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Eccovi una testimonianza inedita di nonna Rina, contadina della provincia cremonese, la quale ci racconta un piccolo ma preziosissimo frammento dello sciopero per la riforma agraria del 1948.

QUESTO E' IL TESTO CHE E' STATO LETTO DURANTE L'INIZIATIVA:

SOLIDARIETA' E RIVOLTA
LA SOLIDARIETA' DEGLI INDIVIDUI SI FONDA SUL MOVIMENTO DI RIVOLTA, E QUESTO, RECIPROCAMENTE, SOLO IN TALE COMPLICITA' TROVA GIUSTIFICAZIONE. ALBERT CAMUS

MAI IN CONGEDO
UN PARTIGIANO DEL VENEZIANO, SEBASTIANO FAVARO, GIA' COMMISSARIO POLITICO DELLA DIVISIONE PASUBIO CON MAROZIN, TRENT'ANNI DOPO ANCORA CONFERMAVA TALE SCELTA
DI PARTE: NOI PARTIGIANI NON SIAMO IN CONGEDO, SIAMO ANCORA MOBILITATI. IL NEMICO CHE AVEVAMO IERI LO ABBIAMO ANCORA OGGI.

DONNE PARTIGIANE
L'11 MAGGIO 1945, IN DUE CENTRI DEL REGGIANO, CORREGGIO E NOVELLARA, LE DONNE ASSALTARONO LE LOCALI STAZIONI DEL CARABINIERI, CON L'APPOGGIO DEI PARTIGIANI PRESENTI ALL'INTERNO, DISARMANDO E CACCIANDO I MILITI DELLA BENEMERITA.

IL FASCISMO NON SE NE VA
DI NUOVO C'ERA IL PRETE, IL MARESCIALLO DEI CARABINIERI E QUEI CANCHERI DEI PADRONI DI SEMPRE. EX PARTIGIANO REGGIANO

REPRESSIONE DOPO IL 25 APRILE
ESEMPLARI LE VICENDE TRAGICHE DI DUE ANARCHICI NEL CARRARESE. BELGRADO PEDRINI, DOPO AVER PARTECIPATO ALLA RESISTENZA, VENNE ARRESTATO NEL MAGGIO 1945 PER AVER UCCISO TRE ANNI PRIMA UN AGENTE DELLA POLIZIA FASCISTA NEL CORSO DI UN'AZIONE CLANDESTINA, SUBENDO PER QUESTO UNA CONDANNA ALL'ERGASTOLO POI COMMUTATA
IN 30 ANNI DI CARCERE. VENNE RIMESSO IN LIBERTA' NEL 1975 IN QUANTO RITENUTO "FISICAMENTE IN CONDIZIONE DI NON NUOCERE ALLO STATO DEMOCRATICO".
GIOVANNI MARIGA, VALOROSO COMBATTENTE NELLA FORMAZIONE PARTIGIANA "ELIO", VENNE INVECE PROCESSATO PER L'UCCISIONE DI UN EX SEGRETARIO LOCALE DEL PARTITO
FASCISTA AVVENUTA DOPO LA LIBERAZIONE; CONDANNATO PRIMA A 20 ANNI DI DETENZIONE E POI ALL'ERGASTOLO SCONTO' LA PENA FINO AL 1968.

