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Cari compagni, care compagne, Per noi anarchici, le parole possono costituire una trappola. Possono colpirci e potremmo costruirci attorno un labirinto da cui sarebbe difficile uscire. Le parole restano sempre approssimative, nient'altro che un tentativo di cogliere la realtà ed esprimere idee. Tuttavia costituiscono uno degli strumenti a nostra disposizione per avvicinarci, per gettare un ponte verso altri compagni, verso altri ribelli. Essendo cosciente dei limiti delle parole, posso solo sperare che queste poche parole riusciranno ad attraversare l'oceano, a sorvolare i mari e le terre, a superare le frontiere e ad arrivare fino a voi in questa occasione della commemorazione della morte dell'anarchico Sebastián Oversluij, abbattuto da una guardia nel corso di un esproprio in banca a Santiago del Cile l'11 dicembre 2013 (1). Qualche volta, magari in momenti tragici come quello della morte di Sebastián, o semplicemente quando i nostri occhi rifiutano di chiudersi, quando le nostre membra rifiutano di riposarsi, quando la notte nel nostro letto continuiamo a fissare il soffitto, una domanda, una domanda fondamentale può venirci in mente ed ossessionarci. Perché siamo anarchici? Cosa significa essere anarchici? Qualcuno potrebbe dire che si tratta solo di una domanda retorica e quindi sarebbe una perdita di tempo, ma io non sono d'accordo. Dato che le parole possono anche costruire dei labirinti invece che renderci capaci di agire — e quando parlo di agire, non intendo il semplice fare —, non dovremmo esitare a fare appello al nostro spirito critico, nutrito dalla nostra esperienza. Allora, perché siamo anarchici? Perché, e questo a differenza di altre correnti più o meno rivoluzionarie, abbiamo identificato il male eterno, la fonte di ogni sofferenza e oppressione, in quel principio che domina il mondo in cui viviamo: il potere. Contrariamente alla «forza» o alla «potenza», che potremmo intendere come la capacità di fare qualcosa, di rispondere alle sfide poste dalla lotta, è il potere che combattiamo, e lo combattiamo perché è incompatibile con la libertà. Non può esserci libertà finché esiste potere. Quindi, proseguendo col ragionamento: se vogliamo la libertà, dobbiamo distruggere il potere. Non possiamo riformarlo, non possiamo renderlo più accettabile, non possiamo migliorarlo. Possiamo fare solo una cosa: distruggerlo, distruggerlo da cima a fondo. In fondo, l'anarchismo non è solo quel sogno che possiamo avere di libertà, di una vita senza costrizioni né sfruttamento, di una vita profonda, ricca, di bellezza, di gioia, gioco, esplorazione — l'anarchismo può anche essere questo, e la fiamma di questo sogno di cui sono innamorato continua a bruciare nel mio cuore — ma l'anarchismo vuol dire anche, e persino soprattutto, distruzione. La distruzione di tutto ciò che incarna il potere, non solo come idea, ma anche in quanto strutture fisiche e persone. Lo Stato sarebbe uno spettro se fosse solo un'idea, ma non è uno spettro, dato che si materializza in strutture e uomini. Negli edifici governativi, nei commissariati, nelle prigioni, nelle scuole, ed anche nei politici, nei poliziotti, nei secondini e nei preti. A mio avviso, la dimensione distruttiva dell'anarchismo è duplice: corrode l'idea di potere e le sue ideologie, quell’obbedienza che appare perpetua e di cui gli sfruttati sono capaci; e attacca, per distruggere, non per convincere o persuadere, le strutture fisiche e le persone che incarnano il potere. A partire da qui, non può esserci pace, non può esserci tregua nelle ostilità: l'anarchismo conduce una guerra contro il potere, una guerra difficile, incessante, a volte dolorosa, ma anche gioiosa. Contro il potere e per la libertà. Ed io, come anarchico? Non sono certo un soldato in questa guerra dell'anarchismo contro il potere. Non c'è ordine a cui obbedire, non ci sono leader da seguire, la scelta è sempre mia, come individuo, proprio come rimane ai miei compagni, agli altri individui. Ma non sono nemmeno un semplice ribelle che reagisce, ogni tanto magari con ferocia, alla sofferenza che gli viene imposta. Sì, mi ribello, mi rivolto, ma aspiro ad essere qualcosa di più. Conosco molti compagni anarchici che sono certamente dei ribelli, ma che sono anche qualcosa di più. A volte ciò