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“Il racconto, il racconto per intero!”

(un + a chi ha colto l’oscura citazione)

Mi è stato dato ad intendere che ci siano idee vaghe sul mio luogo di detenzione, ammetto che io per primo quando mi hanno portato in matricola a S. Vittore per il trasferimento e mi hanno detto: “Cremona” , ho sgranato gli occhi e ho ripetuto incredulo: “Cremona?” Non sapevo neanche che ci fosse un carcere!

Durante il tragitto mi hanno dato l’opportunità di diventare nostalgico: Piazza Napoli, Ticinese, lo svincolo per Alessandria… Dopodiché, mi sono addormentato per risvegliarmi a Caorso e di lì a poco alla nuova dimora. Dopo un’attesa che a me è sembrata infinita, in una cella microscopica con dentro niente se non scritte di tutta la gente passata di lì, mi hanno fatto la visita di rito, perquisa e mi hanno detto che sarei andato nella sezione “C”, me l’hanno detto come se dovessi sapere cosa fosse.

A quanto pare la sezione “C” è l’unica sezione a celle chiuse di tutto il carcere, dove ci sono definitivi di lunga durata (anche 15-18 anni) e la gente che ha fatto casino nelle altre sezioni. Dopo due settimane a S. Vittore con celle aperte 12 ore al giorno e, per quanto affollate, più ampie del 4×2 (a essere generosi) in cui sono ora, l’impatto è stato forte. Il mio compagno di cella (uno zingaro di 23 anni) mi ha ribadito, come molte scritte sui muri, che questo è un carcere di merda dove non funziona niente…

Due giorni dopo l’hanno messo in un’altra cella ed è da allora che sono da solo. Superato l’impatto iniziale, però, mi sono abituato. Il fatto che le celle siano chiuse non rappresenta in realtà un grosso problema e tutti i detenuti della sezione (o quasi) affermano che si sta più tranquilli qui. L’ala nuova con celle aperte e da 3 persone (qui son da due, anche se ci sono stati tempi dove riuscivano a fare un tetris da 3), doccia in cella e tavolo dove mangiare, vengono descritte come più casiniste e infatti la maggioranza di quelli che hanno fatto casino durante i saluti erano proprio lì.

In molti mi hanno giurato che farebbero carte false pur di star soli in cella, e devo dire che non hanno tutti i torti. La sera tengo la tv spenta e con un sottofondo di cicale rispondo alle vostre lettere!

Ci concedono 4 ore d’aria al giorno + 2-3 di socialità. 3 volte alla settimana al posto dell’aria (che è un cubotto di cemento 15×20 con muri da 5 metri) si va in un simpatico campetto con calcetto, campo da tennis e mezza pista d’atletica: sì, è divisa in due.

Il cibo del carrello è spesso improponibile, si salva giusto l’insalata, la frutta (difficile farle male), le uova sode e poco altro. Tutti quelli che possono si cucinano per i fatti loro con il sopravvitto, anch’io mi sto organizzando in tal senso, anche se con i tempi della spesa ci vorrà un po’. Inoltre qui, per qualche assurda regola, non entrano i cibi fatti in casa, cosicché dovrò rinunciare alle leccornie che mi entravano a S. Vittore.

Se a S. Vittore si trovava qualche secondino esaltato o comunque convinto del suo ruolo (all’arrivo in matricola ne ho visto uno con una collanina d’argento con le manette… giuro!), qui tali elementi sembrano assenti. Svolgono il loro lavoro con lo stesso automatismo e la stessa naturalezza con cui lo farebbe un impiegato delle poste e, effettivamente, qui sembra che la tua vita sia in mano a degli impiegati comunali… Detta così fa rabbrividire, e un po’ a ragione, ma la burocrazia è oltremodo ordinaria, così si riescono ad attuare delle strategie di sopravvivenza e a entrare nel ritmo.

Devo dire subito che la rassegnazione qui è massima, talmente alta che sembra a volte che in molti cerchino di far finta di non essere in galera e sono disturbati da qualsiasi cosa glielo ricordi. Le grida di libertà arrivate da fuori sono state accolte da alcuni con molta indifferenza e, io credo, quasi fastidio. Libertà qui è una parola sussurrata (come “cazzo” alle elementari) che il vero detenuto, quello che sa farsi la galera (odiosa espressione del linguaggio carcerario), non pronuncia.

Ammetto che ci sia di sottofondo un’intenzione difensiva, se sai che devi stare chiuso come una gallina in un pollaio per degli anni, cerchi di mettere in atto degli strumenti psichici difensivi che ti permettano di resistere. C’è chi sta sulle sue e chi fa gruppo, chi fa il capo e chi il gregario, l’obiettivo non è il riscatto ma la sopravvivenza.