ROSSA ROSSA VOLANTE ROSSA
LA DIFFUSA SENSAZIONE DI RIPULSA VERSO LO SPETTACOLO DELL'IMPUNITA' DEI CRIMINI FASCISTI DETERMINO' GRAVI TUMULTI, IN OCCASIONE DEI PROCESSI AD ALCUNI AGUZZINI E COMANDANTI REPUBBLICHINI, IN ALCUNI CASI LINCIATI A FUROR DI POPOLO (...)
A MILANO, PROPRIO A SEGUITO DELL'AMNISTIA, L'ORGANIZZAZIONE DELLA "VOLANTE ROSSA", SORTA CON COMPITI DI DIFESA ARMATA E DI SERVIZIO D'ORDINE DELLE MANIFESTAZIONI COMUNISTE, SI TRASFORMO' IN STRUTTURA CLANDESTINA ATTIVA NEL COLPIRE I CRIMINALI DI GUERRA FASCISTI E I CAPI DELLA RIORGANIZZAZIONE DELL'ESTREMA DESTRA.
QUELLA MERDA DI SCELBA
IN UN'INTERVISTA DI 40 ANNI DOPO, RILASCIATA NEL 1988, SCELBA AMMISE PURE: "SI DICEVA CHE I COMUNISTI AVESSERO UN PIANO INSURREZIONALE, IL FAMOSO PIANO K, CHE SAREBBE SCATTATO NELL'AUTUNNO DEL '47, DOPO LA PARTENZA DEGLI ANGLOAMERICANI, E IO, CHE A QUEL PIANO NON HO MAI CREDUTO, MI COMPORTAI COME SE EFFETTIVAMENTE CI FOSSE".CONSEGUENTEMENTE IL MINISTRO DEMOCRISTIANO POI PASSATO ALLA STORIA COME L'INVENTORE DELLA CELERE, PORTO' L'ORGANICO DELLA POLIZIA DA 30000 A 50000 EFFETTIVI.

LE BANDE PARTIGIANE DOPO IL 25 APRILE
COMPLESSIVAMENTE, PER LE AUTORITA' DI POLIZIA, AL 29 AGOSTO, ASSOMMAVANO A CIRCA 1300 I PARTIGIANI CHE AVEVANO RIPRESO LE ARMI NELLE PROVINCE DI ASTI, CUNEO, TORINO, PAVIA, SONDRIO, VERONA. TALE STIMA APPARVE INFERIORE ALLA REALTA', DATO CHE IN SUCCESSIVI RAPPORTI SI SEGNALAVANO ULTERIORI BANDE ARMATE PRESENTI IN ALTRE PROVINCE NON MENZIONATE IN PRECEDENZA ( ALESSANDRIA, BRESCIA, MASSA CARRARA, MODENA, VARESE, VERCELLI).

NON SOLO APRILE
AD UN MOVIMENTO DI RESISTENZA PARTIGIANA, FATTO CIOE' DA UOMINI CHE HANNO LAVORATO SUL SERIO PER LA LIBERTA' IN ITALIA, E NON NEL 25 APRILE SOLTANTO, GUARDANO MOLTI UOMINI ONESTI E SINCERI CHE NON INTENDONO ABDICARE SENZA LOTTA, AL DIRITTO DI RIBELLARSI AL QUOTIDIANO INSULTO DI UN ITALIA ABBANDONATA NELLE MANI DEGLI STROZZINI, DEI POLITICANTI, DELLE VECCHIE CAMORRILLE FASCISTE PER DEBELLARE LE QUALI TANTI GIOVANI HANNO SPESO IL LORO SANGUE DURANTE LA LOTTA CLANDESTINA E L'INSURREZIONE D'APRILE.

POESIA PARTIGIANA
SENZA CONGEDO
RESISTENZA NON FU SOLTANTO
VENT'ANNI E UN FUCILE:
I COMPAGNI DI SCUOLA APPESI
AI PALI DELLA VIA,
E LE TROPPE CROCI
SENZA SUDARIO DI BANDIERE.
RESISTENZA E' RIMANERE
NEGLI ANNI CON IL CUORE
DI ALLORA: E' GETTARE
UN PONTE SULL'ABISSO
DEL LIVORE, CREDERE NELL'UOMO
LIBERO, CON ATTO D'AMORE.
E' DARE, SENZA NULLA CHIEDERE:
ANCHE LA VITA,
PERCHE' UN BIMBO NON ABBIA FAME
DANTE STRONA, POETA PARTIGIANO BIELLESE


QUESTO E' IL TESTO CHE E' STATO LETTO DURANTE L'INIZIATIVA:

Il termine Antifascismo identifica i movimenti popolari spontanei sorti in Italia a partire dagli anni successivi al termine della 1° guerra mondiale, in opposizione all'allora nascente fascismo, e tesi a impedire l'affermarsi sulla scena politica prima dei Fasci italiani da combattimento (1919) e poi del Partito nazionale fascista (1921).
Successivamente il termine si diffuse al di fuori dei confini italiani con la nascita e l'espansione dei movimenti fascisti in Europa.
La prima organizzazione antifascista furono gli Arditi del Popolo.
Fondati a Roma nel giugno del 1921 da una scissione dell'associazione nazionale Arditi d'Italia, per iniziativa dell'anarchico Argo Secondari (ex tenente dei reparti d'assalto nella prima guerra mondiale), gli Arditi del Popolo si proposero di opporsi militarmente alla violenza delle squadre fasciste.
Estenuate da mesi di spedizioni punitive, le masse popolari colpite dallo squadrismo accolgono la loro nascita con entusiasmo. Stanche dei crimini fascisti, esse vedono concretizzarsi nella nuova organizzazione quella volontà di riscossa che trae origine - soprattutto negli strati meno politicizzati della classe lavoratrice - dal puro e semplice istinto di sopravvivenza. In poco tempo nacquero in tutta Italia sezioni di Arditi del Popolo, pronte a fronteggiare militarmente lo squadrismo fascista e insieme alle adesioni arrivarono anche i primi successi militari, un esempio sono le difese di Viterbo (che vide la cittadinanza stringersi attorno ai militanti antifascisti per respingere l'assalto degli squadristi perugini) e di Sarzana (nei cui scontri restarono uccisi una ventina di fascisti).
Ma, violentemente osteggiati dal governo Bonomi, gli Arditi del Popolo non ricevono - tranne qualche eccezione - il sostegno dei gruppi dirigenti delle forze del movimento operaio e nel volgere di pochi mesi, riducono notevolmente il loro organico, sopravvivendo in condizioni di clandestinità solo in poche realtà tra le quali, Parma, Ancona, Bari, Civitavecchia e Livorno; città in cui riusciranno, con risultati differenti, a opporsi all'offensiva finale fascista nei giorni dello sciopero generale "legalitario" dell'agosto 1922.
Il governo Bonomi guardò al fenomeno dell'arditismo popolare con estrema preoccupazione, poiché la comparsa delle formazioni armate antifasciste rischiava di affossare la realizzazione di un trattato di tregua tra socialisti e fascisti, trattato che fu comunque firmato nell'agosto del 1921 col nome di "patto di Pacificazione".
Anche il partito comunista decise di non appoggiarli perché, a detta del comitato esecutivo, era nato su un obiettivo parziale e per giunta arretrato (la difesa proletaria) dunque, insufficientemente rivoluzionario. In seguito con un comunicato dell'esecutivo nazionale troncava ogni residuo dubbio circa l'arditismo popolare, invitando i comunisti che ancora si trovano nelle fila degli Arditi del Popolo ad uscirne immediatamente per inquadrarsi solo nelle squadre comuniste.
La tesi di Del Carria, più politica che storica, che negli anni ha ottenuto notevole importanza in ambito storiografico, la quale parte dal presupposto che negli anni in cui si creano le prime formazioni ardito popolari il movimento contadino-operaio era ormai definitivamente sconfitto.
Egli sostiene che dopo le grandi speranze del biennio rosso, durante il quale era sembrato che l'ondata rivoluzionaria potesse risolvere le contraddizioni di classe del capitalismo italiano, la reazione agraria e industriale, per mezzo della mano armata del fascismo, distrusse in pochi mesi tutte le conquiste di quarantanni di lotte proletarie. Egli ritiene che la cosa più grave siano il crollo e la distruzione che avvennero senza lotte. Ed ancora, secondo Del Carria:
“Il riformismo, come ideologia e politica borghese in seno al movimento operaio, mostrava difronte alla dittatura armata degli industriali e agrari la sua insufficienza e il suo nullismo”
L’unica componente proletaria che sostenne apertamente l’arditismo popolare fu quella libertaria.
Sia l’Unione sindacale italiana che l’unione Anarchica italiana furono per tutto il biennio 1921-1922, sostanzialmente favorevoli alla struttura paramilitare di autodifesa popolare.
A differenza delle varie organizzazioni di sinistra, gli anarchici, sia come movimento che come singoli individui sostennero ed affiancarono l’azione degli Arditi del popolo, o quantomeno, non mostrarono alcuna intenzione di ostacolarla.
Il contributo libertario alla lotta armata antifascista incontrò però ostacoli, innanzitutto la frammentarietà, nella modesta consistenza quantitativa e nella non omogeneità del movimento anarchico e anarcosindacalista. Inoltre, il mantenimento di una propria specificità rivoluzionaria tenne lontani gli anarchici dall’immedesimazione con gli Arditi del Popolo. Il fenomeno dell’Arditismo, infatti, al di là delle intenzioni rivoluzionarie dei singoli componenti, mirava esclusivamente ad arginare le violenza fasciste e tentava di difendere le conquiste proletarie ottenute con anni di lotta.
Questi fattori uniti alla diffidenza propria degli anarchici verso organizzazioni di stampo militare come quella degli Arditi del Popolo, spiegano il perché di un’adesione non omogenea al fenomeno da parte dei libertari.
Il partito comunista al contrario, sicuro dei suoi scopi e sostenuto da una fiduciosa visione dell’evolversi della storia, non concepì la rivoluzione se non come comunista e come instaurazione della dittatura proletaria. Boicottò quindi l’azione degli Arditi del popolo, deciso a non scendere a compromessi con le forze non perfettamente allineate al suo pensiero e alle sue direttive.
Nato come risposta alle prime violenze dello squadrismo fascista (1919-20), l'antifascismo assunse una sua configurazione più precisa nel periodo che va dalla marcia su Roma (1922), che portò Mussolini alla guida del governo, all'adozione delle leggi 'fascistissime' (1925), che segnarono la definitiva affermazione della dittatura. Nel 1926 il Fascismo portò a compimento la propria trasformazione e alle azioni degli squadristi si aggiunse, a tutti gli effetti, la dura repressione dello Stato. Nel corso di quell’anno Mussolini fece approvare delle misure speciali che rafforzarono i poteri del Capo del Governo al quale non era più richiesto di rispondere del proprio operato davanti al Parlamento, che fu ridotto a semplice luogo di rappresentanza. I giornali furono chiusi e, allo stesso tempo, tutte le associazioni furono sottoposte al controllo della polizia e, di fatto, furono aboliti anche i sindacati, essendo riconosciuti quali interlocutori solo i sindacati fascisti. Inoltre furono abolite le amministrazioni comunali e provinciali e sostituite con autorità governative, i Podestà. Infine i partiti d’opposizione furono sciolti e fu dato mandato al Tribunale Speciale per la difesa dello Stato, i cui giudici erano membri della milizia o militari, di disporre per gli antifascisti il carcere, o più spesso, il confino. Le cosiddette leggi "fascistissime" costituirono, quindi, il fondamento sul quale si costruì il regime, che era caratterizzato dalla sostanziale coincidenza tra le strutture dello Stato e del Partito fascista, che rimaneva in questo modo l’unica forza politica legittimata ad esistere. Nel 1926 quindi l'Italia cessò di essere uno Stato liberale e divenne uno Stato totalitario.
Tra le vittime della repressione e della violenza fasciste ci sono il comunista Antonio Gramsci (arrestato nel 1926 e morto nel 1937), il democratico-liberale Giovanni Amendola e il liberal-rivoluzionario Piero Gobetti (morti entrambi in Francia nel 1926, in seguito alle conseguenze delle aggressioni subite).

