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Stamane al mercato è stato volantinato questo scritto. Buona lettura!

ORTI ABUSIVI? ABUSIVO E' IL POTERE SULLE VITE

I degenerati sono il sale della terra

Otto Gross

L'amministrazione comunale di Cremona ha dichiarato che intende dare un giro di vite agli orti abusivi sparsi per la città.

Questo non è altro che un ennesimo attacco alla libertà individuale.

Questa società ci mette nella condizione di essere schiavi del consumismo e della mercificazione anziché poterci liberamente autoprodurre ed autogestire ciò di cui necessitiamo, a partire, anche, dal cibo e dall'alimentazione.

Troviamo molto interessante che in città ci siano degli individui che abbiano scelto di riappropriarsi degli spazi urbani e sosteniamo questa decisione fermamente.

Rifiutiamo ogni forma di autorizzazione/pagamento per poter usufruire di un bene primario come il terreno per coltivare i propri ortaggi. Pagare il pizzo comunale alla mafia della burocrazia è qualcosa che lede la libertà di ognuno.

Riteniamo importante iniziare a riappropriarci di ciò che sentiamo necessario, partendo dalle basi primarie come l'autosostentamento al fine di creare un processo più grande di delegittimazione dello stato, delle sue istituzioni, delle sue autorizzazioni e delle sue burocrazie.

Tiriamo i sassi e non la cinghia, contro chi ci vuole silenziosi servi di un presente indegno.

Coltivare la terra, recuperare il cibo invenduto e riappropriarsi di materiale necessario sono azioni di una parte degli sfruttati, di quella voce fuori dal coro, scritta da qualche visionario anni fa: bisogna saper sperimentare la libertà per essere liberi. Bisogna liberarsi per poter sperimentare la libertà. All’interno del presente ordine sociale il  tempo e lo spazio impediscono di sperimentare la libertà perché soffocano la libertà di sperimentare.

Che l'autogestione individuale e collettiva sia forza contro la repressione della libertà individuale.

alcune/i amanti della terra

Verso metà gennaio, undici donne di origine marocchina, arrivate dalla Libia e sbarcate sulle coste italiane, sono state prelevate e portate in una struttura per migranti in Calabria, descritta come un centro di grandi dimensioni simile a una prigione, da cui non potevano uscire e dove la polizia le scortava anche in bagno. Si tratta con ogni probabilità del CPA/CARA di Sant’Anna di Isola Capo Rizzuto, in provincia di Crotone.
Dopo una breve permanenza sono state trasferite, a inizio febbraio, nel CIE (ora CPR) di Ponte Galeria, dove sono state avviate tutte le procedure per la richiesta di asilo politico.
A seguito di questa richiesta, è stato comunicato loro che verranno ugualmente trattenute lì per due mesi, senza fornire altre spiegazioni. Sappiamo che i tempi di permanenza all’interno del CIE, che riguardino processi di identificazione o di elaborazione delle domande d’asilo, sono spesso arbitrari e possono variare dai 30 ai 90 giorni.
Dopo essere state accolte solo da gabbie e polizia, le donne si son viste quindi negata anche la possibilità di conoscere il motivo della loro detenzione.
Per questo hanno deciso di ribellarsi e lottare contro questa privazione della libertà, inziando tutte insieme uno sciopero della fame.
Obiettivi di questa lotta sono inoltre quelli di  denunciare le precarie condizioni di vita all’interno del CIE e il bisogno di conoscere il destino a cui le autorità le hanno condannate.
Diffusasi la notizia all’interno del lager, anche altre recluse hanno appoggiato questa scelta unendosi allo sciopero.
La loro lotta per la libertà riesce a superare e abbattere le differenze con cui gli stati ci dividono e obbligano a essere servx silenti.
La nostra solidarietà alla loro scelta di scioperare rende più instabile il muro che ci separa.
Sempre a fianco di chi si ribella contro vecchie e nuove carceri.