li differenzia anche da altre persone che si ribellano. E lo sto dicendo senza alcun disprezzo per i ribelli, senza alcun sentimento di superiorità. Semplicemente, l'anarchismo non è soltanto rivolta, non è solo re-agire, anche violentemente, alla violenza e alla brutalità del potere. Secondo me, l'anarchismo cerca di proiettarci in un un'altra dimensione, nella dimensione dell'agire. Di nuovo, le parole possono tradire, ma io definisco questa una dimensione rivoluzionaria. Rivoluzionaria, perché come anarchico non voglio solo ribellarmi contro ciò che mi viene imposto e viene imposto al resto del mondo: voglio andare oltre, voglio sviluppare un progetto distruttivo per cancellare, annientare, radere al suolo ciò che è alla radice della sofferenza illimitata in questo mondo, dei bagni di sangue e dei massacri su cui poggia tutto il potere (sia esso dittatoriale, democratico, socialista o religioso). Questa coscienza fa degli anarchici qualcos'altro che dei meri ribelli. Ribelli con una visione, con un progetto, con una prospettiva, con un sogno particolare. Certo, forse obietterete che molti anarchici oggi non vogliono sentir parlare di prospettive, o forse che ne hanno una ma poi passano il tempo a chiacchierare, a commentare quanto accade. È vero, ma in fondo tutto ciò non dovrebbe riguardarci. Non siamo missionari che vogliono sedurre gli altri, nemmeno gli altri anarchici, affinché raggiungano una cappella. Non siamo ossessionati dal fascino magico del numero, di quanti siamo. Noi vogliamo agire, qui ed ora, vogliamo sviluppare un progetto di lotta — anche provvisorio — che ci permetta di fare incursioni nella realtà, di trasformarla (attraverso la distruzione), non solo di sopportarla in un modo o nell’altro. Cari compagni, mi pesa esprimermi con le parole, da tanto sono limitate, da tanto possono diventare rapidamente delle trappole in cui precipita ogni comprensione reciproca, ma io posso solo tentare. Lasciatemi fare un esempio. Nel 1930, a Montevideo, diversi prigionieri anarchici evasero dalla prigione di Punta Carretas attraverso un tunnel scavato sotto il muro di cinta. Un'azione meravigliosa, ma voglio spingere la riflessione oltre l'ammirazione. Quel tunnel non è venuto giù dal cielo, non era qualcosa di improvvisato, non era solo una reazione rapida ed intelligente da parte di alcuni anarchici rinchiusi in una prigione che hanno colto l'occasione per scappare. No. Diversi mesi prima dell'evasione, un compagno era andato ad affittare una casa di fronte alla prigione. Vi aveva installato una rivendita di carbone, dove vendeva e consegnava carbone. Gli affari andavano bene, tutto sembrava normale. Ma un po' più tardi arrivarono altri compagni, di nascosto, ed iniziarono a scavare un tunnel partendo da quella rivendita di carbone. Trascorsero mesi a scavare, rischiando ogni giorno di venire scoperti. Ciò che voglio dire è che quei compagni avevano un progetto, e con molti sforzi e tanta pazienza hanno assemblato i pezzi, gli elementi del loro progetto, per riuscire finalmente a realizzare un obiettivo. Bene, è solo un esempio, ma lo do perché mostra ciò di cui si può diventare capaci quando si ha un progetto. L'organizzazione dell'evasione dei compagni imprigionati è solo un esempio. Possono essere immaginati progetti ancora più ambiziosi, ancora più vasti, che forse proprio in questo momento vengono immaginati e attuati da compagni. Ma quello che conta è che un progetto non cade dal cielo. E ha bisogno di tutto. Ha bisogno di riflessione, di analisi della situazione, dell'acquisizione di mezzi e conoscenze tecniche; probabilmente richiede il concorso di altri compagni, compagni con cui siamo in affinità (che è qualcosa di diverso della semplice definizione di «anarchico», perché l'affinità ci consente di agire insieme, mentre il fatto che qualcuno sia anarchico non mi permette automaticamente di agire insieme, occorre qualcosa di più). Il progetto ha bisogno di una sorta di organizzazione, non dell'Organizzazione con la maiuscola, ma di un'organizzazione nel senso di riunire gli elementi per il nostro progetto, di un’organizzazione informale. Forse avere un progetto è come avere un piano, un piano rivoluzionario. A volte un progetto può anche avere obiettivi più limitati (il che non toglie nulla alla sua importanza), ad esempio la