Gli anarchici che, in prima fila nella resistenza al fascismo, si erano esposti generosamente senza calcoli personali o di partito, subirono più duramente degli altri antifascisti (in proporzione alle forze) le violenze squadriste prima e quelle legali poi. All’incendio delle sedi anarchiche e delle sezioni USI, alle devastazioni di tipografie e redazioni, agli ammazzamenti, seguirono i sequestri, gli arresti, il confino... Ai superstiti, perseguitati, disoccupati, provocati, spiati, non restava che la via dell’esilio. Si può dire che nel ventennio fascista ben pochi militanti anarchici (esclusi gli incarcerati ed i confinati) rimasero in Italia e quei pochi guardati a vista ed impossibilitati per lo più anche a svolgere attività clandestina.
Continuano singoli episodi di ribellione a testimoniare, nonostante tutto, l’indomabilità dello spirito libertario. Bastano alcuni esempi.
Il 21 ottobre 1928, l’anarchico Pasquale Bulzamini, a Viareggio, mentre rincasa, viene aggredito da un gruppo di fascisti e ferocemente bastonato. In un caffè, aveva poco prima, deplorato la fucilazione dell’antifascista Della Maggiora. Muore tre giorni dopo, all’ospedale.
Il 7 ottobre 1930, il compagno Giovanni Covolcoli spara contro il Podestà e il segretario del suo paese – Villasanta (Milano) – che lo hanno a lungo perseguitato fino a farlo internare nel manicomio. Riconosciuto sano di mente e rilasciato in libertà, ha voluto vendicarsi contro i suoi tenaci persecutori.
Nell’aprile del 1931, a La Spezia, il giovane anarchico Doro Raspolini spara alcuni colpi di rivoltella contro l’industriale fascista De Biasi per vendicarsi contro uno dei maggiori responsabili dell’assassinio di suo padre, Dante, attivo anarchico, massacrato nel 1921 a Sarzana colpito da innumerevoli revolverate e da 12 colpi di pugnale e quindi – legato ancor prima che morisse ad un’automobile – così trascinato per diversi chilometri). Doro Raspolini muore nelle carceri di Sarzana in conseguenza delle sofferenze e torture inflittegli dai fascisti.
Il 16 aprile 1931, i compagni Schicchi, Renda e Gramignano vengono condannati dal Tribunale Speciale, a Roma, rispettivamente ad anni 10, 8 e 6 di reclusione. Erano imputati di essere rientrati dall’estero per svolgere attività contro il fascismo.
Anche il Partito comunista fu duramente colpito dalla repressione e i suoi maggiori dirigenti finirono in carcere.
Il quartier generale del Pci fu spostato a Parigi, mentre in Italia si cercò di mantenere un’organizzazione clandestina. Con l’arresto di Gramsci, Togliatti, che era sfuggito all’arresto solo perché si trovava all’estero, divenne Segretario generale, mentre, almeno in un primo momento, l’azione clandestina in Italia fu affidata a Camilla Ravera. Anche se il Pci era l’unico partito antifascista che aveva organizzato una rete di questo tipo, a causa della repressione della Polizia fascista che utilizzava con efficacia il metodo degli “infiltrati”, ben presto l’iniziativa politica interna si indebolì, come testimonia il numero degli iscritti passati dai 10.000 del 1927 ai circa 7.000 del 1928.
Ma la successiva alleanza dell'Italia con la Germania nazista e l'adozione delle leggi razziali contro gli Ebrei (1938) determinarono, soprattutto tra i giovani, una crisi strisciante del fascismo, che formò il terreno dal quale sarebbe nata la Resistenza.
Tra i militanti libertari nel difficile esilio francese si diffonde una sensazione di grande delusione in seguito al crollo delle attese in un prossimo rovesciamento del fascismo. L’attacco all’Etiopia dell’autunno 1935, in violazione aperta della Società delle Nazioni, avrebbe potuto significare una crisi internazionale e interna del dominio fascista. Al contrario, la dittatura riesce a fomentare un imprevisto “orgoglio antifascista” e a rafforzarsi mobilitando grandi masse di italiani in sostegno del regime che esce rafforzato. Lo sconforto dei libertari è simile a quello di altre tendenze dell’antifascismo in esilio che si rendono conto della solidità del controllo e del consenso mussoliniano.
Alla nascita della Seconda Repubblica spagnola nel 1931 si aprono nuovi spazi per il movimento anarchico soprattutto in Catalogna. Qui la forza della CNT garantisce, per alcuni anni, un’accoglienza solidale e un clima sociale favorevole.
La situazione cambia nel giro di qualche anno per una serie di scontri aperti tra i sindacati della CNT, la Patronal e la Generalitat. Lo stesso Luigi Damiani, uno stretto collaboratore di Errico Malatesta, lascia la capitale catalana dopo qualche mese. Diversi anarchici italiani sono arrestati mentre difendono le sedi sindacali e incarcerati per più mesi e quindi espulsi. Altri operano nell’illegalità con “azioni dirette” di autofinanziamento e alcuni sono uccisi dalla polizia. Nel luglio 1936, dopo la sconfitta elettorale delle forze più reazionarie, qualche decina torna nella metropoli mediterranea e partecipa ai conflitti armati del 19 luglio contro i golpisti.
Nel 1942 le forze antifasciste si riorganizzarono anche in Italia e si riunirono nel Comitato di liberazione nazionale (CLN), che guidò le varie formazioni partigiane impegnate, a fianco delle truppe angloamericane, nella lotta per la liberazione dell'Italia dall'esercito tedesco e dai fascisti della Repubblica di Salò. Tra questi partiti (e le rispettive formazioni partigiane) non mancarono i contrasti, visti i diversi orientamenti ideali e politici, ma nel complesso l'unità degli antifascisti prevalse, permettendo loro, nel dopoguerra, di fondare la Repubblica e di scrivere insieme la nuova Costituzione.

