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È l'acronimo della polizia francese che svolge uno dei tanti lavori infami che fanno le polizie di tutto il mondo al confine fra Italia e Francia: respingere le persone indesiderate con la retorica dei confini nazionali. Ma confini nazionali vuol dire guerra e ogni città basa la propria costruzione sulla difesa dei propri interessi, ovvero la difesa dei privilegi dei pochi a discapito dei molti altri. In questo momento dove in città è presente un festival che esibisce la cultura supina al potere, dove rivoluzionari come Danilo Montaldi diventano letterari (si sa i rivoluzionari sono di parte, i letterati possono andare bene per tutte le stagioni), proponiamo un testo che ci potrebbe fare ragionare sulla genealogia delle porte chiuse, altro che aperte, di qualunque città.
Dispiace vedere come le partecipanti a questo festival sembrano (auspichiamo che non sia così...) non interrogarsi sulla proposta del PAF di una cultura da oratorio che bandisce ogni spinta ribelle allo stravolgimento del mondo, dove il negativo viene bandito dalla frivolezza del positivo e come un festival che si definisce aperto possa transennare ogni suo evento per 3 giorni con vere e proprie guardie senza divisa a controllare anche gli insetti che girano attorno. Che ognuno si senta libero di esprimere il proprio corpo autogestendo la propria salute, invece che evocare ancora più controllo sulle vite degli individui, perché la propagazione di un virus è lo specchio di questo mondo abbruttito e fortificato sull'autorità.
Sugli organizzatori dell'evento, niente da dire. Parlano tutti i fogli di via e i giorni di galera dispensati da chi gestisce questa città agli individui che ritiene indesiderabili perché senza documenti o perché disturbatori della quiete del commercio cittadino. Altro che città accogliente…
Sembra proprio che l'ipocrisia non abbia fine, ma le porte si possono sempre tentare di distruggere per vivere senza chiavistelli. E le chiusure non sono solo quelle visibili, ma anche quelle che si incagliano nella mente.
Buona lettura.

La guerra quale costruttrice di città

Lo sviluppo intensivo dell'arte delle fortificazioni trasferì l'energia costruttiva dal piano dell'architettura a quello dell'ingegneria, dall'estetica del disegno a calcoli materiali di peso, numero e posizione: preludio alla più ampia tecnica della macchina. In special modo essa trasformò il quadro urbano dal mondo ristretto della città medievale con i suoi itinerari pedonali, le sue vedute chiuse, il suo spazio a mosaico, all'ampio mondo della politica barocca con il suo fuoco di artiglieria a lunga portata, i suoi veicoli a ruote, il suo crescente desiderio di conquistare spazio e di estendere la propria influenza.

Una buona parte del nuovo sistema di vita ebbe origine in un impulso verso la distruzione: distruzione a largo raggio. La fede cristiana e la cupidigia capitalistica si allearono per lanciare i nuovi conquistadores attraverso i mari a saccheggiare l'India, il Messico, il Perù: mentre il nuovo tipo di fortificazione, il nuovo tipo di esercito, il nuovo tipo di officina industriale, di cui troviamo il miglior esempio nei vasti arsenali e nelle fabbriche d'armi, congiurarono per sconvolgere i sistemi su base relativamente cooperativistica della città protetta. La protezione si mutò in sfruttamento spietato: invece di sicurezza gli uomini cercarono espansione avventurosa e conquista. E il proletariato era sottoposto in patria a una forma di governo non meno spietata e autocratica di quella che distrusse le civiltà indigene del Nord e del Sud America.

La guerra affrettò tutte queste trasformazioni; fu essa a determinare il ritmo di tutte le altre istituzioni. I nuovi eserciti permanenti, numerosi, potenti, temibili non meno in pace che in guerra, trasformarono la stessa guerra da un'attività spasmodica in una normale. La necessità di più costosi strumenti di guerra mise le città nelle mani di oligarchie usuraie che finanziavano la funesta politica dei governanti, vivevano lussuosamente dei profitti e del saccheggio, e cercavano di rinforzare le loro posizioni spalleggiando il dispotismo che ne derivava. In una crisi economica i fucili della soldatesca mercenaria potevano essere girati contro i miserabili sudditi ai primi segni di ribellione.

Nel Medioevo il soldato era stato costretto a dividere il potere con l'artigiano, il mercante, il prete: ora nel sistema politico degli Stati assoluti ogni legge era in realtà divenuta una legge marziale. Chiunque potesse finanziare l'esercito e l'arsenale era in grado di diventare il padrone della città. Sparare significò l'arte di governo: era una via spiccia per chiudere una discussione imbarazzante. Invece di accettare gli accomodamenti abituali che assicurarono la salutare espressione delle diversità di temperamento, interesse e fede, le classi dirigenti potevano fare a meno di tali metodi di «do ut des»: il loro linguaggio non conosceva il verbo dare che in seconda persona. Il fucile, il cannone, l'esercito permanente contribuirono a formare una razza di governanti che non riconosceva altra legge se non quella della propria volontà e del proprio capriccio, quella bella razza di tiranni talvolta sciocchi, talvolta intelligenti, che sublimarono i sospetti e le delusioni di uno Stato paranoico in un rituale politico. I loro imitatori totalitari, seguendo Ivan il Terribile e Pietro il Grande, se non Federico e Bismarck, con delusioni non minori, ma con maggiori capacità distruttive, ora minacciano l'esistenza stessa della civiltà mondiale. Ancor adesso i veleni ch'essi iniettarono sono sempre attivi nel corpo semiparalizzato della nostra civiltà, proprio come il machiavellismo politico dei principi assoluti rimase efficiente, corrompendo le relazioni internazionali, attraverso l'Ottocento.

La trasformazione dell'arte della guerra diede ai governanti assoluti un notevole vantaggio sulle corporazioni e sui gruppi che costituiscono una comunità. Essa contribuì più di ogni altra forza singola a modificare la costituzione della città. Il potere divenne sinonimo di numero. «Grandezza di città», osserva Botero, «si chiama non lo spazio del sito o il giro delle mura, ma la moltitudine degli abitanti e la possanza loro». L'esercito assoldato per un servizio militare permanente divenne un nuovo elemento nello Stato, e nella vita della capitale. A Parigi e Berlino, ed in altri centri minori, questi eserciti permanenti crearono il bisogno di speciali tipi di alloggio, poiché i soldati non potevano essere sempre alloggiati dai civili senza suscitare un sentimento di protesta; l'effetto di un tale esperimento si poté osservare nelle colonie inglesi del Nord-America. Le caserme hanno nell'ordinamento barocco press'a poco lo stesso posto che il convento occupava in quello medievale, e le piazze d'armi — per esempio il nuovo Champs-de-Mars a Parigi — erano messe in evidenza nelle nuove città come Marte stesso nella pittura del Rinascimento. Il cambio della guardia, gli esercizi, le parate divennero uno dei grandi spettacoli di massa per la plebe, il cui servilismo continuava a crescere: lo squillo del corno e il rullo del tamburo erano voci caratteristiche di questa nuova fase della vita urbana quanto i rintocchi delle campane nella città medievale. Il tracciato di grandi Viae Triumphales, corsi dove un'armata vittoriosa potesse marciare producendo il massimo effetto sullo spettatore, fu un elemento d'obbligo nei piani di trasformazione delle nuove capitali: specialmente a Parigi e Berlino.