liberazione di compagni rinchiusi, o la distruzione di una struttura di potere particolarmente odiosa come una nuova miniera, una nuova prigione, una nuova fabbrica; ma può anche arrivare lontano quanto una vasta insurrezione di tutta una regione, un paese, un continente! Il progetto è uno dei modi che possono consentirci di andare oltre il fare (fare, nel senso di ciò che gli anarchici fanno comunque: diffondere le proprie idee, partecipare a manifestazioni, aprire locali, colpire il nemico) e farci entrare nell'ambito dell'agire, in una dimensione in cui l'iniziativa diventi nostra. Ovviamente, quelli che vogliono garanzie in anticipo che questo o quel progetto funzioneranno, che saremo in grado di realizzare l'obiettivo che vogliamo raggiungere, resteranno delusi: non c'è certezza, non ci sono garanzie, tutto può fallire. Ma non la considero una ragione sufficiente per rinunciare ad avere una progettualità. Forse queste parole vi suonano vuote, è possibile, perché no? Ma forse no, e allora si aprono altri orizzonti. Il momento è adesso, cari compagni. Vi scrivo dall'Europa, e sì, posso dirvi che il momento è adesso. La società sta cambiando rapidamente, le tecnologie non stanno cambiando semplicemente le abitudini degli sfruttati e le capacità di sfruttarli da parte degli sfruttatori, ancor più, stanno anche cambiando l'essere umano. Stanno appiattendo l'essere umano, rendendolo più stupido, vuoto, superficiale, senza passione né odio: uno schiavo che non ha più la capacità di capire che è schiavo. E nel frattempo, il massacro continua, quei massacri alle porte di ciò che con supponenza si chiama «il vecchio continente», ed anche al suo interno. Un nuovo mondo è in procinto di nascere, non un mondo di anarchia, ma un mondo di sottomissione durevole, di maggior carneficina, di maggior sofferenza. Non possiamo restare semplicemente immoti ad osservare. Le previsioni sono certo contro di noi, almeno qui in Europa, ma rinunciare equivarrebbe a rinunciare alla vita stessa che molti di noi hanno scelto: una vita di guerra contro il potere, una vita di lotta per un sogno, per l'idea di cui mi sono innamorato: la libertà. Analizziamo il passato delle esperienze anarchiche per trarne ispirazione (solo per dare un breve esempio: pensate a quei compagni che proposero azioni relativamente semplici, diffuse su tutto il territorio, contro le strutture periferiche del dominio, come negli anni 80 in Italia quando centinaia di tralicci elettrici vennero segati o dinamitati — immaginate una simile ondata di sabotaggi contro le strutture energetiche che fanno funzionare quasi tutte le strutture dello Stato e del capitale!), ma gettiamo nella spazzatura anche la merda in cui il movimento anarchico si è ritrovato immischiato nel passato; contro tutti quelli che sembrano desiderare solo l'ultimo oggetto tecnologico, affermiamo il nostro amore per la libertà — e il nostro odio per il potere. La guerra degli anarchici contro il potere si muove su terreni difficili, ma non è ancora finita. Niente è impossibile, ma bisogna dedicarvisi. Riunire i mezzi e le capacità per il progetto che abbiamo in mente, prepararsi per gli sforzi che potrebbe richiedere, o meglio, che richiederà. Per concludere, vorrei ricordare alcune frasi di un giornale nato negli Stati Uniti, Cronaca Sovversiva, il giornale degli anarchici che avevano dichiarato guerra allo Stato nel momento in cui tante persone si univano ai ranghi degli eserciti che si massacravano a vicenda nel corso della Prima Guerra mondiale, il giornale di quegli anarchici che parlavano di un «anarchismo autonomo», di un anarchismo che non è ossessionato dalle organizzazioni quantitative, il giornale di quegli anarchici che hanno colpito instancabilmente le persone più potenti degli Stati Uniti. Nel numero del 13 marzo 1915, in piena propaganda bellica, questi anarchici affermavano: «Cosa fare? Continuare la buona guerra, la guerra che non conosce paure, né scrupoli, né pietà, né tregua, anche se attraverso la quotidiana esperienza dell'agguato, dinnanzi alle legioni soverchianti del nemico, l'audacia e il coraggio debbano cingersi d'avvedutezza e di cautela; la guerra di sterminio ai vampiri del capitale, alle belve dell'ordine, in ogni covo». Continuiamo a condurre la sola buona guerra: la guerra per la distruzione del potere.  