Decisa è anche la partecipazione degli anarchici alla Resistenza, soprattutto se consideriamo che in quegli anni gli anarchici erano divisi tra carcere, confino ed esilio. Nonostante questo, in tutto il nord Italia la presenza degli anarchici nella lotta partigiana fu un fatto qualificante ed innegabile, anche se si espresse in maggior parte come contributo individuale e solo in alcune zone come fatto organizzato.
Quindi è chiaro che questa partecipazione si espresse principalmente in quelle zone dove vi era una grossa tradizione libertaria e, dato non indifferente, anche attraverso altre formazioni partigiane, come le Garibaldi (comunisti), le Matteotti (socialisti) e quelle di Giustizia e Libertà (GL).
Non c’è una data che stabilisca quando la resistenza iniziò. Come scrisse Piero Calamandrei, semplicemente, «Era giunta l’ora di resistere; era giunta l’ora di essere uomini: di morire da uomini per vivere da uomini».
I primi raggruppamenti si costituirono nelle Prealpi e nel Preappennino per facilitare gli approvvigionamenti dalla pianura e per poter disporre di aree arretrate di sicurezza in alta montagna. Organizzati e comandati in un primo momento da giovani ufficiali inferiori e sottufficiali dell'esercito in dissoluzione, questi primi gruppi, costituiti da poche decine di elementi, vennero rafforzati dai primi capi politici che salirono in montagna per prendere parte alla lotta e organizzarla.
Tra le formazioni garibaldine comuniste e tra i giellisti si diffuse un netto rifiuto delle gerarchie militari compromesse con il fascismo, e di tutte le formalità di gradi, divise, ordini, rituali, tipici degli eserciti. La disciplina era basata soprattutto sulla coesione, sulle motivazioni e sull'auto-convincimento, mentre il soldo assegnato ai partigiani era molto limitato ed uguale per tutti.
Nel tardo autunno del 1943 le basi per l’organizzazione della lotta armata e non armata contro i fascisti e i tedeschi erano a buon punto e sui monti si stavano formando le prime bande partigiane. Nell’inverno 1943-1944 la Resistenza parmense disponeva di 350 combattenti, inquadrati nei primi nuclei che si erano insediati principalmente nelle valli a Ovest della strada della Cisa (i distaccamenti “Picelli” in alta Val Noveglia e “Betti” a Varsi, il gruppo “Penna” tra Bedonia e l’alta Val Ceno, la banda “Beretta” intorno ad Albareto), mentre un solo distaccamento (il “Griffith”) era attivo nella zona a Est del Passo della Cisa.
Il primo scontro a fuoco avvenne intorno ad Osacca, in val Noveglia, il giorno di Natale del 1943. Una ventina tra renitenti e partigiani - giovani di Parma e di Casalmaggiore e militari sbandati – respinse una puntata della Guardia Nazionale Repubblicana, che stava rastrellando la zona. Fu un piccolo ma significativo episodio: per la prima volta i “ribelli” non si erano sottratti allo scontro armato, addirittura obbligarono i reparti fascisti a ripiegare, respinti dal fuoco partigiano; il lavoro di preparazione cominciava a produrre frutti. Le formazioni partigiane erano comunque