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È la metafora con cui per alcuni secoli, a partire da una frase del poeta latino Giovenale, si è indicato un fatto ritenuto impossibile. Poiché l’esperienza comune insegnava che tutti i cigni sono bianchi, l’esistenza di un tale animale dal piumaggio scuro veniva percepita come un’assurdità che mai si sarebbe materializzata. Ma poi, all’inizio dello scorso secolo, alcuni esploratori in Australia si trovarono davanti un esemplare di Chenopis Atrata — un cigno nero.

Da allora con «cigno nero» si intende un fatto inaudito, imprevedibile, inaspettato, il cui verificarsi potrebbe avere un forte impatto giacché con la sua stra-ordinarietà metterebbe fine a quella che viene considerata una norma generale indiscutibile. Ad esempio, in campo finanziario «cigno nero» indica un evento improvviso e catastrofico, impossibile da prevedere in anticipo, temuto dagli speculatori perché avrebbe come effetto il crollo dell’economia.

Ora, se la storia non procede strisciando — come vorrebbe il determinismo — ma a balzi, è proprio perché di tanto in tanto compare un cigno nero. E se ciò fosse possibile anche per il cosiddetto immaginario? L’apparizione di un’idea considerata inverosimile, inconcepibile, non potrebbe minare le fondamenta del pensiero più comune (trogolo di slogan di partito e spot pubblicitari, opinioni giornalistiche e cinguettii telematici), quello che riduce la fantasia più smisurata alle dimensioni di uno schermo?

Forse un’illusione destinata a svanire, comunque una scommessa da azzardare con testardaggine.

Abbiamo quindi deciso di porre sotto l’ala del Cigno Nero alcune iniziative pubbliche (proiezioni di documentari, dibattiti, mostre, rassegne cinematografiche…) che tenteranno di far avvistare il più insolito ed inatteso degli universi mentali, quello che vuole la libertà incompatibile con qualsiasi forma di potere. Sulla necessità, sulla ineluttabilità, sulla eternità di un dominio — in perpetua mutazione nelle sue numerose e talvolta contraddittorie varianti — è stata costruita l’intera civiltà. E la disponibilità alla servitù volontaria, il riflesso condizionato che fa scattare sull’attenti davanti ad un’autorità, si basa proprio sull’intima convinzione che la vita umana non possa fare a meno di gerarchie. Come se un’esistenza priva di ordini a cui obbedire fosse, per l’appunto, un’assurdità.

È nostra ipotesi, e nostro auspicio, che in ogni ambito della vita in questa civiltà, nessuno escluso, possa (e debba) apparire un Cigno Nero capace di sfidare la tradizione, di violare la sacralità, di sbriciolare il luogo comune. Ridando così senso, bellezza ed incanto ai nostri giorni sulla terra ed al mondo stesso che ci ospita, da troppo tempo soffocati da ragioni politiche, leggi di mercato, applicazioni tecniche e dogmi religiosi.

Il Cigno Nero non ha un nido. I suoi avvistamenti dipenderanno, nel tempo come nello spazio, dagli sforzi dei suoi appassionati ricercatori. A stimolo di intraprendenti curiosi che volessero a loro volta «guardare l’impossibile tanto da trasformarlo in una possibilità», le sue tracce verranno raccolte qui:

http://cignonero.noblogs.org

Il primo appuntamento è previsto per l’11 maggio.
I dettagli saranno annunciati nei prossimi giorni.

Un testo di due anni fa, ma molto contemporaneo...