Contemporaneamente alle caserme ed alle piazze d'armi che occupavano aree così vaste nelle grandi capitali, si sviluppano gli arsenali. Nel Cinquecento ne fu costruito un numero eccezionale. Nel 1540 Francesco I aveva già costruito undici arsenali e magazzini; lo stesso sviluppo con un ritmo più o meno rapido continuò in tutte le altre capitali. I soldati, come Sombart ha messo in evidenza, sono dei puri consumatori, ed anzi in combattimento sono dei produttori negativi. Il loro bisogno di alloggiamenti era accompagnato da bisogni di cibi, bevande e abbigliamento in proporzione. Da queste esigenze sorsero le file di osterie e le armate dei sarti attorno alle caserme; praticamente si forma un altro esercito permanente di bottegai, sarti, osti e prostitute; ed i più miserabili di costoro debbono la loro condizione all'effetto della serie ininterrotta di conflitti militari che agitarono l'Europa e raggiunsero il loro apice nel Settecento.

Non bisogna sottovalutare la presenza di una guarnigione quale fattore urbanistico. Nel 1740 la popolazione militare di Berlino contava 21.309 membri su un totale di circa 90.000 abitanti: quasi un quarto. La presenza di questa massa di esseri umani meccanizzati, e costretti all'obbedienza, necessariamente interferì con ogni altro aspetto della vita. L'esercito, colla sua disciplina, servì da modello per altre forme di coercizione politica: la gente prese l'abitudine di tollerare le grida aggressive del sergente istruttore e le arroganti e brutali maniere delle classi superiori: esse furono imitate dai nuovi industriali che dirigevano le loro fabbriche come despoti assoluti. Hutton nella sua storia di Birmingham riferisce come il padrone del castello «nel 1728... si impadronì di un edificio pubblico chiamato mercato delle pelli e lo adibì ai suoi usi personali... L'ufficiale giudiziario convocò gli abitanti per difendere i loro diritti, ma poiché nessuno si fece vivo il signore sorrise della loro indolenza e conservò la proprietà». Sotto i modi superficialmente brillanti della classe superiore barocca, c'è sempre la minaccia di una odiosa disciplina coercitiva. Questi due estremi informano tutti gli aspetti della vita, anche la lussuria e la follia.

L'ideologia del potere

Le due braccia di questo nuovo sistema sono l'esercito e la burocrazia: che sono il sostegno temporale e spirituale di un dispotismo centralizzato. Questi due fattori devono una parte non piccola della loro influenza a una forza più vasta e più diffusa, quella dell'industria capitalistica e della finanza. Bisogna ricordare con Max Weber che la razionale amministrazione dei carichi fiscali fu una realizzazione dei comuni italiani attuata dopo la perdita della loro libertà. La nuova oligarchia italiana fu il primo potere politico che mise ordine nelle sue finanze secondo i principi della contabilità commerciale. Immediatamente dopo, in ogni capitale europea si poté apprezzare l'abilità italiana dello specialista di tasse e di amministrazione finanziaria.

Il passaggio da un'economia di beni ad un'economia di moneta aumentò in modo ragguardevole le risorse dello Stato. Il monopolio dei redditi, il bottino frutto di piraterie e brigantaggi, la preda ricavata dalle conquiste, il monopolio di privilegi speciali di produzione e vendita attraverso patenti concesse dallo Stato, l'applicazione di questo ultimo sistema ad invenzioni tecniche, tutte queste risorse impinguavano le casseforti del sovrano. Allargare i confini dello Stato significava aumentare la popolazione soggetta a tassazione, aumentare la popolazione della capitale significava aumentare il reddito del paese. Queste due forme di aumento si traducevano in definitiva in termini di denaro che affluiva all'erario dello Stato. I governi monarchici non solamente divennero capitalistici nelle loro attività, fondando in proprio industrie di armi, porcellane, arazzi; ma, sotto l'etichetta della «favorevole bilancia commerciale», tentarono di creare un sistema di sfruttamento nel quale ogni Stato sovrano avrebbe ottenuto in cambio, in misura di oro, più di quanto avesse dato.

Il capitalismo a sua volta divenne militaristico: esso faceva assegnamento sulle armi dello Stato quando non era più in grado di continuare con vantaggio i suoi traffici senza di esse: basi del posteriore sfruttamento coloniale e dell'imperialismo. Soprattutto, lo sviluppo del capitalismo introdusse in ogni ramo consuetudini laiche di pensiero, e sistemi realistici di valutazione: questo era l'ordine esatto, preciso, superficialmente efficiente sul quale erano intessuti i complicati e splendidi motivi della vita barocca. Le nuove classi mercantili e bancarie accentuarono il metodo, l'ordine, la pratica, il potere, la mobilità, tutte le abitudini che tendevano ad accrescere l'effettivo potere pratico. Jacob Fugger il vecchio possedeva perfino una fornitura da viaggio disegnata e fatta apposta per lui, che conteneva un bel compatto ed assortito servizio da tavola; nulla era lasciato al caso. L'uniformità del punzone che stampava la moneta nella Zecca Nazionale diventò il simbolo di queste qualità emergenti nel nuovo ordine. Attività che più tardi furono sublimate ed estese nelle scienze fisiche si manifestarono per la prima volta nelle aziende commerciali: l'importanza data dai mercanti alle matematiche e alle lettere, ambedue tanto necessarie a un commercio svolto a distanza, attraverso agenti pagati che operavano su istruzioni scritte, divennero gli elementi fondamentali della nuova istruzione impartita nelle scuole di latino. Non fu un caso se il fisico Newton diventò il direttore della Zecca, e se i mercanti di Londra contribuirono a fondare la Società Reale, e promuovevano esperimenti di fisica. Queste discipline meccaniche erano in realtà interscambiabili.

Dietro gli interessi immediati del nuovo capitalismo, col suo amore astratto per il denaro e il potere, sopravvenne un mutamento in tutta la struttura del pensiero. E anzitutto una nuova concezione dello spazio. Fu uno dei grandi trionfi della mentalità barocca organizzare lo spazio, renderlo continuo, ridurlo a misura ed ordine, estendere i limiti della grandezza, riuscendo ad abbracciare gli elementi estremamente distanti e quelli estremamente minuti: infine, associare lo spazio col movimento.

[...]

Se già prima di Cartesio i pittori diedero una dimostrazione delle matematiche cartesiane, col loro sistema di coordinate, il senso generale del tempo divenne pure più matematico. Dal Cinquecento in poi l'orologio domestico era diffuso nelle case delle classi superiori. Ma, mentre lo spazio barocco invitava al movimento, al viaggio, alla conquista mediante la velocità — osservate i primi carri a vela e velocipedi — il tempo barocco manca di dimensioni: esso era un continuo frammentario. Il tempo non si esprimeva quale cumulativo e continuo, ma quale disgiuntivo: esso cessò di essere un tempo basato sulla vita.

La forma sociale del tempo barocco è la moda che cambia ogni anno: e nel mondo della moda fu inventato un nuovo peccato — quello d'essere fuori di moda. Il suo strumento pratico fu il giornale, che si occupa di avvenimenti sparpagliati senza coerenza logica di giorno in giorno; alla base non c'è alcun nesso altro che la contemporaneità. Se nelle forme spaziali la ripetizione prende un nuovo significato — colonne sulle facciate degli edifici, file di uomini nelle parate — nel tempo l'accento posa sulla novità. Quanto al culto archeologico del passato, era chiaro non trattarsi di un ricupero della storia, ma di una negazione di essa. La storia reale non può essere ricuperata.