(Contributo letto a Santiago del Cile durante un'iniziativa in omaggio a Sebastián Oversluij, a fine dicembre 2018).  

1. La mattina dell'11 dicembre 2013, il compagno Sebastián Oversluij si preparava ad espropriare un'agenzia bancaria nel comune di Pudahuel nella capitale cilena. Entrando nell'agenzia, il compagno «Angry» tirò fuori il mitra che portava sotto i vestiti annunciando l'assalto. Una miserabile guardia ha immediatamente abbattuto il compagno. Questa spazzatura in uniforme aveva avuto un addestramento militare e una grande esperienza da mercenario ad Haiti e in Iraq. Più tardi, due anarchici trovati fuori dalla banca sono stati arrestati e condannati per complicità nella rapina.    

Tratto da [Avis de Tempêtes, n. 13, 15 gennaio 2019 (clicca sopra per scaricare l'ultimo numero in francese)] traduzione Finimondo.org

"Confermo quanto detto, ma voglio un medico adeguato per quello che mi è successo. Quando sono uscito dalla cella, è vero ho spinto l'agente che era presente sul piano. Poi sceso all'ingresso ho spinto l'altro agente che mi aspettava e che faceva parte della scorta. Dichiaro però, che subito dopo, sono stato aggredito da più di dieci agenti, con schiaffi e pugni; mi hanno buttato a terra e ho ricevuto pugni e schiaffi, calci in testa, sulla schiena, sull'addome, su gamba sinistra e destra e sulla mano sinistra. E quando mi sono alzato ho ricevuto degli schiaffi fino a quando mi hanno ammanettato. Durante il tempo del pestaggio sono stato offeso e minacciato pesantemente". Visto quanto emerge dagli atti, e soprattutto viste le certificazioni sanitarie DA CUI NON RISULTA QUANTO DICHIARATO DAL DETENUTO, tenuto conto della gravità dell'episodio, il collegio applica la sanzione di giorni 15 di esclusione dalle attività in comune.

Questo è quanto ho dichiarato al consiglio disciplinare, avvenuto venerdì 9 novembre in seguito ai fatti accaduti in carcere prima del processo dell'8/11.
Ma sarebbe bene ed opportuno raccontare tutto ciò che è accaduto in questo ultimo mese e mezzo. Il 2 ottobre la mattina parto dal carcere di Teramo per Lecce, arrivo verso le 16 in carcere; tempo delle lungaggini burocratiche, riesco a fare una doccia volante ed è già orario di chiusura. Il giorno dopo, nell'attesa di andare a processo chiedo di andare all'aria, ma la risposta è no perché "qui sei isolato". Il motivo si spiegherà da solo due ore dopo. Poco dopo vado a processo e al ritorno non mi fanno salire in sezione a prendere le mie cose perché lo han già fatto le guardie; rimango in matricola e devo prepararmi gli zaini per l'aereo se voglio andare a processo a Firenze. Così facendo, quando le compagne e i compagni saranno lì il pomeriggio per fare un presidio sotto il carcere di Lecce io già sarò in volo per Genova.
A malincuore devo lasciare un po' di cose giù, tipo pentole-padelle-libri-cd-opuscoli, perché non posso portare più di due zaini, quindi prediligo vestiti-lenzuola-coperte-documenti e qualche libro (più moka e fornello, fondamentali per la carcerazione) 🙂