A questo bisogna aggiungere la questione dello sconto sulla pena. Ignoravo, prima di venire qui, che ci fosse una legge che garantisce 75 giorni di sconto per ogni semestre passato senza rapporti. Questo vuol dire 5 mesi di abbuono per ogni anno trascorso in buona condotta, non è poco per chi si deve fare le annate. Un siciliano oggi mi ha mostrato orgogliosamente i suoi 9 semestri di buona condotta. Se aggiungiamo a questo il fatto che ti possono fare rapporto per qualunque cazzata, dal litigio con un detenuto fino a rispondere male a una guardia, si capisce come con questo sistema siano riusciti a pacificare completamente la situazione nelle carceri. Sebbene un detenuto qui in sezione si vanti dei suoi 37 rapporti maturati in quasi 6 anni di detenzione.

I detenuti di lunga esperienza mi raccontano di una galera completamente diversa prima dell’introduzione di questo sistema. Pestaggi di guardie, rivolte scioperi. Tutto questo, per quel che ho potuto vedere, è del tutto sparito. Sono riusciti a scambiare la rabbia per la rassegnazione, rendendo per loro più gestibile tutto il carrozzone.

A S. Vittore avevo trovato qualche detenuto che usava la parola “compagni”, ma se già lì faticavano a mettermi a fuoco, qui non riescono proprio a capire chi io sia. Il più informato mi ha detto che una volta ha letto un articolo sulla Torino-Lione. Per farmi capire un po’ devo tradurre compagni con amici e solidarietà con famiglia.

Generalmente sono tutti sorpresi dai saluti e dalla mole di posta, nonché da qualche mio racconto sulle attestazioni di solidarietà: dalle raccolte di soldi ai numeri delle manifestazioni, non so dirvi quanto tutto questo sia apprezzato, ma genera molta curiosità, vedremo se si può infilare qualcosa di più.

I motivi della contestazione per i quali sono dentro sono abbastanza oscuri, anche alle guardie, ma la cosa in sé non è vista male e viene generalmente ricondotta ad un immaginario di rivolta. C’è chi mi chiama No Tav, BR o Acab, a seconda delle giornate. Gli stranieri sono quelli più solidali, e quelli meno avvezzi ai compromessi. Molti italiani che si atteggiano a “veri detenuti” ridono e scherzano con le guardie in un rapporto semi-amicale che a me lascia molto perplesso, ma d’altro canto molti dei secondini provengono dalle stesse zone d’Italia e condividono la stessa cultura, cultura si fa per dire, in senso sociologico più che letterario.

Questo è un luogo d’attesa. Sembra una bolla temporale rimasta al diciannovesimo secolo, un tempio della burocrazia dove ciecamente vengono applicate decisioni prese altrove da qualcun’altro. Il tempo non ha lo stesso significato che ha fuori. Si potrebbe fare un parallelo con la teoria della relatività, altrimenti non saprei come spiegarvelo. Le giornate passano lente, ma il tempo sembra volare, forse perché lo si spreca. Non c’è l’ansia di fare che c’è fuori, o meglio, c’è (di ansia ce n’è moltissima), ma sai anche che, se chiedi tramite modulo un manico di scopa, potrebbero passare anche 5 giorni. Vissuta per anni, una condizione del genere fa molti danni, basta guardare in faccia i miei compagni di sventura. Al momento io cerco di vivermela al meglio, come una specie di Erasmus nell’Ancièn Regime.

Un detenuto veneto una volta mi ha detto che qui mi sarei laureato anche in pazienza, e va bene, prendiamo anche questo titolo, non posso permettermi di farmi avvelenare il sangue, ne uscirei distrutto in pochi giorni. Ma non posso neanche dissociarmi al punto di non ricordare quanto mi facciano cagare questi posti e le persone che li amministrano.

Sarà un difficile equilibrio, ancora più difficile in una guerra di nervi quale è la galera, ma vincerò, ne sono sicuro.

Ora vi saluto perché vedo che la grammatica, l’ortografia e la lucidità stanno diminuendo rispetto alle prime righe. A far niente ci si stanca moltissimo.

A sarà düra!

Un abbraccione gioioso a tutti e tutte!

Fra »

Tradotto in italiano a partire dalla traduzione francese: http://non-fides.fr/?Israel-Palestine-j-appelle-les#nb1

Israele-Palestina: “Faccio appello ai soldati semplici ed ai riservisti affinché rifiutino di obbedire agli ordini e non partecipino al massacro”.

Dichiarazione di diserzione di un giovane israeliano

Udi Segal, giovane israeliano di 19 anni, doveva incominciare il servizio militare lunedì 28 luglio 2014. Nonostante sia obbligato per legge, come la maggior parte degli israeliani ebrei della sua età, a partire militare una volta finito il liceo, Udi ha rifiutato.
È uno di quelli che vengono chiamati refuznik (in ebraico sarvan, da sirev: “ha rifiutato”), come gli altri giovani che rifiutano di servire in Tsahal. Alcuni di loro rifiutano di prestare servizio nei territori palestinesi occupati, altri rifiutano di essere incorporati del tutto, come nel caso di Udi.

Nel 2005 si contavano più di mille refuznik, in un paese di otto milioni di abitanti, logorato da uno stato di guerra permanente e dal patriottismo che automaticamente ne deriva, a cui piacerebbe dividere la società israeliana in due campi: i patrioti ed i traditori della nazione, “traditori della nazione” che sono ultraminoritari e molto mal visti.

