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È passata poco più di una settimana dalla rivolta nel carcere di Modena e i media si son già dimenticati del massacro avvenuto in quel carcere e negli altri dove la rivolta è divampata pochi giorni fa. Nove morti solo a Modena.

Chi scrive, alcuni di loro li ha conosciuti perché se li è trovati nella cella a fianco fino ad un mese fa e in questi giorni, ci ha perso il sonno nel pensarli.

Uomini con i quali si cercava di discutere su cosa si potesse fare per migliorare la situazione che si stava creando nel periodo precedente.

Per molti cominciava a pesare quel clima creato dalla nuova direttrice Maria Martone la quale, per ordine del DAP, stava risistemando i detenuti in modo restrittivo. “C’è bisogno di posto” si diceva in febbraio “dovete venirci incontro”, il tutto condito da minacce neanche troppo velate di possibili trasferimenti o altro nel caso in cui i detenuti non collaborassero passivamente alle necessità della nuova direzione. Questo clima si intrecciava ai classici problemi di ogni luogo di restrizione: le negligenze e le angherie degli uomini in divisa, della burocrazia del sistema carcere, del cibo pessimo, della mancanza di una copertura sanitaria seria che non fosse la famosa terapia nonché la totale solitudine e disperazione di persone abbandonate e senza nessun aiuto da fuori. La paura del virus, può essere stata una miccia in un calderone pieno di rabbia e disperazione, ha dato voce ai corpi e alle gole degli oppressi, che per colpa di questa società si trovano rinchiusi dentro le galere. Troppe cose, troppe, sono state dette sulla rivolta del carcere di Modena sputando addosso ai morti e ai prigionieri tutti di quel carcere. Quasi nessuno si interroga seriamente e in profondità sul perché tutto questo sia accaduto,. Non c’è bisogno di nessuna regia occulta per capire che è causa del mondo stesso del carcere con tutti i problemi delle persone recluse. Nel momento della rabbia, la diffidenza e lo scetticismo cadono e una massa di individui si unisce, ognuno con il suo dolore, con la sua voglia di riscatto e trovano la forza di far sentire con decisione e coraggio anni di repressione di Stato pagata sulla propria pelle. Chi non ha mai dormito dentro una cella, dalla parte del blindo del prigioniero, non può capire cosa voglia dire stare dentro al carcere. Tutti quelli che si son riempiti la bocca come avvoltoi con questi fatti non meritano ascolto perché non sanno di cosa parlano, tanto i morti sono tutti “tunisini tossici”, monnezza dice qualcuno. C’è chi parla di aprire forni, di bruciarli vivi. Chi scrive ha visto si persone che usavano le maledette terapie, non tutti riescono a vivere il carcere in modo lucido, ma dire che è stata assaltata l’infermeria e che c’è stato un abuso di farmaci a noi questo non ci interessa. Il nostro giudizio a riguardo è come la bussola che indica il Nord anche quando la scuoti, il nostro indice indica sempre la stessa direzione, la colpa di quelle morti è dello Stato: dall’ultima guardia carceraria alla volontaria che giustifica l’operato della direzione e chiede quiete e sicurezza, dalle stellette del comandante, al Ministro Bonafede, a chi come Salvini diceva “ve l’avevo detto”. Anchenoi diciamo “ve l’avevamo detto”, ma in un verso completamente contrario al suo. Noi lottiamo per la libertà di tutti e tutte, lontani un abisso da lui che vuole un carcere militarizzato. Si lamenta che le guardie avevano pochi mezzi, ma se è stato sparato del piombo e si vede benissimo una delle guardie del magazzino con il mitra in mano che mira ad altezza uomo?! Quali mezzi mancano? I blindati? I mitra? I manganelli? Gli idranti? Gli elicotteri? Le richieste dei detenuti non solo vengono sminuite, ma vengono cancellate le rivendicazioni prettamente politiche delle loro richieste, quello che è successo non è solo disperazione. Anzi, il rimbalzo tra carceri delle proteste fa capire che proprio chi ha limitata la libertà è l’unico che ad oggi sia riuscito a dare una risposta collettiva alle restrizioni imposte dallo Stato per l’emergenza coronavirus. Da qui non si tornerà indietro si dice spesso in questi giorni, è vero anche per il carcere. Queste rivolte faranno si che da Roma verranno presi provvedimenti sempre più restrittivi perché è l’unica lingua che una struttura come il DAP comprende, le rivolte prossime future verranno represse e intanto le notizie si susseguono di continui pestaggi di massa dei detenuti indipendentemente se uno ha partecipato o no alle rivolte.

