservita al potere che vuole semplicemente diventare come questa societa vuole gli individui, costruendosi una relazione, magari violenta, farsi una famiglia con il modello pre impacchettato dal potere, andare a lavorare, abbracciarsi con la polizia quando arrestano il ladro del proprio portafoglio e via. Dall’altra pero ci sono tutte le altre soggettivita, la cui rabbia cresce,e che con lo stato non ci vogliono avere niente a che fare, che riconoscono nella polizia un nemico storico e che di farsi accettare o proteggere non ne hanno la minima intenzione. Ovviamente individui di cui e meglio non si sappia nulla. Per cui smettiamola di paragonare il pride di oggi al pride cosa significa per alcunu individux, di paragonare arcigay alle trans di newyork che assaltano gli sbirri,di paragonare il gay bianco di destra con la frocia di strada che reagisce senza alcuna delega, senza appellarsi allo stato o a leggi di sicurezza.

Se il pride oggi non puo essere visto come uno strumento rivoluzionario, e sono d’accordo, vorrei pero ribadire da dove il pride e nato, e cioe da una rivolta, scatenata dalle soggettivita froce lelle e trans, contro stato e polizia. Ed è quello che celebriamo. Se associazioni e movimento mainstream lgbt hanno praticato per anni un lavoro di distruzione di ciò che le rivolte di stonewall hanno significato, trasformando il pride da una celebrazione di una rivolta a una vetrina commerciale bianca, filosbirro e con i partitelli che “ci danno una mano con i diritti”; con retoriche familiste, binariste e sessiste, dall’altra c’e ancora chi prova a recuperare quel significato, ribadendo che quel giorno era esplosa una rabbia gioiosa, che si è espansa fino ad altri continenti, ma che è stata fagocitata da stato e capitale, tramite la pacificazione e la commercializzazione, contentini di “diritti” alla parte di quel movimento cui interessavano, ovvero i gaybianchi binaristi e preferibilmente conservatori, ben adattati alla societa capitalista. Lasciando indietro tutte quelle altre soggettività artefici della rivolta e della rabbia,che a questa società sono inadattabili, per cui meglio invisibilizzarle e farle sparire a sprangate di notte.

Se non sappiamo reagire a un commento per strada, o se non sappiamo sostenere una discussione accesa senza nascondersi dietro all’ipersensibilita‘”. Quest’altra frase dello scritto, credo che alla base non ragioni su una distinzione molto importante, e cioe’ che c’e una bella differenza tra il “non reagire, il nascondersi dietro la propria ipersensibilita”, e l’essersi rotte le ovaie di ricevere commenti per strada, o di dover stare sempre a spiegare tutto sulla propria esistenza.

Le persone marginalizzate non devono niente a nessuno, nessuna spiegazione è dovuta. Non capisci perchè ti dico che una cosa e omofoba transfobica razzista misogina e bla bla blA? Non e un mio problema, non sono io che sono obbligatx sempre a dover dare una spiegazione. Inoltre, lungi dall’avere un approccio vittimistico, ma vuole solo essere una constatazione : Quei commenti per strada per alcune son la strafottuta quotidianita, dalla mattina alla sera, ovunque e sempre. Quindi se dopo un po’ ti stanchi anche di reagire non vuol dire essere vittimistu, ma fare i conti che per froce/trans/ donne ecc.. l’insulto e l’umiliazione sono una quotidianità onnipresente, e mi dispiace ma, individui che questo non se lo vivono, non dovrebbero dirci come reagire, o no, a ciò.

Esistiamo in questo mondo, in cui per chi è un determinatu individux, non vi è posto manco nelle ultime file, e i conti con ciò vanno fatti, e che diventi uno sprono a lottare contro questo mondo, anzichè a delegare allo stato di proteggerci. Questo non accadrà se chi blatera di liberazione da qualsiasi autorità, non fa i conti con i privilegi, perche è una grande mancanza che trovo tra moltu compagnu.