È difficile per noi, che viviamo nel cuore dell’Europa pacificata, comprendere il clima che, in Israele come in Palestina, esorta ogni individuo al nazionalismo gregario, fino a riuscire ad inscriversi nel DNA della società. È nostra responsabilità, in quanto anarchici ed anazionalisti, diffondere la parola e gli atti di quelli che rifiutano queste logiche di morte, da un lato e dall’altro della frontiera. Soprattutto quando gli spazi di contestazione sono, in genere, anch’essi contaminati da questo clima1.

Vi proponiamo quindi questa dichiarazione di Udi, a cui auguriamo forza, coraggio e determinazione per andare avanti, per farla finita con il nazionalismo ed il patriottismo.

"Mi chiamo Udi Segal, ho 19 anni, vengo dal Kibbutz Tuval, al nord d’Israele; qualche mese fa ho firmato la lettera degli obiettori di coscienza del 2014, che è stata mandata al Primo ministro; fino ad ora essa è stata firmata da 130 disertori. Nella lettera, noi dichiariamo il nostro rifiuto di servire nell’esercito israeliano. Le ragioni principali sono l’occupazione e l’oppressione continua del popolo palestinese, che si esprime attraverso sussidi sociali diversi, il disprezzo dei [loro] diritti, e l’assassinio, tuttora in corso, di 600 persone nel corso dell’ultima operazione a Gaza2. Inoltre, il servizio militare contribuisce al militarismo israeliano. Io per esempio, in quanto uomo, ebreo e aschenazita3, e quindi più suscettibile di avere un impatto sulla società israeliana e di cavarmela, poiché vengo da un ambiente sociale dominante, più incline al militarismo israeliano, un ambiente al quale io mi oppongo con forza.

Anche se non ci fosse l’occupazione, io rifiuterei di servire nell’esercito, perché esso perpetua un sistema politico, nazionalista e capitalista al quale io rifiuto di partecipare e che è utile soltanto a qualcuno. Non penso che l’operazione militare in corso a Gaza mi protegga. Le operazioni militari non mi proteggeranno, esse non faranno altro che provocare nuove operazioni militari, come è successo con l’operazione Piombo fuso [2008-2009], che non ha fatto altro che portare all’operazione Pilastro di difesa [novembre 2012] e che continua oggi con l’operazione Margine di protezione, che probabilmente porterà anche lei ad altre operazioni militari. Quello che [ci] proteggerebbe sarebbe una pace giusta, che riconosca l’ingiustizia fatta ai palestinesi. Non si potrà realizzare la pace fintantoché un popolo sarà oppresso, occupato e circondato da un muro. Questa popolazione non ha abbandonato il suo desiderio di libertà e non conta sull’eventuale compassione di quelli che lo tengono sotto occupazione, allora non aspettatevi di vivere sicuri in una situazione del genere. A quelli che pensano comunque che mi stanno difendendo, in una tale situazione, se il prezzo da pagare per la sicurezza è di 600 morti a Gaza, questo tipo di sicurezza non mi interessa.

Il mio rifiuto di servire sarà difficile per la mia famiglia. Mio fratello è sotto le armi e potrebbe essere a Gaza quando io mi ritroverò in prigione, spero che ciò non creerà dei conflitti insolubili… E oltre a ciò, per causa mia, la gente guarderà con sospetto i miei genitori ed i miei fratelli. Io penso di contribuire alla società israeliana, ma mi sembra importante precisare che la mia azione non si iscrive all’interno di una visione patriottica o sionista, ma in una visione globale, una globalità che include Israele. Penso che l’occupazione sia un ostacolo e che essa sia dannosa per gli israeliani.

Molti amici della mia età si sono arruolati nell’esercito. Io stesso provengo da un ambiente militarista, la mia scuola ha una delle più alte percentuali di reclutamento del paese4. Si, ci sono molte persone che hanno smesso di rivolgermi la parola e che mi hanno messo all’indice a causa della mia scelta. Ma si tratta forse di una buona selezione fra le mie amicizie, poiché ho anche degli amici che si sono arruolati ma che sono rimasti al mio fianco. Ho scelto di andare in prigione perché sfortunatamente gli israeliani ascoltano più facilmente quelli che sono pronti a sacrificarsi e a pagare il prezzo. La prigione mi priverà della libertà, è qualcosa di difficile da concepire, perché fin qui non ho conosciuto che il “fuori”, in una libertà tutta relativa. In più, per quelli che rifiutano l’occupazione, le condizioni di detenzione possono essere particolarmente dure, come mostra il caso di Uriel Ferera, recentemente incarcerato. Ha rifiutato di vestire l’uniforme e subisce delle umiliazioni a causa del suo ambiente tradizionale.

L’obiettivo che la mia diserzione sottende è la fine dell’occupazione. Ma, tenuto conto della realtà attuale, ciò che é importante adesso é che gli israeliani, in particolar modo gli adolescenti che si avvicinano al momento della coscrizione, aprano gli occhi, riflettano al senso dell’occupazione e a quello che significa servire nell’esercito.

Per quanto riguarda l’operazione in corso a Gaza, faccio appello ai soldati semplici ed ai riservisti affinché rifiutino di obbedire agli ordini e non partecipino al massacro.