nemiche e nemici delle frontiere

Da: hurriya.noblogs.org

Retate nelle strade, stupri, soprusi e continue violenze nei centri di detenzione: questa è la quotidianità che lo stato offre alle donne migranti. Uno stato fascista e razzista fondato su machismo e cultura dello stupro; al di là dei propagandati progetti della polizia in difesa delle donne contro la violenza di genere, questo è uno stato che dice di proteggerti e nella realtà, al contrario, si trasforma in un ulteriore pericolo per la tua libertà e la tua vita.
Questo è ciò che è successo a Olga (nome di fantasia), una delle tante donne che spesso trovano il coraggio di liberarsi dalle loro relazioni violente. Olga è una donna ucraina che, nel momento in cui si è rivolta alle forze dell’ordine per denunciare le violenze agite da quello che era il suo compagno, è stata rinchiusa nel Centro di Identificazione ed Espulsione di Ponte Galeria, da dove la deporteranno a breve, perché la sua condizione di “irregolare” ha prevalso sulla sua richiesta di aiuto. Non si tratta di un caso isolato: ogni giorno le migranti devono vivere sulla propria pelle gli effetti di questo stato che le umilia, le sfrutta, le criminalizza e imprigiona per perpetuare poi le stesse violenze all’interno delle mura infami di un CIE.
Ogni giorno le donne migranti portano avanti le loro resistenze a questo sistema razzista fatto di confini e galere.
Non chiediamo allo stato di difenderci dalla violenza che esso stesso produce e di cui si nutre.
Quello che vogliamo è continuare a sostenere le lotte di chi a tutta questa brutalità si ribella, di chi resiste nei CIE, di chi si oppone alle deportazioni.
Quello che vogliamo è la libertà per tutte le donne recluse.

nemiche e nemici delle frontiere

Tratto da hurriya.noblogs.org

Deportazioni e violenza di genere: un aggiornamento dal Cie di Roma

Dal Cie di Ponte Galeria, una delle tante storie di donne inghiottite dalla macchina delle deportazioni, dietro le quali spesso troviamo tutta la gamma delle violenze di genere. Ci siamo fatti raccontare questa vicenda da una compagna di Roma, che ci aggiorna anche sulla situazione dell’unico Cie femmile d’Italia.

 

Un consiglio per chiunque lotti contro questo mondo di merda. Dentro a questo opuscolo troverete anche qualcosa di scritto uscito da noi, riguardo il tentativo della questura di Cremona di affibiare la Sorveglianza Speciale ad un nostro compagno. Tentativo andato a vuoto, appunto... 1312 sempre!

da rete-evasioni

Scarica e leggi l’opuscolo [pdf - 4,6 Mb].

Per richiedere delle copie potete scrivere alla mail: evasioni@canaglie.org

Questo opuscolo è un tentativo di fornire strumenti utili alla comprensione dell’articolato e multiforme apparato repressivo dello Stato. Siamo convintx che studiare e analizzare le evoluzioni delle strategie repressive sia utile a diffondere consapevolezza e, di conseguenza, a sviluppare strategie di lotta concrete. Siamo consapevoli della non esaustività di questo scritto: ci siamo, infatti, concentratx sugli ultimi due anni e su quelle situazioni che più conosciamo, raccogliendone all’interno i comunicati e le dichiarazioni dei compagni e delle compagne colpitx dalla repressione in quanto attivamente partecipi alle lotte nei luoghi che attraversano e in cui vivono. Ad oggi ci troviamo a dover constatare quanto accanita sia la repressione, a fronte di un livello di conflittualità tutto sommato a basso potenziale. Certo la presenza di compagnx nei contesti di lotta può rappresentare, per lo Stato e i suoi apparati, un ulteriore pericolo per l’attuazione dei loro mortiferi progetti. Così come allo Stato potrebbe essere utile far terra bruciata e sbarazzarsi del nemico, cioè di chi per condizioni di vita o di ideale rappresenta e rappresenterà l’ostacolo anche in un futuro (neanche troppo lontano) che si delinea reazionario e autoritario. Un futuro che è costruito pezzo su pezzo, con più o meno accelerazioni, dalle attuali politiche e propagande di terrore, di guerra tra poveri, di desolidarizzazione, di prevaricazione e competizione.

Per continuare a lottare è necessario ristabilire un “rapporto di forza” con lo Stato che al momento non è certo a nostro favore. Scegliere di arretrare significherà la ineluttabile riduzione dello spazio di agibilità e di partecipazione. Nell’ultimo periodo abbiamo visto come in diverse città e in diverse situazioni questo discorso inizi a prendere corpo. Alcuni compagni e compagne hanno deciso di non sottostare alle misure preventive, dichiarando apertamente di non volerle rispettare. A loro tutta la nostra complicità e solidarietà. Complicità e solidarietà che non negheremo, come non abbiamo mai negato, a chi per condizioni di vita, scelte contingenti e quant’altro, ha deciso e/o deciderà di non violare le restrizioni imposte. È importante, a nostro avviso, comprendere la diversità delle scelte senza scivolare in atteggiamenti e rigidità manichee. Il rifiuto delle restrizioni che si volevano imporre è senz’altro un segnale forte che però non può rimanere il solo, ricadendo esclusivamente su chi ha deciso di agirlo. È necessario sviluppare ed estendere insieme percorsi di lotta di più ampio respiro.