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In effetti, è impossibile negarlo. Se vuole riuscire ad essere mobilitante la narrazione delle lotte deve essere emozionante, entusiasmante, trascinante. Deve raccontare fatti ed eventi in grado di accendere gli animi. Solo che c'è modo e modo per farlo. C'è la via più difficile da intraprendere, quella che affronta una storia in sé sempre contraddittoria, conflittuale, talvolta persino imbarazzante, e tenta di dipanarla per farla non solo cogliere, ma capire in maniera partigiana. E c'è la via più facile, quella che presenta leggende e miti fortificanti, scorrevoli, privi di asperità e comodi da ammirare per tutti indistintamente.
In quest'ultimo caso non occorre che quanto riportato sia autentico o veridico, basta che sia più o meno verosimile. Questa affabulazione – ci viene detto e ripetuto – non va rifiutata in quanto mistificazione, va accettata come necessità strategica. Non bisogna lasciare alcuno spazio all'intralcio del dubbio, della critica, dello scrupolo… spesso non c'è tempo da perdere. L'urgenza del fare non lascia scampo, contro questo mondo che corre ad alta velocità bisogna muoversi ad alta velocità. Ecco perché il salotto della lotta – quello dove si accolgono amici ed ospiti – non deve necessariamente essere pulito, deve solo apparire pulito. Tutto ciò ha un significato immediato facilmente intuibile: è più pratico nascondere la polvere sotto il tappeto che strigliare a fondo. Si fa più in fretta e funziona comunque.
Cosa ci sia sotto il tappeto del movimento No Tav, ad esempio, è risaputo. In tutte le contrade, anche in quelle dove regna l'omertà più conveniente, è noto che il ceto politico gestore di quella battaglia non ha soltanto disputato a pietrate pezzi di territorio con la polizia, l'ha anche imbeccata attraverso prese di distanza da atti sgraditi e indici puntati contro chi li sostiene. Sono cose che capitano, quando si costituiscono forze collettive con amministratori dell'esistente o quando si condivide un pezzo di mondo con magistrati. Ma sono soprattutto cose da rimuovere e tacere quando, di quel movimento, si vuole pompare «una diversa qualità nell’affrontare le sfide, comporre le differenze, accorciare le distanze». Che questa “qualità” non sia «rimasta confinata in queste contrade», ma sia «scesa a valle, e in quel vasto mondo misterioso e magico della conflittualità sociale, ha lasciato un segno profondo del proprio passaggio», è purtroppo fuori discussione. Dalle richieste di incolumità per gli infiltrati alle dissociazioni, dalle delazioni alla tolleranza per gli stupri di gruppo, sono sotto gli occhi di tutti le conseguenze provocate in questi ultimi anni dalla smania di comporre le differenze ed accorciare le distanze. Inutile dilungarsi ulteriormente.
Assai meno noto qui in Italia è invece cosa abbia da poco ispirato oltralpe la recente vittoria della lotta in corso da mezzo secolo a Notre-Dame-des-Landes contro la costruzione di un aeroporto. Per anni sono confluite in questo territorio nei pressi di Nantes innumerevoli persone e forze animate da intenti diversi, se non contrapposti. All'interno della Zad, zona da difendere nata nel 2013, c'è chi ha sperimentato le tecniche della rappresentazione politica, chi le alternative ad una vita dall'orbita tristemente istituzionale, chi le possibilità di suscitare incendi sociali. Un'esperienza a suo modo unica, attraversata come al solito dalla perenne discrepanza che intercorre fra realismo riformista (che protesta solo «contro l'aeroporto») ed utopia rivoluzionaria (che vuole mettere in discussione anche «il suo mondo»). Non stupisce che essa abbia attratto qui in Italia l'attenzione di chi vuole «Cercare nelle storie dei protagonisti – gente comune e vecchi militanti, realtà organizzate e cani sciolti – non quanto presumono di sapere o l’ideologia che affermano di seguire ma quel che sono trasportati a fare dalle circostanze esterne». Certo, in questo campo il massacro dei rivoltosi di Kronstadt ordinato dal comunista Trotsky o le leggi da ministro della giustizia varate dall'anarchico Garcia Oliver sono fonti ispiratrici troppo abusate e datate...
