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Dato che il 27 Settembre al Kavarna ci sarà una discussione su questi temi prima del concerto benefit per i compagni torinesi, proponiamo questo scritto da leggere:

NOTE SULLA LOTTA CONTRO GLI SFRATTI A TORINO

Quello che segue è uno scritto a 34 mani. È stato redatto da alcuni arrestati del 3 giugno e propone una lettura complessiva dell’inchiesta, delle sue implicazioni e cerca anche di raccontare, ancora una volta, due anni di resistenza e lotta nelle strade di Torino.
Proprio come i migliori romanzi d’avventura verrà pubblicato a puntate, e ognuna di queste affronterà un aspetto differente della storia che ci interessa.
Ne immaginerete certamente la difficoltà di redazione, con gli autori dispersi in celle o case di città differenti; qualcuno sottoposto a censura; con i ritardi e i disguidi propri della corrispondenza carceraria. Ne perdonerete dunque la disomogeneità di stile e pure certe contraddizioni di punti di vista e contenuti. Puntata dopo puntata avrete tra le mani un testo collettivo, sì, ma nel senso della pluralità delle voci, della coralità: non c’era a disposizione alcun direttore d’orchestra che potesse dettar la partitura e, del resto, nessuno l’avrebbe voluto avere.
 

Al bando.

La messa al bando dei picchetti antisfratto: questa potrebbe essere la finalità ultima degli arresti torinesi del 3 di Giugno passato. Non l’unica, per carità, ma quella che veramente trascende le vicende del conflitto sociale in città e che più potrebbe ipotecare lo sviluppo di alcune lotte importanti in tutta Italia, quasi fosse un codicillo – introdotto per via giurisdizionale anziché legislativa – del “piano-casa” del governo Renzi. Non che questo sia il primo attacco frontale contro l’efficacia mostrata dai picchetti, già la primavera scorsa gli uomini di Tribunale torinesi avevano tirato fuori dal cilindro l’art. 610, l’incidente d’esecuzione, che, utilizzato probabilmente per la prima volta in maniera sistematica contro una lotta, consente di sospendere lo sfratto in caso di problemi di ordine pubblico e rimettere la procedura nelle mani di un giudice che stabilisce una nuova data senza più comunicarla allo sfrattando ma solo alle altre parti in causa. Lo sfratto diventa uno sgombero e la pratica del picchetto va a farsi benedire.


Nelle carte dell’accusa, invece, i Pm torinesi arrivano a proporre l’equivalenza “picchetto antisfratto = violenza aggravata a pubblico ufficiale” che, per quanto possa sembrare ardita, è stata accolta senza battere ciglio dal Gip nel convalidare gli arresti preventivi e dai magistrati del riesame nel confermarli. E si parla dei picchetti in quanto tali, proprio in virtù del loro meccanismo di funzionamento, non solo di quelli conditi con episodi particolarmente “vivaci”.
Scorrendo la lunghissima lista dei capi di imputazione, difatti, si trova che ci vengono rinfacciati non solo picchetti nei quali l’ufficiale giudiziario si sarebbe trovato più o meno circondato dai membri della famiglia sotto sfratto, dai loro parenti ed amici e dai solidali organizzati nelle periodiche assemblee di quartiere, tanto da sentirsi “minacciato” e quindi forzato ad «omettere un atto dell’ufficio» (eseguir lo sfratto) e a compierne un altro (firmare la proroga). Vi sono anche episodi nei quali l’ufficiale giudiziario neanche si avvicina al picchetto, se non per consegnare la proroga già compilata e nei quali la “minaccia” nei suoi confronti consiste solo nelle «fortificazioni di fortuna ma sapientemente congegnate», cioè nelle barricate di cassonetti. C’è una richiesta di arresti, addirittura per tre differenti accessi di un’unica famiglia di Borgo San Paolo, nei quali l’elemento di “minaccia” è costituito solo dalla «catena umana» di fronte al portone, richiesta respinta esclusivamente perché gli aspiranti galeotti non sono stati identificati con certezza. E quando la polizia riesce a spazzar via un picchetto, con l’ufficiale giudiziario che arriva sul campo a battaglia finita solo per piantar la bandierina dello sfratto eseguito, ci si ritrova comunque accusati di “tentata violenza a pubblico ufficiale”.
Se è indubbiamente vero che il livello di conflittualità toccato sopratutto nella Barriera dalla lotta contro gli sfratti è stato abbastanza alto, e socialmente allargato, con picchetti numerosissimi e ben difesi, è vero pure che, scava scava, questa inchiesta vuol colpire la forma picchetto in quanto tale, rendendola sostanzialmente illegale e quindi sanzionabile con l’arresto. Un 270 sexies a bassa intensità che non tenta di rendere, come nel caso dei compagni arrestati per la lotta contro il Tav, terroristico il sabotaggio – perché in grado di impedire alle istituzioni di rispettare gli impegni presi – ma piuttosto di rendere arrestabile chiunque intralcia in qualche modo la strada di un ufficiale giudiziario – perché così facendo gli impedisce di svolgere il suo dovere. E questo non è un problema, dunque, dei soli compagni arrestati o di quei proletari che ancora volessero resistere agli sfratti a Porta Palazzo o nella Barriera di Milano. Se questa imputazione passasse sarebbe un problema enorme per tutte le realtà di lotta contro gli sfratti e per la casa, qualunque sia lo sfondo progettuale o il loro percorso organizzativo, in tutta Italia. Sempre che il picchetto non sia utilizzato come un semplice orpello scenico per mascherare accordi già siglati in altra sede, ma questo è un altro discorso. E al di fuori dello specifico di questa lotta, poi, identico ragionamento dei giudici torinesi potrà fare il Pm che, in un prossimo futuro, si troverà alle prese con chi cerca di impedire, per esempio, l’esproprio dei terreni dove si dovrà costruire una qualsiasi “grande opera”.
I proletari di oggi come quelli di ieri, per difendersi dalla violenza legale e quotidiana dell’economia, non hanno altri strumenti che le proprie braccia, magari adeguatamente equipaggiate, la propria determinazione e la propria capacità di organizzazione autonoma. E il lavoro d’avanguardia della Procura torinese si conferma ancora per quello che è, proprio come nel caso dell’uso dell’aggravante di terrorismo per i quattro del 9 Dicembre: fornire ai padroni strumenti nuovi per la repressione dei conflitti sociali e, nel contempo, toglierne a chi lotta.

