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Bombe sangue capitale
Così era titolato un volantino diffuso a Milano, a firma “LUDD – Consigli Proletari”, nel gennaio 1970, pochissimi giorni dopo la strage di Piazza Fontana, che apriva ufficialmente la stagione definita della strategia della tensione e un decennio attraversato da grandissimi conflitti sociali, una enorme tensione utopica e sogni di rivoluzione sociale.
A dispetto della pista anarchica imboccata da inquirenti e magistratura, quel volantino chiariva fin da subito i più importanti elementi di quella (ed altre che l’hanno seguita) strage, ovvero che era stata voluta e commessa per mano dello Stato, con la complicità dei fascisti, per soffocare e reprimere il nascente movimento rivoluzionario, e che Pinelli, tre giorni dopo, era stato assassinato nella questura di Milano. Se la Storia, nel corso dei decenni successivi, si è incaricata di dimostrare la verità di quelle affermazioni a caldo, svelando le responsabilità di tutti gli apparati dello Stato – dai servizi segreti alla magistratura alla polizia – passando per quelle dei fascisti e dei giornalisti, è anche vero che in questo mezzo secolo politici, giornalisti, giudici, scrittori e registi hanno continuato incessantemente a vomitare menzogne.
Per questo è ancora urgente ribadire che a Piazza Fontana la strage l’ha compiuta lo Stato, che Pinelli è stato assassinato e che il commissario Calabresi non era il sant’uomo che si è cercato di descrivere, ma un torturatore e assassino che due anni e mezzo dopo l’uccisione di Pinelli ha avuto quanto meritava.
Per questo è ancora importante affermare che quando gli anarchici fanno ricorso alla violenza non lo fanno in maniera indiscriminata, ammazzando deliberatamente innocenti nelle banche, nelle piazze, sui treni e nelle
stazioni, oppure bombardando con aerei e droni o sparando sulla popolazione civile in conflitti di Paesi più o meno lontani, bensì individuando bene il proprio bersaglio, praticando la violenza sugli uomini o le strutture responsabili dei massacri indiscriminati.

Tratto da un' iniziativa della Biblioteca Anarchica Disordine – Officine Culturali Ergot

Scarica "Avviso Di Tempesta" in formato .pdf 

L’ampiezza della rivolta in Cile non è legata a questo o a quell’altro giro di vite, a questo o a quell’altro gruppo, ma a qualcosa di ben più profondo: la sete di libertà. Una libertà condivisa che potrà passare solo sul cadavere del dominio — dalle chiese ai partiti, dall’economia alla politica, passando per il patriarcato — per liberarsi delle catene dell’esistente. Una libertà contagiosa che può avanzare solo distruggendo tutto ciò che costituisce la miseria della nostra vita, attraverso un negativo da cui possa sorgere qualcosa di totalmente differente. E, certo, senza pietà e senza alcun riguardo per l’attuale ordine che ci schiaccia.   

[traduzione di Avis de tempêtes n. 23bis, 28/11/19] da Finimondo

Mentre in mezzo mondo esplodono le fiammate della rivolta, qui da noi l'autoritarismo ipertecnologico sembra incontrare sempre meno ostilità da parte di popolazioni che non solo non sanno più alzare la testa, ma che forse non riescono neanche più a riconoscere i nemici. Così, se da un lato si stenta a scoprire o ritrovare progettualità e pratiche che siano in grado di mettere in difficoltà le controparti, dall'altro divise e autorità proseguono a spron battuto in un irrigidimento repressivo che colpisce chi, dalle strade alle prigioni, rifiuta di omologarsi. Nulla di nuovo, d'accordo, però ci pare sempre opportuno segnalare quei passaggi che secondo noi marcano questo tragitto che porta ad un futuro sempre più invivibile ed oppressivo.