Dunque, cosa sono stati trasportati a fare dalle circostanze esterne certi zadisti? Mercoledì 17 gennaio il primo ministro francese Edouard Philippe ha annunciato il ritiro del progetto tanto contestato: il governo ha ceduto, quella grande opera non si farà. «Una grande vittoria per il movimento», il quale per difendersi dalla repressione ed opporsi ai lavori aveva reso inagibile una via d'accesso, la D281, costruendo numerosi ostacoli (chicane) e capanne lungo il suo percorso. A questo proposito, nella sua dichiarazione il primo ministro ha tenuto a precisare che «gli interlocutori che ho incontrato mi hanno espresso la necessità di ristabilire rapidamente lo stato di diritto nella zona. Il governo si impegna in questo senso. È la seconda decisione che annuncio oggi: metteremo fine alla zona di non-diritto che prospera da quasi dieci anni su questa zona.
Gli squat che debordano sulla strada dovranno essere sgomberati, gli ostacoli rimossi, la circolazione ristabilita. In mancanza di ciò, le forze dell'ordine procederanno alle operazioni necessarie. Conformemente alla legge, gli agricoltori espropriati se lo desiderano potranno ritrovare le loro terre. Gli occupanti illegali di queste terre dovranno andarsene entro la prossima primavera, altrimenti saranno espulsi».
Lo Stato francese ha perciò fatto sì un passo indietro, ma con l'intento di farne due avanti. Ha ritirato un progetto ormai datato e troppo contestato al fine di ripristinare il suo controllo su una zona franca che da tempo costituiva sia un affronto alla sua sovranità che un cattivo esempio. Il movimento non ha quasi avuto nemmeno il tempo di festeggiare che già ha iniziato a dilaniarsi. Finita la lotta che teneva tutti più o meno uniti, «quando i destini sparsi si condensano e i soggetti presenti sul campo di battaglia sono obbligati a “fare insieme”», gli animi si sono immediatamente divisi. La sera del giorno successivo, giovedì 18 gennaio, si è tenuta una interminabile assemblea in cui ovviamente non si discuteva più di come bloccare l'aeroporto, ma di come sgomberare la D281. Vista l'impossibilità di trovare un'intesa fra chi aveva lottato soltanto contro l'aeroporto e chi invece voleva bloccare anche il mondo che lo produce, una parte dei presenti è uscita dall'assemblea per mettersi d'accordo in separata sede. Al ritorno, hanno comunicato a tutti che avrebbero provveduto a sgomberare la strada loro stessi, nel giro di una settimana. Non farlo, avrebbe significato dare via libera all'intervento della polizia. Meglio uno sgombero fatto dai compagni, magari ricorrendo a qualche minaccia o spintone, che uno sgombero fatto dagli sbirri a colpi di manganello?
Oplà, in sole 24 ore la tanto decantata assemblea sovrana – quella che deve decidere per consenso, all'unanimità, perché compone le differenze e accorcia le distanze – è stata così allegramente scavalcata. In Francia come in Italia, dietro la melassa mitopoietica sparsa a piene mani dai contastorielle di movimento c'è sempre qualcuno (uno chef?) che decide in nome della strategia più corretta e dell'urgenza della situazione. Cittadinisti e nemici di questo mondo potranno anche convivere per un periodo più o meno lungo, ma prima o poi sono destinati ad arrivare ai ferri corti. Perché è una pura idiozia sperare che i fiori del Male della rivolta siano concimati dalla politica del Bene Comune. Da cosa autoritaria può nascere solo cosa autoritaria.
Le capanne e le chicane sulla D281, fino a quel momento esaltate come poetico esempio pratico della resistenza nella Zad, di un'altra forma-di-vita possibile nel deserto del capitale, diventano nel giro di poche ore un simbolo inutile e facilmente sacrificabile. Poiché la maggioranza del movimento, quella più rispettabile e responsabile, attraverso una associazione legale vuole negoziare con la prefettura le modalità di ripristino dell'ordine (col fine dichiarato di proteggere tutti gli occupanti della Zad, ovviamente), non è difficile intuire cosa riservi il futuro alla minoranza di teste calde, quelli che non intendono trattare con le istituzioni.