L’unica comunicazione da parte del Ministero sono le botte in modo tale che tutti e tutte si ricordino di non osare più ribellarsi perché lo spavento provato una volta tanto dagli aguzzini è stato tanto e lo Stato italiano ha fatto una brutta figura a livello internazionale. Intanto i detenuti sono sballati in ogni dove, si sa che da Modena i rivoltosi sono partiti mezzi nudi e gonfi di colpi e le famiglie ancora attendono preoccupate un contatto diretto con i propri cari.

Il rapporto di forza per pochi giorni si è capovolto, i detenuti hanno trovato la forza di unirsi, non tutti, va bene ma questo poco importa, per far uscire la loro voce come da tanti anni non si vedeva in questo paese, i media hanno già messo nel cantuccio le notizie che in realtà si susseguono tramite i familiari delle persone recluse. Non è finita qui, si capisce bene, c’è chi invoca più carceri razionali che non si sa cosa voglia dire, chi chiede l’esercito fuori dalle galere, chi chiede di blindare i prigionieri nelle celle, e tutto questo non fermerà né il dolore né la rabbia di uomini e donne recluse perché è la stessa struttura che alimenta lo scoppio, spesso imprevisto, di rivolte come queste. Troppe cose sono state sopportate in questi anni e le ulteriori restrizioni hanno tolto opacità al malessere diffuso in ogni galera e noi sappiamo che, anche chi non ha partecipato alle rivolte in cuor suo ha sorriso, perché non c’è gioia più bella per un galeotto che quella di sapere che un carcere è stato chiuso tramite una rivolta e che qualcuno sia fuggito, perché sa bene cosa voglia dire stare in una maledetta cella. E gli sfruttati che oggi subiscono passivamente questo periodo di assenza totale di libertà, di totale asservimento allo Stato e ai tecnici, in futuro si ricorderanno chi all’inizio aveva lottato. Gli sfruttati tutti pagheranno quello che lo Stato sta cercando di placare con vari decreti, manovre economici e non solo. Siamo solo all’inizio di una nuova e lunga lotta da fare e da prendere di petto.

A noi fuori spetta dar voce e solidarietà a queste lotte facendo comprendere agli sfruttati che il loro senso non è per nulla irrazionale. E c’è una parola che di solito viene usata con parsimonia ma che alla luce dei fatti successi richiede di essere innalzata sul pennone delle future lotte contro il carcere, la parola è vendetta. Il silenzio su quegli uomini assassinati dal sistema carcere è diventato assordante. Meritano di essere ricordati oggi e in futuro per far si che tutto quello che sta accadendo abbia un significato profondo.

16.03.2020

Trieste

Stiamo costruendo questo sito per affrontare la situazione nata dall’epidemia di Corona virus:

Di fronte ad una piaga mondiale abbiamo bisogno di condividere riflessioni radicali al di là di confini linguistici e nazionali.

Perché dalla piaga può nascere il fuoco.

E il fuoco può portare la libertà.

Questo sito nasce dalla volontà di condividere riflessioni e materiali sulle conseguenze di questa epidemia. Alimentare una discussione che permetta di confrontare gli strumenti critici che danno ad ognun la possibilità di agire nel presente.

Agire con un fine di sovversione dell’attuale ordine sociale, per liberare il pianeta e tutto il vivente dalla piaga di questa società.

Come ci ricorda la storia di Londra, dalle piaghe può nascere il fuoco, dal fuoco la demolizione delle strutture del dominio. Nell’incendio del 1666, durante l’epidemia di peste, bruciarono decine di chiese e buona
parte degli edifici pubblici. Purtroppo, a seguito di quell’ incendio, Londra venne ricostruita in un modo che favorisse il controllo sociale e il governo della città. Questa volta vogliamo evitare che il momento di crisi porti ad una ristrutturazione del sistema attuale.

Perché non potrebbe avvenire che in senso maggiormente autoritario e securitario.

Ci troviamo di fronte ad una delle più grandi crisi che l’assetto sociale dominante abbia mai conosciuto: l’impianto ideologico che cerca di giustificarlo sta crollando sotto l’evidenza di un disastro ecologico che si aggrava costantemente in un pianeta sovra-popolato, interamente abitato e colonizzato dagli esseri umani.