Si sono introdotti in locali altrui, forzando la serratura, al fine di mettere le mani su una proprietà privata che non apparteneva loro. Ma chi ha dedicato la propria vita a quella proprietà, costruendola giorno dopo giorno, se n'è accorto. Furibondo, ha afferrato un fucile e li ha colti sul fatto. Cosa sia successo dopo è fin troppo chiaro, una fucilata ha abbattuto uno degli intrusi. Mentre i burocrati della giustizia passano il comportamento del derubato al vaglio dei loro tristi commi, chi sente scorrere il sangue nelle vene non ha dubbi: si è trattato di difesa, di legittima difesa. Un padano fa bene a fare fuoco su un rumeno, se questi gli entra in casa senza essere invitato e con le peggiori intenzioni! Il fatto sta accendendo gli animi e facendo discutere.
Noi non amiamo le frontiere, per cui la nazionalità delle parti in causa ci lascia del tutto indifferenti. Non amiano nemmeno la proprietà privata, per cui non proviamo alcuno sdegno davanti al tentativo dello sfortunato rumeno. Ma, in tutta sincerità, non possiamo fare a meno di ammettere che le ragioni avanzate dalla canea reazionaria non sono affatte peregrine. Prendersi una fucilata da chi si sta derubando è uno dei rischi del mestiere. Se quel rumeno voleva rubare senza correre rischi doveva farsi eleggere al Parlamento Europeo, mica fare il ladro! Se voleva lavorare in tutta sicurezza all'interno di quel ristorante poteva farsi sfruttare come lavapiatti, mica svaligiarlo!
È giusto, sì, è giusto così. Se l'è tentata e gli è andata male, inutile sollevare tanto polverone. I signori reazionari hanno ragione, pienamente ragione: si è trattato di legittima difesa. Stare ad arzigogolare sul fatto che la fucilata sia arrivata alle spalle del ladro-sporco-rumeno e da distanza ravvicinata (in contraddizione con la versione data dal legittimo-proprietario-pulito-padano) è pretesto da miserabili. Siate uomini, per Dio! Un essere umano ha trovato degli intrusi in casa propria ed ha fatto fuoco, punto e basta. Chi può negare il senso universale di un simile comportamento?
Già, chi? Noi no di certo, per cui ci uniamo al coro leghista: il padano ristoratore ce lo ha insegnato, abbattere gli estranei intrusi non è reato! Adesso tutti sapranno cosa fare nel caso in cui trovassero dei ficcanaso in casa. Sì, se riuscite a cogliere sul fatto chi forza la serratura della vostra abitazione al fine di impadronirsi della vostra intimità privata, non abbiate remore: fate fuoco! Forse non sarà un ladro dell'est, forse sarà uno sbirro dell'ovest, ma che differenza fa? Comunque sia, è entrato in casa vostra senza essere invitato e con le peggiori intenzioni. Se il sangue vi scorre nelle vene, non ci sono dubbi: ammazzatelo, è legittima difesa.
E se ciò è valido per la difesa della propria proprietà ed intimità, figuratevi in difesa della propria vita! Mai più casi Aldovrandi, o Uva, o Cucchi, o Magherini! Se degli estranei si avvicinano a voi, pretendendo di sapere i fatti vostri, pronti a devastarvi il corpo e a farvi la pelle, non abbiate esitazione: fate fuoco! Se degli estranei vogliono mettere le mani sulla vostra esistenza, avvelenando il cibo che mangiate, inquinando l'aria che respirate, devastando le terre che abitate, speculando sul lavoro che fate, svaligiando i vostri sogni, impossessandosi dei vostri desideri, prosciugando le vostre aspirazioni, non abbiate alcuna pietà: fate fuoco!
Come direbbe senz'altro il signor Salvini, si tratta di legittima difesa.