Sabato 20 gennaio è giornata di trattative telefoniche fra la signora prefetto e qualche leaderino di movimento, a cui viene assicurato che la capanna Lama Fâche sarebbe rimasta intatta. Domenica 21 gennaio gli abitanti del borgo vicino alla strada si riuniscono per prepararsi ai lavori di smobilitazione. Lunedì mattina 22 gennaio centinaia di attivisti rispondono all'appello del movimento e sgomberano quasi tutte le capanne, smontandole pezzo per pezzo, in un clima non privo di tensione vista la presenza qui e là di chi vorrebbe continuare quell'esperienza. Lo spaccio Sabot, ad esempio, viene per il momento risparmiato. Martedì 23 gennaio proseguono i lavori e lo spaccio Sabot viene smontato dai suoi stessi occupanti, speranzosi di salvaguardare almeno la capanna Lama Fâche. Un errore, poiché le autorità nel frattempo cambiano idea: anche l'ultima capanna sulla D281 deve sparire. Mercoledì 24 gennaio nel corso dell'assemblea generale viene fatto capire che lo sgombero della D281 non è evitabile (il gruppo COPAIN minaccia di lasciare il movimento se la strada non verrà sgomberata completamente il giorno dopo). Giovedì 25 gennaio, mentre la Lama Fâche viene presidiata da alcuni occupanti, alcune decine di attivisti (fra cui spiccano per vigore quelli legati alla Maison de la Grève di Rennes) iniziano a smontare la capanna con piedi di porco e martelli. Dopo attimi di forte tensione, per evitare la totale devastazione, gli stessi occupanti della Lama Fâche proporranno ed otterranno di terminare da soli la smobilitazione.
La strada D281 è di nuovo percorribile; sottratta al controllo dello Stato ed al suo mondo di aeroporti, è stata restituita in fretta e furia dal movimento stesso allo Stato e al suo mondo di automobili. Venerdì 26 gennaio la vettura della signora prefetto può percorrere interamente la D281 per constatare l'epurazione. Verificata l'assoluta affidabilità dei "portavoce" della protesta, la signora prefetto li premia concedendosi un brindisi in loro compagnia.
Ma il malumore serpeggia e cresce fra chi non si è battuto contro lo Stato per giorni, o mesi, o anni, solo per vincere la possibilità di negoziare con lo Stato. La D281 sarà anche ormai priva di capanne e chicane, ma renderla poco praticabile è pur sempre possibile. Così a qualche testa calda viene in mente di disselciarne un tratto a colpi di piccone.
Ma questo non è solo un piccolo atto di sabotaggio contro la normalizzazione voluta dalle autorità di Stato, è anche un grande atto di disobbedienza contro la normalizzazione accettata dalle autorità di movimento.
All'alba di martedì 20 marzo uno dei luoghi della Zad, la Gaieté, viene attaccata da cinque persone armate di mazze da baseball e col volto coperto da passamontagna. Gli occupanti vengono neutralizzati col gas e picchiati. Uno di loro viene legato mani e piedi, con occhi e bocca chiusi dal nastro adesivo, caricato nel portabagagli di una macchina e portato via. Per alcune ore se ne perdono le tracce. Verrà scaricato nei pressi di un ospedale psichiatrico, con un braccio e una gamba spezzati. Responsabili di simile bravata non sono né poliziotti, né fascisti, bensì kompagni determinati a dare una lezione a chi non intende seguire l'unica linea da seguire: la loro. Gli occupanti della Gaieté scrivono e diffondono la sera stessa un testo per rendere pubblico quanto accaduto.
Il giorno seguente, mercoledì 21 marzo, tre kompagni si presentano per avvisare gli occupanti che non devono pubblicare testi non discussi con loro (?). Poche ore dopo, nuova visita da parte di altri kompagni giunti per caso a fare una inchiesta di vicinato e consigliare di... non pubblicare testi che fanno il gioco del nemico (sempre quelli non discussi con loro). La giornata finisce con una nuova visita da parte di kompagni armati di bastoni e mascherati che pretendono di conoscere l'indirizzo ip del computer di un insubordinato…
Non potendo sostenere apertamente che il motivo di un così brutale pestaggio ai danni di una persona sia il sospetto (o la certezza) che egli sia uno dei picconatori notturni della D281, contro di lui verrà usato il pretesto che lo vuole un noto maschilista poco rispettoso delle donne. Peccato che a spezzargli braccio e gamba non sia stata la furia di qualche Lilith bensì una squadretta della neo-Ceka, i cui tirapiedi sono invero poco credibili nei panni di macho-vendicatori della femminilità oppressa.
