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In occasione di un evento che si è tenuto a Pisa al Newroz sulla lotta NO TAV e in vista del corteo dell’8 Dicembre che si terrà a Torino, alcune individualità anarchiche contro lo stato e contro il tav hanno scritto e distribuito un comunicato di critica e un altro punto di vista riguardo la storia del movimento NO TAV.
Perché non ci sono rose senza spine e non ci sono lotte senza sciacalli.


NO TAV e damnatio memoriae

 

Perché non ci sono rose senza spine e non ci sono lotte senza sciacalli

 

La storia la fanno i vincitori. La storia la fa il potere, che sia quello statale o quello militante. Cos’è la storia del Movimento NO TAV? A pensar male si fa peccato, ma molto spesso ci si azzecca: per questo pensiamo che sia necessario integrare quanto verrà detto il 3 dicembre 2018 al NEWROZ allo scopo di “ripercorre la storia e le ragioni della lotta” (http://www.riscattopisa.it/iniziativa-verso -il-corteo-notav-3-dicembre/ – attenzione, della lotta NO TAV, che non è rappresentata esclusivamente dalla parabola politica del Movimento NO TAV. E ciò è importante e ci torneremo). In queste righe cercheremo di riportare alla memoria tutti quegli episodi che, non facendo il gioco della costruzione del mito politico dell’epopea valsusina, per questo verranno probabilmente “tralasciati” nella ricostruzione. Perché non manchi il passaggio di testimone, perché si possa avere uno sguardo critico sia sull’entusiasmo che provenì dalla valle che sulle delusioni che generò.

 

19981

 

Una serie di sabotaggi ed incendi colpisce alcune infrastrutture dello Stato, mentre in Val Susa si comincia a sentire parlare di una grande opera che qualcuno vorrebbe costruire. Sole e Baleno vengono arrestati con l’accusa di far parte dei Lupi Grigi, gruppo che rivendicò alcuni di questi sabotaggi in Val Susa contro il TAV. Entrambi decidono, durante la carcerazione, di togliersi la vita: uccisi dallo Stato perché si battevano anche contro l’Alta velocità. Questa storia non è stata mai fatta del tutto propria da chi aveva il ruolo di rappresentare e descrivere pubblicamente le scelte del “Signor Movimento NO TAV”. Nei comunicati “ufficiali”, quasi sempre pubblicati dal sito notav.info, sono stati fatti propri i morti, diventando così, per un certo innocentismo peloso, iconici dell’accanimento che subiscono i sovversivi da parte della giustizia. Mai però le azioni fatte individualmente o a piccoli gruppi sono state supportate: “ ci ricordiamo molto bene la stagione degli attentati attribuiti ai “Lupi Grigi”, che non è di cent’anni fa ma dell’altro ieri, e potrebbe (oggi come allora) non solo non essere attribuita ai NO TAV o ai loro “simpatizzanti spontanei o indotti”, ma addirittura ricondotta direttamente a chi – quegli attentati – li avrebbe dovuti, li dovrebbe e li dovrà impedire.

 

Il sospetto, il dubbio complottista della provocazione, è sempre stato usato per non affrontare le questioni di petto. Per mettere fuori gioco delle prospettive organizzative e delle pratiche senza affrontarle nel merito, ma svicolando sui temi fondamentali. Al G8 di Genova i Black Bloc erano tutti provocatori. Carlo Giuliani era solo un punkabbestia che non pagava ai concerti2.

 

20113

 

Il 27 giugno viene sgomberata la Libera Repubblica della Maddalena, a cui seguono gli scontri del 3 luglio. Il 25 luglio vengono bruciati alcuni mezzi dell’Italcoge nella sede della ditta: “Riteniamo questo gesto non un favore al movimento notav, ma anzi un danno e un modo d’intendere la lotta che non ci appartiene. […] Questo atto va nel senso contrario alle iniziative NO TAV, che fanno della partecipazione e della resistenza di massa il nodo centrale di una battaglia che non fa sconti a nessuno, però ferma su alcune prerogative che non sono rappresentate da gesti simili. ” Anche in queste parole vediamo come la prerogativa che una parte (il Movimento popolare) rappresenti il tutto (l’opposizione al TAV) sia ben radicata nel modo di approcciare le questioni. Atteggiamento opposto, sopratutto di chi è in buona fede, ovvero senza l’intenzione di egemonizzare o porsi come unico soggetto autorizzato a parlare per una lotta, sarebbe quello di preferire il silenzio alla presa di distanze pubblica, se proprio non si sente di supportare e condividere una determinata pratica in un determinato contesto.