Riguardo L’invisibilizzazione della storia rivoluzionaria femminista e ci aggiungo queer, non sono d’accordo con quanto scritto. Di storie di arrabbiati non femministi e etero i libri di storia, anche quelli piu venduti dallo stesso stato, sono comunque pieni. Dei partigiani moltx hanno conoscenza, dei femminelli, in prima fila sulle barricate di Napoli, davanti ai partigiani, quasi nessun.

I maschi che combattevano per il pane nel 48 parigino, sono diventati un modo di dire nella cultura europea, delle donne che imbracciavano i fucili contro la polizia per partecipare alle lotte, no.

Di rivolte e rivoluzioni, dove i maschi etero sono i protagonisti, le pagine sono piene.Della storia parallela, no. Gia il fatto stesso che nello scritto in questione si parli di pride e tacco rosso senza badare che sia il pride che il tacco rosso siano storie che partono da bocce sulle guardie e sassate sui celerini, dimostra quanto l’ignoranza su tale parte di storia sia allarmante. E’ certo che lo stato campa di censura degli arrabbiati, ma chi si e occupato di rompere con quella censura ha sempre portato avanti le rivolte di uomini cis e etero, cosi come sappiamo quasi un cazzo di rivolte in africa e oceania contro i coloni, cosi sappiamo tutto per filo e per segno di cosa accadeva in francia dal 1801 a oggi. Di cui i maschi sono sempre i protagonisti. Se e certo che lo stato quindi censura chi si arrabbia, è evidente che stringa ancora piu la morsa verso quelle arrabbiate che sono anche parte di minoranze, per cui donne, femministe, froce, trans e neru.

Ultimo punto, quello riguardo lo sbandierare le lotte per categorie finendo per non combattere per nulla. Credo che questo passaggio sia possibile, e che sia anche accaduto in varie lotte. Ma anche qua c’e una differenza molto importante tra la cosa scritta, e cio’ che invece potrebbe essere necessario e auspicabile, e cioè che le minoranze si uniscano tra loro nel loro essere minoranza, primo per capire come noi internamente combattere una discriminazione,e poi come combatterla fuori,affiancandoci alle altre minoranze e agli oppressi tutti.

Questo credo sia una liberta che le minoranze, qualsiasi siano, che si vivono una discriminazione specifica per l’appartenere a tale minoranza, debbano prendersi con qualsiasi mezzo.

Perche solo partendo dal presupposto che la discriminazione che una minoranza subisce,e solo parte di un meccanismo piu ampio di repressione totale degli individui, e solo riconoscendo la propria e i mezzi per combatterla prima contro i retaggi dell individuo stesso, si potra uscire a combatterla fuori e combatterle tutte.

Concludo facendo alcune considerazioni personali,

A proposito di vittimismo, vorrei far notare come negli spazi o tra individui anarchic si parli di omosessualita solo in contrapposizione all’omofobia, di come ci si interessi di omofobia solo dopo che una frocia venga pestata o uccisa. Di come il termine omotransfobia sia praticamente inesistente in ogni contributo che si scrive riguardo le discriminazioni dello stato e della societa capitalista.

Non e vittimismo questo? Esistere solo come vittime passive di aggressioni fasciste e sbirresche, e stop? Portato avanti dagli stessi compagni?

Punto due il bigottismo anarchico, presente e forte nel retaggio maschilista e patriarcale di moltissimi compagni. L’etero e etero, il frocio e frocio, non vi e nient’altro, l’eterosessualita obbligatoria è difesa sotto ogni contesto, anche quando la volonta di sperimentare, forse proprio per volonta di pratica anarchica, si fa sentire, e’ lu stessu individux ad autoreprimersela. Guai se succede, e se succede, dopo bisogna nasconderla, la frocita dopo tutto e una cosa sporca.

Come si puo ragionare di anarchia e liberta totale, se non mettiamo in discussione processi di repressione come quello sessuale, che influisce totalmente sulla nostra esistenza? Come si puo coltivare la rabbia delle minoranze, se chi porta la bandiera anarchica guarda storto chi indossa una minigonna non essendo una donna cis?