Più che la magia delle circostanze esterne, è una precisa logica politica che viene così applicata. La Vittoria della lotta contro l'aeroporto pone il suo ceto politico come legittimo interlocutore dello Stato a proposito del futuro della Zad. Niente e nessuno deve permettersi di turbare questa legittimità acquisita.
Che simili mezzi non siano messi in atto dalla parte più riformista di quel movimento (sindacalisti orfani del proletariato, contadini dalle terre espropriate, attivisti decresciuti ideologicamente), bensì da quella sedicente insurrezionale (magari immaginaria ed invisibile, quella che accetta «la guerra civile, compresa quella tra di noi... perché essa è compatibile con l’idea che ci facciamo della vita... In materia di organizzazione, non c’è dunque da scegliere tra la pace fraterna e la guerra fratricida. C’è da scegliere tra le forme di scontro interno che rinforzano le rivoluzioni e quelle che le ostacolano»), non ci stupisce. Per gli aspiranti generali della rivoluzione la conflittualità va alternata non solo nei confronti delle istituzioni, ma anche contro le teste calde (sfruttabili quando marciano al passo, bastonabili quando non scattano sull'attenti).
Quanto è appena accaduto alla Zad, così come quanto è successo alcuni anni fa in Val Susa, dovrebbe far riflettere quei nemici di questo mondo che ancora ci cascano a rendersi disponibili a battersi assieme a chi questo mondo lo vuole difendere. Fuori dalla narrazione mitopoietica, le differenze non si compongono, le distanze non si accorciano. Semplicemente si sospendono provvisoriamente a beneficio di una reciproca strumentalizzazione. Per i cittadinisti è comodo avere a disposizione una forza d'assalto, per i sovversivi è comodo poter contare su un avallo popolare. Ma, non appena la lotta arriva ad una svolta, quelle differenze e quelle distanze non possono che riesplodere. Si parte insieme, si torna insieme? Insieme a chi, di grazia? Non è mai la tanto acclamata gente comune, quella che spinge a negoziare con le istituzioni, o che diffonde comunicati di dissociazione e delatori, o che organizza squadrette punitive.
Cosa significa ciò per i nemici di questo mondo? Che la loro partecipazione alle lotte sociali insieme ai riformisti (e chi vuole solo una diversa configurazione del mondo è un riformista, ciarle barricadere a parte) è condannata a non andare oltre una pur salutare ginnastica muscolare. Che la loro generosità finirà sempre per essere una forma di involontaria ma prevedibile manovalanza a profitto altrui. Se non si è d'accordo con l'accettare in partenza simili limiti, è il caso di porsi fin da subito la questione di un intervento autonomo. Infatti tutto ciò non può significare stare alla larga da simili lotte, semmai dal loro ceto politico con le sue assemblee generali e la sua composizione. Senza scordare mai che il nemico non è solo quello che indossa una uniforme.
finimondo.org - 5 aprile 2018

Rubicone

Un altro Rubicone è stato attraversato. Ciò che malauguratamente era prevedibile non ha tardato a realizzarsi, favorito da un disgustoso giochino diplomatico avviato dagli Stati Uniti. In seguito al loro annuncio di voler costituire un esercito regolare di stanza lungo il confine turco-siriano – arruolando una parte significativa di combattenti curdi dell'YPG nel nord della Siria –, il regime di Ankara ha lanciato il 19 gennaio una offensiva militare contro l'enclave di Afrin tenuta da questi ultimi.
Ovviamente, questa offensiva era stata preparata da tempo, come dimostra ad esempio l'integrazione di molti gruppi armati islamisti a fianco dei soldati turchi (membri della NATO), un'integrazione che non avviene in pochi giorni. È difficile credere che le diverse potenze presenti
nel conflitto siriano, specialmente la Russia che controlla i cieli, non ne fossero al corrente. Ad ogni modo, sono stati esplicitamente fatti taciti accordi, l'aviazione turca ha bombardato a proprio piacimento le posizioni dell'YPG ed i villaggi attorno ad Afrin, così come la città stessa. Ancora una volta nella storia, la popolazione curda – e non solo – fa le spese di un terribile gioco internazionale.