Udi Segal"

Udi Segal ha risposto “Mi rifiuto” all’ordine di coscrizione, lunedì 28 luglio a mezzogiorno, accompagnato da circa 70 solidali, ebrei ed arabi (fra cui altri refuznik), tutti presi di mira da una contro-manifestazione di patrioti di merda, riunitisi in tutta fretta per mezzo della fogna Facebook. Udi è attualmente detenuto in una prigione militare.

CONTRO DEVASTAZIONE E STERMINIO

Questa interruzione nasce da alcune domande che ci siamo posti, prima di tutte quella sullo striscione che vedete:
TERRORISTA E' CHI?

Una linea ferroviaria inutile che costa la devastazione del territorio, l'esproprio di case e di terreni e molti milioni di euro; stiamo parlando del TAV.

Chi si ribella a tutto questo viene rinchiuso in galera con accuse infamanti come quella di terrorismo, appunto.

Terrorista è chi devasta e saccheggia i territori.

Ci chiediamo come sia possibile invitare ed elogiare un sindaco che si appoggia ad un partito come il PD, complice della stessa opera di devastazione, poi esporre la bandiera NOTAV per pulirsi la coscienza.

TERRORISTA E' CHI?

Il PD, lo Stato, chi sostiene il TAV e tanti altri, mascherandosi dietro a parole come PACE, DIRITTI UMANI, SOLIDARIETA' , continua ad alimentare la militarizzazione dei territori e l'invio di truppe nei Paesi in guerra, incentivando un maggiore controllo e lo sterminio di luoghi e persone (in 12 giorni Gaza conta 1000 morti e 7000 feriti, vittime causate dalle bombe israeliane, prodotte anche da Finmeccanica).

Tutti questi fatti sono piani per la conquista dei territori, la manipolazione delle vite che li abitano, per gli interessi economici e di arricchimento dei soliti padroni del mondo.

CLAUDIO, CHIARA, FRANCESCO, NICCOLO', LUCIO, MATTIA E GRAZIANO LIBERI!
GAZA LIBERA!
TUTTE e TUTTI LIBERI!!

La guerra e il TAV si combattono anche nei territori che viviamo.

Anarchiche e Anarchici di Cremona.

«Il solo re buono...»

Gli Anarchici di Lynn (Massachusetts)