Le astrazioni monetarie, la prospettiva spaziale e il tempo meccanico formarono la cornice che racchiudeva la nuova vita. L'esperienza fu progressivamente ridotta proprio a quegli elementi che avevano in sé la possibilità di essere divisi dall'insieme e misurati separatamente: computi convenzionali presero il posto di organismo. Reale era quella parte di esperienza che non lasciava residui oscuri; ciò che non poteva essere espresso in termini di sensazioni visive e di ordine meccanico non valeva la pena di essere espresso. In arte, prospettiva ed anatomia; in morale, la sistematica casuistica dei Gesuiti; in architettura, le proporzioni fisse dei Cinque Ordini; in urbanistica, l'elaborata pianta geometrica. Queste erano le nuove forme.

Non fraintendetemi. Il tempo dell'analisi astratta fu un tempo di brillante chiarificazione intellettuale. Il nuovo sistema di studiare gli addendi matematicamente analizzabili, invece dei totali, diede i primi mezzi collettivi intelligibili per avvicinare quei totali; strumento di ordine, altrettanto utile che i registri a partita doppia in commercio. Nelle scienze naturali il metodo dell'astrazione portò alla scoperta di unità che potevano essere esaminate fino in fondo, appunto perché erano dissociate e frammentarie. Il progresso nella forza sistemica del pensiero, e nell'accurata previsione dei fenomeni fisici, trovò la sua giustificazione nell'Ottocento in una serie di grandi progressi tecnici.

Ma sul piano sociale l'uso di pensare in termini astratti ebbe dei risultati disastrosi. Il nuovo ordine determinato nelle scienze fisiche, era di gran lunga troppo limitato per bastare alla descrizione o alla interpretazione di fatti sociali; e fino all'Ottocento il più naturale sviluppo dell'analisi statistica ebbe piccola parte nel pensiero sociologico. Uomini e donne, corporazioni e città, nella loro realtà concreta erano considerati dalle leggi e dai governi quasi fossero creature immaginarie; mentre artificiose finzioni pragmatiche quali il Diritto Divino, il Governo Assoluto, lo Stato, la Sovranità erano considerati realtà concrete. Liberato dal sentimento di dipendenza dalla corporazione e dal vicinato, l'individuo «emancipato» si trovò isolato e sradicato: un atomo di forza in cerca disperata di qualsiasi forza che potesse esercitare il comando. Con la ricerca di potere finanziario e politico, la nozione dei limiti sparì, limiti di numero, limiti di ricchezza, limiti di sviluppo demografico, limiti di espansione urbana: al contrario l'espansione quantitativa divenne predominante. Il mercante non è mai troppo ricco, lo Stato non ha mai troppo territorio, la città non diventa mai troppo grande.

Botero, contemporaneo a questo sviluppo, ne osservò le conseguenze: «Gli antichi fondatori di città», egli disse, «considerando che le leggi e la disciplina civile non si possono facilmente conservare dove sia gran moltitudine di uomini, perché la moltitudine genera confusione, limitarono il numero dei cittadini oltre il quale stimavano non potersi mantenere l'ordine e la forma ch'essi desideravano nelle loro città: tali furono Licurgo, Solone, Aristotele. Ma i Romani, stimando che la potenza, senza la quale una città non si può lungamente mantenere, consiste in gran parte nella moltitudine della gente, fecero ogni cosa per aggrandire e per appopolar la patria loro».

Nel desiderare più sudditi, cioè più carne da cannone, più mucche lattifere da tassare e far rendere, i desideri del Principe coincisero con quelli dei capitalisti che erano alla ricerca di mercati più vasti e più concentrati. Potere politico e potere economico si rafforzarono vicendevolmente. Le città crebbero: i redditi salirono: le tasse aumentarono. Nessuno di questi risultati era accidentale.

Lewis Mumford, La cultura delle città, 1938

Dopo l'incendio di giovedì scorso all'acciaieria Arvedi, la tragedia sfiora la farsa. ARPA e il sindaco Galimberti, come è funzionale al loro ruolo, si sono dimostrati i soliti leccapiedi dell'uomo più potente in città. E intanto noi tutti viviamo in mezzo al rischio di morte perpetuo prodotto dal virus dell'autorità.

Questo racconto è rivolto a tutti, anche ai buffoni di corte che non vogliono vedere che per farla finita con tumori ed inquinamento abbattere l'industrialismo è di vitale importanza per cercare di vivere una vita degna di essere vissuta. E chissà che anche chi difende l'indifendibile non nuoci più sulla salute di tutti nel mentre si mette la parola fine a tutta l'industria che è sinonimo di potere e nocività.

