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Prigionieri del I° Maggio 2015 – Lettera ai compagni greci da Casper, Molestio e Iddu

Milano, 22-03-2016

LETTERA PUBBLICA PER I /LE COMPAGN* GREC*

Cari Nikos, Fivos, Kostas, Odysseas, Alexandros,

siamo felicissimi e molto vicini nel ricevere la vostra lettera complice e solidale. Cogliamo l’occasione per rispondervi con questa lettera che vogliamo che sia pubblica.

E’ raro il fatto di arrivare a sognare con persone con cui non si ha nessun rapporto, che nemmeno si conoscono, mai neanche sentite o incontrate; è ancora più raro il fatto di passare insieme una giornata di ribellione e gioia come quella che abbiamo passato, fianco a fianco, senza neanche guardarci in volto; ancora più raro è il sentimento profondo e “fraterno” che ci unisce anche a migliaia di chilometri di distanza, lingue diverse e mari che ci separano.

Con questo scritto vogliamo chiarire che assumiamo la nostra carcerazione come conseguenza politica alle nostre scelte consapevoli di schierarci, come nemici del potere nella guerra umana, al fianco di tutti gli sfruttati di questo mondo, animali e pianeta compresi: non possediamo la codardia di presentarci come delle vittime.

Noi arrestati siamo tutti parte o frequentatori solidali del movimento anarchico milanese “pirata” e come tali ci definiamo nei sentimenti di fratellanza, sorellanza, egualità e solidarietà che ci uniscono anche a voi in questa grande “famiglia” nella “lotta contro il mondo intero”, nemici giurati dell’autorità, del governo, di qualsiasi forma di dominio e sfruttamento che riguarda la nostra vita e/o quella de* nostr* fratelli/sorelle; ci unisce il desiderio di espropriare le nostre vite, il desiderio di “arricchirci” individualmente e collettivamente contro la nostra rassegnazione, la sottomissione e la “povertà” cittadina.

Crediamo che la frase di Brecht da voi scelta come introduzione alla lettera che ci avete mandato, sia la migliore fotografia per descrivere l’apertura dell’Esposizione universale del 1° maggio 2015 di Milano, durante la quale l’élite “economica e politica” ( finanziaria e politicante) di mezzo mondo si pavoneggiava e starnazzava su argomenti come alimentazione e cibo:

“Quelli che rubano il cibo da tavola / dichiarano l’austerità

Quelli che prendono tutti i doni / chiedono sacrifici

I sazi parlano agli affamati / dei grandiosi anni che verranno.”

Mentre l’élite festeggiava con caviale e champagne sui tappeti rossi, dall’altro lato della città gli/le sfruttat*, rinchiusi, incatenatati e ghettizzati tra zone rosse e barriere, tentavano di far sentire la loro volontà, non solo contro Expo (goccia che fa traboccare il vaso, esempio di scempio e sfruttamento); bensì contro la schiavitù che ci attanaglia nella nostra guerra quotidiana costellata da mille lotte e percorsi comuni. Lavoro, casa, istruzione, sanità, finanza, guerre, rapine di materie prime, diseguaglianze sociali, razzismo, specismo, diseguaglianze di genere, repressione, sgomberi… Un elenco troppo lungo da inserire completo, una moltitudine di cause, una moltitudine di individualità e collettività che coloravano quella esplosione di protesta, rivolta e rabbia.

Vogliamo rivendicare che noi non siamo nella posizione fredda o tiepida di chi si pente o dimentica il calore o la gioia di quei momenti, noi non lottiamo per migliorie e/o riforme per rendere più sopportabile l’esistenza dentro questo sistema; non ci rivendichiamo come studenti, lavoratori o disoccupati: siamo “pirati”, siamo anarchici in guerra contro chi possiede, rappresenta e/o difende questo sistema autoritario fascista e capitalista.

Noi ci “indigniamo” davvero e non crediamo sia utile, ma reazionario e controrivoluzionario, parlare di legalità o illegalità nelle o delle lotte, della rabbia nella guerra e nelle battaglie contro servi e padroni.

I/Le nostr* nonn* sono stat* chiamat* bandit*, hanno dovuto vivere nell’illegalità, hanno voluto scegliere la clandestinità, sono stati perseguitati dall’allora “giustizia legale”, in molti sono stat* impiccat* o fucilat* per devastazione, saccheggio e incendio, nel tentativo di donarci un briciolo di libertà, subito negato e tradito da chi tradì, con il potere, quella iniziale spinta insurrezionale; ma soprattutto negato da chi non aveva colto alcuni degli insegnamenti più alti della loro lotta: la libertà va sempre perseguita, difesa, ricercata; non può essere né mediata, né concertata con un potere, né lasciata (e/o delegata) nelle mani di qualcun altro all’infuori di noi stessi; tutt* abbiamo l’onere di conoscere e sapere per poter scegliere, essere liberi e partecipare.

Non è detto che una cosa illegale sia anche ingiusta; non è detto che una cosa legale sia per forza giusta: ciò che è legale o illegale non lo decide la giustizia ma il potere ed i suoi servi.

Siamo felici del blocco della vostra estradizione in Italia. Siamo fiduciosi che questo blocco avrà ripercussioni anche nel nostro processo dove saremo giudicati per un reato che ancora proviene dal Codice Rocco, codice penale monarchico/fascista, reato che ancora prevederebbe la fucilazione se non fosse che la parola “morte”, nel codice penale attuale, viene messa tra parentesi quadre e non cancellata, viene lasciata per ricordare la sua recente abrogazione costituzionale ma non eliminata nel caso si volesse fare ancora qualche altro passo indietro nostalgico, già pronta per il nuovo regime che verrà, monito attuale per chiunque volesse ribellarsi davvero.

Siamo vicini, solidali e complici; stiamo facendo fronte comune contro la stessa repressione. Qui la solidarietà, la vicinanza è forte, presente; fuori dalle grige, fredde e umide mura di questo carcere in molt* lottano insieme a noi e a voi!

Se i giudici di questo assurdo processo politico, mediatico, fascista e autoritario potessero davvero giudicarci, se avessero davvero gli strumenti, la cultura per capire, sarebbero sicuramente con noi fra gli imputati o dietro le barricate e non sul pulpito, dietro la cattedra di un tribunale; se questi giudici, al servo del sistema che ci sfrutta e ci reprime, crederanno che questi “pirati”, gentiluomini di ventura, questi esseri umani liberi siano degni di essere ospiti dello Stato nelle sue carceri, siano degni di essere condannati per aver combattuto al fianco di tutt* gli/le sfruttat* di questo mondo in difesa della libertà, non ci rimane che subire con calma e forza la nostra sorte, convinti e consci di non avere nulla da rimproverarci.

Vi salutiamo e vi abbracciamo forte nella speranza vera e sincera di potervi abbracciare un giorno davvero e in libertà.

Andrea (Casper), Alessio (Molestio), Nicolò (Iddu). Hold On….