 

20124

 

Durante l’anno viene lanciata una mobilitazione nazionale che sottolinea la necessità di “portare la valle in città”. Il 27 febbraio Luca Abbà cade da un traliccio, mentre la polizia cerca di farlo scendere. Dalla valle viene lanciato un appello alla mobilitazione diffusa, gioiosamente raccolto da migliaia di persone e da una miriade di pratiche diverse (dai cortei alle contestazioni, ai sabotaggi). Tra domenica 25 e lunedì 26 marzo, qualcuno a Milano appicca il fuoco ad una centralina elettrica sulla linea ferroviaria. Mancavano solo due giorni all’anniversario della morte di Baleno. Qualcuno ha voluto ricordarlo, lui come Sole – ribelli scomparsi che a modo loro hanno contribuito ad accendere gli odierni sommovimenti valsusini – senza chiedere il permesso a nessuna assemblea ed interpretando a modo loro quelle che erano le potenzialità e le prospettive di opposizione al TAV. “In merito all’incendio di una centralina delle FF.SS. nel milanese, il movimento NO TAV, come per fatti analoghi avvenuti nella Savoia, dichiara che queste azioni non rientrano nelle proprie metodologie di lotta, che sono metodologie di lotta popolare fatte alla luce del sole. Qualunque provocatore può scrivere NO TAV dove gli passa per la testa, ma questo non coinvolge il movimento. Si invitano pertanto, con estrema fermezza, i media e gli operatori dell’informazione a non cercare di coinvolgere sempre e comunque il movimento NO TAV al solo scopo di criminalizzarlo e screditarlo agli occhi dell’opinione pubblica.

 

20135

 

Tra il 13 e il 14 Maggio viene assaltato il cantiere del TAV e bruciato con delle molotov un compressore. Il Movimento NO TAV inizialmente prende questa posizione:“L’azione di lunedì notte non è stata rivendicata, le uniche notizie che rimbalzano sui giornali arrivano direttamente dalla questura e dall’interno del cantiere.” Così aggiunge l’Askatasuna: “Innanzitutto voglio precisare che quella che esprimo è la posizione di Askatasuna e non di tutto il Movimento No Tav. Poi io credo che esistano forme più o meno condivisibili di lotta, ma ciò non toglie che finché l’obiettivo è colpire il cantiere e non le persone che ci lavorano tutto ha la sua legittimità.”. Dal lato del Movimento il timore di assumersi pubblicamente un certo tipo di pratica (assunzione che poi, quanto meno per questo specifico attacco, invece avverrà), da quello dell’Aska il tentativo di porre dei discrimini scivolosi: un poliziotto, un padrone, ma anche un operaio, che lavorano nel cantiere, non sono un bersaglio legittimo dell’opposizione a TAV? E come si permette qualcuno di pensare di arrogarsi la possibilità di decidere, per altri individui, ciò che è legittimo o no in una lotta? La responsabilità dell’azione, infatti, è sempre individuale e ricade su coloro che la mettono in atto (o su chi decide di assumersela).

 

Nel frattempo quella del sabotaggio rischia di diventare pratica corrente ed incontrollata: l’estate è calda e bruciano i mezzi nei parcheggi delle ditte (e non solo nel perimetro del cantiere) ed i padroncini si lamentano del clima di intimidazione che si respira in valle. Riguardo all’ennesima azione incendiaria, così si esprime il Signor Movimento: “Sappiamo che il movimento NO TAV non ha appiccato quel fuoco e che due giovani NO TAV invece sono accusati sui quotidiani e in televisione di averlo fatto.” Viene, ancora, utilizzato il metodo del dubbio, facendo balenare l’idea che possa essere invece la mafia ad appiccare tutti quegli incendi. Il controllo politico sulla protesta, da parte della cupola del Movimento NO TAV, non può smarrirsi.

