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Racconto per gli sfruttati dell’acciaieria Arvedi e per tutte le oppresse di Cremona e non solo

Dopo l'incendio di giovedì scorso all'acciaieria Arvedi, la tragedia sfiora la farsa. ARPA e il sindaco Galimberti, come è funzionale al loro ruolo, si sono dimostrati i soliti leccapiedi dell'uomo più potente in città. E intanto noi tutti viviamo in mezzo al rischio di morte perpetuo prodotto dal virus dell'autorità.

Questo racconto è rivolto a tutti, anche ai buffoni di corte che non vogliono vedere che per farla finita con tumori ed inquinamento abbattere l'industrialismo è di vitale importanza per cercare di vivere una vita degna di essere vissuta. E chissà che anche chi difende l'indifendibile non nuoci più sulla salute di tutti nel mentre si mette la parola fine a tutta l'industria che è sinonimo di potere e nocività.

Apologo del Mecanoclasta

C'era una volta, nel verdeggiante regno d'Inghilterra, un giovane apprendista tessitore chiamato Ned Ludd. Mastro John, il suo padrone, continuava a rimproverarlo per la sua pigrizia, perché Ned era recalcitrante al lavoro, che lo sottraeva alle passeggiate e lo privava del tempo da passare con gli altri ragazzi del villaggio a gironzolare nei dintorni, a bere nelle taverne e a pomiciare con le ragazze nel fieno.
Un giorno Ned, sfinito da qualche bagordo notturno, si addormentò col naso sul telaio proprio quando il suo padrone gli aveva chiesto di aumentare il ritmo per onorare una ordinazione urgente. Messo in allerta dal russare del suo apprendista, mastro John lo svegliò bruscamente e si mise a picchiarlo senza riguardo con un bastone. Afflitto e ferito da una così rude batosta, Ned se ne tornò a casa col cuore traboccante di odio. Quella notte non riuscì a prendere sonno e si alzò prima dell'alba.
Munito di un pesante martello di Enoch, si recò silenziosamente al laboratorio del suo padrone, forzò la porta col manico del suo attrezzo e penetrò nella stanza che ospitava una mezza dozzina di telai. Ned sfogò la sua rabbia sulle macchine, accanendosi a colpi di mazza. Il fracasso non tardò a svegliare mastro John che, credendo si fosse introdotto un ladruncolo, caricò il fucile da caccia e senza perder tempo a vestirsi si precipitò giù dalla scala che conduceva al laboratorio. La sua burbera ed imponente sposa lo seguiva brandendo una lanterna, facendo scricchiolare i gradini sotto il suo quintale di grasso.
Nel laboratorio, con un'occhiata mastro John si rese conto della situazione. Una delle macchine era completamente distrutta, ma le altre avevano subito solo pochi danni; la stanza era vuota, la porta aperta. Mentre la moglie urlava sconce imprecazioni, il padrone, con la sola camicia da notte addosso, si precipitò fuori e, scorgendo in lontananza una figura che scappava a gambe levate, scaricò il suo fucile in direzione del vandalo, svegliando con lo sparo tutto il villaggio. Ma, a quella distanza e nella penombra, mancò fortunatamente il bersaglio, che presto si dileguò nella bruma dell'alba nascente.
Quel giorno Ned, che a furia di correre dietro le ragazze aveva buone gambe, sfrecciò nell'aria senza concedersi la minima sosta fino ad una lontana locanda di campagna. Qui si fece servire una montagna di costolette innaffiate con due o tre pinte di birra. Per l'impellente bisogno di pisciare uscì fuori nella stradina contigua al locale, mentre il locandiere, assorbito dallo studio dei suoi conti in fondo alla sala, non gli prestava attenzione. Vuotata la vescica e non avendo neanche un penny in tasca, Ned approfittò del colpo di fortuna per rimettersi a correre.
