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Nel mese di ottobre, i fascisti di Casa Pound, tenteranno di fare un presidio/banchetto in Villetta per distribuire pasta, alimento che non verrà consegnato a tutti, ma sarà la discriminante etnica a farla da padrone. Non lo affermiamo per mera contrapposizione a questi inutili individui, ciò che scrivono sui loro comunicati e siti internet è molto chiaro e non da adito a nessuna altra conclusione.
Questo gesto populista e propagandistico è un chiaro tentativo di infiltrarsi in contesti e quartieri totalmente avulsi al pensiero neofascista, un modo subdolo e vigliacco di dividere il povero italiano da un povero che viene da qualsiasi altra parte del mondo. Il messaggio lanciato da questo tipo di iniziative è la divisione tra poveri e non la solidarietà tra sfruttati.
Non possiamo non opporci a questa finta iniziativa benefica se animati da un sincero spirito di giustizia sociale. Non affidiamo il nostro disgusto e dissenso alle istituzioni, che da anni danno a questi loschi individui piazza ed agibilità politica.
Questo quartiere non può sopportare un triste ritorno al passato. Organizzandoci, attraverso solidarietà e complicità, possiamo opporci a questi personaggi inqualificabili.
Cacciamo i fascisti da ogni quartiere e da ogni città!

Antifasciste/i di Crema e Cremona

In un periodo dove la repressione si fa sempre più sentire contro chi lotta per ribaltare questo esistente, in Val di Susa violenza poliziesca e perquisizioni con l'accusa famigerata di terrorismo contro i No Tav, a Modena arresti contro chi lotta per buttare giù i CIE e a Milano per gli scontri contro lo sgombero dell'ex-Cuem in università, nel carcere di Cremona succedono in brevissimo due fatti:
domenica un prigioniero tenta (e quasi ci riesce...) il più grande sogno di libertà, tentando di evadere e oggi (lunedì) si consuma l'ennesimo "suicidio di Stato" in questo putrido lager di Cremona.
Come al solito, sbirri e media farneticano nel loro linguaggio della menzogna parlando di spiacevole suicidio. Le bugie hanno le gambe corte!
Il detenuto che è morto era in galera, in carcerazione reventiva, con l'accusa di tentata strage per aver minacciato di far esplodere una bombola di gas durante la resistenza ad uno sfratto. Un sistema che sfrutta, sfratta ed opprime lega,
come in questo caso, in modo atroce, le condizioni soffocanti in cui gli oppressi sono costretti a sopravvivere in questo ergastolo sociale chiamato società.
Il carcere è un'istituzione totalitaria e rappresenta il totalitarismo del sistema di morte in cui esistiamo, cioè eliminazione attraverso controllo e gestione, dove discorso penale e discorso psichiatrico si confondono nella totalità della prigionia.
Obiettivo principale nella sua prospettiva sociale il ricatto legalitario a cui tutti sono sottomessi, dove le tecniche di repressione vengono «sperimentate» per introdurle nella vita di tutti gli individui.
Il carcere è una macchina di morte funzionale ad un sistema dominato da autorità e merce.
Stefano Cucchi, Giuseppe Uva, Federico Aldrovandi, Carlo Giuliani e Alexis Grigoropoulos sono «solo» alcuni morti di Stato e oggi questo avviene anche a Cremona.
Sappiano gli oppressori che la ribellione è l'unica dignità dello schiavo!
Liberi tutti e che delle galere ci siano solo macerie, che le mura crollino e la libertà evada!

Compagne e compagni contro il carcere

Note a margine di una propaganda mortifera in sala Puerari.