Apologo del Mecanoclasta

C'era una volta, nel verdeggiante regno d'Inghilterra, un giovane apprendista tessitore chiamato Ned Ludd. Mastro John, il suo padrone, continuava a rimproverarlo per la sua pigrizia, perché Ned era recalcitrante al lavoro, che lo sottraeva alle passeggiate e lo privava del tempo da passare con gli altri ragazzi del villaggio a gironzolare nei dintorni, a bere nelle taverne e a pomiciare con le ragazze nel fieno.
Un giorno Ned, sfinito da qualche bagordo notturno, si addormentò col naso sul telaio proprio quando il suo padrone gli aveva chiesto di aumentare il ritmo per onorare una ordinazione urgente. Messo in allerta dal russare del suo apprendista, mastro John lo svegliò bruscamente e si mise a picchiarlo senza riguardo con un bastone. Afflitto e ferito da una così rude batosta, Ned se ne tornò a casa col cuore traboccante di odio. Quella notte non riuscì a prendere sonno e si alzò prima dell'alba.
Munito di un pesante martello di Enoch, si recò silenziosamente al laboratorio del suo padrone, forzò la porta col manico del suo attrezzo e penetrò nella stanza che ospitava una mezza dozzina di telai. Ned sfogò la sua rabbia sulle macchine, accanendosi a colpi di mazza. Il fracasso non tardò a svegliare mastro John che, credendo si fosse introdotto un ladruncolo, caricò il fucile da caccia e senza perder tempo a vestirsi si precipitò giù dalla scala che conduceva al laboratorio. La sua burbera ed imponente sposa lo seguiva brandendo una lanterna, facendo scricchiolare i gradini sotto il suo quintale di grasso.
Nel laboratorio, con un'occhiata mastro John si rese conto della situazione. Una delle macchine era completamente distrutta, ma le altre avevano subito solo pochi danni; la stanza era vuota, la porta aperta. Mentre la moglie urlava sconce imprecazioni, il padrone, con la sola camicia da notte addosso, si precipitò fuori e, scorgendo in lontananza una figura che scappava a gambe levate, scaricò il suo fucile in direzione del vandalo, svegliando con lo sparo tutto il villaggio. Ma, a quella distanza e nella penombra, mancò fortunatamente il bersaglio, che presto si dileguò nella bruma dell'alba nascente.
Quel giorno Ned, che a furia di correre dietro le ragazze aveva buone gambe, sfrecciò nell'aria senza concedersi la minima sosta fino ad una lontana locanda di campagna. Qui si fece servire una montagna di costolette innaffiate con due o tre pinte di birra. Per l'impellente bisogno di pisciare uscì fuori nella stradina contigua al locale, mentre il locandiere, assorbito dallo studio dei suoi conti in fondo alla sala, non gli prestava attenzione. Vuotata la vescica e non avendo neanche un penny in tasca, Ned approfittò del colpo di fortuna per rimettersi a correre.
Fra scroccate e furtarelli, attraversò le terre di Albione da nord a sud senza essere mai colpito da una schioppettata, né acciuffato dai mastini lanciati sulle sue tracce. Giunto nella capitale del regno, si mescolò alla folla di straccioni, più o meno tutti buoni diavoli, che vi pullulavano come piattole sul pube della regina di Francia. Questa teppa aveva orecchie dappertutto. Ned non tardò a venire a sapere che un magistrato della sua contea lo perseguitava per vendetta con singolare tenacia. L'uomo aveva spinto il suo zelo fino a seguirne le tracce lungo tutto il suo viaggio costellato di bricconate.
Quel magistrato così perseverante si trovava al momento nella capitale, e interrogava cameriere ed informatori offrendo ricompense a chiunque lo avesse aiutato ad acciuffare Ned Ludd. L'uomo di legge aveva le sue ragioni per inseguire con tanto accanimento, e a proprie spese, l'autore di una tale bazzecola. Benevolo giudice di pace, era per mestiere costruttore di telai, che si ingegnava a perfezionare applicandovi le più recenti invenzioni della meccanica. Gli sembrava di importanza capitale che Ned, il profanatore una delle sue preziose e sante macchine, ricevesse una punizione esemplare. Ora, essendosi introdotto con un'effrazione nella casa del suo padrone, l'apprendista in fuga rischiava la corda.
Sapendosi dunque braccato, decise di lasciare il verde regno che la natura aveva circondato d'acque tumultuose. Trovò un imbarco come uomo di fatica su un mercantile e sbarcò furtivamente al primo scalo, in Olanda.
L'intero continente europeo era allora scosso dalla più frenetica agitazione. Si rovesciavano troni come birilli. In Francia, la plebe in sommossa aveva appena liquidato una dinastia vecchia di ottocento anni, facendo rotolare le reali teste di vitello nella segatura, massacrando a più non posso pretaglia e nobilaglia — e proclamando la Repubblica universale. Un'orda di ribelli cenciosi, con la sua sola apparizione sotto il sublime stendardo della Libertà aveva spaventato e messo in fuga ovunque le migliori truppe dei re coalizzati contro la canaglia in tripudio.
Ned si lasciò trascinare gioiosamente da questo tornado popolare che stava per cambiare per sempre il volto del mondo. Imparò a parlare la lingua infiorettata dei parigini dell'epoca, ed anche a leggere e scrivere, poiché non era stupido. Si impregnò così di idee nuove, senza tuttavia recitare il catechismo repubblicano che aveva sostituito quello dell'oscurantismo in disfatta, giacché non aveva affatto l'anima di un devoto. Ma guerreggiò con coraggio e lungimiranza e, se fosse stato più ambizioso, avrebbe forse potuto essere uno di quei generali ventenni sorti dal nulla per sbarazzarsi dei nuovi nemici della Repubblica.
Passati molti anni, ad uno di questi eroi la testa girò al punto da fargli rivestire la toga consolare e poi la porpora imperiale, sulla punta dei fucili e sotto le sole acclamazioni della sua guardia pretoriana. Ned vide la Libertà calpestata sotto i piedi in Europa, ed ebbe voglia di tornare nella sua isola natale. Era l'epoca in cui quest'ultima era completamente tagliata dal continente. Nessun vascello poteva cercare di accostarla senza rischiare di essere abbondantemente preso di mira dai cannoni della flotta del tiranno e conquistatore dell'Europa. Ma Ned, la cui borsa si era gonfiata con le razzie di guerra, non temette di attraversare la Manica, in una sera senza luna a fine primavera, su una bagnarola che aveva comprato nel massimo segreto da qualche pescatore della Costa d'Opale.
Rientrato nella sua contea natale, Ned vide con costernazione i mutamenti avvenuti durante la sua assenza di quattro lustri: divorando le campagne, le città si erano estese e popolate, e notevolmente imbruttite; i tessitori gemevano sotto il giogo del commercio, ridotti alla fame dalla rudezza dei tempi di guerra come dalla durezza dei fabbricanti. Nuove macchine, anche più malefiche dell'antico telaio distrutto una volta da Ned presso mastro John, invadevano i laboratori, togliendo il pane dalla bocca degli sventurati operai quando non li riducevano allo stato di semplici appendici di un automa. La contea sembrava in preda ad una maledizione.
Quanto a mastro John, non aveva potuto decidersi ad acquistare una di quelle macchine sataniche che aumentano il profitto e diminuiscono la qualità dell'opera. Rovinato da una concorrenza meno scrupolosa, dovette chiudere bottega. L'abuso di acquavite non aveva tardato a portarselo via e talvolta incrociava la sua vedova, ora smagrita, che girovagava per la landa proferendo frasi incoerenti. In mancanza di lavoro, i compagni apprendisti di Ned erano andati a vendere le loro braccia in una immensa fabbrica del nord del regno; e nessuno li aveva più visti tornare.
Di fronte a tale desolazione, Ned fu inizialmente tentato ad esiliarsi una seconda volta e pensò di andare a cercare fortuna nelle Indie occidentali; ma si ricordò di cosa avevano fatto i morti di fame francesi. Concepì allora il nobile progetto di formare una truppa di arditi raddrizzatori di torti e di installare il suo quartiere generale nella foresta di Sherwood, un tempo impenetrabile e sempre propizia ai fuorilegge.
Nel giro di qualche mese, si sistemò un rifugio e si mise d'accordo con alcuni giovani tessitori ridotti all'inattività, tanto robusti quanto decisi a venire alle mani. Ned insegnò loro la scienza delle armi e della lotta, quella che aveva imparato sui campi di battaglia dell'Europa.
In una notte di luna piena, fece loro giurare di servire il bene del popolo e di vendicare i suoi mali. Poi partì per la capitale, da cui tornò qualche giorno dopo con un piccolo carico di fucili e pistole, e un mucchio di martelli di tutte le misure — oltre a risme di carta e ad inchiostro. La sera del suo ritorno riunì i suoi compagni in una radura e fece loro, in sostanza, questo discorso:
«Cari fratelli congiurati, finalmente è arrivato il momento per la nostra piccola armata di lanciare il suo primo assalto. In altri tempi un gentiluomo di Spagna aveva combattuto i mulini a vento... Ebbene, ora sono i mulini di Satana che voi andrete a sconfiggere. Con l'ascia e con la mazza! Le armi da fuoco servono solo per tenere a distanza gli importuni. La carta e l'inchiostro non sono meno utili: serviranno ad ingrossare le vostre fila facendo conoscere la vostra lotta in tutte le taverne della contea e anche nel regno, attraverso epistole e manifesti.
Fratelli, abbiate sempre a cuore le nostre massime di libertà ma conservate nella lotta la più stretta disciplina. Risparmiate per quanto possibile il sangue degli uomini, ma siate implacabili con i traditori. Finché i cannoni dei nostri nemici non sono nelle nostre mani, il mistero ed il segreto sono le nostre armi migliori. Quei signori, i banchieri e i fabbricanti, hanno dalla loro la milizia e l'esercito, ed anche i perfidi magistrati e tutti i loro miserabili scagnozzi; ma noi avremo dalla nostra la sorda moltitudine. Loro sono padroni e possessori del giorno, noi lo saremo della notte».
Ciò detto, raccomandò ai congiurati di rispettare fedelmente, nel corso del combattimento che ne sarebbe scaturito, le regole tattiche adottate di comune accordo. Li esortò quindi ad agire con tanta saggezza quanto ardore. Poi voltò le spalle alla piccola truppa e si allontanò nella notte.
Così i compagni di Ludd andarono con passo fermo a devastare le macchine, e in effetti ne devastarono una infinità. E i potenti ne ebbero grande malapaura e sconvolgimento di budella.