macerie @ Settembre 4, 2014

Diffondiamo una notizia che ci fa scaldare il cuore.

Nei giorni scorsi un detenuto ha dato fuoco alla sua gabbia, oggi 30 prigionieri si rivoltano contro le proprie condizioni di oppressi.

Daje! Siamo con voi! Ci vediamo al presidio del 6 settembre per portarvi la nostra solidarietà incondizionata!

La libertà è nella lotta!

(copia il link e leggi le notizie purtroppo di regime e dei pompieri del sindacato delle guardie)

Rivolta in carcere dei detenuti, spuntano pezzi di vetro: agenti minacciati

http://www.laprovinciacr.it/news/cronaca/96773/-Rivolta-al-carcere-Ca-del.html

 

Riceviamo e diffondiamo - prossimamente pubblicato su Nunatak (rivista che trovate nella distro kavernicola):

KURDISTAN, NELL’OCCHIO DEL CICLONE (prima parte)

Le notizie dal Vicino e Medio Oriente si susseguono a un ritmo incalzante. Il Kurdistan si trova, ancora una volta, nell’occhio del ciclone, dilaniato dall’esplodere delle tensioni tra le potenze regionali che si spartiscono il suo territorio.
Non è semplice, in un simile scenario, fornire un quadro della situazione che non sia immediatamente superato dall’incedere degli eventi. I quintali di notizie, parole, immagini, vomitati dai mass media, invece di chiarire la complessità dello scenario mediorientale, contribuiscono a spargere una confusione che è tutt’altro che casuale.
Perciò ci sembra prioritario – nei limiti di quanto è possibile fare in un breve articolo – provare a fornire qualche strumento interpretativo utile a comprendere le dinamiche in corso con uno sguardo di più lungo periodo rispetto alla cronaca emergenziale del giorno dopo giorno.
Da un lato, è necessario ricordare come quel che accade in Kurdistan (e più in generale in Medio Oriente) sia sempre, anche, il precipitato dell’interazione di forze esterne, a cominciare dagli Stati che ne occupano il territorio, ossia la Turchia, la Siria, l’Iraq e l’Iran (a loro volta, peraltro, veicoli di uno scontro di interessi su scala mondiale).
Dall’altro, è bene sottolineare come ciò non precluda l’esistenza di specifiche dinamiche locali, le quali, anzi, dimostrano sempre più spesso come proprio questi momenti di crisi e disfacimento possano rappresentare le crepe da cui emergono nuovi percorsi di autonomia, rivolta e protagonismo popolare.

L’immagine costruita dal discorso mediatico dominante racconta, sostanzialmente, di una folle guerra di fanatici terroristi musulmani contro i quali l’Occidente è costretto a intervenire (per ragioni umanitarie, ça va sans dire!) appoggiando le uniche forze al momento in grado di opporvisi, ovvero “i curdi”. Per fornire qualche antidoto alle ambiguità e ai silenzi che caratterizzano tale ricostruzione, ci pare utile, in primo luogo, delineare chi sono realmente le forze in campo, cosa rappresentano, quali identità e progettualità incarnano (in particolare nel campo curdo). In secondo luogo [nella prossima “puntata”], proveremo a sondare i percorsi di autonomia popolare che nonostante tutto – compresa una censura mediatica impressionante – resistono e rappresentano una forza di rottura per niente trascurabile (sia da un punto di vista politico che militare), in particolare nel Kurdistan siriano (Rojava). Infine, cercheremo di abbozzare qualche riflessione di portata più generale sul senso degli eventi in corso