Ricordate? A Monza, a due passi da Milano che Umberto I aveva abbandonato nel Maggio 1898, come città di conquista, ai cosacchi di Bava Beccaris, il 29 Luglio 1900 intorno al sovrano che ogni atto del suo regno e gli avvolgimenti biechi della sua politica aveva diretto a cancellare tradizioni, conquiste e speranze della Rivoluzione Italiana, pretoriani e cenciosi riaffermavano tra il garrir degli inni cortigiani l'inscindibile fortuna del re e del popolo, la comune ansiosa sollecitudine pel bene inseparabile del re e della patria.
Eppure, mai aspirazioni e propositi di sovrano erano apparse più acerbamente ostili ai voti ed alla fortuna della nazione quanto i ventotto anni del regno di Umberto I agli aneliti dell'Italia nuova resuscitata alla storia dal martirio e dall'eroismo di tre generazioni!
Perché nessun sovrano porta al tribunale della storia uno stato di servizio bieco e macabro come quello di Umberto I. Possono le auguste sgualdrine impenitenti ed i confessori aulici mentire sulla sua bara che egli fu il re buono, così come il padre, cacciato a dispetto delle sue bestemmie e delle sue paure attraverso la breccia, era stato chiamato padre della patria, e l'avo, l'avo che aveva sulla coscienza i tradimenti del 1821, le condanne capitali di Garibaldi e di Mazzini, l'abbandono di Milano alle iene dell'Austria, era stato chiamato il magnanimo.
La storia, stracciata la fragile ragnatela delle postume apologie della regina Margherita e del suo consolatore il cardinale Bonomelli, dirà domani senza riguardi e senza pietà:
Che ringoiandosi periodicamente le convenzionali proclamazioni dell'intangibilità di Roma capitale d'Italia, Umberto I ha chiesto perdono a tutte le sacrestie vaticane delle sue millanterie laiche e delle sue temerità massoniche e non invocò mai al suo popolo altro destino che quello ferrato della duplice devozione alla chiesa ed allo Stato;
Dirà la storia che, auspice Umberto I, l'Italia risorta ad unità ed indipendenza, attraverso mezzo secolo di rivoluzioni, rinnegò a Candia, gendarme della ragione di stato e della grazia di dio, i diritti e le glorie delle proprie origini;
Dirà che la Costituzione stessa della patria, nel nome ed in forza della quale la sua dinastia pezzente era stata investita della sovranità di una nazione grande e gloriosa, non ebbe mai peggior nemico né manigoldo più sozzo di Umberto I che la tenne sotto i piedi ad ogni fremito della protesta popolare e sognò, complici Pelloux e Bava Beccaris, stracciarla per sempre nella restaurazione assoluta dell'autocrazia militare, e dal sogno non cessò che quando si vide sull'orlo dell'abisso;
Dirà la storia che, strumento di una famelica banda di sciacalli, Umberto I fecondò col sangue più puro della giovane Italia il sogno pazzo della corona d'Etiopia travolgendo il nome e le bandiere della patria nel fango di compromessi ignominiosi e di transazioni infami nuove, ignorate certamente ai liberi comuni ed alle piccole repubbliche che tenevano testa validamente al Barbarossa ed al Valois e salvavan l'onore dove ogni fortuna dell'armi era perduta;
Ed aggiungerà la storia di domani che, auspice Umberto I, i dilapidatori della fortuna pubblica ebbero nel re buono il complice autorevole che garantiva l'impunità del sacco e delle paradossali rapine recidive;
Ed ai figli nostri dirà spietata, inesorabile che mentre i saccheggiatori delle banche, pagata la taglia alle reali bagasce ed ai corruttori della politica nazionale, potevano assurgere ai massimi onori ed alle supreme magistrature della patria, nella terra di Galileo, di Bruno e di Vanini, la libertà di pensiero non trovava più larga mercé che presso i tribunali della Santa Romana Rota, né altro rifugio, né altro tempio che le galere e le Isole italiane della Salute; che ogni anelito del proletariato italico ad assurgere verso il destino fatale dì verità e di giustizia prefinito dalle leggi ineluttabili del progresso civile, fu soffocato nel sangue, e da Conselice a Milano si contano a centinaia, a migliaia i figli d'Italia che sul solco fecondato dal servo sudor caddero col petto infranto dalla mitraglia regia, suppliziati in ispregio di ogni legge civile ed umana per avere, inermi, reclamato un pane meno scarso, una vita meno bestiale, un po' più di riposo per le membra disfatte, un po' d'aria e di luce per i cervelli ottenebrati.
Questa la voce della storia; e voi, compagni nostri di miseria, di pena, di servitù, voi che la secolare consuetudine religiosa inchina facilmente ai feticci e piega ai loro odii ed alle loro vendette, voi non maledirete più all'uomo che il 29 luglio 1900 nell'orgia di domesticità e di prostituzione a cui si abbandonavano incoscienti od obliosi i figli, i fratelli, i compagni di catena e di miseria di tante vittime della regia ferocia, disperò del destino del proletariato italiano ed atterrando del suo fulmine vendicatore Umberto I, agli oppressori ammonì che mai colla violenza delle manette e delle stragi si ricaccia un popolo a ritroso della sua storia, ed agli oppressori rivelò la fragilità dei simboli che all'armento ingenuo ed imbelle degli schiavi incutono tanta