Come si puo sperare nella rivolta irreversibile al dominio se una compagna trans a un corteo viene derisa perche “e un uomo vestito da donna e cio svilisce il brutto muso verso lo stato?” (ciao anche noi ricordiamo le cose )

Ma sopratutto come possiamo non fare i conti col fatto che le nostre esistenze vengono messe in dubbio anche dai/lle compagn con cui lottiamo contro un mondo che ci elimina quotidianamente?

Per me la lotta transqueer e’ fortemente anarchica, non potrebbe essere altrimenti, non esisterà mai un potere che tollererà le nostre esistenze, perchè la nostra essenza come individux LGBTQIA+ è quella di abbattere ogni gabbia mentale e fisica, e dove non si puo incasellare un individuo, non si può opprimere. Ma ciò non puo succedere se le nostre istanze sono viste al massimo come una pagliacciata o come un capriccio (vizio borghese? Remember? Anarchicu e stalinistu unitu in questo credo?).

Non potremo mai liberarci dei retaggi omotransfobici e sessisti finchè ogni volta che cerchiamo di prendere parola siamo vittimist@, siamo ignorat@ o derisi@, o cagacazz@. O ogni volta che cerchiamo di prenderci spazio tra di noi, perchè non troviamo comprensione nè solidarietà, complicità nelle collettività, allora siamo le stronze che vogliono categorizzare le lotte e scacciare gli altri per partito preso.

Non si puo raggiungere l’anarchia se non si mette in discussione il nostro individuo come cresciuto in una societa antianarchica, ragionando e abbattendo tutti i retaggi antianarchici che ci portiamo addosso.

Ciò che è partito, dalle rivolte di stonewall, e quindi la nascita di un “movimento” di liberazione sessuale, e’ partito da istanze comuniste per alcunx, fortemente anarchiche per altrx, ma in quella rivolta si e’ sfogata la rabbia trans, queer, lesbica, femminista e anche di senzatetto, migranti e di chi semplicemente odiava la polizia e la sua esistenza,altro che settarismo. Eppure sembra che tra gli/le anarchic, esista solo il vedere le celebrazioni di quella rivolta, come non altro che carnevalate ridicole,(forse sempre per quel retaggio che se tiri in minigonna una molotov a uno sbirro, vale di meno). ma che seppur svilite e commercializzate,continuano a ricordare quelle rivolte a gli/le individu@ che da quei giorni vogliono partire per ricostruire la lotta di liberazione dei corpi.

Penso che sia dovuto, se si ha interesse, di ragionare su come le persone non bianche, non etero, non binarie, non cis, non maschi, non conformi alla norma imposta, si vivano la totale inesistenza di rapporti anarchici tra gli/le anarchicx, sia per quanto riguarda il riconoscimento di istanze politiche “minoritarie”, sia in ambito di rapporti e relazioni.

La rabbia va coltivata, non svilita.

L’anarchia o è transfemministafrocia o non e’!

complicità e solidarietà con Anna e glu altru reclus@ anarchic@ in tutto il pianeta!

DEGENERIAMO CONFLITTUALITA’ TRANSQUEERFEMMINISTA

un@ anarchic@ froci@

(A)

Tratto da: https://uraniazquat.noblogs.org/

Vi proponiamo un articolo uscito su Frangenti, precisamente il n. 23 del 20 aprile 2018. Cambiate i massacratori, ribaltate gli attori del genocidio e trafugate la commistione fra tecnologia e guerra. Che fossimo in guerra, nessuna novità. Ciò che sta accadendo alla luce del conflitto Usa-Iran riguarda il quotidiano di ognuno di noi.

La contemporaneità ha prodotto un’altra idea di guerra: quella vissuta come minaccia, fatta a grappoli e usata, come inizio, per intimidire. Una guerra del tutto tecnologica. Senza l’elemento tecnico non si potrebbe pensarla e attuarla nei termini del mordi e fuggi, come abbiamo visto pochi giorni fa in Siria. Una guerra di precisione: dal giardino guerrafondaio di Washington, di Parigi e di Londra si possono sterminare migliaia di vite e devastare luoghi. La forza monolitica di informatizzare gli strumenti di guerra, attraverso la proliferazione dell’informatica e dell’elettronica, è un passo che ormai dalla guerra in Iraq e in Afghanistan non detta più i tempi degli eserciti, ma l’azionamento di un pulsante. A pulsante, si risponde morte.