Gli attori in campo

15 agosto 2014. Le televisioni del mondo intero riportano con orrore i massacri, le esecuzioni, i rapimenti di bambini e donne venduti come schiavi, le pulizie etniche e le angherie di ogni tipo dispiegate dalle bande dello “Stato Islamico” (I.S.) in nord Iraq contro minoranze religiose e oppositori, ad esempio contro i curdi yezidi a Sinjar (Şengal in curdo). Tale escalation di violenza settaria sarebbe, ufficialmente, all’origine del sostegno militare che Stati Uniti ed Europa si apprestano a fornire (apertamente) “ai curdi” – dopo averlo fornito a lungo (dietro le quinte) alle milizie “jihadiste”. Peccato però che l’espressione “i curdi” non significhi nulla, essendo “i curdi” una realtà nient'affatto omogenea. Oltre al fatto – tutt’altro che trascurabile – che il popolo curdo è diviso da circa un secolo dalle frontiere artificiali di Turchia, Siria, Iraq e Iran, nel movimento curdo si sovrappongono, com’è ovvio che sia, profonde divisioni che hanno origini storiche, linguistiche, tribali, religiose, oltre che contrapposizioni politiche talvolta laceranti e foriere di conflitti anche armati. Quando, dunque, gli Stati Uniti parlano di “armare i curdi”, si riferiscono ovviamente ai loro alleati sul campo, ovvero ai filo-americani del PDK, e non certo ai “terroristi” del PKK e ai suoi alleati. E ciò anche se, come emerge sempre più chiaramente dalle fonti sul campo e dalle testimonianze dei sopravvissuti, ad accorrere per aiutare le minoranze aggredite e a organizzare la resistenza armata contro le bande paramilitari di I.S., sono stati proprio quelli che Washington e Bruxelles definiscono “terroristi”, e non i miliziani fedeli a PDK e USA, i quali hanno invece lasciato campo libero all’avanzata di I.S., sostanzialmente spartendosi le spoglie del territorio abbandonato dallo squagliarsi dell’esercito di Baghdad. Del resto, anche i tanto decantati quanto limitati bombardamenti finora sferrati dagli Stati Uniti non sembrano proprio avere l’obbiettivo di stroncare le forze “islamiste”, quanto piuttosto quello di contenerle e indirizzarle (altrimenti, con le tecnologie e le informazioni in mano all’aviazione USA, sarebbe stato un “gioco da ragazzi” annientarne le postazioni e le colonne nel campo aperto del deserto iracheno).
È proprio per cercare di dissipare tali ambiguità che riportiamo qui di seguito, in modo inevitabilmente sintetico e schematico, una descrizione delle organizzazioni coinvolte a vario titolo nel conflitto in corso, una sorta di glossario per aiutare a districarsi nella confusione mediatica.

PKK – Partito dei lavoratori del Kurdistan (Turchia). Le sue ali militari sono: HPG (Forze di difesa del popolo) e YJA-Star (Unità delle donne libere - Star). Opera nel Kurdistan settentrionale (in curdo “Bakûr”, sud-est della Turchia) da oltre trent’anni, per sostenere l’autodeterminazione e la stessa sopravvivenza del popolo curdo contro l’occupazione militare da parte dello Stato turco. È stato inserito nella lista delle organizzazioni terroristiche stilata da USA ed Europa. Dagli anni Novanta, in particolare grazie all’elaborazione teorica del suo presidente Abdullah Öcalan (tuttora detenuto nell’isola-prigione di Imrali in Turchia), il PKK ha superato l’originaria ideologia nazionalista e marxista-leninista attraverso una radicale critica degli stessi concetti di Stato, Nazione, Partito, e abbandonando l’obiettivo della costruzione di uno Stato curdo indipendente. La sua proposta politica, denominata Confederalismo democratico, auspica la costruzione di una federazione di comunità autogovernantisi al di là dei confini nazionali, religiosi, etnici, le cui colonne portanti sono la partecipazione dal basso, la parità di genere e il rispetto della natura. Il suo esercito di guerriglia (HPG e YJA-Star) conta diverse migliaia di uomini e donne nelle montagne del sud-est della Turchia (sui confini con Siria, Iraq e Iran) e sui monti Qandil in territorio iracheno. Attualmente in un precario cessate il fuoco unilaterale con la Turchia, è impegnato nel sostegno dei propri fratelli in Siria (Rojava) e nella difesa della popolazione civile in Iraq contro I.S.