Due vicende recentemente ci hanno in tal senso dato di che pensare. Dall'inizio di novembre si sono inasprite le ricerche nei confronti di Carla, compagna latitante dallo scorso febbraio perché colpita da mandato di cattura per l'operazione "Scintilla" che ha interessato la lotta contro i Cpr a Torino e che ha portato a numerosi arresti e allo sgombero dell'Asilo Occupato. Con perquisizioni, intimidazioni di incriminazione per favoreggiamento a familiari e amici, fermi e maniere forti, la polizia francese (Carla ha la cittadinanza del Paese d'oltralpe) e italiana si affannano a cercare inutilmente di fare terra bruciata intorno alla compagna in fuga. Forse brucia, a giudici e inquirenti vari, la solidarietà estesa che in Bretagna ha accolto e difeso la lunga latitanza di Vincenzo Vecchi, da qualche giorno scarcerato dalle autorità d'oltralpe per le irregolarità commesse con mandati e incartamenti vari dalle autorità italiane nella fretta di ottenerne l'estradizione per i fatti del G8 di Genova. Forse, in un'inchiesta che si rivela sempre più traballante (quella che ha colpito Carla e gli altr* compas a Torino, tra cui Silvia che è ancora ai domiciliari e Peppe che il 26 novembre è stato arrestato a Verona), si cerca il colpo grosso della "cattura della terrorista in fuga" per ridare un po' di lustro all'operato di investigatori e procuratori in vista della chiusura o della proroga delle indagini, o ancora dell'inizio del processo. O forse è solo un passaggio in più nella criminalizzazione della solidarietà, nell'incessante strategia messa in atto dal Potere per perseguire comportamenti, relazioni, affetti che non devono incontrare legittimità tra i suoi sudditi atrofizzati, spaventati, digitalmente ipersocializzati ma senza cuore, coscienza e animo. Come sta accadendo chiaramente con la vicenda di Manu, compa delle Prealpi bresciane in carcere da mesi con l'accusa di aver fornito appoggio a Juan, un altro nostro compagno ora in carcere dopo circa due anni di latitanza. Il 22 novembre, Manu è stato condannato a 3 anni e 2 mesi di reclusione per tali accuse e il giudice ha successivamente negato la concessione degli arresti domiciliari. In un ardito quanto traballante impianto accusatorio, a Manu viene contestata addirittura l'aggravante del terrorismo perché avrebbe aiutato il compagno latitante pur sapendo che lo stesso era oggetto di indagini per "terrorismo", quando di tali indagini tanto l'interessato quanto l'opinione pubblica ne hanno avuto conoscenza solo dopo l'arresto dell'indagato e di Manu. Un passaggio in più per spaventare, per fare mettere al bando gli slanci di generosità e solidarietà, che si aggiunge alle intimidazioni e alle prepotenze che in questi mesi hanno dovuto affrontare vicini, compagni e parenti colpevoli di non avere abbandonato Manu nelle mani della "Giustizia".

Sottrarsi a indagini e galera, vivere l'avventura, gli affanni ma anche le possibilità della latitanza e della clandestinità hanno avuto e avranno sempre un posto di riguardo negli itinerari di chi si affeziona alla lotta e alla libertà. Praticare la solidarietà verso chi fugge, nei tantissimi modi in cui questa si può esprimere, sarà sempre una scelta di cuore generoso, di dignità umana e comunitaria, e il segno concreto che con il mondo maledetto di chi perseguita e rinchiude non si ha niente da spartire. È inutile cercarla… sarà sempre qui con noi! Carla corri sempre libera! Nessuna condanna può cancellare l'orgoglio della solidarietà e della complicità contro mandati di cattura, sbarre e chiavistelli. Manu libero!