Venerdì 14 giugno, mascherati dal lugubre teatrino di un'iniziativa storica quanto imbarazzante, la banda di razzisti in camicia verde, capitanati dall'illegittimo presidente della Lombardia Roberto Maroni, hanno impregnato attraverso la loro aura di valori marci e nauseabondi, uno dei pochi luoghi cremonesi che per la sua caratterizzazione culturale nulla ha da spartire con questi lerci individui, millantatori di guerre nostalgiche, deumanizzazione del diverso, distruzione del territorio, distorsione identitaria, inasprimento della repressione come del controllo sociale. Impossibile chiudere gli occhi nei confronti dei loro arbitri: la legge bossi/fini, le ronde, i centri di tortura per migranti, l'auspicio a telecamerizzare ogni angolo della città come ad invadere le strade di arroganza poliziesca, gli incoraggiamenti a massacrare gli studenti nei cortei come gli appelli a lasciare morire in mare gli sfollati libici e chiunque tenti di riscattarsi dalla miseria. Questi scempi sono indimenticabili, ed ogni volta che tali nefandezze troveranno lo spazio per diffondersi, si può affermare essere per lo meno scontato, che alcuni liberi individui accorrano a brandire il proprio dissenso; a maggior ragione, quando tali luoghi sono pubblici e per di più quotidianamente vissuti per l'esatto opposto degli obiettivi leghisti: ovvero l'acutizzarsi della critica attraverso l'esplorazione letteraria, filosofica e cognitiva.
Così è accaduto che durante quel funerale della cultura chiamato presentazione di un libro, una quindicina tra studentesse e anarchici, decidono di sbollirsi il sangue nelle vene contestando gli attori dell'attuale banalizzazione esistenziale. Al nostro arrivo ci troviamo davanti il triste scenario di una via Ugolani Dati violentata da camionette, pistole e manganelli; proviamo comunque ad avvicinarsi alla sala, quando improvvisamente veniamo bloccati e invitati ad allontanarci. Incontro aperto al pubblico? A quanto pare non per tutti. Ci accontentiamo allora di leggere un volantino e aprire uno striscione, ma pure questo sembra essere troppo; il megafono ci viene ripetutamente strappato e buttato a terra, mentre digos, carabinieri e vigili urbani ci strattonano fuori dal cortile. Evidentemente, la facciata sobria e pulita di un Maroni accolto a braccia aperte dalla città, doveva essere garantita al costo di epurare con calci e intimidazione tutte le voci fuori dal coro. Beh, sappiate che non ci dispiace affatto di avervi rovinato quella tragica commedia, e che ogni qual volta capteremo l'arrivo in città di codesti sicofanti, non esiteremo a ripresentarci, continuando a pretendere la libertà di dire la nostra. Ci teniamo anche a ribadire quanto un luogo di sapere e di cultura quale è la biblioteca comunale, non potrà mai convivere pacificamente con blindati e polizia, e che se un incontro all'insegna del marciume volete fare, fatelo nelle vostre caserme.
Giù le mani dal Kavarna

Oggi il presidente della regione Lombardia, nonche' segretario della lega nord, Roberto Maroni, con la scusa di presentare un libro storico sul Carroccio (trofeo della battaglia delle Bordesine nel 1213 e della battaglia di Cortenuova nel 1237, in cui i cremonesi alleati con Federico Barbarossa se ne impadronirono e sconfissero le truppe di Milano), si cimenta nella solita becera propaganda razzista e guerrafondaia di stampo
leghista.
Siamo qui oggi per contestare i significati attribuiti al Carroccio dalla lega nord, che utilizzato da questa gente, acquisisce una valenza d'oppressione, intolleranza e razzismo.
Con la legge Bossi/Fini e il seguente pacchetto sicurezza ha introdotto il reato di clandestinita' e prolungato fino a 18 mesi il periodo di tortura nei CIE, veri e propri lager in cui gli immigrati vessano in condizioni pietose.
Durante la permanenza del qui presente Maroni come ministro degli interni, abbiamo assistito ad un inasprimento della repressione
nei confronti di tutt* i\le compagn* insorti.
Il suo partito, a fronte della tanto promulgata difesa del territorio, ha spalleggiato la costruzione del TAV, opera inutile, che sta portando il saccheggio e la devastazione della Val di Susa e non solo, anche attraverso manovre di guadagno
a discapito dell'ambiente e di chi ci vive, come le discariche d'amianto e il tanto atteso EXPO 2015.
Non dimentichiamo tutte le guerre, dalla Libia all'Afghanistan, passando dall'Iraq, fino ad arrivare alla militarizzazione delle citta' con l'esercito nelle strade.
Tutto questo, all'ombra dei profitti di morte di una delle piu' grandi aziende di stato: FINMECCANICA (una delle prime imprese a livello mondiale della produzione di armi).
Ogni volta che gli infami in camicia verde si presenteranno a Cremona a propagandare i loro indegni valori, ci sara' sempre qualcuno a contrastarli, con pazienza e furore!
Con il cuore vicino a tutti i morti provocati da idee, leggi leghiste e da questo sistema.
Giù Le mani dal Kavarna.