In una simile situazione si inserisce la pandemia che stiamo vivendo, evento ampiamente prevedibile e quasi scontato che, molto probabilmente, si ripeterà in futuro con attori – vuoi virus, carestie, eventi climatici ed atmosferici catastrofici – diversi.

La conseguente reclusione di buona parte della popolazione, causata dall’ eco-fascismo di turno, potrebbe condurre a situazioni di insofferenza, ribellione, rivolta.

Così chi ha dedicato la vita alla pratica dell’obbedienza in cambio della sicurezza della costrizione, dell’obbligo, di colpo scopre che uno starnuto può condurre ad una fine inattesa.

Senza più sicurezze, scegliere di continuare a seguire la strada dell’obbedienza non può che offrire le stesse incertezze offerte dalla sua diserzione, dalla scelta azzardata del cammino che conduce alla rivolta. Un sentiero non tracciato, che si lascia alle spalle secoli di dominazione per esplorare un futuro di liberazione.

Per tracciare questo cammino, o per lo meno per cercare di seguirlo, è necessario aprire un dibattito, confrontarsi continuamente su come reagisce il dominio all’ evolversi degli eventi, capire come colpirlo e come sostenere le rivolte che scoppieranno.

Al di là di lingue e confini.

Come contribuire?

Questo sito è uno strumento in costante cambiamento, aperto alla collaborazione e all’aiuto di chiunque colga l’importanza di un confronto: traduzioni, notizie, proposte, elaborati grafici e diffusione dei diversi testi sono tutti contributi importanti.

Fonte: https://plagueandfire.noblogs.org/

Il macabro bilancio dei decessi aumenta di giorno in giorno, e nell'immaginario di ciascuno prende posto la sensazione, dapprima vaga e poi via via più forte, d’essere sempre più minacciati dal Triste Mietitore. Per centinaia di milioni di esseri umani, questo immaginario non è certamente nuovo, quello della morte che può colpire chiunque, in qualsiasi momento. Basti pensare ai dannati della terra sacrificati quotidianamente sull'altare del potere e del profitto: coloro che sopravvivono sotto le bombe degli Stati, in mezzo a infinite guerre per il petrolio o per le risorse minerarie, coloro che coabitano con la radioattività invisibile provocata da incidenti o da scorie nucleari, coloro che attraversano il Sahel o il Mediterraneo e che sono rinchiusi in campi di concentramento per immigrati, coloro che vengono ridotti a brani di carne e ossa dalla miseria e dalla devastazione generate dall'agroindustria e dall'estrazione di materie prime... E anche nelle terre in cui abitiamo, in epoche non molto lontane, abbiamo conosciuto il terrore delle macellerie su scala industriale, dei bombardamenti, dei campi di sterminio... creati sempre dalla sete di potere e di ricchezza degli Stati e dei padroni, sempre fedelmente istituiti da eserciti e polizia...  

Ma no, oggi non stiamo parlando di quei volti di disperati che cerchiamo costantemente di tenere distanti dai nostri occhi e dalle nostre teste, né di una storia ormai passata. Il terrore comincia a diffondersi nella culla del regno della merce e della pace sociale ed è causato da un virus che può attaccare chiunque — anche se ovviamente non tutti avranno le stesse possibilità di curarsi. E in un mondo in cui si è abituati alla menzogna, in cui l'uso di cifre e statistiche è uno dei principali mezzi di manipolazione mediatica, in un mondo in cui la verità è continuamente nascosta, mutilata e trasformata dai media, possiamo solo tentare di mettere insieme i pezzi, di fare ipotesi, provare a resistere a questa mobilitazione delle menti e porsi la domanda: in quale direzione stiamo andando?  