ancora troppo deboli per affrontare in combattimento unità militari tedesche e dovevano quindi limitarsi a compiere colpi di mano ed attentati contro sedi isolate delle milizie della Rsi o contro esponenti politici del fascismo repubblicano. Iniziavano anche le prime vendette e rappresaglie fasciste contro cittadini e antifascisti, come nel caso dell’uccisione di Tommaso Barbieri, Ercole Mason, Emmo Valla, avvenuta a Parma il 1° febbraio 1944, in seguito ad una presunta e mai provata uccisione di un giovane militante fascista.
Tra dicembre 1943 e gennaio 1944 le forze tedesche organizzarono le prime massicce operazioni di repressione antipartigiana al nord, sostenute dai reparti fascisti di Salò e caratterizzate da grande determinazione e da metodi intimidatori e terroristici anche nei confronti dei civili.
A partire dal marzo 1944 il comando tedesco diede il via ad un nuovo ciclo offensivo di rastrellamenti concentrato sull'Emilia, la Liguria e il Piemonte, regioni potenzialmente obiettivo di possibili sbarchi alleati; in Emilia le truppe tedesche sgominarono rapidamente i gruppi partigiani, mentre in Piemonte i combattimenti si prolungarono con esito alterno e con perdite per entrambe le parti.
Le maggiori sconfitte delle formazioni partigiane si verificarono nella Val Casotto.
Nelle altre zone invece le formazioni partigiane si batterono con successo, evitando scontri frontali ed adottando tattiche di guerriglia: in val Maira i giellisti di Dalmastro e Bocca ressero bene i rastrellamenti e mantennero le loro forze, mentre nella valle Stura i reparti di Ettore Rosa, Livio Bianco e Nuto Revelli furono duramente impegnati ma scamparono alla distruzione e continuarono a rimanere attive ed efficienti. Uguali successi ottennero contro i rastrellamenti nazifascisti anche i garibaldini di "Barbato" nella Valle Po, i giellisti nella val Pellice, gli autonomi di Marcellin nella valle d’Aosta e i garibaldini di "Ciro" Gastone e "Cino" Moscatelli nella Valsesia che, nonostante iniziali difficoltà, evitarono i rastrellamenti nemici sfruttando la loro grande mobilità.
« Abbiamo combattuto assieme per riconquistare la libertà per tutti: per chi c'era, per chi non c'era e anche per chi era contro... » disse Arrigo Boldrini.
La lotta partigiana ha liberato l’Italia dal fascismo che aveva imperversato per vent’anni, annullando le libertà politiche e civili, conducendo l’Italia in una guerra al fianco della Germania nazista di Hitler. Da quella lotta è nata la Repubblica, la Costituzione, l?architettura democratica.
Ma la fine del fascismo è davvero concisa con la morte di Mussolini?
Il fascismo non è sinonimo di un regime di polizia autoritario che rifiuta le incertezze della democrazia parlamentare elettorale. Il fascismo è una particolare risposta politica alle sfide che la gestione della società capitalistica può trovarsi di fronte, battersi contro il fascismo, a mio parere, comporta inevitabilmente la lotta contro il primo responsabile delle sue violenze, il sistema politico ed economico capitalista.