PYD – Partito dell’unione democratica (Siria). Le sue ali militari sono: YPG (Unità di difesa popolare) e YPJ (Unità di difesa delle donne). È il partito maggioritario nel Kurdistan occidentale (“Rojava”, Siria del nord). Stretto alleato del PKK, sia dal punto di vista militare che politico, ne condivide la proposta del Confederalismo democratico, prospettiva che sta concretizzando nei territori del Rojava. Qui, dall’insurrezione contro il regime siriano, non si è schierato né con il regime di Al-Assad né con i “ribelli siriani”, praticando una “terza via” consistente nel liberare e difendere il proprio territorio per amministrarlo, insieme agli altri partiti e realtà della società civile non solo curda, in una sorta di “democrazia cantonale dal basso”. La sua forza militare (YPG e YPJ) oltre a difendere il Rojava da chiunque l’attacchi (lealisti di Al-Assad, “ribelli” siriani, I.S. e “jihadisti” vari) ha recentemente operato in territorio iracheno contro i tentativi di pulizia etnica di I.S. – in particolare nelle aree di Sinjar, Makhmour (Maxmur, in curdo) –, soccorrendo la popolazione in fuga e organizzando anche lì, come in Siria, una resistenza armata di autodifesa popolare.

KCK – Raggruppamento delle comunità del Kurdistan. È il coordinamento che raggruppa i vari partiti e organizzazioni della società civile delle quattro parti del Kurdistan per portare avanti il progetto del Confederalismo democratico. Oltre a PKK e PYD, ne fanno parte anche il PÇDK (Iraq) e il PJAK (Iran).

PÇDK – Partito della soluzione democratica in Kurdistan (Iraq), per il Kurdistan meridionale (“Başûr”, nord Iraq); forza attualmente minoritaria anche a causa della repressione che subisce da parte del governo regionale del PDK.

PJAK – Partito della vita libera del Kurdistan (Iran), per il Kurdistan orientale (“Rojhelat”, nord-ovest dell’Iran). La sua ala militare è composta dalle HRG (Forze di difesa del Kurdistan orientale) e quella femminile dall’YJRK (Unione delle donne del Kurdistan orientale), le cui forze sono anch’esse attualmente impegnate nella resistenza contro l’I.S. in Iraq e in Rojava.


PDK – Partito democratico del Kurdistan (Iraq)
. È il partito di Mas’ud Barzani, che governa il Kurdistan meridionale (“Başûr”, nord Iraq), divenuto regione autonoma (KRG) in seguito all’invasione americana del 2003 e alla caduta del regime di Saddam Hussein. La famiglia Barzani, leader storici del movimento nazionalista curdo, governa di fatto la regione come un proprio feudo, rappresentando una vera e propria mafia del petrolio, in grado di garantire l’ordine nella regione e perciò sostenuta e armata dagli Stati Uniti, oltre che da Israele e Turchia (con cui ha importanti rapporti economici e a cui vende il petrolio). L’ala militare del PDK è formata dai «peshmerga», in parte integrati nell’esercito regolare iracheno, ma soprattutto nelle milizie che costituiscono le forze di sicurezza del KRG (Governo regionale del Kurdistan). La politica nazionalista e filo-americana del PDK è radicalmente in contrasto con le posizioni di PKK, PYD, KCK, in quanto principale stampella del neo-colonialismo e della balcanizzazione del Medio Oriente. Di fronte all’offensiva di I.S., i peshmerga di Barzani si sono distinti per una politica opportunista, che non ha sostanzialmente ostacolato l’avanzata di I.S. (fortemente sponsorizzata – tra gli altri – dall’amica Turchia) fino a quando non ha toccato i propri interessi, e anzi approfittando del conseguente indebolimento del governo centrale iracheno per allargare i confini del Kurdistan federale (ad esempio occupando la città petrolifera di Kirkuk quando I.S. occupava Mosul). Molteplici testimonianze dei civili scampati ai massacri di I.S., in particolare a Sinjar e a Makhmour, riferiscono di essere stati abbandonati dai miliziani di Barzani e di essersi salvati soltanto grazie all’intervento dei guerriglieri del PKK e del PYD. Diversi analisti inoltre – a proposito dell’immobilismo dei peshmerga del PDK – hanno sottolineato il fatto che mentre le forze del PKK dagli anni Ottanta non hanno mai smesso di combattere e di addestrarsi alla guerriglia, le truppe di Barzani, a oltre dieci anni dalla caduta di Saddam Hussein, si sono trasformate in un apparato burocratico di impiegati più che di guerriglieri.

«Peshmerga». Significa genericamente «guerrigliero» o «soldato» curdo, ed è quindi il termine che, storicamente, definisce ogni combattente del Kurdistan. Col tempo però (con la formazione di un governo de facto nel nord Iraq e le profonde spaccature nel movimento curdo) questo termine è andato a definire in modo specifico i miliziani del PDK di Barzani, come quelli del PUK di Talabani, di Gorran e degli altri partiti curdi d’Iraq, mentre i partigiani del PKK o del PYD preferiscono definirsi col nome delle proprie organizzazioni (o “gerîlla”, “partîzan”…). La genericità del termine «peshmerga» comunque rimane, ed è anche sulla sua ambiguità che si è costruita molta della confusione diffusa dai media internazionali.