Quindi il 3 ottobre alle 13 mi muovo da Lecce direzione Brindisi, dove prenderò ben due aerei (Brindisi-Roma e Roma-Genova), e poi mi muoverò da Genova per La Spezia in blindato. Alle 21 arrivo a La Spezia e vado a dormire vestito, non mi porto neanche i vestiti dentro e decido di prendere il tutto il giorno dopo, perché troppo stanco.
4 ottobre, 8 di mattina: perquisizione in stanza; tra l'altro il 2 sera a Lecce sotto il materasso trovai una lama artigianale che feci sparire e meno male, dato che il giorno dopo sono state le guardie a farmi i sacchi...coincidenze?Comunque, meglio prevenire che curare.
Il 6 ottobre mi fanno salire in sezione, mettendomi in stanza con un ragazzo con cui all'apparenza potevano esserci problemi sin da subito, ma in realtà non abbiamo dato soddisfazione alle guardie e ci siamo adeguati alle esigenze carcerarie.
Il 9 vado a processo, e primi screzi insulti reciproci con la scorta che ha modi di fare un po' tamarri e coatti alla guida. Lascio passare. Dal giorno 10 o 11, non ricordo bene il giorno esatto, problemi per andare all'aria: le guardie devono avvisare il primo piano prima di lasciarmi passare perché direttrice e comandante, su suggerimento di "ordini dall'alto",ci hanno messo un divieto di incontro a me e un altro compagno detenuto a La Spezia.
Inizio quasi a non sopportare più la situazione, ma la goccia che fa traboccare il vaso arriva il giorno 18: vado nuovamente a processo, ed oltre a dovermi sorbire tra andata e ritorno 300km, ammanettato, la scorta inizia ad "imitare" i personaggi di Fast & Furious. Appena entrati a La Spezia, al ritorno dal processo, iniziano ad accendere sirene, cacciare palette, bruciare semafori, tirare freni a mano, insultare e minacciare gli automobilisti per passare rischiando incidenti, fare sgommate...e percorrono un sottopasso a 80 all'ora, e all'atterraggio, perché di un volo si è trattato, sbatto la testa, mi cadono gli occhiali e sbatto fortissimo con le manette sul costato, che ancora mi fa male.
Salgo in sezione molto arrabbiato, il giorno dopo mi faccio visitare ma non riscontrano nulla logicamente, dico che devo parlare con direttrice e comandante, e che accelerino le pratiche per l'invio della richiesta di trasferimento (ufficialmente partita il giorno 23); loro già sanno benissimo che se dovrò partire da La Spezia per la prossima udienza del processo non gli renderò vita facile, ma non danno importanza alle mie parole.