Il fatto che noi non abbiamo aderito agli elogi della «rivoluzione in Rojava», intessuti da quasi tutta la sinistra e da una parte considerevole di anarchici, deriva da molte ragioni. Una delle più importanti è senza dubbio il fatto che ogni tensione rivoluzionaria sul posto resta subordinata all'agguerrita gerarchia proveniente da una molto classica versione stalinista della lotta di liberazione nazionale.
Che i sollevamenti non privi di spirito libertario di questi ultimi anni – inclusi quelli in Siria – abbiano provocato ripercussioni anche sugli apparati del movimento curdo ci sembra un fatto indiscutibile, aprendo effettivamente la via ad un approccio meno centralizzato e meno dirigistico della lotta in Kurdistan. Tuttavia, ciò non cambia nulla al fatto che un apparato politico-militare resta un apparato, «costretto» a fare tutto ciò che viene prescritto dalla strategia politica: alleanze inaccettabili, improvvise inversioni, repressione delle voci discordanti, propaganda ipocrita. Pur riconoscendo l'importanza dei combattimenti fatti da migliaia di uomini e donne, in Rojava siriana come nelle montagne della Turchia, animati da una certa idea di liberazione, gli elogi ci sembrano come minimo fuori luogo, se non mistificanti, quando la gerarchia dellYPG firmava in piena rivoluzione siriana un «accordo» con il regime sanguinario di Assad per assicurarsi la gestione di una parte del territorio siriano («era una necessità strategica»); quando poi concludeva accordi militari con paesi come gli Stati Uniti per garantirsi rifornimenti d'armi ed addestramento con i loro istruttori («altrimenti come difendersi contro lo Stato Islamico?»); quando non cercava mai di estendere il «conflitto rivoluzionario» fuori dai confini del Kurdistan («bisogna essere realisti») per esempio chiamando a lottare contro le democrazie europee immerse fino al collo nel prolungamento di questa guerra; e quando infine, triste necessità, ha accettato la presenza di almeno duemila soldati americani, francesi, ecc. sul suo «territorio liberato», arrivando oggi ad offrire l'installazione di due basi americane in Rojava, una a Rmeilan e l'altra a sud-est di Kobane. Forse siamo limitati, ma come anarchici continuiamo ad avere qualche difficoltà a comprendere come possa realizzarsi una vera rivoluzione sociale sotto le ali protettrici degli F-16 americani o delle forze speciali francesi.
Ciò detto, stare in disparte da questo conflitto in una sorta di dolce indifferenza per non doversi sporcare le mani ci sembra inaccettabile quanto chiudere gli occhi di fronte alla direzione gerarchica dell'YPG ed alla sua dottrina politico-militare. L'offensiva turca da Afrin fa eco ad esempio alla guerra che il regime di Erdogan scatena contro il Kurdistan in territorio turco a colpi di massacri, bombardamenti ed esecuzioni – del resto non senza incontrare una forte resistenza. In sostanza, sono i termini stessi della questione che andrebbero cambiati. E questo ci sembra valga anche per molti altri conflitti attraversati da enormi strategie geopolitiche, che sia nello Yemen dove la guerra continua senza sosta, nel resto della Siria, in Palestina dove la guerra si intensifica di nuovo, in Ucraina o in numerosi paesi africani.
Certo, possiamo portare il nostro sostegno ai gruppi di combattimento anarchici costituitisi in Kurdistan con chiare prospettive rivoluzionarie. E anche se al momento mancano informazioni più precise – almeno a noi – sulle loro attività e posizioni di fronte alla gerarchia militare dell'YPG, non possiamo che riconoscere un'autentica volontà internazionalista tra i compagni impegnati in tale lotta, auspicando che le loro esperienze e rievocazioni critiche aiutino a capire meglio la situazione. Anche altrove possiamo allo stesso modo portare la nostra solidarietà agli anarchici catturati in una guerra o che subiscono regimi repressivi particolarmente feroci. Sì, possiamo fare tutto questo, ma non solo.