In Cina, poi in Italia, vengono imposte nuove misure repressive giorno dopo giorno, fino a raggiungere il limite che nessuno Stato aveva ancora osato varcare: il divieto di uscire di casa e di spostarsi sul territorio tranne che per motivi di lavoro o per stretta necessità. Nemmeno la guerra avrebbe potuto consentire l'accettazione di misure di tale portata da parte della popolazione. Ma questo nuovo totalitarismo ha il volto della Scienza e della Medicina, della neutralità e dell'interesse comune. Le aziende farmaceutiche, delle telecomunicazioni e delle nuove tecnologie troveranno la soluzione. In Cina, l'imposizione della geolocalizzazione per segnalare qualsiasi spostamento e ogni caso di infezione, il riconoscimento facciale e il commercio elettronico aiutano lo Stato a garantire la reclusione di ogni cittadino in casa propria. Oggi gli stessi Stati che hanno fondato la loro esistenza su detenzione, guerra e massacro, anche del loro stesso popolo, impongono la loro «protezione» attraverso divieti, confini e uomini armati. Quanto durerà questa situazione? Due settimane, un mese, un anno? È risaputo che lo stato di emergenza dichiarato dopo gli attentati è stato rinnovato più volte, fino all'integrazione definitiva delle misure di emergenza nella legislazione francese. Dove ci porterà questa nuova emergenza?  

Un virus è un fenomeno biologico, ma il contesto in cui nasce, la sua propagazione e la sua gestione sono questioni sociali. In Amazzonia, in Africa o in Oceania, intere popolazioni sono state sterminate dai virus portati dai coloni, mentre questi imponevano il loro dominio e il loro modo di vivere. Nelle foreste tropicali, gli eserciti, i commercianti e i missionari hanno spinto le persone — che prima occupavano lil territorio in ordine sparso — a concentrarsi attorno a scuole, nei villaggi o nelle città. Ciò ha notevolmente facilitato la diffusione di epidemie devastanti. Oggi metà della popolazione mondiale abita in città, intorno ai templi del Capitale, e si nutre dei prodotti dell’agroindustria e dell’allevamento intensivo. Ogni possibilità di autonomia è stata sradicata dagli Stati e dall'economia di mercato. E finché la mega-macchina del dominio continuerà a funzionare, l'esistenza umana sarà sempre più soggetta a catastrofi che non hanno granché di «naturale», e ad una gestione da parte di coloro che ci privano di qualsiasi possibilità di determinare la nostra vita.  

A meno che... in uno scenario sempre più oscuro e inquietante, gli esseri umani decidano di vivere da esseri liberi anche se solo per poche ore, pochi giorni o pochi anni prima della fine — piuttosto che rinchiudersi in un buco di paura e sottomissione. Come hanno fatto i prigionieri in 30 carceri italiane, di fronte al divieto di ricevere visite imposto a causa del Covid-19, ribellandosi ai propri sequestratori, devastando e bruciando le loro gabbie e, in alcuni casi, riuscendo a evadere.

Ora e sempre in lotta per la libertà!

Volantino distribuito a Parigi il 14 marzo 2020, durante la manifestazione dei Gilet gialli - Traduzione: Finimondo

Perdere

ma perdere veramente

per lasciar posto alla scoperta

Guillaume Apollinaire

Sopravvivere nella società contemporanea significa esistere al cospetto dell'emergenza. La minaccia costituita da ciò che l'occhio umano non può assolutamente scrutare pesa quotidianamente sulla propria esistenza. Fenomeni al di fuori del proprio spazio di intervento minacciano costantemente la propria vita, le proprie relazioni e l'ambiente in cui si vive. Un nemico invisibile è approdato ormai da un mese in Italia divenendo la principale preoccupazione dello stato come dei suoi abitanti. Giorno dopo giorno, minuto dopo minuto sempre la solita litania. Proclami in televisione, alla radio, nei luoghi pubblici (ovunque vi sia uno schermo, una bacheca, un altoparlante) diffondono gli stessi consigli; vicini di casa, colleghi di lavoro, sconosciuti nelle strade… quasi tutti ripetono nei loro discorsi le stesse parole chiave: controllo, sicurezza, sacrificio, obbedienza. Quando il dominio va incontro ad un periodo di instabilità, causato ad esempio dalla possibile diffusione di un epidemia, non può che cogliere la palla al balzo per rinforzare il proprio potere.