Tratto da "La Colère de Ludd" di Julius Van Daal

Non esistono catastrofi naturali

Migliaia e migliaia di morti e dispersi, milioni di sfollati. Fino ad ora. Intere città spazzate via. Come se a colpire il Giappone non fosse stato un terremoto, ma bombe nucleari. Come se a devastare le case non fosse stato uno tsunami, ma una guerra.

In effetti, così è stato. Solo che i nemici che colpiscono così duramente non sono la terra o il mare. Questi non sono affatto strumenti della vendetta di una natura che siamo abituati a considerare ostile.

La guerra in corso ormai da secoli non è quella tra umanità e ambiente naturale, come molti vorrebbero farci credere per assicurarsi la nostra disciplina. Il nostro nemico siamo noi stessi.

Noi siamo la guerra. L’umanità è la guerra.

La natura è solo il suo principale campo di battaglia. Noi abbiamo causato le alluvioni, trasformando il clima atmosferico con la nostra attività industriale. Noi abbiamo rotto gli argini dei fiumi, cementificando il loro letto e disboscando le rive. Noi abbiamo fatto crollare i ponti, erigendoli con materiali di scarto scelti per vincere gli appalti. Noi abbiamo spazzato via interi borghi, edificando case in zone a rischio. Noi abbiamo contaminato il pianeta, costruendo centrali atomiche. Noi abbiamo allevato gli sciacalli, mirando al profitto in ogni circostanza. Noi abbiamo trascurato di prendere misure precauzionali contro simili eventi, preoccupati solo di aprire nuovi centri commerciali, nuove linee ferroviarie e metropolitane, nuovi stadi. Noi abbiamo permesso che tutto ciò avvenisse e si ripetesse, delegando ad altri le decisioni che invece riguardano la nostra vita.

Ed ora, dopo che abbiamo devastato il mondo per spostarci più velocemente, per mangiare più velocemente, per lavorare più velocemente, per guadagnare più velocemente, per guardare la Tv più velocemente, per vivere più velocemente, osiamo pure lamentarci quando scopriamo che moriamo anche più velocemente?

Non esistono catastrofi naturali, esistono solo catastrofi sociali.

Se non vogliamo continuare a rimanere vittime di terremoti imprevisti, di inondazioni eccezionali, di virus sconosciuti o quant’altro, non ci rimane che agire contro il nostro autentico nemico: il nostro modo di vita, i nostri valori, le nostre abitudini, la nostra cultura, la nostra indifferenza.

Non è alla natura che occorre urgentemente dichiarare guerra, ma a questa società e a tutte le sue istituzioni.

Se non siamo capaci di inventare un’altra esistenza e di batterci per realizzarla, prepariamoci a morire in quella che altri ci hanno destinato e imposto. E a morire in silenzio, così come abbiamo sempre vissuto.

manifesto affisso in Italia dal marzo 2011

Per aprirlo, scaricarlo e diffonderlo:

Nonesistonocatastrofi.pdf

Oggi è il 6 agosto ed è meglio ricordare la mostruosa normalità del nucleare con le parole di Anders. Buona lettura.