Finimondo, 15/3/17

Il tizio sorride ai fotografi, con gli occhiali da sole pigiati sul naso e le cime innevate sullo sfondo. Giunto la sera di giovedì in una località sciistica degli Alti Pirenei, ha previsto di trascorrervi il fine settimana. Quest’uomo è il Presidente della Repubblica. È venuto a festeggiare in tutta tranquillità la fine del Gran dibattito, il cui obiettivo era quello di incanalare sui binari istituzionali un movimento di rivolta che ormai dura da quattro mesi. Sabato 16 marzo, a metà pomeriggio, questo stesso uomo, ora col volto contratto, è costretto ad interrompere la sua vacanza in tutta fretta. Poco prima, la sindaca del distretto più ricco della capitale, ebbra di rabbia, ha chiesto di decretare lo stato di assedio per affidare all'esercito funzioni di polizia. Poche ore dopo, un Primo Ministro quasi livido sbraiterà a più non posso, lanciando strali a casaccio contro gli atti dei «teppisti, saccheggiatori, incendiari, criminali». E pure «assassini», ci tiene ad aggiungere senza batter ciglio il suo specialista in terrorismo di Stato. È il 18° sabato consecutivo, e il potere è stato ancora una volta colto di sorpresa: impegnato a iperproteggere il suo piccolo triangolo composto da ministeri, ambasciate e Palazzo Presidenziale, ha dovuto cedere terreno al cospetto di una rabbia e di una determinazione che hanno devastato la più grande vetrina del paese. E questa volta senza alcun riguardo. Sabato 16 marzo, a fine mattinata, ce n’era per tutti i gusti sugli Champs-Elysees. Le lussuose gioiellerie di Bulgari, Mauboussin e Swarovski saccheggiate dopo che le pesanti protezioni erano state divelte, così come la boutique Celio i cui abiti sono stati condivisi al volo, o i negozi di cosmetici Yves Rocher, la gastronomia di Macaron Ladurée, i grandi magazzini di Tara Jarmon, Zara, H&M e Lacoste, i negozi di elettronica Samsung, di smartphone Xiaomi, di calzature Weston, del PSG, di pelletteria Tumi e Longchamp, o ancora nel disordine i negozi di Hugo Boss, Eric Bompard, Nespresso, Etam, Al Jazeera Perfumes, Nike, SFR, Foot Locker, Leon de Bruxelles, Disney, Gaumont e persino il cioccolataio Jeff de Bruges. Almeno 80 imprese attaccate, venti delle quali saccheggiate, devastate o incendiate, senza contare tutte quelle che si trovavano sul percorso di manifestazioni selvagge. Ben poche sono state risparmiate durante questa giornata di apertura al pubblico sugli Champs, malgrado i 200 manifestanti arrestati e i feriti una giornata di sole che è riuscita a combinare altre discipline olimpiche non ufficiali, come il lancio di pavé disselciato o l’incendio volontario (in particolare quello del ristorante Le Fouquet's, del mezzo di un cantiere e di altri veicoli, compreso uno della polizia di fronte al commissariato des Halles). Quando abiti e gioielli di lusso cominciano a svolazzare gioiosamente in aria al grido di «rivoluzione! rivoluzione!» ed altri beni finiscono in fiamme o in svariati pezzi, non si può che riflettere sul tempo strappato allo sfruttamento, sul lavoro che schiaccia carne e neuroni giorno dopo giorno in cambio di poche briciole. Ma il conseguente saccheggio di tutti questi beni che ci imprigionano tocca anche un'altra dimensione, quella della sua ultima ratio, come è stato detto a proposito delle rivolte dei Watts: colpisce la funzione stessa della polizia, una delle cui ragioni d’essere è appunto quella di ottenere che il prodotto del lavoro umano rimanga una merce la cui magica volontà è di essere pagata. Sospinto da una folla eterogenea, questo Sabato parigino ha così espresso in modo eclatante una buona vecchia pratica di rivolta che non si può dire che manchi in molte altre città (come Tolosa, Bordeaux o Montpellier) fin dal mese di dicembre: spaccare le vetrine che quotidianamente si fanno beffe di noi, ma soprattutto cercare di passare dietro cogliendo l’occasione di prendere o distruggere ciò che proteggono. Con le dovute cautele, fracassare lo specchio della normalità e ritrovarsi dall'altra parte potrebbe persino rivelarsi ancora più sorprendente. Poiché, oltre al temporaneo rovesciamento dello spazio e del tempo del dominio, è la stessa prospettiva che potrebbe essere ribaltata. Una volta infranto il fascino della vetrina, una volta che lo sguardo è capace di proiettarsi oltre la sua facciata, perché dovrebbe fermarsi in effetti un così positivo cammino? La libertà e la rabbia non sono altrettanto contagiose della passività e della sottomissione? L'immaginazione e la perspicacia non sono qualità per coloro che vogliono andare ancora più oltre? E in tal caso, perché lo sguardo non può continuare a vagare a piacimento, non solo dietro le vetrine ma anche in tutte le altre direzioni, in basso o in alto, dove proliferano i flussi che le alimentano? Sotto i nostri piedi o magari sopra le nostre teste. Come un modo per continuare a eliminare il problema, e direttamente alla fonte. In diecimila un sabato sugli Champs-Elysees, in pochi durante la settimana ovunque si desideri. (Traduzione: Finimondo)

Fonte: Avis de Tempetes

Avis de Tempêtes Numero 15 PDF

Con l'auspicio che le ragazze e i ragazzi scesi in piazza ieri possano riflettere in libertà su questo mondo della catastrofe: lontani da politici, politicanti e da avvoltoi che vorrebbero far passare l'opinione inetta che chi non fa la raccolta differenziata abbia la stessa responsabilità di chi costruisce centrali nucleari e fa guerre in tutto il mondo per accaparrarsi risorse energetiche . Contro i luoghi comuni che vogliono unire oppressi e oppressori nella lotta contro l'inquinamento. Attaccare i responsabili di questo massacro ambientale e le fonti di energia potrebbe essere il modo sensibile per far affiorare dai nostri sogni un vita altra. Un'idea indicibile che possa fermare l'aria irrespirabile in cui siamo immersi.