A questo proposito ci tornano in mente le parole di Louis Mercier Vega, instancabile combattente anarchico che ha attraversato numerose situazioni di conflitto acceso in diversi continenti, parole che datano 1977, in piena esplosione di guerriglie e di guerre: «L'eterna considerazione che ogni atto, ogni sentimento espresso, ogni atteggiamento fa il gioco dell'uno o dell'altro antagonista, è senza dubbio esatta. Si tratta di sapere se bisogna scomparire, tacere, diventare un oggetto, per la sola ragione che la nostra esistenza potrebbe favorire il trionfo dell'uno sull'altro. Mentre una sola verità è eclatante: nessuno farà il nostro gioco se non lo facciamo noi stessi. Non voler partecipare alle operazioni di politica internazionale, in uno dei campi in lotta, non significa che bisogna disinteressarsi della realtà di tali operazioni». Fare il nostro gioco, dunque. Per irrigidimento identitario? Per chiusura ideologica di fronte a realtà sociali e storiche complesse? Per paura di impantanarsi e fare da manovalanza? Al di là di queste difficoltà, alcuni ragionamenti ci portano per ben altri motivi a condividere la prospettiva qui esposta dal vecchio combattente acrata.

Il primo parte dal fatto che se l'autorità non è levatrice di libertà, non lo è mai stata, e nessuna auto-organizzazione può nascere da un approccio autoritario, centralista e gerarchico della lotta, resta comunque il fatto che tensioni verso l'auto-organizzazione e la libertà sono spesso presenti pure all'interno di questi conflitti, anche quando questi sono dominati da correnti autoritarie (ad esempio con un'ideologia comunista o di liberazione nazionale). In questo caso, sappiamo in anticipo che gli apparati di queste organizzazioni di lotta, prima o poi non esiteranno a reprimere, schiacciare, recuperare o eliminare tali tensioni, pur mostrando (spesso, non sempre) cautela per non perdere il controllo della situazione. Piuttosto che mettere di fatto le loro energie e il proprio entusiasmo a disposizione di un tale apparato, gli anarchici non potrebbero al contrario immaginare dei modi per sostenere, difendere ed espandere queste tensioni verso l'auto-organizzazione e la libertà, preparando e preparandosi all'inevitabile confronto decisivo con le forze autoritarie?
Numerosi esempi del passato – dall'Ucraina libertaria del 1917-1921 alla Spagna rivoluzionaria del 1936, nonché durante situazioni profonde di conflitto negli anni 70 – ci mostrano come gli anarchici e le tensioni libertarie all'interno di ampie fasce della popolazione perdano in velocità e forza, finendo per essere sconfitti con più o meno facilità, con più o meno terrore e massacri, a furia di aspettare che gli autoritari si «smascherino» da soli scatenando la loro repressione finale. È difficile prevedere il momento di una rottura insurrezionale all'interno di un conflitto che comprende un'importante presenza autoritaria, ma è tuttavia certo che se l'iniziativa non verrà dagli anti-autoritari, se non saremo noi a superare i punti di non ritorno, la rivoluzione sociale sarà condannata a morte certa.

Un secondo ragionamento, più legato ad una situazione di guerra come è il caso oggi in diverse regioni del pianeta, è che fare il nostro gioco, vale a dire combattere per la liberazione totale e per distruggere ogni potere, deve certo prendere in considerazione le analisi sulla situazione politica, sulle questioni strategiche o sui progetti del dominio al fine di avere la conoscenza indispensabile delle condizioni in cui avviene la lotta, ma tale conoscenza non dovrebbe sostituirsi al progetto anarchico stesso. Per essere chiari, non dovremmo in nessun caso mettere tra parentesi, anche se in nome della nostra solidarietà con coloro che si battono, il nostro progetto di distruzione di ogni potere. Solidarizzare, intervenire direttamente in una lotta di oppressi contro oppressori, non dovrebbero quindi comportare il sostegno ai primi quando a loro volta vogliono ergersi a nuovi oppressori. Ciò può effettivamente portarci a tenere una certa distanza da particolari situazioni di conflitto, in assenza di un punto di riferimento che ci aiuti a cogliere le tensioni libertarie presenti al loro interno, e nell'impossibilità di potervi prendere parte direttamente senza mettersi sotto gli ordini di una qualsivoglia gerarchia.