Per proletariato s'intendeva, cent'anni fa, quella massa di persone che dovevano vendere il loro tempo di lavoro e la loro forza di lavoro, e che non erano proprietari dei loro mezzi di produzione e della maggioranza dei loro prodotti. Oggi noi (anche quando, come salariati o stipendiati, possediamo un'automobile, un frigorifero, ecc.) siamo non proprietari in un senso molto più pauroso. Poiché non siamo proprietari dello scopo del nostro lavoro e degli effetti del nostro lavoro. Con ciò non voglio dire soltanto che, nel nostro lavoro, non vediamo davanti a noi il prodotto finito, la sua finalità e il suo impiego; ma che essi non possono e non devono interessarci in alcun modo. Che si lavori in una fabbrica di dentifrici o in campo di sterminio o in un cantiere per l'installazione di missili atomici (in Turchia, a Okinawa, in Italia o a Cuba), è sempre proibito, o passa addirittura per ridicolo chiedersi se ciò che si è prodotto sia approvabile o riprovevole, e non ci viene più nemmeno in mente di chiedercelo. Poiché la grandezza delle industrie e la divisione del lavoro fanno sì che il prodotto finito e il suo impiego non balenino più nemmeno per un istante agli occhi dei lavoratori. Questa circostanza ci toglie perfino la libertà di chiedere. Lasciamo sempre la morale nel guardaroba della fabbrica, per indossarla di nuovo nel dopo lavoro. Che cosa significa questo?
Risposta: è lo scandalo più terribile della nostra vita odierna. Significa che c'è un settore, nella nostra vita odierna, che è universalmente considerato come “moralmente neutro”, come “terra di nessuna morale”, e, per dirla con le parole di Nietzsche, come “al di là del bene e del male”, e che anche noi abbiamo riconosciuto questo settore (chiamato lavoro) come “al di là del bene e del male”.
Ora è chiaro che noi lavorando, per esempio alla costruzione di missili, nello stesso tempo agiamo, operiamo, e che con questo nostro agire produciamo effetti e che questo vale per ogni lavoro. Eppure, eccezion fatta per alcuni medici e alcuni fisici, nessuno di noi si rende conto, nessuno è consapevole che il suo agire chiamato “lavoro” dovrebbe sottostare alla morale allo stesso modo in cui vi sottostanno i suoi rapporti coi vicini, anzi ancora di più, poiché il nostro lavoro può produrre conseguenze infinitamente più grandi e più terribili della nostra condotta quotidiana nell'ambito privato. Eppure (o, piuttosto, proprio per questo, perché siamo tentati di occuparcene) il lavoro è considerato come qualcosa che non olet, che non puzza in nessuna circostanza; che non puzza nemmeno quando rappresenta un contributo allo sterminio dell'umanità. C'è un motto forgiato in origine contro la nobiltà: “Il lavoro non disonora”. Il significato di questo motto è stato pervertito nel modo più pauroso poiché oggi serve a giustificare il lavoro in ciò che ha di più infame. E questo lavoro disonora di certo; e più che il furto di posate d'argento. Ma la vera infamia consiste nel fatto che la morale è relegata nella riserva della vita privata, nell'interesse di coloro che sono interessati alla produzione di prodotti moralmente inammissibili.
La nostra situazione è tanto più fatale in quanto oggi quasi ogni specie di attività umana può essere assimilata al genere di azione che si chiama “lavoro”. Anche l'assassinio ci può essere assegnato come lavoro, anche la liquidazione di bambini ci può essere imposta come un lavoro di sgombero delle immondizie. Anche voi sapete che gli impiegati nei campi di sterminio di Hitler si appellavano, con la miglior coscienza del mondo, al fatto che si erano limitati a lavorare, e a lavorare coscienziosamente; producevano cadaveri di massa, e perché questa produzione fosse necessaria e a che cosa servisse, chiedersi una cosa simile avrebbe significato (il lavoro moderno essendo fondato sulla divisione del lavoro) immischiarsi in un settore di competenza altrui, un'ingerenza che essi si guardavano bene dal compiere come “immorale”. Ma non dovete credere che questo caso sia un caso eccezionale e isolato. Ancora oggi la squadra che partecipò al bombardamento di Hiroshima definisce la sua azione come un job; e perfino Eatherly, l'uomo che ha capito che cosa gli hanno fatto fare, perché e a che scopo ci si è serviti di lui, ha adoperato ripetutamente quest'espressione, e io stesso l'ho udito parlare del suo job: tanto è divenuto normale, ormai, esprimere ogni e qualunque azione nella terminologia del lavoro. E nulla sarebbe più ingenuo che credere che Eichmann abbia rappresentato nel nostro tempo una mostruosa eccezione. Anzi, è vero il contrario: egli è stato il simbolo di tutti noi. E dal momento che siamo pronti a seguire in buona coscienza e coscienziosamente qualunque cosa, purché ci venga assegnata come “lavoro”, siamo tutti degli Eichmann; e siamo tenuti a essere degli Eichmann, poiché lo esige la morale attuale, che pretende da noi che riconosciamo il lavoro come qualcosa di “moralmente neutro”.
Cari amici, è cento anni che parliamo, e senza dubbio a ragione, del fatto che i mezzi di produzione non sono proprietà dei lavoratori. Ma il disinteresse che ci viene imposto per gli effetti del nostro lavoro è anch'esso una forma di espropriazione; poiché, essendo privati dell'interesse di sapere che cosa accade in seguito al nostro operare, siamo anche privati della nostra responsabilità e della nostra coscienza; queste non sono più nostre proprietà. E in questo senso siamo proletari.
Una critica del lavoro, oggi, non può limitarsi, come cento anni fa, a criticare come immorali i rapporti di proprietà e i profitti. Marx poteva ben farlo, perché all'epoca in cui viveva non aveva motivo e occasione di mettere in dubbio il valore dei mezzi di produzione come tali o il valore dei prodotti come tali. La situazione si è completamente trasformata. Ciò che oggi va soprattutto criticato (e che Marx criticherebbe di certo) è l'immoralità dei prodotti stessi. Poiché questi non hanno più nulla a che fare con la soddisfazione dei bisogni (e quindi con la libertà dalla miseria); ma anzi minacciano nel modo più terribile (indipendentemente dai rapporti di proprietà sotto cui vengono fabbricati) l'umanità intera. È inutile precisare da chi e a vantaggio di chi questi prodotti sono stati fabbricati e impiegati per la prima volta. Qui e per il momento ciò che importa è qualcosa d'altro: e cioè che noi, oggi, non dobbiamo limitarci a chiedere come e per chi e in quali condizioni di lavoro e di proprietà di debba fabbricare e produrre, ma se certi prodotti si debbano fabbricare, se sia lecito, a noi o ad altri, produrre certi prodotti. La critica marxiana, che si riferiva ai rapporti di proprietà dei mezzi di produzione, deve essere ampliata: ciò di cui abbiamo bisogno è una critica radicale di prodotti.
Ora, naturalmente, in un senso molto limitato, esiste già una critica dei prodotti. Ogni industriale che voglia reggere sul mercato, si chiede se il suo prodotto sia remunerativo. In molti Paesi esistono anche associazioni di compratori che esercitano questa critica per proteggere il consumatore dalla merce scadente. Ma questa critica non è mai radicale. A essere criticata è sempre e solo la qualità o la sorta del prodotto, ma non mai la sua esistenza. Questa critica radicale è il compito di coloro che hanno il coraggio di opporre resistenza: e questa, naturalmente, deve cominciare di fronte ai prodotti del terrore. Mentre i tecnici ingenuamente presi nella fede del progresso si chiedono: “Come dobbiamo fare per rendere ancora migliori, ancora più distruttivi i mezzi che garantiscono fin d'ora la distruzione totale?” (si parla già di over kill capacity), noi ci chiediamo nell'interesse del miglioramento dell'uomo: “Questi prodotti – buoni, migliori o cattivi – sono leciti, sono permessi?”.
E la risposta è no. E il suo no può realizzarsi solo come sciopero. Certo, è un tipo completamente nuovo di sciopero che si tratta di inventare. Poiché in questo sciopero – ripeto – non si tratta già di migliori salari o di migliori condizioni o della socializzazione dei mezzi di produzione, per quanto importanti possano essere queste tre esigenze. Ma si tratterebbe – e sarebbe la prima volta nella storia – di impedire la produzione di determinati prodotti. Ed è evidente che questo sciopero sarebbe insieme uno sciopero per il nostro risanamento morale; poiché con esso daremmo a noi stessi la prova che siamo tornati a capire che “lavorare” è “agire” e che ci rifiutiamo di avallare, sotto la copertura della parola “lavoro”, azioni immorali che, se non fossero travestite in questo modo, non ci sogneremmo mai di poter approvare o condividere.
Quei fisici che si sono rifiutati di partecipare alla preparazione scientifica delle armi atomiche, ci hanno preceduto col loro buon esempio. Sono entrati in sciopero, hanno capito che gli effetti del loro lavoro sono effetti di cui devono assumersi la responsabilità. In questo senso dobbiamo scioperare anche noi. Mostriamo che sappiamo fare lo stesso, e che noi che abbiamo già appreso la solidarietà possiamo scioperare con maggiore unità e concordia. Perché ci resti il futuro. Non solo il nostro futuro. E non solo il futuro dei nostri figli. Ma anche il futuro di coloro che oggi sono così ciechi da tentare di diffamarci come pericolosi perché ci opponiamo alla loro minaccia.
Cari amici! La Resistenza non avrebbe più compiti? I nostri compiti cominciano solo ora.

Günther Anders

Estratto da "Siamo tutti come Eichmann?", gennaio 1963

Abbiamo ricevuto questo secondo contributo in risposta all'orribile e inaccettabile scritto "Distinti saluti! Alcune riflessioni sul femminismo, sulle dinamiche di ammaestramento e sul tentativo di americanizzazione delle lotte”, apparso sul bollettino n.4 dello spazio Luna Nera di Cosenza. Lo divulghiamo volentieri e ringraziamo la compagna nel deserto che ce lo ha inviato.

Mio malgrado, rispondo a un articolo contro il femminismo uscito da un
giornale anarchico. Il titolo è "Distinti saluti!", un articolo pieno
di stupidità a cui avrei volentieri fatto a meno di rispondere, ma
visti gli ultimi articoli e comunicati che stanno venendo fuori da
parecchi/e anarchicx, come anarchica e come femminista mi sento di  fare
uscire le mie ragioni, perché di ste cazzate se ne sentano sempre  meno,
o che almeno ci siano risposte in questo vuoto deprimente che sta
risucchiando parecchi/ie di noi.
Ho usato il plurale e il singolare per parlare alla persona o alle
persone che hanno scritto l'articolo a cui vado a ribattere, perchè non
so se è un singolo/una singola o se sono più persone.
Avverto che in questo articolo parlo di stupro, e i toni che utilizzo
sono senza filtri.