 

20146

 

Sotto natale vengono incendiati alcuni cavi dell’Alta Velocità a Bologna, provocando ritardi diffusi: il ministro dei trasporti parla di “terrorismo NO TAV”. Un sito anarchico scrive una riflessione su quanto accaduto, e nelle alte sfere del Movimento (leggi Askatasuna, ovvero l’area autonoma) qualcuno sbotta malamente: “Ma tanto a loro che importa, gli interessa solo mantenere accesa la fiammella sempre più tenua (sic) del prossimo gesto individuale che saprà guadagnarsi qualche prima pagina dei tanto disprezzati giornali….fino a qualche annetto fa usavano i loro petardoni postali che qualche rintocco facevano, ora usano qualche straccetto imbevuto di benzina inneggiando alla rabbia generale…chissà che Finimondo!”. I redattori del sito Finimondo sarebbero i responsabili tanto di alcuni non meglio precisati pacchi bomba che di quel preciso attacco incendiario. Tutto ciò scritto pubblicamente. Tutto ciò letto dagli inquirenti che indagano sulla faccenda. Siete stati voi perché voi sostenete questa azione, pensano e scrivono ai quattro venti dall’Aska. Infami.

 

Dopo poche ore il testo viene modificato, attenuando l’accusa. Ma il concetto non cambia: alcuni sbirri in divisa militante continuano ad arrogarsi il potere di decidere quali sono gli attacchi giusti e i sabotaggi legittimi da effettuare in una lotta. Viene a galla, sotto la Mole, la frustrazione per un controllo politico sulla lotta che potrebbe venire a mancare sull’onda del sabotaggio diffuso e non deciso nell’assemblea plenaria valsusina. Forse che qualcuno non è più così sicuro di voler portare davvero “la valle in città”?

 

20187

 

Sorvolando su molti anni, parliamo della contemporaneità, per sottolineare come queste non siano vecchie polemiche o scazzi, ma siano modi diversi ed incompatibili di immaginare una lotta. Da un lato autorganizzazione, dall’altra la politica. Recita così il recente testo sull’autodifesa legale distribuito in 3000 copie, tra la Valle e la Puglia NO TAP: “Questo non significa, per noi, appiattirsi in una difesa – o peggio – in una esaltazione di qualsiasi estremismo. La nostra attività è lì a dimostrarlo. Sappiamo distinguere fra le necessità della lotta per l’emancipazione dal delirio estetizzante del ribellismo a tutti i costi e a prescindere da chi ci circonda.” In poche righe una descrizione lampante della deriva di un certo tipo di Movimento dove nel nome del “non bisogna fare distinzioni” vengono considerati componenti del Movimento – se non compagni – politicanti come Grillo e co., giornalisti manettari come Travaglio, dissociati delle organizzazioni rivoluzionarie (che in cambio di sconti di pena hanno fatto abiura non solo della lotta armata ma anche del conflitto sociale, che hanno ammesso i fatti commessi, andando spesso a confermare i teoremi dei pm e le ricostruzioni dei pentiti) e giudici antieversione che li avevano processati come Imposimato.

 

Alberto Perino, figura di spicco del Movimento , così specificava qualche mese fa: “Non ho preso le distanze dai 5 stelle. Mi sono limitato a constatare che avrebbero potuto fare molte cose per mettere in difficoltà il sistema TAV e non l’hanno fatto”. E i 5 stelle governano con Salvini. E qualcuno fa le assemblee con Perino. E quel qualcuno altrove lotta contro Salvini. E gli eletti 5 stelle valsusini votano le leggi leghiste. E chi fa un sabotaggio non deciso assemblearmente è un provocatore estetizzante del ribellismo a tutti i costi. L’etica sacrificata al calcolo politico.

 

E a Pisa?

 

Qual’è il senso di rivangare questi fatti in questa piccola città di provincia? Da un lato perché c’è chi ancora sostiene la lotta NO TAV (https://roundrobin.info/events/pisa-notav-nostato/) ed esprime pubblicamente solidarietà a tutt* coloro che hanno subito la repressione dello Stato in questi lunghi anni di lotta, senza però sostenere conseguentemente il Movimento. E questo è un concetto importante. Sostenere una lotta, attaccare una nocività, non significa per forza dover concordare sulle diverse forme organizzative che si dà chi condivide quello specifico scopo. Ed una cosa è la critica delle altre forme organizzative, un’altra la delazione, l’infamia, la presa di distanza sistematica da ogni azione diretta che avviene al di fuori del controllo assembleare collettivo ed unanime.