Da Hiroshima e Nagasaki, da Baghdad a Kabul, per arrivare a Homs, quel pulsante fomenta massacri. La guerra fatta con tecnologie avanzatissime devasta la nozione di tempo e di spazio. Essere cacciati nell’astorico, in quello che viene definito presente eterno di morte, sopisce la sensibilità e il pensiero. E il pensiero dimezzato, il pensiero che si forma attraverso opinioni da social network, perde l’immensa capacità di immaginare: quel sogno necessario che ha sempre ispirato individui e gruppi di ribelli nel cercare di spezzare le proprie catene. Dalla guerra del Vietnam in poi, le guerre non vengono più dichiarate, si fanno. Punto.
Questo imperativo pone una serie di problematiche. Possiamo dire di esistere in una guerra permanente? O è solo l’esagerazione di certe paranoie? E se la guerra non dichiarata e attuata facesse da base per una guerra civile, non solo in Oriente, ma anche in Occidente? In Siria, le rivolte contro il regime di Assad, ai loro inizi, erano incentrate in rivendicazioni come libertà e dignità. Nate come movimento di opposizione al regime, si sono poco a poco disarcionate in guerra fratricida tra gli assassini di Assad e un miscuglio di integralismo religioso e di rivendicazioni territoriali. Dalla parola libertà si è passati a sostenere interessi privati fra varie bande che vorrebbero conquistare le città e non distruggere il regime che soffoca la vita. E su questo, tutti gli individui che fanno della lotta a qualsiasi guerra una dimensione decisiva del proprio vissuto cosa potrebbero pensare? Come reagire allo sbandamento che ha provocato la delicatissima questione siriana in questi anni?

Oggi, con una guerra civile globale alle porte, è lo sguardo attento e desiderante che può ribaltare la miopia assassina della tecnologia. E se portare il caos nel robot tecnologico fosse un buon modo di affermare di essere contro qualsiasi guerra?

Samsara

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Mangiata benefit per i prigionieri rinchiusi nelle carceri cilene

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Incontro sulle rivolte in Cile. Ne parleremo con alcune compagne che hanno vissuto quei luoghi.

L'ampiezza della rivolta in Cile è legata a qualcosa di profondo: la sete di libertà. Una libertà condivisa che potrà passare solo sul cadavere del dominio - dalle chiese ai partiti, dall'economia alla politica, passando per il patriarcato - per liberarsi dalle catene dell'esistente.
Una libertà contagiosa che può avanzare solo distruggendo tutto ciò che costituisce la miseria della nostra vita, attraverso un negativo da cui possa sorgere qualcosa di totalmente differente e senza alcun riguardo per l'attuale ordine che ci schiaccia.
Tratto da "Avviso Di Tempesta".

«Durante il grande massacro feci circa mille disegni politici per il giornale quotidiano La Feuille. Quando dico politici esagero, perché io volevo soprattutto che i miei disegni avessero una tendenza umana».

(Frans Masereel)


Nel 1920 l’editore berlinese Kasimir Edschmid pubblica il volume Politische Zeichnung (Disegni politici), contenente una cinquantina di xilografie su legno incise durante la Prima Guerra mondiale dall’illustratore belga Frans Masereel (1889-1972), oggi ricordato solo come precursore del romanzo grafico e del fumetto. Si tratta di disegni antimilitaristi destinati in un certo senso a disvelare le notizie belliche del giorno e quindi, come scriveva nell’introduzione del libro lo stesso Edschmid, «fanno vedere il vero volto delle battaglie, non come atti eroici, ma come atti barbari e distruttori». Anche qui, come in tutte le sue opere, Masereel  denuncia senza concessioni gli orrori della guerra, del sopruso e dell’oppressione sociale.
Questi disegni umani sono stati qui trasformati in una mostra, nel corso della quale scorreranno anche le immagini del cortrometraggio L’Idea, tratto dal capolavoro di Masereel.
I disegni de L’Idea sono stati messi in movimento nel 1932 dal regista austro-ungherese Berthold Bartosch. Il primo film d’animazione poetico-filosofico della storia del cinema dà anche modo di ascoltare le sperimentazioni di Arthur Honegger, figura ascendente della musica d’avanguardia dell’epoca, compositore della colonna sonora.