Fra scroccate e furtarelli, attraversò le terre di Albione da nord a sud senza essere mai colpito da una schioppettata, né acciuffato dai mastini lanciati sulle sue tracce. Giunto nella capitale del regno, si mescolò alla folla di straccioni, più o meno tutti buoni diavoli, che vi pullulavano come piattole sul pube della regina di Francia. Questa teppa aveva orecchie dappertutto. Ned non tardò a venire a sapere che un magistrato della sua contea lo perseguitava per vendetta con singolare tenacia. L'uomo aveva spinto il suo zelo fino a seguirne le tracce lungo tutto il suo viaggio costellato di bricconate.
Quel magistrato così perseverante si trovava al momento nella capitale, e interrogava cameriere ed informatori offrendo ricompense a chiunque lo avesse aiutato ad acciuffare Ned Ludd. L'uomo di legge aveva le sue ragioni per inseguire con tanto accanimento, e a proprie spese, l'autore di una tale bazzecola. Benevolo giudice di pace, era per mestiere costruttore di telai, che si ingegnava a perfezionare applicandovi le più recenti invenzioni della meccanica. Gli sembrava di importanza capitale che Ned, il profanatore una delle sue preziose e sante macchine, ricevesse una punizione esemplare. Ora, essendosi introdotto con un'effrazione nella casa del suo padrone, l'apprendista in fuga rischiava la corda.
Sapendosi dunque braccato, decise di lasciare il verde regno che la natura aveva circondato d'acque tumultuose. Trovò un imbarco come uomo di fatica su un mercantile e sbarcò furtivamente al primo scalo, in Olanda.
L'intero continente europeo era allora scosso dalla più frenetica agitazione. Si rovesciavano troni come birilli. In Francia, la plebe in sommossa aveva appena liquidato una dinastia vecchia di ottocento anni, facendo rotolare le reali teste di vitello nella segatura, massacrando a più non posso pretaglia e nobilaglia — e proclamando la Repubblica universale. Un'orda di ribelli cenciosi, con la sua sola apparizione sotto il sublime stendardo della Libertà aveva spaventato e messo in fuga ovunque le migliori truppe dei re coalizzati contro la canaglia in tripudio.
Ned si lasciò trascinare gioiosamente da questo tornado popolare che stava per cambiare per sempre il volto del mondo. Imparò a parlare la lingua infiorettata dei parigini dell'epoca, ed anche a leggere e scrivere, poiché non era stupido. Si impregnò così di idee nuove, senza tuttavia recitare il catechismo repubblicano che aveva sostituito quello dell'oscurantismo in disfatta, giacché non aveva affatto l'anima di un devoto. Ma guerreggiò con coraggio e lungimiranza e, se fosse stato più ambizioso, avrebbe forse potuto essere uno di quei generali ventenni sorti dal nulla per sbarazzarsi dei nuovi nemici della Repubblica.
Passati molti anni, ad uno di questi eroi la testa girò al punto da fargli rivestire la toga consolare e poi la porpora imperiale, sulla punta dei fucili e sotto le sole acclamazioni della sua guardia pretoriana. Ned vide la Libertà calpestata sotto i piedi in Europa, ed ebbe voglia di tornare nella sua isola natale. Era l'epoca in cui quest'ultima era completamente tagliata dal continente. Nessun vascello poteva cercare di accostarla senza rischiare di essere abbondantemente preso di mira dai cannoni della flotta del tiranno e conquistatore dell'Europa. Ma Ned, la cui borsa si era gonfiata con le razzie di guerra, non temette di attraversare la Manica, in una sera senza luna a fine primavera, su una bagnarola che aveva comprato nel massimo segreto da qualche pescatore della Costa d'Opale.