 

Dall’altro è importante criticare chi, scrivendo che: “Dal 2005 ogni 8 dicembre il movimento torna sui suoi luoghi, per ritrovarsi, misurare ancora la propria forza.”, riproduce ed alimenta un modo di vedere le lotte puramente quantitativo, che fa da retroterra a tutto quanto è avvenuto in questi anni in Piemonte. Noi siamo per una concezione della lotta qualitativa, dove la forza di un contesto di lotta non si vede solo da quante persone riesce a concentrare in una piazza, dalla sua dimensione di massa, ma anche dalla sua multiformità, dalla sua capacità di attaccare ed essere conflittuale. La facile critica “voi non siete in nessuna lotta, disprezzate chiunque, siete solo frustrati, non fate parte della città ” ci scivola addosso, come ci scivolano addosso le malelingue ed il chiacchiericcio che ci indica come bombaroli pazzi. Noi, da parte nostra, ci consideriamo semplicemente individui in lotta contro questo mondo, che volta per volta scelgono se agire in pochi o molti, ma che prima di tutto si chiedono cosa ritengono giusto o no. In ogni caso, preferiamo essere visti come bombaroli pazzi che politicanti egemonici ed autoritari. Che poi, solo nelle e con le assemblee pubbliche si può lottare? Che poi, ha senso stare in assemblea con chi sostiene i 5 stelle al governo con Salvini, come avviene in Val Susa?

 

Riflessioni conclusive: ha fatto tutto schifo?

 

No. Assolutamente no. l’opposizione al TAV ha prodotto molte cose positive, e ciò ne fa un ambito di lotta che ha segnato profondamente, nel bene e nel male, il passato recente. Occorre però precisare a gran voce che una parte (il Movimento), non può parlare per il tutto (la lotta NO TAV). Il Movimento NO TAV non è la lotta NO TAV. Allo stesso modo “la storia e le ragioni della lotta ” non possono che essere discordanti, contraddittorie, indesiderate. E se una parte rifiuta anche solo di immaginare legittima l’azione individuale o compiuta in piccoli gruppi, ritenendo possibile solo quella di massa, non vuol dire che nella galassia NO TAV queste forme di lotta non abbiano (avuto?) uno spazio ed un luogo. E negar questo è da politicanti. E non può essere permesso.

 

Individualità anarchiche contro lo Stato e contro il TAV

 

 

1 http://www.libreidee.org/2013/10/tav-bombe-e-menzogne-storia-di-una-vergogna-nazionale/

2 https://www.corriere.it/Pop-up/giuliani.shtml

3 http://www.notav.info/senza-categoria/sulla-notizia-del-danneggiamento-ai-mezzi-italcoge/

4 http://www.notav.info/top/incendi-dolosi-e-scritte-no-tav-comunicato-stampa-del-movimento/

5 http://www.notav.info/post/comunicato-stampa-del-movimento-notav/ –  http://www.notav.info/post/cantiere-notti-di-agitazione/  –  http://www.notav.info/movimento/attacco-al-cantiere-tav-intervista-a-uno-dei-leader-di-askatasuna-gian-luca-pittavino-pratiche-legittime-di-lotta/http://www.notav.info/post/e-se-lincendio-al-capannone-te-lo-paga-lassicurazione/https://www.tempi.it/no-tav-rogo-ferdinando-lazzaro-italcoge-esposito-terrorismo/https://www.loccidentale.it/articoli/122299/valsusa-attentato-fallito-ad-azienda-tav-gli-operai-difendono-il-cantierehttps://formiche.net/2013/09/la-mafia-dei-tav/https://www.globalist.it/news/2016/05/08/no-tav-mafia-e-capannoni-incendiati-48412.html

6 https://roundrobin.info/2018/03/a-stormo-contro-il-tav-il-cittadinismo-le-delazioni/https://www.imolaoggi.it/2014/12/23/terrorismo-no-tav-incendio-doloso-a-bologna-treni-in-tilt-sulla-linea-alta-velocita/ http://www.notav.info/post/incendio-a-bologna-2014-caso-risolto-no-tav-strage-di-bologna-1980-mandanti-ignoti-le-10-ore-piu-strane-del-viminale/