L'articolo "distinti saluti!" è la solita accozzaglia di riflessioni
che leggo da svariati anni contro il femminismo. Dopo il best seller
"miseria del femminismo" e altri fantastici articoli come quello di
una compagna anarchica in carcere uscito su un altro giornale
anarchico, ecco che mi sono decisa a rispondere a questa serie  infinita
di cazzate.
Per prima cosa infatti mi balza all'occhio la miseria con cui si
screditano certe lotte: il femminismo (ma potrei anche citare
l'antispecismo) viene visto come una lotta di bassa lega, riformista e
parziale, anzi  addirittura controproducente in quanto rafforzerebbe il
sistema  capitalista.
Queste deduzioni vengono fatte senza aver nessuna idea di cosa sia il
femminismo, ma anzi citando solo quei movimenti più riformisti che
chiedono il diritto al voto, più posti di lavoro per le  donne e più
potere, pene più severe agli uomini che fanno violenza  fisica e
psicologica a una donna.
Anche l'antispecismo viene visto dai sacerdoti dell'anarchia come una
lotta per dare voce a chi non ha  voce e farli entrare nello stato di
diritto. Comunicati, azioni, campagne (da cui bisognerebbe prendere
esempio) fatte da antispecistx o femministe non contano, vengono sempre
relegati ai piani più bassi come mere scelte, esigenze e gusti personali
e che devono restare nel  campo del "personale".
Quelli come voi che scrivono articoli di 20 pagine per sproloquiare
contro tuttx, farebbero meglio a non girare la frittata per affermare le
proprie ragioni. Nell'articolo (ma purtroppo anche le mie orecchie ne
hanno sentite tante) prendete in considerazione un tipo di femminismo
che non mi appartiene, è inutile che stiate a fargli le pulci; o forse
se lo fate è perchè siete cascati anche voi nelle maglie della società
dello spettacolo e quindi conoscete solo un certo femminismo mainstream.
Conoscete solo Emma Goldmann? (che citate tanto, se l'avessi citata io
come femminista sareste pronti a scrivere un libro sulle sue malefatte);
conoscete solo "miseria del femminismo" come la maggior parte della
galassia anarchica che, sentitasi in dovere di approfondire il
femminismo, ha pensato bene di leggersi solo quel librucolo pieno di
superficialità? Beh, comodo andarsi a leggere quella miseria, d'altronde
se uno parte già prevenuto su una lotta, perché capirla, meglio leggersi
una critica già bella pronta, editata da una casa editrice anarchica a
cui dare credito (perché gli anarchici hanno sempre ragione).
Dunque dove eravamo, ah già, criticate dunque un femminismo che io come anarchica rifiuto, e così tanti altri femimnismi o teorie femministe che
mi fanno cagare (Haraway e xenofemminismo - conoscete solo quelli perché sono in tutte le librerie). Potrei citarvene altri di femminismi che non
approvo, ma con questo non è che allora decido che non sono femminista;
così come mi fanno cagare tanti anarchici e non mi ci trovo, non è che
non sono più anarchica. Coltivo con grande amore e passione la mia anarchia e il mio femminismo, così come coltivo
tante altre istanze che, insieme, interconnesse mi danno una visione
molto chiara delle egemonie di potere.