***

Per tutto il mese di Gennaio 2020

c/o la Libreria Ponchielli di CREMONA in piazza Sant’Antonio Maria Zaccaria n. 10

MOSTRA ANTIMILITARISTA

Venerdì 3 gennaio alle ore 18 proiezione del cortometraggio L’IDEA

Manifesto

Per info:

https://libreriaponchiellicremona.blogspot.com/

https://cignonero.noblogs.org/

Cos'è il Cigno Nero?

È la metafora con cui per alcuni secoli, a partire da una frase del poeta latino Giovenale, si è indicato un fatto ritenuto impossibile. Poiché l’esperienza comune insegnava che tutti i cigni sono bianchi, l’esistenza di un tale animale dal piumaggio scuro veniva percepita come un’assurdità che mai si sarebbe materializzata. Ma poi, all’inizio dello scorso secolo, alcuni esploratori in Australia si trovarono davanti un esemplare di Chenopis Atrata — un cigno nero.

Da allora con «cigno nero» si intende un fatto inaudito, imprevedibile, inaspettato, il cui verificarsi potrebbe avere un forte impatto giacché con la sua stra-ordinarietà metterebbe fine a quella che viene considerata una norma generale indiscutibile. Ad esempio, in campo finanziario «cigno nero» indica un evento improvviso e catastrofico, impossibile da prevedere in anticipo, temuto dagli speculatori perché avrebbe come effetto il crollo dell’economia.

Ora, se la storia non procede strisciando — come vorrebbe il determinismo — ma a balzi, è proprio perché di tanto in tanto compare un cigno nero. E se ciò fosse possibile anche per il cosiddetto immaginario? L’apparizione di un’idea considerata inverosimile, inconcepibile, non potrebbe minare le fondamenta del pensiero più comune (trogolo di slogan di partito e spot pubblicitari, opinioni giornalistiche e cinguettii telematici), quello che riduce la fantasia più smisurata alle dimensioni di uno schermo?

Forse un’illusione destinata a svanire, comunque una scommessa da azzardare con testardaggine.

Abbiamo quindi deciso di porre sotto l’ala del Cigno Nero alcune iniziative pubbliche (proiezioni di documentari, dibattiti, mostre, rassegne cinematografiche…) che tenteranno di far avvistare il più insolito ed inatteso degli universi mentali, quello che vuole la libertà incompatibile con qualsiasi forma di potere. Sulla necessità, sulla ineluttabilità, sulla eternità di un dominio — in perpetua mutazione nelle sue numerose e talvolta contraddittorie varianti — è stata costruita l’intera civiltà. E la disponibilità alla servitù volontaria, il riflesso condizionato che fa scattare sull’attenti davanti ad un’autorità, si basa proprio sull’intima convinzione che la vita umana non possa fare a meno di gerarchie. Come se un’esistenza priva di ordini a cui obbedire fosse, per l’appunto, un’assurdità.

È nostra ipotesi, e nostro auspicio, che in ogni ambito della vita in questa civiltà, nessuno escluso, possa (e debba) apparire un Cigno Nero capace di sfidare la tradizione, di violare la sacralità, di sbriciolare il luogo comune. Ridando così senso, bellezza ed incanto ai nostri giorni sulla terra ed al mondo stesso che ci ospita, da troppo tempo soffocati da ragioni politiche, leggi di mercato, applicazioni tecniche e dogmi religiosi.

Il Cigno Nero non ha un nido. I suoi avvistamenti dipenderanno, nel tempo come nello spazio, dagli sforzi dei suoi appassionati ricercatori. A stimolo di intraprendenti curiosi che volessero a loro volta «guardare l’impossibile tanto da trasformarlo in una possibilità», le sue tracce verranno raccolte in questo blog.