7 https://roundrobin.info/2018/10/notav-e-difesa-dalla-repressione-stop-al-panico-e-alcune-banalita-di-base/https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/08/13/no-tav-perino-non-ho-preso-le-distanze-dai-5-stelle-ma-a-parte-i-proclami-non-hanno-fatto-atti-formali/4557077/http://www.ilgiornale.it/news/politica/e-leader-no-tav-molla-i-grillini-1564665.html

Il giornalismo pensa senza il piacere di pensare

Karl Kraus

Da qualche tempo a questa parte, ogni qual volta lo spettro emblematico del Kavarna finisce sotto i riflettori dell'opinione pubblica attraverso i giornali locali, questo viene costantemente associato ad una trama di rapporti politici e di relazione interpersonali che fanno di un luogo, il fienile autogestito che ha sede al Cascinetto, un'organizzazione dai chiari contorni identitari, alla cui guida ci sarebbe persino un capo!

Se ci fosse ancora bisogno di ribadirlo, il Kavarna non è un'organizzazione politica, ma un luogo fisico intorno al quale si intrecciano diverse individualità e progettualità, il cui minimo comune denominatore è il rifiuto dell'autorità e delle gerarchie. Va da sé che questa sperimentazione dal carattere anarchico non può coincidere con l'immagine che i giornalisti, senza interrogarsi sull'oggetto dei loro articoli, vorrebbero appiccicare addosso a questo luogo e alle persone che in vari modi lo attraversano. Troviamo d'altronde superfluo riflettere sulla deontologia del giornalismo nel momento in cui quest'ultimo diventa lo specchio pubblico della Questura; molto più interessante sarebbe ragionare sui perché taluni giornalisti continuano ad essere socialmente percepiti in modo diverso dagli sbirri.

Quello che ci preme raccontare è come l'immagine di un'organizzazione politica gerarchicamente strutturata sia funzionale ad un attacco repressivo che trova nel linguaggio giuridico il suo campo di battaglia: trasformare delle relazioni libere e solidali in una struttura gerarchica con tanto di capo e sottoposti è stato il deterrente che negli ultimi anni ha permesso alle Questure di varie città di prendersi delle rivincite nei confronti di chi promuove certi conflitti sociali e difende certe forme d'azione. Inventare ad arte ruoli e gerarchie è diventato uno dei passatempi preferiti della repressione, nella quale lo sbirro, il giudice e il giornalista, diventano gli attori di un'unica regia, costruita sul registro penale dei reati associativi di stampo mafioso e lanciata addosso contro coloro che reputa indesiderabili, a prescindere dai rapporti e affetti che intercorrono tra questi rompipalle.

Non ci interessa confrontarci con chi viene pagato per spettacolarizzare sulle nostre vite, tanto meno possiamo presagire nel dettaglio quali strumenti repressivi verranno utilizzati per stroncare i progetti che portiamo avanti; quello che invece possiamo fare è ribadire il nostro disprezzo per qualunque apparato politico e culturale intriso di infamia e autorità, nel quale anche delle semplici scritte sui muri si trasformano in qualcosa di simile a dei crimini di guerra, e contro il quale continueremo, con tutti i nostri pregi e difetti, a coltivare opposizione.

La diversità di segni e dove essi vengono incisi non è solo una differenza di linguaggio ma è soprattutto un modo altro di guardare il mondo.

cani sciolti e teste calde

Dal 1971 al 1986, la miniera di Salau [sul versante francese dei Pirenei] va a pieno regime. Nonostante una forte presenza di amianto nel terreno, vi viene estratto tungsteno. Le scorie della miniera generano due discariche che rilasciano nell'ambiente particelle di amianto ed altri agenti cancerogeni. A distanza di trentatré anni, un cocktail di sostanze chimiche, tra cui arsenico e antimonio, continua a diffondersi nel terreno circostante.