D'altra parte, pur rimanendo nel caso di una simile situazione, se analizziamo le connessioni intrinseche tra guerra esterna e guerra interna, tra l'intervento militare condotto da uno Stato in un paese lontano ed il suo necessario mantenimento di ordine, repressione ed intensificazione dell'accumulazione capitalista all'interno, è difficile non vedere tutte le possibilità di intervento che ci si offrono. Prendiamo ad esempio il caso delle operazioni militari francesi nel Sahel nel nome dell'«anti-terrorismo». La mancanza di un punto di riferimento sul posto che possa aprire l’opportunità di un intervento rivoluzionario diretto e internazionalista, non impedisce affatto di agire anche qui, nello Stato da cui provengono queste operazioni, in quello che se ne serve per consolidare il consenso sociale tra dominati e dominanti, per ottenere importanti benefici o per incrementare la sorveglianza contro chiunque...


Allora sì, fare il nostro gioco. Ma il nostro gioco consiste solo nell'elaborare belle teorie dal porto mentre la tempesta infuria al largo? Mentre migliaia di persone crepano sotto le bombe e si fanno massacrare in nome di un qualsiasi potere? No, impossibile accettare una simile posizione se non si vuole buttare nella spazzatura la coerenza rivoluzionaria che dovrebbe caratterizzare la nostra azione, la sensibilità che si trova nel cuore di ogni nemico dell'autorità, l'etica che ci distingue, talvolta a caro prezzo, dalla politica e dal calcolo. La nostra  non dovrebbe quindi consistere in solenni dichiarazioni di principio o in proteste simboliche. Di fronte ai massacri perpetrati ieri nell'ex Jugoslavia o oggi ad Afrin, nello Yemen, in Siria, sulle montagne del Kurdistan, in Palestina, in molti paesi dell'Africa, in Birmania o altrove... bisogna agire da anarchici, cioè agli ordini di nessuno e nel solo nome della libertà, per esempio colpendo la guerra laddove viene prodotta. Nelle imprese belliche, nella logistica degli armamenti, nei profittatori di guerra, nei convogli e nei trasporti di materiale di rifornimento, nei loro centri di ricerca: in realtà, molte piste si presentano a chi vuole opporsi – concretamente – alla guerra in corso.
In questi ultimi anni molti sforzi sono già stati fatti in questa direzione e restano di bruciante attualità, come in Italia dove macchinari di cantiere di imprese attive nella costruzione di una nuova base militare sono stati incendiati nel sud, o dove il laboratorio Cryptolab dell'università di Trento e il polo Meccatronica che partecipano alla ricerca militare sono stati dati alle fiamme. Come anche in Belgio, dove tre grandi imprese del settore bellico sono bruciate, devastando in due casi la quasi totalità di queste fabbriche di morte. Sotto un'altra angolazione ancora, infrastrutture logistiche dell'esercito e di industrie belliche sono state oggetto di sabotaggi, come a Basilea, dove la ferrovia che serve per trasportare le truppe svizzere è stata sabotata, come a Monaco dove la linea ferroviaria per merci utilizzata da un grande complesso militare-industriale è stata sabotata, come a Sant'Antioco in Italia dove un convoglio militare è stato bloccato o sempre in Italia, in Trentino, dove sono state bruciate alcune antenne di telecomunicazione militare. Talvolta alcuni attacchi hanno preso di mira direttamente le forze armate, come a Monaco dove un camion militare è stato dato alle fiamme, a Montevideo dove un’Accademia Militare è stata raggiunta da molotov, a Decimomannu in Italia, dove un incendio ha colpito l'aeroporto militare, a Brema in Germania, dove 18 veicoli militari del genio sono stati inceneriti, a Dresda dove un veicolo militare è bruciato, o anche in Francia quando una caserma della gendarmeria (che è un corpo militare) è stata incendiata o veicoli di gendarmi sono stati bruciati proprio sotto il loro naso. Echi di attacchi contro i profittatori e gli intermediari di guerra sono venuti alla luce, come quei sabotaggi in Italia contro gli interessi della multinazionale del petrolio e del gas ENI, coinvolta nel conflitto libico, o come a Parigi quando un attacco incendiario contro un camion-betoniera di Lafarge è certo fallito, ma non senza trovare un’eco a Tolosa il mese seguente, dove tre di questi stessi camion sono andati in fiamme. Lafarge-Holcim è un produttore di cemento che ha importanti interessi economici in Siria, dove da un lato ha costruito bunker per conto del regime di Assad, e dall'altro ha collaborato finanziariamente con lo Stato Islamico in nome del business as usual, quando le sue industrie di cemento si trovavano nel territorio occupato dall'ISIS.