Brevemente smonterò la tua convinzione che le femministe sono vittime e
assistenzialiste, insomma delle crocerossine, soffermandomi sui centri
antiviolenza e sportelli per la salute della donna che critichi. Non è
sempre un approccio assistenzialista, e non tutti questi centri aperti
sono stati istituzionalizzati; visto che non lo sai puoi prendere come
esempio l'ambulatorio popolare di Milano aperto da tantissimi anni che
ancora oggi rifiuta qualsiasi patteggiamento e resiste allo sgombero.
Per come li conosco io non vogliono sostituire lo Stato con servizi
migliori e dedicati, ma combattono il sistema sanitario
istituzionalizzato!!
Ah, e già che ci sono, evita di parlare di aborto e maternità, ci sono
già i preti e la scienza che mi entrano nelle mutande e straparlano a
caso dei nostri corpi provando evidentemente un piacere morboso.
Sai, caro/a scrittore anarchicx, se cominci un articolo facendo lo
storico senza conoscere la storia, rischi di fare revisionismo: usi
strumentalmente un certo femminismo (quello più conosciuto, mainstream)
per rafforzare le tue astruse tesi, sei un impostore. Il capitalismo ti
ha imbrogliato, perchè scrivi di ciò che ha più potere: un femminismo
riformista che viene ascoltato, digerito e riformulato dal capitalismo.
Insomma, la tua ignoranza dilagante ti fa solo vedere ciò che c'è in
superficie, e ti fa anche comodo per sputare merda su tutto ciò che
esce dai confini della tua idea di anarchia.
Non è che come anarchici abbiamo la fortuna di aver trovato il portale
della verità, e che non abbiamo bisogno di metterci in discussione. Non
è che a un tratto sappiamo tutto, comprendiamo e rifiutiamo qualsiasi
subalternità che crea razza, sesso, genere specie e classe. Secondo
alcunx compagnx, i rapporti tra anarchici sono i migliori, non temono
rapporti di potere, soprattutto non esistono differenze sessuali...però,
come mai accadano tante violenze agite da uomini su
compagne non si sa... ah no anzi si sa: "Lo stupro è ovunque per le
femministe, è un modello di interpretazione cui rapportare ogni azione
umana" (Miseria del femminismo).
Secondo voi,una compagna potrebbe sbarazzarsi di uno che la “ostacola”
infamandolo con un’accusa di stupro? Queste accuse sono gravissime.
Come se fosse facile sbandierare una violenza, parlare all'infinito di
quello che le è successo, farsi carico di pressanti interrogatori da
parte di mille compagni! Davvero il livello del vostro pensiero si ferma
qui? mi sto pentendo di scrivervi...
Le violenze all'interno dei nostri circoletti con l'A cerchiata ci sono
eccome! e sapete qual'è la differenza tra ieri e oggi? che ieri una ha
avuto il coraggio di smerdare le malefatte di un compagno stupratore, e
molte altre hanno preso il coraggio di fare altrettanto e di darsi man
forte a vicenda. Non siamo mai state zitte, i nostri cuori erano (e
sono) bombe a orologeria.
Quindi l'autore dell'articolo invece che chiedersi "perchè tante donne
"denunciano" violenze tra gli ambienti anarchici?" passa subito
all'attacco con l'aggressività passiva. Ovvero, fa la vittima criticando
il vittimismo delle sopravvissute e di tutte le persone che la
sostengono.
Cari anarchici ottocenteschi, leggete qualcosa di meglio delle quattro
minchiate che avete letto: vi consiglio Nicoletta Poidimani, che da anni
ragiona, come femminista, sul post-vittimismo; detto in altre parole
accusa le istituzioni e lo Stato di vittimizzare le donne che subiscono
violenza fisia e psicologica e sprona all'autodeterminazione.
Che bassezza quindi fare di tutta l'erba un fascio! Eppure sono convinta
che sai che esiste un altro tipo di femminismo, quello che decide di
regolare i conti a modo suo, ma non lo citi. Forse per te il
patriarcato non esiste, era qualcosa che esisteva ai tempi dei
primitivi, quando esisteva anche il matriarcato. Insomma, roba vecchia,
ciarpame inutile, anzi inesistente.
Poi, ecco che ricadi di nuovo nello stato in cui meglio ti trovi: il
vittimismo. Piagnucoli che le donne sono ossessionate dal sesso, che a
furia di parlare di stupri temono il sesso, la penetrazione! e quindi
vittimizzi il tuo potere desiderante che viene censurato (povera
vittima...), viene zittito; anzi il tuo desiderio è costretto a leggersi
"il grande manuale degli approcci" prima di affiorare. Povero
il tuo desiderio, oh povero compagno che stasera avevi proprio voglia di
dare sfogo ai tuoi istinti alla festa del tuo posto anarchico preferito
e invece ecco le cagacazzi femministe che imbrigliano la tua animalità.
(l'animalità la tiro fuori perché è lì che di solito si finisce quando
si parla di approcci; istinto sessuale, animalità divengono grandi pregi
da sfoggiare quando fa comodo).
Vittimizzarsi è uno strumento becero, sembra che lo sappia anche tu, ma
non vedi quando sei tu ad usarlo. E lo utilizzi come un'arma per
sentirti protetto e senza l'obbligo di riflettere sulle tue azioni.
Le parti migliori comunque cominciano quando sfoderi la spada in difesa
della cultura dello stupro.
Parli solo del tuo desiderio, un desiderio a senso unico, egoista (ben
diverso è l'approccio egoista di Stirner) e prevaricatore. Il tuo
desiderio non tiene minimamente in considerazione il desiderio
dell'altrx. Il consenso non vuol dire aderire al "grande manuale degli
approcci" ma vuol dire ascoltare veramente quello che desidera anche
l'altra persona!! Volere che un desiderio si avveri, costi quel che
costi, è indicatore della consapevolezza del tuo potere: vuoi che il tuo
desiderio venga soddisfatto ancora prima che un corpo desiderabile possa apparirti;
quando compare, si trasforma in un "mezzo" per trarne soddisfazione. Ti
senti completo e forte quando sei soddisfatto, senza contare quello che
prova il "mezzo" (soggetto) di cui hai approfittato.
Smettetela di cadere nei vostri stessi tranelli in cui vedete manuali di
comportamento, se esistono è solo perché in tutti questi anni in cui vi
abbiamo parlato, urlato o picchiato non avete ancora capito che il
desiderio deve essere reciproco!!!! Perché devo arrivare a tirarvi un
pugno in faccia per farvi capire cosa desidero? perché devo essere
obbligata a vivere (tra persone che ritengo fidate) difendendomi? perché
devo sentire lo sguardo che spoglia, la battuta sessista, la palpata di
culo anche tra compagnx?
Perché mi dici che il sessismo non esiste se tanto tu non te le vivrai
mai queste cose che vivo ogni giorno? Non venitemi a dire che le sentite
come fossero successe a voi, perché da quello che scrivete si denota che
non avete nessuna empatia, nessun senso di solidarietà.
Consigliare che modo usare per approcciare non vuol dire normare gli
approcci, ogni evento è differente e va affrontato con responsabilità.
Oltretutto screditare esempi di approcci non invadenti dicendo che "in
questo modo gli approcci vengono normati" mi pare ridicolo... perchè gli
approcci etero non sono normati? hai una visione miope del mondo, fai
caso solo a quelli che ti scomodano.
Sono usciti vari opuscoli che parlano di cultura dello stupro e di
patriarcato; il linguaggio che viene usato (sopravvissuta, agire una
violenza ecc) non fa scomparire il problema, ma fa capire che certe
parole sono problematiche: tanto per dirtene una, chi ha subito una
violenza non la chiamo vittima, proprio perchè rifiuto questo ruolo che
il patriarcato vuole sempre appiopparci. Negli anni però ho visto tanto
tanto vittimismo da parte degli stupratori, o autori di violenze e
molestie. Un vittimismo che ricade malamente sulle teste di tanti altri
compagni e compagne che magari vorrebbero dare risposte migliori e fare
riflessioni più acute del tuo piagnisteo.
Citando l'opuscolo "violenza sessuale negli spazi anarchici" lamenti che
sottolinea di "credere alle parole della sopravvissuta" e che quindi
questo suggerimento diventi un dogma per le femministe. No, mio caro,
non è un dogma, è un sottolineare con Forza quello che non viene e non è
mai stato fatto: ascoltare la persona sopravvissuta e non metterla
continuamente davanti a dubbi, critiche e interrogatori.
Questo al momento è quello che hanno fatto praticamente tutti gli
anarchici che hanno ascoltato la voce del molestatore e hanno deciso di
fare il contro interrogatorio alla donna (l'altra opzione tra le
più gettonate è che neanche la si ascolta). Allora, chiedo a Lei, Grande
Risolutore di Conflitti, cosa cazzo vuoi fare in realtà? Pensi davvero
che "credere alle parole della donna farà cadere in una realtà
accusatoria pazzesca"???? Cosa credi che accada ogni volta alla donna
che alza la voce e racconta la sua storia di merda? ok, te lo spiego:
arrivano le solite accuse (molte sono simili a quelle con cui ci hanno
bruciato sui roghi durante l'inquisizione), e in effetti sembra di
vivere l'inquisizione, perchè ultimamente oltre alle accuse di pazzia e
isteria ci si sta "evolvendo" e gli stupratori tirano fuori faldoni di
prove contro di lei, e scrivono letterine di minacce a chi è dalla
parte della donna. Poi capita che costoro li vedi e li vuoi pure
affrontare, ma scappano perchè sono dei codardi e non hanno
argomentazioni. Negli anni ho capito che a voi anti femministi piace
tanto criticare qualsiasi atto di rivolta al patriarcato perchè tanto a
voi manco vi sfiora! (e anche qui sbagliate, perchè il patriarcato
riguarda anche voi uomini, ma le scranne del potere sono così comode!)
Infine, prendendo ad esempio l'opuscolo "violenze sessuali negli
ambienti anarchici", io vedo un tentativo di dare una bussola nel caos
che si crea dopo un caso di violenza sessuale. Alcuni esempi possono
aiutarci in momenti in cui non sappiamo cosa fare per aiutare,
semplicemente questo. Sminuire la frase "credi alla sopravvissuta"
facendola passare come un imperativo è l'ennesimo giochetto fuorviante
per accreditare le tue tesi di difesa dello stupro.
Sempre a dirci cosa fare, cosa dire, come comportarci; se creiamo bande,
se formiamo gruppi di amiche per un supporto post-trauma, se facciamo
autodifesa ecco che avete pronta una critica da portare.
Forse sentite le vostre scranne traballare? Sei sicuro che siamo noi
donne a volere sostituirvi nella presa di potere, o forse siete voi a
lottare contro il femminismo per mantenere i vostri privilegi?
Al rogo non ti ci mando, non ti preoccupare. Se i roghi sono accesi è
perché stiamo tornando dall'inferno. E non staremo mai zitte.

Prima che mi dimentico, grazie per i distinti saluti, contraccambio con
uno sputo in faccia.

un'anarchica nel deserto,
una femminista che danza con gli spettri