Il 26 ottobre arriva un foglio dal DAP che mi notificano giorno 30 dove in sostanza mi rifiutano il trasferimento: logicamente risposta già preconfezionata, senza neanche aver letto l'istanza, dato che un rifiuto in così pochi giorni è un record! Situazione di nervosismo, insulti reciproci con le guardie, ed anche se so che forse non servirà a nulla, dichiaro l'incompatibilità con il corpo di polizia penitenziaria di La Spezia.
Volevo già iniziare lo sciopero il 31/10 ma aspetto il lunedì 5 novembre, dato che durante le feste non serve a molto, chiedo di parlare con la direttrice, mi dicono domani mattina ti chiamerà. Mattina dopo nulla, quindi mi rifiuto di rientrare in cella dalle 12 alle 13 e poi scendo all'aria, ed anche lì mi fermo rifiutando di risalire. Dopo mezz'ora (14.30 circa) mi chiamano direttrice e comandante, gli rifaccio presente tutte le problematiche di andare a processo con la scorta di La Spezia, dell'incompatibilità con le guardie, che sono a più di 500km dai familiari e a 150km dal processo, e che sanno benissimo che se non parto giorno 8 qualcosa accadrà. Loro rispondono che ricevono ed eseguono gli ordini del DAP, e di assumermi tutte le responsabilità di ciò che farò; rispondo che sicuramente mi accollerò tutto, ma basta che mi vengano addosso uno ad uno e non 10 contro 1.
Bene: giorno 8/11 succede quello che ho scritto all'inizio del testo; dopo avermi ammanettato e continuato a malmenare, chiamano il medico chiedendogli se ero in grado di andare a processo, e pure lui, impaurito solo a guardare la situazione, vede i bozzi e i lividi (ma non li scriverà) e mi chiede "Vuoi andare?". Ed io dico di sì, anche perché avevo preparato una dichiarazione da leggere in aula, che avrei a quel punto modificato aggiungendo che mi avevano pestato in carcere prima del processo; dichiarazione abbastanza blanda dove volevo rimarcare perché chiedevo il trasferimento.
In aula, il giudice non mi fa leggere tale scritto affermando che la sede è inadatta, riesco però a far sapere alle altre e agli altri in aula che mi hanno pestato i secondini e sono in sciopero della fame da 4 giorni. Mi cacciano così dall'aula ed un secondino zelante, che mi ha schiaffeggiato fino all'ultimo, mi mette le manette strettissime tanto che i polsi diventano viola e per poco svengo. Mi portano alle cellette, e dopo un po' mi fanno risalire, anche se siamo rimasti solo noi 3 imputati, oltre ad avvocati, giudici e sbirri, e dico agli altri 2 che vorrei rimanere per far vedere i segni sul corpo all'avvocato e tornare il più tardi possibile a La Spezia, prevedendo un altro pestaggio al ritorno. Così non è stato, anche se c'erano 5-6 guardie belle grosse che mi hanno portato a fare la visita per sciopero della fame. Provo anche a farmi refertare gli evidenti segni, ma non c'è nulla. Per i due giorni successivi proverò ancora a farmi refertare ma "non posso scrivere cose che non si vedono". Finita la visita mi rimettono alla cella 1 del piano terra, la stessa dove dormii la prima sera qui a Spezia. Regime chiuso, le mie cose le avevano già preparate e messe in cella le guardie. Il giorno dopo, almeno, mi fanno recuperare il resto delle mie cose e mi fanno il consiglio disciplinare dandomi 15 giorni di isolamento.

Questo è quello che mi ha portato a dare due spinte alle guardie e il mio vissuto a La Spezia: niente di anormale, le guardie che ti provocano con fare mestierante e poi ti sfondano di mazzate quando sei a terra con calci e pugni su testa e schiena, direttrice che copre il pestaggio grazie alla complicità di medici (su 4 visite con 3 medici diversi, uno forse la seconda volta che mi ha visto ha scritto le parti che ho doloranti), e le guardie che ti minacciano pure di denunciarti per calunnia, con il giudice che non ti fa rilasciare una dichiarazione a riguardo e ti caccia dall'aula.
Tutto nella norma.E' per questo che non mi ritrovo nella normalità della società, che giustifica l'autorità, gli abusi, i soprusi, e li copre. E' per questo che continuerò lo sciopero della fame finché potrò, continuando a esigere il trasferimento in altro carcere, visto che se per De Andrè la stessa aria di un secondino non si può respirare nell'ora di libertà, io voglio proprio evitare di condividerla sempre con le guardie che qui mi hanno pestato, con i medici ciechi e complici, la comandante che giustifica i suoi uomini dicendo che mi invento tutto e la direttrice che nasconde il marcio sotto un tappeto di falsità.