I disastri prodotti dall'espansione del sistema tecnico, con il suo rapporto di sopraffazione verso quello che rimane di naturale intorno a noi, con i suoi vincoli sociali ed esistenziali, con la sua connessione globale permanente, si ripresentano alla porta del suo avvenire. Un terremoto, un alluvione, un incendio divengono fenomeni catastrofici solo dal momento in cui l'ambiente naturale è stato sostituito dall'ambiente tecnico. Un terremoto non crea molti danni dove il territorio non è sovrastato da palazzi di cemento, un'alluvione non devasterebbe intere zone abitate se prima le acque non venissero incanalate funzionalmente all'interno di argini, un incendio non devasterebbe intere foreste se le temperature non fossero in costante crescita a causa dell'effetto serra. Allo stesso modo un virus non sarebbe così facilmente una minaccia globale se la densità di popolazione e i mezzi di trasporto non rendessero gli spostamenti da una parte all'altra del mondo una questione di ore. Il carattere di questi problemi è tale da non poter essere risolti dal sistema stesso, in quanto è possibile solo una soluzione che metta in discussione le sue stesse fondamenta. Ciò che gli resta da fare è sperimentare il miglior metodo di compensazione, cioè quello che garantisca al meglio la sua stabilità. Il primo passo è quello di allontanare da sé una qualsiasi parvenza di responsabilità: le devastazioni prodotte da una calamità naturale sono conseguenze del carattere imprevedibile della natura, l'esplosione di un reattore nucleare è un rarissimo incidente dovuto ad un errore umano. Una volta stabilite le procedure per gestire la catastrofe a proprio vantaggio, il passo successivo è quello di incolpare chiunque non le rispetti. Lo stato tecnico si erge a unico garante della situazione trasferendo le proprie responsabilità a chiunque non rispetti il comportamento da esso imposto.

A Fukushima nelle zone altamente contaminate da radiazioni, per lo più entro i 30 chilometri di distanza dalla centrale, gli abitanti venivano riforniti di tutto il materiale necessario ad analizzare il livello di radioattività del terreno: contatori Geiger, guanti, maschere e così via. Quando una persona manifestava problemi di salute causati dall'esposizione alle radiazioni lo stato e la Tepco (azienda del settore energetico nucleare giapponese) potevano tranquillamente pulirsene le mani sostenendo che se quella persona aveva una malattia, ciò fosse dovuto ad una scorretta esecuzione della procedura, ad un comportamento irresponsabile. Se migliaia di bambini sono morti di tumore la responsabilità fu dell'industria nucleare che riversò tonnellate di elementi radioattivi nell'aria e nell'acqua, o dei loro genitori che gli hanno permesso di giocare per terra nel parco? Oggi in Italia a milioni di persone viene intimato di rinchiudersi in casa, uscire solo per necessità, evitare di incontrarsi con altre persone o averci qualsiasi tipo di contatto fisico. Sugli schermi viene mostrato come lavarsi le mani o indossare una mascherina. Chi decide di non rispettare queste direttive, chi non accetta di privarsi della propria libertà di movimento e cadere ostaggio della paranoia, diviene di conseguenza un propagatore del contagio, capro espiatorio, nemico pubblico per eccellenza. A chi meglio scaricare il peso della responsabilità di non essere in grado di garantire la salute delle persone in un mondo contaminato, se non a coloro che si oppongono alla propria reclusione all'interno dei meccanismi del potere. Ciò che contraddistingue la radioattività tanto quanto l'epidemia è l'invisibilità e quindi imprevedibilità della sua diffusione e delle sue conseguenze. L'impossibilità di avere la situazione sotto controllo, spinge il cittadino ad affidarsi a chi sia in grado di propugnargli una soluzione immediata, quindi a porsi completamente nelle mani di tecnici, scienziati, burocrati: anime pie del totalitarismo imperante. A quel punto la sopravvivenza delle persone diventa interamente costituita da una serie di procedure da seguire, di controlli a cui sottostare, di pressioni psicologiche e sociali a cui essere costantemente sottoposti. Ogni scelta, ogni gesto devono essere considerati e calibrati sulla base di istruzioni, le proprie priorità vanno tradotte nelle categorie di priorità del potere. Se guardare un tramonto può essere considerato rischioso e superfluo, mettersi in coda davanti a un supermercato diventa la priorità giornaliera. Se a Fukushima le persone devono cronometrare il tempo che passano fuori dalla propria casa per poi correre a farsi una doccia, a Milano ognuno deve stare almeno ad un metro di distanza da qualsiasi altra persona ed entrare nei supermercati in fila uno alla volta muniti di guanti e mascherina. La cosa drammatica è che niente di tutto ciò sarà in grado di controllare gli effetti delle radiazioni, né tanto meno bloccare la diffusione di un contagio.