Meglio Pippi

Lo ammetto, anch’io sono rimasto folgorato dalla ragazzina svedese con le trecce. Me ne sono innamorato quasi all’istante. La sua indipendenza nei confronti degli adulti, il suo coraggio nell’affrontare le forze dell’ordine, la sua sfida alle convenzioni sociali, la sua sfrenata voglia di vivere in un mondo favoloso che sia tutt’altro da quello cui purtroppo siamo tutti abituati, il suo amore per la natura... incantevole, davvero. Ecco perché trovo deprimente che la dolce e sorridente Pippi Calzelunghe sia stata oggi dimenticata a favore della pedante e corrucciata Greta Thunberg.  Pippi sapeva sparare con la pistola, Greta sa parlare ai vertici politici. Pippi aveva una tale forza da sollevare un cavallo, Greta ha appoggi tali da interessare i mass media internazionali. Pippi era figlia di un oscuro marinaio, Greta è figlia di celebri artisti. Pippi aveva al suo fianco il cavallo Zietto e la scimmietta signor Nilsson, Greta ha al suo fianco il pubblicitario Ingmar Rentzhog e l’ex vicepresidente degli Stati Uniti Al Gore. Pippi era in possesso di un tesoro pirata con cui soddisfare i suoi bisogni vitali, Greta è posseduta dalle start-up tecnologiche che devono soddisfare le proprie esigenze mercantili. Pippi ha incoraggiato generazioni di bambini a credere in se stessi e nei propri sogni più folli (vivere in libertà), Greta incoraggia le classi dirigenti a correggere se stesse per realizzare la propria ambizione più banale (salvare il capitalismo). Con il suo universo fiabesco Pippi la ribelle (ci) metteva al riparo dalla legge e dall’ordine, con il suo universo real-politik Greta l’attivista (li) mette al riparo dalla rivolta e dal disordine. Che abissale differenza! Oggi in tutto il mondo si sono tenute manifestazioni di protesta contro il cambiamento climatico. È il venerdì per il futuro, l’idea ispirata da Greta (o da chi per lei) di uno sciopero globale a favore del clima. Ma qual è la causa principale del cambiamento climatico? L’attività industriale destinata alla produzione di merci e servizi. E chi compie, sostiene e finanzia questa attività? Piccole e grandi imprese, con il sostegno diretto dello Stato. È questa la ragione per cui tutti questi attivisti ambientalisti chiedono a burocrati e funzionari di promuovere leggi ed iniziative in grado di permettere lo sviluppo di un capitalismo verde e sostenibile? Perché, essendo loro i responsabili del cambiamento climatico in corso, spetta a loro risolvere i danni che stanno causando? Non è una richiesta più che logica, è una pretesa del tutto idiota. Chiedere allo Stato ed alla grande industria di abbassare drasticamente le emissioni di anidride carbonica è come chiedere ad uno squalo di ridurre drasticamente la sua ricerca di cibo. Lo squalo affamato di carne continuerà a fare strage di esseri viventi, così come il capitalismo affamato di profitto continuerà a saccheggiare risorse naturali. La soluzione non può arrivare da chi costituisce il problema. Marciare in difesa del clima per chiedere alla classe dirigente una politica più ecologica non è che un’ottima ginnastica dell’obbedienza. Si muovono le gambe per affidarsi ai parlamentari, si agitano le braccia per dipendere dai ministri, si scrollano le teste per chinarle davanti ai governanti. Ci si mette in movimento, ma solo per prendere (e farsi prendere da un) partito. Mens servile in corpore sano. Ecco perché la pacifica e compita Greta è tanto apprezzata dai politici meno beceri e reazionari. Io no, non la reggo. No, dico, volete mettere con l’altra ragazzina svedese, quella coi capelli rossi, quella che si veste in maniera trasandata, se ne frega di avere le lentiggini, porta scarpe di una misura cinque volte superiore alla sua e si eccita «all’idea di vedere l’isola Cip-cip; starsene distesi a riva e immergere gli alluci nel vero e proprio Mare del Sud, mentre basta sbadigliare perché una banana matura vi cada dritta in bocca»?

15/3/2019, Finimondo

Fino a quando esisterà lo Stato, la repressione picchierà forte.
A volte col manganello e le operazioni repressive, altre volte anestetizzando le menti. Ecco perché la nuova uscita di Frangenti vuole interrogarsi su modi inediti di osservare ciò che ci circonda: per ricalibrare lo sguardo sui propri nemici, ma anche per lasciare che ci si perda nell'altrove dei sogni.

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