SEMPRE A TESTA ALTA, PASKA

ps. sciopero della fame: peso iniziale 5/11: 108,4 kg; peso giorno 11/11: 101,8 kg.

nb. scritto giorno 11/11 ed inviato almeno due volte. riscritto il 30/12. DA PUBBLICARE SU INTERNET

"Le azioni dirette francesi di oggi e il luddismo di ieri, fra decreti sicurezza e oppressioni scolastiche, con politiche ed antagonismi nella stessa prigione della democrazia. Questa trentaquattresima uscita di Frangenti si chiede se è meglio essere sicuri come la morte o liberi di vivere..."

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In questo anti-Natale dove spiccano manifestazioni finte umanitarie con sacerdoti e politici (e politicanti) a sgomitare per un foto, aperture di sedi fasciste e tatuaggi sui bambini messicani al confine con gli Stati Uniti come si faceva nei lager nazisti durante la seconda guerra mondiale, vorremmo far leggere a chi è interessato questo scritto uscito qualche mese fa su Frangenti. Buon lettura a tutte quelle e a tutti quelli che non si arrendono davanti alla rassegnazione e al motto passato ed eternamente presente del "non aver potuto farci niente".

La miserabile umanità

Apatride

Le immagini dei bambini nelle gabbie al confine fra il Texas e il Messico gridano vendetta. Ancora di più, l’irrisione della polizia nei confronti dei pianti delle piccole incarcerate nei giorni in cui, in un ghetto di Pittsburgh, viene ucciso dagli sbirri l’ennesimo afroamericano. In Italia la Trump-opinione – perché di pensiero non si può parlare, dato che necessita di cervello e sensibilità – si incarna nei vari Salvini, Toninelli e Di Maio (e prima nei Renzi, Gentiloni e Grasso). La politica della chiusura delle frontiere semina la vigliaccheria più popolare.  Se da una parte la guerra civile è sempre più una questione da prendere in considerazione, dall’altra questo potere provoca una cinica ilarità. Tutto torna nell’era della viltà condivisa. Quando la percezione viene devastata dal vuoto gergo da social network, l’immaginario viene visto come fantasticheria tecnologica, l’intelligenza viene vissuta come segnale di solitudine e chiusura, la passione viene associata moralisticamente alla violenza gregaria, la sensibilità percepita come buonismo cattodemocratico, la memoria rimane nei freddi portaoggetti da mausoleo, il confine tra il tutto opinabile e il pensiero singolare sfuma. E qui la tecnocrazia delle anime pie democratiche, idolatre di Mattarella o della democrazia radicale alla Negri, sprofonda nell’antipaticissima idiocrazia. In ogni dove si respira il motto: «Liberi di servire, liberi di obbedire, liberi di voler (un giorno e al più presto) comandare». Questo mostro rozzo, falsificante e pagliaccesco, non solo dirige l’economia e la politica dettando la cultura e contenendo l’esistenza, esso guida anche la mite protesta che non riesce ad andare al di là delle catene democratiche. Prendiamone atto: oggi siamo ricoperti di merda, tanto che si annusa solo odore di fango. Se lo schiavismo è sempre più tetro e la rabbia sovversiva sempre più impotente, potremmo anche essere orgoglioni dello sciacallo yankee e del becero leghista, idoli della massa più ignorante e vendibile al mercato delle opinioni. La continuazione di questa miserabile umanità – con le sue divinità da pregare, le tasse da pagare, le leggi da rispettare, con i suoi diritti da rivendicare, i suoi doveri da espiare, le sue serate da drogare, la sua polizia da aiutare, le sue merci da consumare, il suo mondiale di calcio da tifare, le sue servitù che non si desiderano attaccare e i suoi buffoni da 140 caratteri da idolatrare – è oggi la possibilità concreta dell’estinzione di tutto ciò che è altro, singolare e sovversivo. A meno che... A meno che nella testa, nei cuori e nelle mani si crei e si percorra l’eccitante autismo degli insorti, fra sabotaggi ardenti e diserzioni necessarie. Per oltrepassare la paura delle macerie e creare uno scarto irrecuperabile con ciò che è Stato.   

[Frangenti, n. 28, 29/06/2018]