devozione e tanta paura.
Voi non potete maledire al giustiziere né imprecare all'ammonitore che da una parte chiude per sempre le vie dell'avvenire ai propositi di insane, impossibili restaurazioni, schiude dall'altra ai vinti le vie della speranza e della risurrezione, ammonendo che le libertà hanno una sola vera e reale guarentigia: la coscienza vigile delle masse che non sanno abdicarvi né sono disposte a lasciarsele confiscare; e che fra i molti effimeri diritti di cui cianciano i padri santi dell'ordine uno ve n'è che vuole avanti ad ogni altro trovare nella realtà quotidiana il suo compimento: il diritto al pane che è la prima e più elementare forma di libertà, il diritto al pane dell'anima e del cervello che è la forma elementare della civiltà, la condizione elementare del progresso.
Non maledite al giustiziere, all'annunziatore!
Neanche levatelo sugli altari a rifar la teoria dei santi della rivoluzione sociale che dietro ai taumaturghi si rifugiano di solito l'ignavia e l'impotenza dei fedeli.
Meglio che le maledizioni e le apologie, le quali non saprebbero né avertere né moltiplicare cotesti superbi atti di rivolta, vale ricercare le cause da cui sono determinati e misurare le conseguenze postume e remote che ne discendono.
Lo stato di servizio di Umberto I illumina le cause a cui direttamente si connette il supremo atto di giustizia di Gaetano Bresci; la storia del nuovo regno ne illustra le conseguenze prossime.
Coloro che per sistema, per interesse, per paura deplorano gli atti di rivolta come pretesto di subite violente reazioni in cui vanno disperse le libertà pubbliche appena consolidate, hanno dovuto riconoscere che se si tornò subito dopo la caporalesca dittatura militare del Pelloux al rispetto delle guarentigie statutarie — quali che ne siano — che se il diritto di organizzazione e di sciopero ebbe dopo gli stati d'assedio la più vasta consacrazione, le cause sono tutte e soltanto nell'atto magnifico di rivolta e di giustizia compiuto a Monza da Gaetano Bresci il 29 luglio 1900.
Le conseguenze remote sono di loro natura meno prevedibili e sono nel caso nostro, e per colpa comune a lutti i lavoratori a quelli più specialmente che militano all'avanguardia del movimento proletario, meno profonde e meno sensibili.
Perché noi non abbiamo saputo trarre profitto dalla nuova condizione di cose che l'eroico esempio di Gaetano Bresci ci aveva creato.
Mentre i partiti politici hanno saputo avvantaggiarsi delle ristorate libertà pubbliche e si sono avventati all'albero della cuccagna fino ad attingerne la vetta sospirata, dando di lassù il calcio dell'asino al proletariato che sulle sue spalle eternamente curve li aveva levati alla fortuna, la parte rivoluzionaria, quella che va al di là dei mondi e delle forme e vuole dalla rivoluzione l'essenziale libertà della vita e del pensiero, si è adagiata sullo strame delle mezze libertà riconosciute quasi che concioni verbose e sgorbi tribunizi fossero tutto il suo programma, tutta la sua meta, ed ottenuta la libertà di svesciar ciarle, celebrar congressi innocui e muggire rauchi ordini del giorno, non le rimanesse altro da fare.
Si accucciò ignava alla prima tappa, e nell'ozio Bisanzio rifiorì e rintronò il bivacco di tutte le sguaiataggini scioperate dell'accidia, ed al problema arduo ed urgente della miseria e dell'ignoranza che ci gravano sulle spalle, ed al mezzo di risolverlo riprendendoci quello che è nostro per farne la comune guarentigia del benessere e della libertà di tutti e di ciascuno, problema che i lavoratori aveva appassionati, raccolti, ravvivati di augurale vigore durante un trentennio e della piccola falange di pionieri aveva fatto l'esercito minaccioso che Stati d'assedio e domicilio coatto e galera avevano moltiplicato ed agguerrito, filosofastri da ghetto e da lupanare sono venuti sostituendo le suppurazioni fetide dell'anima scrofolosa. Spolverati i sofismi del vecchio Hobbes ne hanno fatto la trama di un vangelo ravveduto della poltroneria, della viltà e della rassegnazione vestendolo d'ironia e di cinismo:
«Sperate nella rivoluzione? E siete poveri cristianelli a cui i fedeli, stanchi, daranno un bel dì nel groppone».
«Contate sulla solidarietà? Ma non sapete che l'uomo è lupo all'uomo, che la massa è sordida e meglio che sorreggerla quando vacilla val ancora gabbarla a beneficio proprio?».