Queste poche piste ed esempi recenti non sono destinati ad aiutarci a trovare più facilmente il sonno mentre i massacri continuano. Non sono litanie da recitare per mettere in pace la propria coscienza. Trovano qui il loro posto semplicemente perché nei fatti è attaccare la guerra, suggerendoci delle possibilità di intervento laddove ci troviamo. Il progetto anarchico di liberazione totale non può fare a meno – ancor più in questi tempi di accresciuta militarizzazione e di continue guerre – di un approfondimento su come intervenire in tali situazioni, che ci si trovi nel cuore del conflitto o, per così dire, ad una certa distanza geografica. Esprimendosi attraverso l'attacco,  simili approfondimenti probabilmente diranno a coloro che stanno combattendo contro un'oppressione molto più della nostra concezione di libertà e solidarietà, che issare bandiere che non possono essere le nostre.
[Avis de tempêtes, n. 2, 15 febbraio 2018]

Da alcune/i nemici della repressione. Un regalo ricettario molto gradito:

https://roundrobin.info/wp-content/uploads/2018/03/Ricette-contro-la-repressione-Ricettario-benefit-spese-legali-Cremona-2015.jpg

Per richiedere una o più copie del ricettario scrivete a eattherich@autistici.org

Il 24 gennaio del 2015 una grande manifestazione antifascista si riversa per le strade di Cremona, nella Bassa lombarda. È la risposta all’agguato squadrista subito qualche giorno precedente, nel quale un compagno, Emilio, ha la peggio ed entra in coma a seguito delle sprangate inferte dai militanti di Casapound.
Le forze del disordine creano un dispositivo di sicurezza da guerra con il solo intento di sbarrare, proteggere e controllare qualsiasi via di accesso che porti alla sede dei fascisti del terzo Millenio.
La <<zona rossa>>, fatta di strade bloccate da reti e camionette e di aria irrespirabile a causa dei lacrimogeni, fa sì che in un primo momento manifestanti e sgherri del potere non si tocchino mai.
Ma la rabbia è tanta e l’intelligenza della sovversione dilaga.
Esplode la rivolta, si aggira l’obiettivo iniziando ad attaccare e distruggere tutto quello che aiuta il potere a dominare le nostre vite.
Vengono giù i vetri della sede di un sindacato e dei negozi della tecnologia; danneggiate agenzie immobiliari, distrutte telecamere di controllo; scritte rivoltose ovunque; banche e primo piano della sede della polizia locale attaccati e mandati fuori uso.
Cremona è bloccata dagli insorti.
La tenaglia repressiva non si fa attendere, lo Stato non può mostrarsi debole, fragile; le accuse vengono ripescate dal fascistissimo Codice Rocco del 1930.
Dopo Genova 2001, Milano 2006 e Roma 2011 anche a Cremona cala un ombra nera, inquietante ed angosciante: articolo 419 codice penale, alias DEVASTAZIONE E SACCHEGGIO.
La volontà giuridica e giudiziaria è quella di fare in fretta, di concludere quanto prima, di poter smorzare e soffocare gli spontanei e genuini frammenti della rivolta cremonese.
Si creano due filoni, due tronconi giudiziari.
L’accusa di devastazione e saccheggio e l’annessa provvisionale di 200.000 euro (richiesta dal comune di Cremona) regge nelle grigie e squallide aule di tribunale, per due gradi di giudizio, solo per 3 degli otto imputati totali, i quali vengono condannati a 3 anni e 8 mesi.
Questo ricettario è un piccolo contributo di solidarietà a quei compagni che sono stati colpiti dalla repressione sbirresca.

CONTRO CHI DEVASTA E SACCHEGGIA LE NOSTRE VITE
CONTRO SPIONI E DELATORI
COMPLICI E SOLIDALI CON I RIVOLTOSI DI CREMONA