Cassa AntiRep delle Alpi occidentali

A Parigi, Robert Oppenheimer ha dichiarato che, lui, all’Apocalissi atomica ci crede; e ha anche spiegato che, per Apocalissi, egli intende la distruzione dell’umanità, non solo un qualche immenso disastro: «Non è più lecito credere che il genere umano possa sopravvivere a una guerra atomica». Interrogato sull’efficacia di un controllo internazionale o di un accordo di disarmo, il celebre fisico ha risposto che si tratta di palliativi, e per di più irrealizzabili, perché, data l’evoluzione attuale della scienza, ogni misura di controllo su cui ci si accordasse sarebbe probabilmente superata dopo due anni.. Quanto alla «bomba pulita» di cui va così fiero il suo collega Edward Teller, Oppenheimer ha fatto notare che si tratterebbe pur sempre di un congegno capace di distruggere ogni cosa nel raggio di ottocento chilometri quadrati, quindi non eliminerebbe il carattere di «suicidio cieco» implicito nell’uso di armi simili. La ragione del pessimismo di Oppenheimer è semplice: egli non ha alcuna fiducia nella saggezza non solo, ma neppure nel semplice comprendonio, degli uomini di Stato, dei militari e degli esperti da cui dipendono, oggi, le «grandi decisioni». Lo scienziato non dice che gli uomini di Stato, i militari e gli esperti sono dei folli e degli stupidi; dice che essi si trovano in una situazione tale da non poter agire altro che follemente e stupidamente: devono cioè ignorare deliberatamente l’enormità dei problemi che la loro azione solleva. Se la riconoscessero dovrebbero cessare di agire come agiscono, ma per riconoscerla dovrebbero adottare un principio d’azione diverso da quello che solo capiscono: la ragion di Stato. Le armi atomiche, e quelle non meno terribili di cui non si parla ma che esistono, esigerebbero che si pensasse in termini di destino dell’umanità e di natura dell’universo, non di Stati. Ma l’universo e l’umanità son concetti vaghi, quello di Stato invece è un concetto preciso, o così sembra. Quindi si è disposti a adottare tutti i palliativi immaginabili (e anche questo solo in teoria), ma non le misure radicali, sole efficaci. E la misura più radicalmente indispensabile, oggi, sarebbe l’adozione di modi di pensare commisurati alla realtà nuova di un mondo dove tutto è possibile, niente è certo, e nel quale ogni presunzione di certezza rischia di causare catastrofi. Quali siano questi modi di pensare adeguati, tuttavia, nessuno lo sa: neppure gli scienziati. Ci vorrebbe un nuovo tipo di filosofo per cominciare a indicarli, dice Oppenheimer. Oggi come oggi, si può soltanto dire che l’umiltà, la cautela, il riconoscimento della propria ignoranza ne sarebbero i postulati primi. Oppenheimer descrive la situazione morale dello scienziato contemporaneo in questi termini: «Lo sviluppo delle scienze è stato accompagnato da una specializzazione tale che qualsiasi uomo, oggi, può possedere solo un’infima particella delle conoscenze umane. Questo suscita un sentimento d’ignoranza e di solitudine la cui intensità sembra proporzionale al sapere... Per quanto concerne gli scienziati atomici, a questo smarrimento si aggiunge la paura di un’arma della quale nessuna cifra ha esagerato l’orrore e che dovrebbe riempire di sgomento l’animo di ogni uomo onesto che si trova a esercitare un potere». Il paradosso proprio della scienza moderna è che questo sentimento d’ignoranza e di solitudine, questa riduzione di ciò che un individuo può sapere a una particella sempre più infima, si accompagna alla certezza di un’apertura di orizzonti sconfinati di conoscenza e di potere. «L’idea di progresso scientifico mi sembra ormai indissolubilmente legata alla nozione di destino umano», dice Oppenheimer; e si può supporre che voglia dire fra l’altro che nessun acquisto di conoscenze, oggi, rimane puramente teorico: anche le più astruse costruzioni della matematica possono tradursi in mezzi per influenzare, modificare, o minacciare le condizioni dell’esistenza umana.  