Siamo davanti al possibile epicentro della catastrofe. Essa è in atto da molto tempo. I richiami all'ordine vogliono far proseguire la catastrofe perché solo in essa prende forma un'oppressione giustificata e apparentemente irreversibile. Allora la decisione vitale sta in questa scelta: incatenarsi nelle proprie dimore della rovina o scatenare le cattive passioni per danzare sulle macerie di un mondo infettato da potere e servitù?

quattro occhi chiari nella catastrofe

“La tradizione degli oppressi ci insegna che lo «stato di emergenza» in cui viviamo è la regola. Dobbiamo giungere a un concetto di storia che corrisponda a questo fatto. Avremo allora di fronte, come nostro compito, la creazione del vero stato di emergenza; e ciò migliorerà la nostra posizione nella lotta contro il fascismo”

Iniziare mettendo le mani avanti non è certo mossa di gran stile, ma non si può tenere il timone del ragionamento tra gli imperiosi flutti di queste settimane in altro modo. Ecco perché mettere nero su bianco alcune considerazioni su ciò che sta accadendo negli ultimi giorni dopo la proclamazione della zona rossa in tutt’Italia e della pandemia da parte dell’Oms richiede una certa cautela e la possibilità di tornare sui propri passi e ragionarvi ancora. Le rifessioni da aggiustare non mancheranno man mano che la situazione muterà, e la mutazione in un tempo dell’ultravelocità e dell’iperstoria non è una componente secondaria – basterebbe anche solo vedere i cambiamenti degli atteggiamenti di milioni di “italiani” a seconda degli input informazionali dati loro di minuto in minuto, da quelli dei politici ai più banali articolini dei media che passano da suggerire aperitivi spensierati a far affollare con disperazione i supermercati notturni. Tuttavia si oscillerebbe tra l’insensato e l’improvvisato se ci si lasciasse andare a questo flusso e se non si ripescassero per la giusta occasione degli strumenti meno contestuali, magari proprio le vecchie lezioni impolverate sulla rivoluzione per darle finalmente una possibilità consistente.

La situazione del momento non necessita di grosse descrizioni già pienamente note e vissute sulla pelle: un’epidemia virulenta (generata dal nuovo virus Covid-19) si sta estendendo a livello globale e crea in una fetta consistente di popolazione che la contrae una malattia respiratoria acuta. La linea di contagio esponenziale sin dall’inizio indica con assoluta certezza l’insufficienza delle strutture ospedaliere per i tanti individui che svilupperanno complicazioni. Le specifiche della gestione sanitaria pubblica le lasceremo però ai feticisti dei conti delle ultime spending review, mentre pare necessario perlomeno partire da una considerazione semplice: la diffusione non si sarebbe potuta bloccare con nessuna risorsa statuale, né con la faccia malevola dell’estrema territorializzazione militare, né con quella più bonaria di un sistema sanitario pubblico in forma smagliante. O per meglio dire, il sistema capitalistico nella sua forma di sfruttamento uomo/natura e uomo/uomo, con le sue caratteristiche predatorie nei confronti di ambiente e classi sfruttate al fine di produrre profitto e riprodurre sé stesso, non può garantire nessuna reale lotta al contagio.

Ed è proprio questa ovvietà svelata nella sua terribile concretezza a smontare il più forte mito del progresso di questo secolo. Le magnifiche sorti e progressive presentate ormai come illimitate nulla possono al banco di prova della realtà contro gli effetti della devastazione del capitalismo nella sua interconnessione globale; a ogni effetto di questo sfacelo, che sia un virus o l’innalzamento dei mari, non c’è soluzione immediata o che possa rispondere alla forma del discorso pubblico dello stato nazionale, ancora ancorato alla retorica dell’universalità novecentesca. In questo senso ci troviamo di fronte a un inedito, non perché virus e catastrofi naturali siano solo effetto della devastazione capitalistica di cui sopra, come insegnano le vicende della Terra, ma perché in questo caso è stato imposto un limite secco alla fiducia del discorso imperante sulla tecnologia. Ebbene sì, perché una soluzione medica non c’è e non si trova in pochi mesi nonostante i più avanzati studi internazionali e la corsa delle case farmaceutiche ad arrivare per prime al vaccino, perché non basta un atto di limitazione dei flussi da parte di uno o più stati a fronte della complessità dell’organizzazione umana oggi, perché il mondo lasciato a specchiarsi in una superfice virtuale, in cui è talvolta difficile distinguere il possibile dall’impossibile, è in realtà così fragile.