Ma non sarà né l'inquinamento né il decesso per cancro di 15 minatori a far chiudere questa miniera. La causa è semplicemente legata ai rischi di concorrenza nel mondo capitalista. Non potendo più la miniera di Salau fronteggiare la produzione cinese, gli imprenditori andranno ad investire altrove lasciandosi alle spalle due cumuli di merda tossica ed altre sorprese inquinanti all'interno delle gallerie.
Il tungsteno, «un minerale prezioso»

Quando si combina il tungsteno con l'acciaio, si ottiene una lega molto dura resistente al calore. Queste leghe sono utilizzate in particolare dall'industria bellica per progettare ogni genere di abominio: munizioni, blindature per carri armati, teste di granate e altri ordigni metallici omicidi.
Ricercatori di tungsteno e di imbroglioni

Michel Bonnemaison, patron della Varsican Mines SAS vorrebbe riaprire questa miniera per riempirsi le tasche. Nel 2014 deposita presso le autorità un permesso esclusivo di ricerca (PER) e trova un investitore: Juniper Capital Partners, una società comodamente nascosta in un paradiso fiscale delle isole Vergini britanniche. Due anni dopo, lo Stato si sbarazza bene o male dell'ennesimo scandalo, il caso «Panama Papers». Bonnemaison deve scovare allora altre porcherie un po' più presentabili: come Apollo Minerals, azienda sedicente specializzata nell'estrazione del tungsteno.
Per quanto i fondi iniziali rimangano gli stessi: A. Kejriwal di Juniper Capital Partners foraggia Apollo Minerals per diventarne direttore non esecutivo. Attualmente, Varsican Mines ha appena ultimato i suoi intrallazzi per far parte del gruppo dei suoi «nuovi investitori» e progetta di scavare un tunnel d’esplorazione lungo 2 chilometri.

Con un po' di pazienza, dei buoni contatti e muovendo i fili giusti, Michel Bonnemaison ha capito che era facile accordarsi con lo Stato, che avanza ciecamente a fianco del capitale devastando quotidianamente il pianeta. Davanti all'aumento del prezzo dei metalli, tutti si agitano per rilanciare lo sfruttamento del sottosuolo cercando di farci ingoiare la pillola col pretesto di miniere «pulite e responsabili».

La società industriale se ne infischia del futuro di questo mondo, dato che trae profitto mercificando tutto ciò che incontra sul suo passaggio.
A Salau come altrove, non c'è nulla da aspettarsi dallo Stato. Il suo ruolo non è quello di servire chi sta in alto mantenendo avvedutamente al proprio posto coloro che stanno in basso?
Lo «sviluppo economico» promesso con questa miniera come con le altre non recherà benefici a tutti allo stesso modo: mentre alcuni lavoreranno in mezzo ad agenti cancerogeni per salari miserabili, altri rimarranno al riparo ad accumulare profitti.
Ma, per fortuna, non tutto va come previsto...

Nella notte tra il 25 e il 26 aprile 2018, probabilmente col cuore carico di lucidità, alcuni anonimi hanno deciso di attaccare questo progetto di morte. Un muro è caduto a mazzate, le fiamme sono salite al cielo, devastando completamente uno degli edifici tecnici della miniera. Sulla scia, il pavimento di un altro locale è stato divorato da un incendio e decine di migliaia di euro sono andate in fumo...
In seguito a ciò, non sorprende che l'associazione per promuovere lo sfruttamento responsabile della miniera di Salau (PPERMS), la CGT e la federazione dei cacciatori dell'Ariège abbiano lanciato un appello cittadino per manifestare il 9 maggio a St-Girons. Circa 500 persone erano presenti, per chiedere l'apertura della miniera e condannare «l'incendio terroristico».
Ci si potrebbe chiedere che diavolo c'entri la federazione dei cacciatori dell'Ariège. Essendo proprietaria del terreno su cui è avvenuto l'incendio, appare chiaro che la federazione voglia speculare sulla carneficina ecologica in preparazione.
Per quanto riguarda la CGT (e altri sindacati), non è più necessario dimostrare come sia al servizio del potere e partecipi attivamente a debilitare la rabbia degli sfruttati, distribuendo le briciole che lo Stato è disposto a lasciar loro, aromatizzate all'amianto o meno...
«Perché l'estrazione mineraria è mortifera per la natura, gli animali e gli esseri umani!

Perché è meglio lasciare il tungsteno in fondo ad una miniera piuttosto che estrarlo per farlo finire in fondo a un cranio!

Mettiamo i bastoni fra le loro ruote! 
La miniera di Salau non deve riaprire!»

(Testo di un manifesto visto sui muri di Ariège, estate 2018)
Traduzione: Finimondo
Tratto da qui (puoi scaricarlo al link e leggere in francese tutta l'ultima uscita):