Lo scienziato non può quindi in nessun momento sentirsi esente da responsabilità, libero di giocare con le ipotesi, fiducioso, come nel secolo scorso, che le sue scoperte non possono, in definitiva, che servire l’umanità. Secondo Oppenheimer, lo scienziato non può più neppure contare sull’idea che dal limite sempre più ristretto di ciò che un individuo può sapere e dall’accrescersi vertiginoso delle conoscenze, si finirà con lo sboccare in una sintesi armonica e globale: «La conoscenza non avrà mai più, a mio parere, un carattere globale... Siamo condannati a vivere in un mondo in cui, da ogni problema che si ponga, un altro ne sorgerà immediatamente, e così all’infinito. Uno dei caratteri angosciosi della conoscenza è la sua irreversibilità. Temo che quelli che aspirano oggi alla sintesi o all’unità non facciano che invocare un’epoca scomparsa. Credo che una tal sintesi non si potrebbe ottenere che a un prezzo o della tirannia o della rinunzia. La sola via aperta mi sembra quella della ricerca di un equilibrio: a questo lo scienziato si esercita continuamente. Egli è obbligato all’equilibrio dalla disciplina scientifica stessa, che gli impone di distinguere il nuovo dall’abituale, l’essenziale dal superfluo, l’eroismo dalla servitù. La scienza esige una nozione di verità scevra d’ambiguità... implica necessariamente una fraternità e comunanza di spirito e d’azione senza di cui l’uomo rimarrebbe impotente, prigioniero di una visione troppo angusta della propria condizione, in un universo troppo complesso e troppo vasto. Se l’esperienza dello scienziato si potesse comunicare — e mi sembra importante che lo sia — essa permetterebbe di preparare un maggior numero d’individui alla difficile situazione dell’uomo dinanzi all’universo, situazione di fronte alla quale sia i filosofi che i governanti di oggi mi sembrano crudelmente anacronistici». Oppenheimer, dunque, predica l’umiltà e l’equilibrio. La lezione, egli l’ha imparata da un’esperienza che non potrebb’essere più probante: dall’essersi trovato, lui scienziato, molto in alto fra quelli che ebbero a prendere grandi decisioni, e dall’avere egli stesso agito follemente, ossia senza sapere quel che faceva, privo di un criterio di scelta sicuro, alla cieca e per cieca necessità. Aveva fabbricato la bomba atomica senza sapere né se sarebbe riuscito, né che cosa esattamente avrebbe fatto se fosse riuscito; quando fu fabbricata, non seppe con certezza che uso se ne dovesse fare: se fosse logico usarla contro i giapponesi, ovvero — come proponevano alcuni scienziati — dare soltanto la dimostrazione spettacolare della sua potenza. Nel dubbio, egli fu d’accordo con gli uomini di Stato e i militari, i quali naturalmente pensavano che un’arma è un’arma: è fatta per annientare il nemico, non per essere «dimostrata». E si trova ancor oggi, Oppenheimer, a non saper dire quel che fosse giusto allora: «per quanto mi riguarda — egli ha confessato — non mi sentirei capace neppure dopo tanti anni di assumere la responsabilità che incombette agli Stati Uniti nel 1945». La responsabilità era troppo grande per una semplice coscienza d’individuo. Fu quindi presa da uno Stato, per ragioni di Stato. Le ragioni di Stato non erano certo più chiaroveggenti di quelle di fisici come Franck e Szilard: erano soltanto più forti nell’immediato. Quegli scienziati pensavano all’avvenire, mentre i generali e i governanti pensavano all’immediato presente: terminare la guerra d’un colpo, con una prova di potenza sconfinata. Gli scienziati avevano ragione quanto all’avvenire.  Ma la bomba era stata fabbricata per conto di uno Stato, ed era normale che le ragioni di Stato prevalessero: avevano anch’esse una loro logica, che era la logica dei risultati immediati. Nell’immediato, quel che occorreva era la certezza dell’efficacia massima, e questa non si poteva avere che servendosi della bomba sul serio. Poi si sarebbe visto. Quel che si è visto è la prosecuzione meccanica della logica della ragion di Stato, la logica dell’immediato e dell’efficacia. Si è arrivati a una situazione, la presente, in cui la decisione se usare o no le armi assolute finisce col dipendere non da una decisione umana, ma da un calcolo elettronico delle probabilità più o meno grandi che una certa situazione individuata da certe macchine sia quella in cui un certo Stato, essendo minacciato di morte imminente, non ha altra scelta che scatenare sull’avversario la medesima minaccia.  Non si sapeva dove si andava nel 1945, lo si sa sempre meno oggi. In compenso, la certezza dell’efficacia massima non manca davvero, anzi cresce continuamente. Ciò che manca è quel senso d’umiltà e d’equilibrio che dovrebbe nascere, in «ogni uomo onesto», dallo sgomento di trovarsi a esercitare un potere smisurato essendo certo solo della propria ignoranza.  Invece, dall’ignoranza abissale in cui sono dell’«universo troppo vasto e troppo complesso» che ci circonda e ci domina, gli odierni governanti non sanno trarre altro consiglio che quello di spingere comunque le cose agli estremi. Il colmo dell’ubris.

Nicola Chiaromonte in Tempo Presente (1958)

Tratto da: Finimondo