-lacrime e cemento-

Una festa è una festa. La festa è solo il momento della TAZ, il momento dello scatenamento delle passioni psicoattive e del turbinio dell'emozione musicale? La festa è solo uno strumento, un continuum spazio-temporale diviso dalla nostra esistenza?
Se questo fosse vero, la festa non sarebbe più il gioco di un qualcosa altro in cui le convinzioni saltano per aria, ma solo un ripetersi dell'esistenza alienata in ogni dove, divisa da un solo momento in cui distrarsi. Se questo avviene, il potere, il sistema che ci opprime e ci sfrutta ogni giorno, lo Stato, l'economia, la politica, essi che cosa penserebbero? E' dura dirlo, ma è facile comprenderlo; che stanno vincendo, come una grossa mano che tiene i fili dei nostri corpi e dei nostri cuori. Vogliamo far veramente vincere il potere? Vogliamo continuare questa esistenza dove o si lavora o si muore di fame, dove si finisce in galera o in qualche CIE (Centro di Identificazione ed Espulsione)?
Se ci vogliamo divertire, crediamo che il gioco della rivolta non possa essere tralasciato.
Ha senso divertirsi alla festa per poi tornare all'esistenza deprimente e ripetitiva di tutti i giorni? Ha senso essere una massa acritica e avvilente rinnegando l'individuo leggero e pensoso?
“La vita non può essere solo qualcosa a cui aggrapparsi.
È un pensiero che sfiora chiunque, almeno una volta.
Abbiamo una possibilità che ci rende più liberi degli dèi: quella di andarcene.
È un’idea da assaporare fino in fondo. Niente e nessuno ci costringe a vivere.
Nemmeno la morte. Per questo la nostra vita è una tabula rasa, una tavoletta che non è ancora stata scritta e che quindi contiene tutte le parole possibili.
Con una simile libertà non si può vivere da schiavi. La schiavitù è fatta per chi è condannato a vivere, per chi è costretto all’eternità, non per noi.
Per noi c’è l’ignoto. L’ignoto di ambienti in cui perdersi, di pensieri mai rincorsi, di garanzie che saltano per aria, di sconosciuti perfetti a cui regalare la vita.
L’ignoto di un mondo a cui poter finalmente donare gli eccessi dell’amore di sé.
Il rischio, anche. Il rischio della brutalità e della paura.
Il rischio di vederlo finalmente in faccia, il male di vivere.
Tutto questo incontra chi vuole farla finita col mestiere di esistere.
I nostri contemporanei sembrano vivere per mestiere. Si dimenano boccheggianti tra mille obblighi, compreso il più triste – quello di divertirsi. L’incapacità di determinare la propria vita la mascherano con attività dettagliate e frenetiche, con una velocità che amministra comportamenti sempre più passivi.
Non conoscono la leggerezza del negativo.
Possiamo non vivere, ecco la più bella ragione per aprirsi con fierezza alla vita.
«Per dare la buonanotte ai suonatori c’è sempre tempo; tanto vale rivoltarsi e giocare» – così parla il materialismo della gioia.
Possiamo non fare, ecco la più bella ragione per agire.
Raccogliamo in noi stessi la potenza di tutti gli atti di cui siamo capaci, e nessun padrone potrà mai toglierci la possibilità del rifiuto.
Ciò che siamo e ciò che vogliamo cominciano con un no.
Da lì nascono le sole ragioni per alzarsi al mattino. Da lì nascono le sole ragioni per andare armati all’assalto di un ordine che ci soffoca.
Da un lato c’è l’esistente, con le sue abitudini e le sue certezze.
E di certezze, questo veleno sociale, si muore.
Dall’altro c’è l’insurrezione, l’ignoto che irrompe nella vita di tutti.
L’inizio possibile di una pratica esagerata della libertà.”
(Tratto da “Ai ferri corti con l'esistente”)

Kavernicole e kavernicoli