In campo avverso, tra i protagonisti del conflitto in corso, il califfato fondato da Abu Bakr Al-Baghdadi nei territori del Bilad ash Sham (a cavallo tra Siria e Iraq) si è ormai affermato come una vera e propria potenza militare, fondata sul terrore nei confronti delle popolazioni civili e dotata di una forza paramilitare più simile a un esercito mercenario che non a una “tradizionale” organizzazione “jihadista”.

I.S. – Stato islamico. Nasce dall’arcipelago della resistenza islamista sunnita contro l’occupazione americana dell’Iraq nel 2003, nello specifico dal gruppo “Al-Tawḥīd wa-al-Jihād” fondato dal giordano Abu Musab Al-Zarkawi (ucciso da un bombardamento USA nel 2006), poi divenuto Al Qaida in Iraq (AQI), poi Stato islamico in Iraq (ISI), in Siria (ISIS) e infine Stato islamico (IS). Ha praticato fin dagli esordi una politica ferocemente settaria, attaccando principalmente gli sciiti e le altre minoranze dell’area (ragione del disaccordo e delle continue frizioni con la dirigenza di Al Qaida), riuscendo a serrare le fila sunnite con migliaia di militanti soprattutto stranieri (dimostrando una capacità di attrattiva effettivamente internazionale). Nello scenario della guerra civile siriana, si è distinto per la ferocia dei suoi attacchi (e non solo contro le forze lealiste ma anche e soprattutto contro ogni fazione rivale del fronte dei “ribelli”) riuscendo a imporsi, dal 2013, come principale forza del campo fondamentalista sunnita (scalzando anche Jabat Al Nusra, ovvero il referente di Al Qaida in Siria). Qui controlla ormai diverse aree nel nord e nell’est del Paese, in particolare nelle zone petrolifere e lungo il corso dell’Eufrate, in guerra aperta contro le forze curde del Rojava. Nel 2014 incomincia l’avanzata in Iraq, dove trova l’appoggio di diverse forze sunnite emarginate e represse dal governo iracheno, il cui esercito a luglio si ritira disordinatamente abbandonando nelle mani dell’I.S. un vero e proprio arsenale (tra cui fucili M4 e M16, lanciagranate, visori notturni, mitragliatrici, artiglieria pesante, missili terra-aria Stinger e Scud, carri armati, veicoli corazzati Humvies, elicotteri Blackhawks, aerei cargo…). È così che l’I.S., sotto la guida di Abu Bakr Al-Baghdadi, si costituisce in Califfato, strutturandosi di fatto come un nuovo Stato che riscuote le tasse, paga i suoi miliziani e dipendenti, amministra centrali elettriche, depositi di grano, dighe, pozzi petroliferi, affrancandosi così anche dalla dipendenza da finanziamenti di Stati stranieri.

In questa rapida escalation dello Stato Islamico, l’appoggio logistico, economico, militare fornitogli dalla Turchia perlomeno dall’inizio della “crisi” del regime siriano, insieme all’atteggiamento delle milizie peshmerga di Barzani, e alla “vigile distanza” degli USA, potrebbero far sorgere ai più malfidenti qualche sospetto sull’esistenza di un disegno pro I.S. condiviso da tale “asse”. Ciò anche senza scomodare le voci secondo cui il califfo Al-Baghdadi (che risulta essere stato in un campo di prigionia statunitense in Iraq dal 2004 al 2009, per poi esserne rilasciato ed assumere la leadership di ISIS in seguito all'uccisione del precedente leader da parte di forze statunitensi) sarebbe stato addestrato da Mossad, CIA e MI6. Anche senza bisogno di perdersi nelle immancabili elucubrazioni su complotti e cospirazioni a tavolino, non è affatto impensabile un’alleanza di fatto, una convergenza di interessi (che si saldano nel sollecitare alcune dinamiche, nel non ostacolarne altre…) tra Turchia, USA, PDK (oltre ad Arabia saudita, Qatar…), per “suscitare” e impiantare una presenza fondamentalista sunnita nel cuore del Medio Oriente (uno nuovo Stato, o un Califfato, o un territorio in guerra permanente...) in funzione anti Iran (e dunque anti Al-Assad, Hezbollah… e Russia); qualcosa che – già che c’è – vada a spezzare sul campo ogni tentativo di rivolta, di autogoverno, di gestione diretta, e diversa, del territorio…
Una controrivoluzione preventiva, insomma, contro quella resistenza popolare che costituisce oggi (fuori dalle menzogne della propaganda) l'unica vera resistenza sul campo contro lo Stato Islamico; una resistenza che vede in prima fila le milizie autorganizzate dalle donne, e in cui stanno confluendo gli abitanti delle regioni sotto attacco rompendo le divisioni etniche, religiose, culturali, in una prospettiva politica che assume un significato universale...  Questo movimento, che partendo dai curdi di Rojava rischia di dilagare oltre confini che non tengono più, è qualcosa di dirompente nel panorama mediorientale, comprensibilmente preoccupante per qualsiasi potere con mire di controllo o egemonia nell'area, e proprio perciò, per noi, tanto più interessante.
Nella seconda parte di questo articolo (sul prossimo numero di Nunatak), cercheremo di approfondirne il funzionamento, entrando più a fondo nelle dinamiche della “rivoluzione in marcia in Rojava”.