Rientrato nella sua contea natale, Ned vide con costernazione i mutamenti avvenuti durante la sua assenza di quattro lustri: divorando le campagne, le città si erano estese e popolate, e notevolmente imbruttite; i tessitori gemevano sotto il giogo del commercio, ridotti alla fame dalla rudezza dei tempi di guerra come dalla durezza dei fabbricanti. Nuove macchine, anche più malefiche dell'antico telaio distrutto una volta da Ned presso mastro John, invadevano i laboratori, togliendo il pane dalla bocca degli sventurati operai quando non li riducevano allo stato di semplici appendici di un automa. La contea sembrava in preda ad una maledizione.
Quanto a mastro John, non aveva potuto decidersi ad acquistare una di quelle macchine sataniche che aumentano il profitto e diminuiscono la qualità dell'opera. Rovinato da una concorrenza meno scrupolosa, dovette chiudere bottega. L'abuso di acquavite non aveva tardato a portarselo via e talvolta incrociava la sua vedova, ora smagrita, che girovagava per la landa proferendo frasi incoerenti. In mancanza di lavoro, i compagni apprendisti di Ned erano andati a vendere le loro braccia in una immensa fabbrica del nord del regno; e nessuno li aveva più visti tornare.
Di fronte a tale desolazione, Ned fu inizialmente tentato ad esiliarsi una seconda volta e pensò di andare a cercare fortuna nelle Indie occidentali; ma si ricordò di cosa avevano fatto i morti di fame francesi. Concepì allora il nobile progetto di formare una truppa di arditi raddrizzatori di torti e di installare il suo quartiere generale nella foresta di Sherwood, un tempo impenetrabile e sempre propizia ai fuorilegge.
Nel giro di qualche mese, si sistemò un rifugio e si mise d'accordo con alcuni giovani tessitori ridotti all'inattività, tanto robusti quanto decisi a venire alle mani. Ned insegnò loro la scienza delle armi e della lotta, quella che aveva imparato sui campi di battaglia dell'Europa.
In una notte di luna piena, fece loro giurare di servire il bene del popolo e di vendicare i suoi mali. Poi partì per la capitale, da cui tornò qualche giorno dopo con un piccolo carico di fucili e pistole, e un mucchio di martelli di tutte le misure — oltre a risme di carta e ad inchiostro. La sera del suo ritorno riunì i suoi compagni in una radura e fece loro, in sostanza, questo discorso:
«Cari fratelli congiurati, finalmente è arrivato il momento per la nostra piccola armata di lanciare il suo primo assalto. In altri tempi un gentiluomo di Spagna aveva combattuto i mulini a vento... Ebbene, ora sono i mulini di Satana che voi andrete a sconfiggere. Con l'ascia e con la mazza! Le armi da fuoco servono solo per tenere a distanza gli importuni. La carta e l'inchiostro non sono meno utili: serviranno ad ingrossare le vostre fila facendo conoscere la vostra lotta in tutte le taverne della contea e anche nel regno, attraverso epistole e manifesti.
Fratelli, abbiate sempre a cuore le nostre massime di libertà ma conservate nella lotta la più stretta disciplina. Risparmiate per quanto possibile il sangue degli uomini, ma siate implacabili con i traditori. Finché i cannoni dei nostri nemici non sono nelle nostre mani, il mistero ed il segreto sono le nostre armi migliori. Quei signori, i banchieri e i fabbricanti, hanno dalla loro la milizia e l'esercito, ed anche i perfidi magistrati e tutti i loro miserabili scagnozzi; ma noi avremo dalla nostra la sorda moltitudine. Loro sono padroni e possessori del giorno, noi lo saremo della notte».
Ciò detto, raccomandò ai congiurati di rispettare fedelmente, nel corso del combattimento che ne sarebbe scaturito, le regole tattiche adottate di comune accordo. Li esortò quindi ad agire con tanta saggezza quanto ardore. Poi voltò le spalle alla piccola truppa e si allontanò nella notte.
Così i compagni di Ludd andarono con passo fermo a devastare le macchine, e in effetti ne devastarono una infinità. E i potenti ne ebbero grande malapaura e sconvolgimento di budella.

Tratto da "La Colère de Ludd" di Julius Van Daal