«Sognate la fratellanza? Aspettate Nazareni circoncisi che facendo lo scab a Giuda vi venderemo per un nikelino ai birri ed al sinedrio!».
«Vi compiacete degli atti individuali ? E i vostri eroi ve li catalogherà Lombroso tra degenerati paranoici criminali nati!».
La causa? ma è un non senso! il prossimo? ma è un pugno di pidocchi! l'ideale? una menzogna convenzionale. L' Umanità? cristianesimo che si rinnova e ripullula sul vostro rammollimento.
Non ci siamo che noi, ed all'infuori di noi non è che l'armento: benedetto chi lo castra e chi lo tosa, e quanto all'anarchia, che è per definizione negazione dell'autorità, ben venga se può accordarsi col dominio che per definizione è la negazione dell'anarchismo... bociavano i norcini rigattieri di un egoismo stupidamente inteso ed oscenamente praticato. E dietro ad essi la corte di miracoli del pidocchiume, incapaci di levarsi dall'immondezzaio e dalla rogna, fierissima di poterci urlare che era con noi ad un patto, che il livello dell'eguaglianza agognata fosse quello del suo abbrutimento della sua vigliaccheria e della sua abiezione.
E mentre i lavoratori sfiduciati e nauseati dell'obliquità dei tutori esosi guardavano alla parte rivoluzionaria, chiedendole l'auspicio della nuova giornata e tornando alle origini eroiche del movimento socialista mostravano di saper scegliere e ci affidavano di saper fare buona rotta, la nuova parola non abbiamo saputo dire, non abbiamo saputo cogliere la meravigliosa contingenza. Noi facevamo a vituperi pei trivi coi beceri e colle ciane dell'espedientismo anarchico.
Infezione sporadica, effimera, superficiale da cui la prima ventata gagliarda di reazione, il primo brivido d'azione ci purgherà ricacciando in ghetto gli usurai, ed alla fogna le povere sorche che l'hanno diffusa, ma intanto quello che non aveva saputo essere l'individualismo era diventato il personalismo, quella che doveva essere la polemica, stimolo, revisione, controllo, correzione, era diventato la bega turpe per cui i lenoni gridavan: venduti! a quanti non sapevano prostituirsi, ed i ladri colle mani nel sacco urlavano dalle bigonce improvvisate in bordello: parassiti! a coloro che preferiscono la superba miseria all'accattonaggio professionale.
Ed il proletariato che noi avevamo cessato di affiancare, di cui non dividevamo più la quotidiana esistenza, di cui non comprendevamo più i nuovi bisogni ci ripagò di buona moneta: non ci comprese più, non volle comprendere né intendere che più potessimo aspirare ad un regime di libertà di giustizia d'amore, noi che quanto a libertà ed a giustizia non avevamo criteri diversi dai tribunali del Sant'Ufficio o dai cannibali della Milanesia.
Propaganda ed agitazione ne furono anchilosate, l'azione — possibile soltanto dove sia vigorosa concordia di propositi e d'opere — divenne impossibile.
Chi pretende inculcare agli altri la verità in cui crede deve avere il coraggio di dire a se stesso intera e nuda la verità per quanto sia ingrata.
E verità amara è questa, che dell'eroico olocausto di Gaetano Bresci i rivoluzionari non hanno saputo cogliere il frutto, né valutare l'aspetto che meglio lo caratterizza: che se la rivolta soltanto può mettere un freno alla reazione e rialzare gli altari della libertà, può soltanto la rivoluzione abbattere le bastiglie dell'ignoranza e le galere dello sfruttamento, restituire ai lavoratori i mezzi di produzione e di scambio, erigere sulle rovine del mondo borghese la città libera della giustizia e dell'amore; che le rivoluzioni non sono l'opera dei partiti ma delle classi e che soltanto rituffandoci tra gli irredenti del pane e dell'amore col fervore sereno che ci viene dalla fede immutata, seminandovi senza tregua, senza debolezze, senza vergognose restrizioni mentali, le verità liberatrici che hanno fatto di noi degli uomini e dei ribelli, potremo coscrivere per la rivoluzione l'esercito di cui non siamo che la smilza avanguardia, zimbello oggi degli scherni, domani della ferocia inesorabile del secolare nemico.
Ed è l'urgenza assoluta.
A Roma, più impudica, più scandalosa che a Monza nel Luglio 1900, tripudia sul cinquantenario di massacri proletari recidivi e di frodi impunite la geldra sconcia degli eroi della sesta giornata.
Se qualcuno... guastasse la festa, non vorrebbe il proletariato italiano cogliere occasione dalla repentina inaspettata decapitazione dei pubblici poteri, del disorientamento e dello scompiglio che ne verrebbe per avventarsi concorde alle trincee del vecchio ordine sociale ed accender le prime fazioni della guerra disperata che deve recargli colla vittoria il benessere e la libertà?
Non è oggi che un dubbio lontano, domani potrebbe essere la realtà inattesa e gli avvenimenti non ci debbono trovare né discordi, né inermi, né ignavi.
Ricordatevene!