Daniele Pepino – 20 agosto 2014
(per «Nunatak. Rivista di storie, culture, lotte della montagna», n. 35, estate 2014)

Raccontare il carcere a partire dagli episodi di conflitto che in esso e attorno ad esso prendono forma è uno dei tanti modi per ribadire l'inaccettabilità di un'architettura fisica di tortura e del paradigma di potere che rappresenta.

In questa rubrica vengono riportati alcuni aneddoti avvenuti dentro e nei dintorni del carcere di Cremona "Cà del ferro".

Nota:
Il Sappe è il sindacato autonomo dei secondini, il cui segretario generale è Donato Capace.

17 NOVEMBRE 2018
La sera prima del presidio in solidarietà a Paska, rinchiuso nel carcere di La Spezia in sciopero della fame e malmenato dalle merde delle guardie, alcuni solidali sbucano nel buio per salutare i prigionieri di Cà Del Ferro.
Fuochi d’artificio e il calore delle urla dei reclusi spezzano per un attimo la monotonia repressiva del carcere.

24 GIUGNO 2018
Tre secondini finiscono in ospedale per intossicazione dopo aver spento l'incendio che un detenuto aveva appiccato nella propria cella esigendone l'apertura in modo da poter passeggiare nei corridoi della sezione. Il Sappe non ha perso l'occasione per encomiare i suoi eroi affumicati, ma questa volta le circostanze dell'accaduto non hanno permesso di portare avanti il  solito attacco contro il regime quotidiano a celle aperte - già, il conflitto non è relativo al modo in cui si gestisce il carcere, è sostanziane alla detenzione stessa.

23 GIUGNO 2018
Un secondino viene ferito mentre cerca di  sedare "la folle intemperanza di un detenuto straniero". Queste le uniche indicazione trapelate della cartastraccia locale attraverso il piagnucolio del Sappe, come se il ferimento di uno sbirro non possa essere mosso da ragione; come se le cause che portano a scagliarsi contro degli aguzzini, per il solo fatto di essere rivolte contro dei funzionari armati dello Stato, non possano che essere cause prive di senso. Ma ciò che dei torturatori definiscono come folle non può che suggerirci un comportamento messo in atto a partire da una certa dose di saggezza.

22 GIUGNO 2018
Un gruppo di detenuti abbozza una sommossa in solidarietà ad un ragazzo che non accetta di buon umore l'ordine di dover cambiare cella. Il prigioniero si è dapprima opposto con le sue sole forze, scaraventandosi contro due agenti e distruggendo l'arredo circostante; poi, una volta trasferito, la sua protesta ha trovato il supporto dei nuovi compagni di sezione, coi quali ha ripreso l'attacco agli agenti convertendo i suppellettili in oggetti contundenti. Il Sappe sfoggia il peggio della retorica cercando di invertire i rapporti di potere tra chi detiene la violenza e chi quotidianamente la subisce cucendo l'abito di vittima addosso ai suoi mercenari.

21 GIUGNO 2018
Alcuni solidali salutano i prigionieri con grida di libertà e spettacoli pirotecnici. Dall'interno della prigione il frastuono di voci e versi esplode in sincronia coi primi botti che illuminano quel pezzo di cielo ai margini della città, dimenticato dai più, osservato dai "non tanto meno" tramite lo spazio angusto di una grata. Che i muri crollino e la libertà evada!

3 ARPILE 2018
Due detenuti vengono trovati prossimi all'impiccagione nella loro cella. Il segretario del sindacato dei secondini, Donato Capace, prende parola sulla carta straccia dei giornali locali pavoneggiandosi un po' psicologo e un po' sociologo nella pretesa di interpretare il gesto dei due uomini come messa in scena tesa ad ottenere una pena alternativa. Il significato dell'accaduto non può che essere custodito da chi lo ha messo in pratica, non certo dalle parole del loro aguzzino.

9 FEBBRAIO 2018
Un gruppetto di solidali, sbucato dai campi adiacenti la prigione al calar della sera, saluta i detenuti con urla e fuochi d’artificio. Con un megafono viene ricordato il ragazzo morto in quelle mura pochi giorno or sono, e ribadito come di carcere non si debba morire, ma nemmeno vivere: una società che per sussistere ha bisogno di una struttura del genere, non è una società che valga la pena di essere vissuta. Il baccano sviluppatosi dalle celle è stato particolarmente caloroso, uno strepito composta da battiture, grida di “libertà” ed invettive contro la polizia.