Ed è proprio lo svelamento scenico di questa fragilità a solleticare i sogni un po’ sopiti di noi sovversivi. Fino a qualche settimana fa sembrava non muoversi foglia senza previsione statistica, la normalità dello sfruttamento capitalista sembrava irremovibile a fronte di una diminuzione costante e senza opposizione delle tutele sociali, la repressione carceraria schiacciante. Di certo non si vuole sostenere che tutto ciò sia finito e che la pandemia del coronavirus sia una ventata d’aria fresca, tuttavia non si può ignorare l’energia che potrebbe scaturire da questo momento di crisi gestionaria, basterebbe anche solo quell’assaggio scaturito dalle rivolte in quasi tutte le carceri italiane di qualche giorno fa a farne sentire il gusto dolce.

In cinese crisi si dice “weiji” e il suo ideogramma è formato da “rischio” e “opportunità”. In realtà anche in italiano il termine “crisi” ha lo stesso significato ed è una cosa nota e banale che in medicina, ad esempio, la fase critica è quella in cui il paziente o guarisce, o muore. La storia rivoluzionaria insegna che i momenti critici non sono mai rosei, se non lo è certamente questo virus, tantomeno lo sono state le epidemie della Parigi ottocentesca o l’enorme tragedia umana lasciata dalla Grande Guerra. Proprio quest’ultimo esempio dovrebbe suggerire quanto l’afflato rivoluzionario non potesse rimpiangere la normalità dello stato liberale pre-bellico. Fu catastrofe immane, preceduta da altri conflitti locali mai dilagati su larga scala, ma anche l’opportunità, finita presto e come ahinoi sappiamo, di far scoppiare una rivoluzione.

Del resto non sono queste le occasioni in cui “quelli di sotto” non possono più sopravvivere come prima e “quelli di sopra” non riescono più a governare come prima? Invece di lamentarsi del governo che chiude le scuole, della perturbazione dello status quo, un movimento rivoluzionario (la cui esistenza è un’ipotesi di fantapolitica, quindi se ne può parlare liberamente e senza timore) dovrebbe proclamare immediatamente lo sciopero generale a tempo indeterminato e promuovere l’auto-organizzazione per garantire beni e servizi indispensabili. Il tutto non per tornare nei ranghi della normalità del diritto di assembramento o di sciopero, ma per trasformare la crisi in spaccatura definitiva. Piuttosto ingenuo, se non conservatore, il giudizio sofisticato di chi pensa che non si debba trasformare quest’emergenza sanitaria in crisi sociale: o non vede che la crisi è già in atto, o è spaventato di perdere le condizioni di vita a cui era affezionato, seppur aspramente criticate. L’idea che tornare alla normalità del diritto sia cosa buona e che il terreno della normalità sia il meno scivoloso in cui muoversi per intaccare il reale è smontato dalla mestizia degli ultimi decenni di deserto. I dati della miseria sociale li lasceremo ai sociologi se riusciranno a tornare al loro agognato luogo di lavoro, ci permettiamo di continuare a diffidare degli amanti della gradualità con cui si accompagnano fino alla pensione.

Per ora non c’è nessun movimento rivoluzionario ma la crisi sì, con un governo che nonostante la quarantena nazionale non può impedire la circolazione dei lavoratori per non intaccare ulteriormente produzione, PIL e titoli di borsa, con un isolamento domiciliare di cui non si vede la fine, con un reddito incerto o persino già perso dall’inizio.

D’altra parte dopo lunghissimi anni ci sono, oltre che le patrie galere a ferro e fuoco, più scioperi che si stanno diffondendo velocemente, dalla Fiat di Pomigliano, alla Bartolini di Caorso, agli stabilimenti Ikea, ai portuali di Genova, alla Wirhlpool di Cassinetta, gli operai incrociano le braccia organizzandosi spontaneamente in tutto il paese. Le forme del lavoro e la faglia di conflitto tra chi dovrà per forza uscire a lavorare, tra chi non avrà un soldo stando a casa, chi una casa neanche ce l’ha da una parte, e i ceti tutelati dall’altra, di certo scompaginerà, ancor più dei modelli organizzativi delle aziende, le divisioni sociali.

E quindi, come la facciamo diventare un’opportunità?

Macerie, 12/03/20