[Cronaca Sovversiva, 5 agosto 1911]

Terra. Prudenza perdio! Guarda un po' dove vai!
Cometa. Meglio non guardare dove si va che andare solo fin dove si vede.

Carlo Michelstaedter, Il dialogo della salute e altri dialoghi.

In tutti questi anni, rispetto alla lotta in valle abbiamo scritto di rado, perché spesso avevamo qualcosa di meglio da fare: vivere un'esperienza. Quando abbiamo imbrattato qualche foglio, è stato per lo più l'entusiasmo a ispirarci, anche là dove era necessario esprimersi su problemi difficili e urgenti. Abbiamo cercato di stare in questa lotta per come siamo.
Vogliamo rapporti umani chiari e sinceri, non opportunismi politici. Alle componenti politiche - che di norma lisciano il pelo alla gente tacendo le critiche scomode - il nostro atteggiamento è spesso risultato ingenuo, quasi patetico. Ma "scomparire" nelle lotte a cui partecipiamo, mettendo avanti idee e pratiche invece di organizzazioni e bandiere, rifiutare il gioco mediatico a favore dell'elemento vivo di una situazione è una scelta, senz'altro in controtendenza, che porta per lo più rogne giudiziarie.
Ci piacciono i sentieri impervi e poco battuti. Meglio l'incertezza della destinazione, che la certezza di finire impantanati nella merda politica.
Eppure oggi a muoverci è l'amarezza, per la sensazione che in tutti questi anni non ci siamo davvero ri-conosciuti. Il famoso "rispetto per le differenze" esiste nella misura in cui le differenze siano riconosciute per tali. Altrimenti abbiamo solo l'appello all'unità (non a caso parola prediletta dagli stalinisti del PCI), sempre fatale per le minoranze dissidenti.
Cosa ci amareggia? Il fatto che nel programma del campeggio itinerante di quest'anno siano stati inseriti degli incontri quasi quotidiani con le amministrazioni comunali, incontri che di fatto lo caratterizzano e rendono evidente una scelta di percorso che cerca appoggio e complicità nella sponda istituzionale. Ovvio che non può essere la nostra e, chissà, neanche quella di qualcun altro.
Di sicuro non di chi riconosce nella trappola della politica qualcosa che toglie possibilità, invece di darne, all'avanzamento della lotta. Quante energie le elezioni hanno sottratto alla lotta? Tanti sono ancora convinti, come dieci anni fa, che il parere dei sindaci no tav possa influenzare le decisioni su di un'"opera di interesse strategico nazionale"? Questa illusione non è forse un modo di aggirare le difficoltà oggettive del movimento?
Se qualcuno o molti volevano coinvolgere i sindaci lo potevano fare, ma senza imporlo come impostazione generale della marcia. Abbiamo avuto difficoltà a partecipare alle assemblee preparatorie e non ne abbiamo seguìto appieno - responsabilità nostra - gli sviluppi. Nonostante questo, alcune compagne avevano fatto presente la propria contrarietà, e quindi siamo rimasti basiti nel leggere il programma, perché non rispecchia le sensibilità e le differenze di tutte le persone che hanno partecipato all'organizzazione del campeggio. Nel tempo, in tanti anni di lotta, la fiducia reciproca è cresciuta notevolmente proprio perché quando abbiamo organizzato insieme qualcosa, ci siamo sempre rispettati. E per noi anarchici, che non abbiamo alcuna fiducia nella Legge, che è imposta dall'alto, gli accordi, frutto invece di un libero confronto, valgono più di ogni altra cosa.
Ma è possibile che ci siamo ri-conosciuti così poco? Rispetto ad alcune iniziative strettamente, valsusine - organizzate a moda nostra, come si dice qui - spesso non ci siamo espressi. Ma la lotta no tav ha da tempo superato i confini territoriali - pur avendo in Valle il suo cuore pulsante - e i campeggi estivi sono proprio, soprattutto a partire dal 2011, una delle occasioni costruite insieme tra valligiani e non. E infatti la proposta del campeggio itinerante è stata fatta da compagni e compagne che non vivono in valle.
Non abbiamo mai preteso che tutti fossero anarchici, ci mancherebbe, ma abbiamo sempre messol'accento su quei pochi e insieme irrinunciabili elementi che ci uniscono. Il modo di intendere il rapporto con le istituzioni locali non è fra questi. Ci battiamo, sognatori quali siamo, per una società in cui non esista più la delega, in cui i Consigli della gente sostituiscono le istituzioni locali dello Stato. E ciò che sogniamo per domani ci sforziamo di viverlo fin da oggi.
Siamo anche convinti che ciò che ha fatto innamorare tante donne e tanti uomini rispetto a questa lotta è proprio il fatto che essa è stata assunta e vissuta in prima persona. Che ha, cioè, cambiato le vite di chi vi partecipa.
Leggiamo poi che alle amministrazioni locali, oltre alla bandiera no tav, si vuole donare la bandiera con i nomi dei compagni in carcere. Che dietro l'iniziativa ci sia l'intento sincero di rafforzare la solidarietà verso i compagni lo sappiamo. Se fossimo degli opportunisti (visto che la liberazione dei compagni ci sta ovviamente molto a cuore), potremmo dire "tutto fa brodo". Ma cambiando posizione a seconda dei contesti non si costruisce nulla di solido.
Anche questa iniziativa non la condividiamo e non possiamo tacerlo. Primo perché siamo sicuri che ai compagni detenuti questo tipo di solidarietà non fa piacere, secondo perché, ufficializzata nel programma come iniziativa della marcia Avigliana-Chiomonte, ci coinvolge nostro malgrado. Dagli arresti di dicembre in poi siamo riusciti a fare in modo che ciascuno trovasse le proprie forme di solidarietà, fermi nelle intenzioni e aperti nel confronto, capendo cos'era comune e cosa non lo era.
Era così difficile immaginare che a diversi anarchici e anarchiche consegnare delle bandiere con i nomi dei compagni a sindaci e amministratori non risultava gradito?
Siamo una componente di questa lotta (che, sia detto en passant, sta pagando anche un discreto prezzo repressivo). Questo non ci rende né superiori - ci fa tendenzialmente schifo chi specula sui propri compagni dentro per acquisire "peso politico" -, ma nemmeno subordinati a chicchessia.
Posizione minoritaria? Può essere, ma nulla per noi è mai stato questione di numeri. Abbiamo cominciato a partecipare a questa lotta ben prima della sua esposizione mediatica, proprio perché ne condividevamo sinceramente l'obiettivo. Ci sono mille ragioni per cui abbiamo dato il nostro modesto contri buto contro l'Alta Velocità - la promessa che abbiamo fatto dopo la morte di Sole e Baleno, ad esempio -, ma nessuno di questi era strumentale. Certo, vogliamo fare la rivoluzione, farla finita con lo Stato e con il capitalismo. Ma la lotta contro il TAV non è mai stato un mero pretesto, funzionale ad altro, bensì un obiettivo che condividevamo e condividiamo appieno anche nella sua portata circoscritta. Ci abbiamo messo e ci mettiamo testa e cuore.
Tra i tanti gesti di solidarietà possibili, non è accettabile scegliere per tutti quelli che non sono di tutti. E un programma è una cornice per tutti e tutte, che ci costringe a dire chiaro e tondo che non siamo d'accordo. Rispettiamo le differenze, ma a partire dalla nostra, di differenza, presenti nella lotta per ciò che siamo, diciamo e facciamo. I silenzi interessati non ci appartengono. Siamo venuti lo stesso al campeggio, perché un'estate di lotta in Valle è importante per tutti. Ma non sacrifichiamo per niente e nessuno - foss'anche la rivoluzione sociale - i nostri valori e i nostri metodi. Settari? No, onesti con noi stessi e con gli altri.
Questa lotta ci riserva e ci riserverà tante difficoltà. Altri tre compagni - a cui va tutta la nostra solidarietà - sono in galera. Le difficoltà ce le assumiamo con tutta la generosità di cui siamo capaci, chiari, sempre, con i compagni e le compagne di strada (e di sentiero).

13 Luglio 2014

Anarchiche e anarchici contro un mondo ad alta velocità