5 FEBBRAIO 2018
Un ragazzo di 28 anni perde la vita all’interno della propria cella. Gli aguzzini ipotizzano un suicido; ma, al di là dell’autopsia, al di là della – rispettabile – volontà o meno di questo ragazzo senza nome, morire dentro una patria galera significa andarsene da questa vita strozzati anche e soprattutto dalla mano dello Stato, della Legge, della sua Morale.

31 DICEMBRE 2017
Alcuni solidali tornano dietro le recinzioni del carcere per salutare i detenuti la sera di capodanno. Anche in altre città italiane, come in diverse città del mondo, si sono susseguiti concerti e manifestazione fuori dalle prigioni. Passano gli anni ma le strutture di imprigionamento e imbruttimento sociale rimangono le sesse.

25 DICEMBRE 2017
Un gruppo di ragazzi saluta i detenuti con alcuni fuochi d’artificio. Il gesto è ricambiato con fischi e grida provenienti dalle celle.

27 NOVEMBRE 2017
Quattro secondini finiscono in ospedale dopo essere stati malmenati da un detenuto che altro non pretendeva se non la sua libertà: stufo di dover aspettare fino alla fine del 2019 ha preteso con risolutezza una scarcerazione immediata. I giornali sbrodolano lusinghe e lodi agli agenti impegnati nel trattenere il ragazzo; mentre il sindacato di quest’ultimi, il Sappe, continua la sua pressione affinché si ritorni ad un’amministrazione carceraria che non preveda celle aperte e ore libere nei corridoi – richiesta avanzata con sempre più insistenza ad ogni occasione che li vede in difficoltà. Se ci fosse ancora bisogno di ribadirlo, non vi è altra soluzione alla detenzione se non la fine della struttura detentiva stessa.

9 NOVEMBRE 2017
Un detenuto dà fuoco alla propria cella come reazione alla mancata attenzione da lui richiesta. La coltre di fumo sprigionata costringe l’amministrazione ad evacuare l’intera sezione; mentre dodici detenuti vengono portati al pronto soccorso.

16 SETTEMBRE 2017
Una cinquantina di solidali sbuca dal buio della campagna per salutare calorosamente gli uomini imprigionati nel carcere. L’intervento repentino dei secondini non placa l’entusiasmo degli astanti che riversano sugli agenti il loro disprezzo nei confronti di galere e carcerieri. Il baccano creatosi all’esterno è ricambiato con grida e fischi dall’interno delle celle.

12 AGOSTO 2017
Un secondino si ferisce gamba e mano nel tentativo di domare un detenuto insieme al fuoco che egli aveva appiccato nella propria cella come megafono alle sue richieste. Il “Sappe” ne approfitta per chiedere un rafforzamento del proprio apparato operativo e per lamentarsi dell’attuale “moda gestionale” che riconosce al detenuto un aumento del tempo da trascorrere fuori dalla cella, auspicando così ad una forma di disciplinamento il più possibile partecipativa.

4 AGOSTO 2017
Un detenuto in regime di semilibertà si è dato alla macchia scappando dalla finestra della comunità in cui era costretto. Nei giorni precedenti anche in altre città si sono verificate alcune evasioni (Volterra, Fossano, Terni, Mamone, Civitavecchia, Milano). Mentre nel 2016 si contano 6 evasioni da istituti penitenziari, 34 da permessi premio, 23 da lavoro all’esterno, 14 da semilibertà e 37 mancati rientri di internati. Rincuora costatare come nelle maglie dell’istituzione penitenziaria qualcuno riesca sempre a trovare dei buchi da cui fuggire

21 LUGLIO 2017
Un saluto caloroso ravviva la nottata dei prigionieri di Ca’ Del Ferro. Un fumo denso sale dalla base di quelle maledette mura. Nella notte, in una stradona vicina al carcere per oscurare un po’ la vista da venerdì sera in qualsiasi squallida discoteca, appeso anche uno striscione malandrino che recita: “Solidarietà e Evasione per Davide. Libertà per gli arrestati di Amburgo. No G20 Riots. Daje Ric”.

21 GIUGNO 2017
Un gruppetto di solidali salutano in questa torbida estate i reclusi. Ricordando al megafono la tentata evasione di Davide Delogu, l’isolamento di Maurizio Alfieri e le lotte contro la censura di Alfredo Cospito in AS2, rompere l’isolamento diviene possibile. Qualche gioco pirotecnico in aria e a terra illuminano la notte. La risposta dei prigionieri è stata intensa, al punto da scaldare i cuori dei solidali e con la promessa di ritornare ancora sotto quelle mura infami.

24 MAGGIO 2017
Nella notte tra martedì e mercoledì un detenuto cerca di togliersi la vita impiccandosi nella propria cella. Da quanto si apprende dai giornali, l’uomo si trova ora in fin di vita presso l’ospedale di Cremona. Solo un mese fa, a fronte di uno dei tanti episodi di scontro tra guardie e detenuti, il sindacato di polizia penitenziaria, nel tentativo di tracciare una proporzione tra allentamento dei dispositivi punitivi e aumento dell’incapacità di gestire il tempo libero da parte dei detenuti, imputava l’aumento dei suicidi alla relativa estensione delle ore da poter trascorrere in sezione con le celle aperte.

15 APRILE 2017
Durante la due giorni in solidarietà alle compagne e ai compagni fiorentini colpiti dalla repressione, una trentina di solidali salutano i prigionieri con urla e qualche gioco visivo. Alla risposta calorosa dei detenuti le guardie si mettono di mezzo con una macchina di pattugliamento. Questo non ferma la solidarietà e il "dialogo" fra solidali e prigionieri. Panico fra le guardie nervose... A pochi giorni dalla festa della "liberazione" (quale?), liberare i dannati della terra sembra, ancora, del tutto necessario.

14 MARZO 2017
Sei giorni di prognosi per un secondino aggredito da un giovane detenuto. Il sindacato di polizia penitenziaria coglie la palla al balzo per lamentarsi dell'aumento delle ore libere in sezione, nonché dello scarso sforzo che il bel paese compie nei confronti dei rimpatri per i prigionieri stranieri. Come dire: "si, siamo sbirri, quindi razzisti e fascisti". Ogni riferimento agli starnuti scomposti dell'associazione "Libera" non è casuale.

19 GENNAIO 2017
Una ventina di solidali accorre fuori dal carcere per salutare i detenuti e per informarli sulla sentenza (sei mesi di lavori socialmente utili e seimila euro di risarcimento danni) avvenuta in mattinata a carico di un ragazzo accusato di aver gettato della merda al ristorante "Il Violino" in segno di solidarietà ai prigionieri che, nel settembre 2013, lanciarono un appello di supporto esterno in seguito ad alcune proteste avviate all'interno delle carceri italiane.

1 OTTOBRE 2016
Sabato sera in ospedale per un secondino aggredito da un detenuto. Il Sappe riferisce di una violenza immotivata; ma senza motivo è solamente la violenza che tutti i giorni non si riversa contro i gestori dell'architettura carceraria.

3 SETTEMBRE 2016
Luca, detenuto di 39 anni, viene ritrovato morto nel letto della sua cella. I giornali parlano di "morte naturale" ma, al di là dell'autopsia, c'è ben poco di naturale nel perdere la vita rinchiusi in una gabbia.

27 MAGGIO 2016
Un grupetto sparuto di solidali saluta i prigionieri con musica, interventi e fuochi d'artificio a ridosso delle recinzioni. Da dentro si sente gridare "libertà".

19 MAGGIO 2016
Per protestare contro le proprie condizioni di restrizione, un detenuto si ferisce gravemente il corpo con una lametta. Solo nel 2015 sono 145 gli atti di autolesionismo contati nel carcere di Cremona.

23 APRILE 2016
Con l'acquazzone sopra la testa e il sole ormai tramontato, una trentina di solidali saluta con urla e fuochi d'artificio i prigionieri costretti all'interno del carcere. Da dentro, il gesto è ricambiato con grida di libertà e luci ad intermittenza dalle celle.

16 MARZO 2016
Un detenuto posto in regime di isolamento cerca di togliersi la vita. Il carcere di Cremona risulta essere quello con il maggiore numero di tentati suicidi in Lombardia.

18 OTTOBRE 2015
Un secondino finisce in ospedale dopo aver litigato con un detenuto. Il Sappe piagnucola per il clima di ostilità che i reclusi rinnovato ogni giorno nei confronti dei loro aguzzini.

25 FEBBRAIO 2015
Un secondino, dopo aver fatto orecchie da mercante, si ritrova sul corpo la tisana bollente di un denetuno che a più riprese aveva chiesto di essere portato in infermeria.

6 OTTOBRE 2014
Approfittando del via vai di muratori presenenti nel carcere per alcuni lavori, un detenuto cerca di confondersi con loro nel tentativo di conquistarsi la libertà. Putroppo è stato fermato prima che riuscisse a varcare l'uscita.

26 AGOSTO 2014
Alcuni detenuti del padiglione vecchio si rifiutano di entrare nelle celle, si coprono il volto, impugano spraghe, distruggono telecamere e oggetti vari nella terza sezione, fanno scappare le guardie presenti e chiedono maggiore libertà. Un amico lì presente ci racconta come nella protesta si cantava "NO TAV liberi", slogan urlato a squarcia gola dai solidali accorsi più volte nell'ultimo periodo sotto quelle mura.

19 MARZO 1974
Contro lo spostamento del carcere da via Jacini a dove ora esso si trova, i detenuti allora rinchiusi si rivoltano: dopo aver distrutto interamente la terza sezione e in parte la seconda, salgono sul tetto urlando slogan contro il carcere, gli sbirri, lo Stato.
La struttura storica di via Jacini resterà in funzione fino al 1992, anno in cui diventerà operativa la struttura di via Cà del Ferro: dal cuore della città, il carcere viene spostato in periferia, lontano degli sguardi e dalle geografie degli individui.