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A metà luglio 2016 venne dato fuoco ad un’antenna radio a Zurigo sabotandola per più giorni.

Questa antenna radio era utilizzata dalla polizia comunale di Zurigo come antenna d’emergenza e si trattava di un’infrastruttura indispensabile per garantire le sue comunicazioni interne e, quindi, mantenere il suo controllo esterno e la sua autorità. Il giorno seguente all’atto di sabotaggio si svolsero diverse perquisizioni di polizia in diverse città svizzere. Secondo l’ordine di perquisizione, era ricercata una “persona fortemente sospettata”, “di cui furono trovati artefatti personalmente riconducibili”. Da tutti i luoghi perquisiti la polizia se ne è  uscita a mani vuote…

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Fonte:  frecciaspezzata

«Se l'individuo non fosse, come è, sopraffatto, se il diritto non nascesse, come in effetti avviene, dalla moltiplicazione dell'unità, come sarebbe possibile costringere le masse a piegare anche solo un poco il capo davanti a questa morale senza fondamento, davanti a questa cosa astratta che esiste per se stessa e grazie alla forza della stupidità? Ecco perché è necessario livellare, formare una società (che parola ridicola!) a furia di colpi assestati con l'aspersorio o col calcio del fucile. L'aspersorio può anche essere laico, questo mi è indifferente, dal momento che è obbligatorio. Obbligatorio! Oggi, tutto è obbligatorio, dall'istruzione al servizio militare: domani lo sarà anche il matrimonio. E non basta: c'è la vaccinazione. La mania dell'uniformità, dell'uguaglianza davanti all'assurdo, spinta fino all'avvelenamento fisico! Del pus inoculato a forza, di cui l'uomo non avrebbe nessun bisogno se la morale non gli imponesse di disprezzare il proprio corpo, della bava infetta iniettata nel sangue a rischio di uccidervi (chi può contare i cadaveri dei bambini assassinati a colpi di ago?) del veleno che vi introducono nelle vene per uccidere i vostri istinti, per intossicare il vostro essere, per fare di voi, per quanto è possibile, una delle tante particelle passive che costituiscono la banalità collettiva e morale…»
Georges Darien
Un piccolo passo indietro. Lo scorso maggio la ministra della Salute Lorenzin ha annunciato la sua proposta di legge sull’obbligatorietà dei vaccini. I mass media hanno dato ampio risalto alla notizia, riportando come in base alla nuova normativa tutti i genitori avrebbero dovuto sottoporre i loro figli (da 0 a 16 anni) a ben 12 vaccinazioni, pena il divieto di frequentare asili nido e scuole, nonché l’applicazione di sanzioni pecuniarie rinnovabili ogni anno fino a 7.500 euro, fino alla paventata perdita della patria potestà. Fra i vaccini ovviamente era incluso anche quello infame contro l’epatite B, virus trasmesso principalmente per via sessuale, voluto nel 1991 dall’allora ministro De Lorenzo dietro sollecitazione di una tangente di seicento milioni di lire versati dalla multinazionale GlaxoSmithKline.
Ebbene, questa proposta di legge — non indecente, semplicemente a-b-e-r-r-a-n-t-e — ha suscitato più perplessità che rabbia. Lo stesso è accaduto per la radiazione dall’albo professionale di quei pochi medici che hanno osato criticare pubblicamente l’obbligo dei vaccini. Davanti a questo plateale ed arrogante attacco alla libertà e alla coscienza individuale da parte dello Stato, la reazione è stata di… un po’ di indignazione e tante discussioni. Ci sono state alcune manifestazioni contro la proposta di legge, certo, ma nemmeno tanto partecipate. Ai cortei nazionali di Roma e Milano hanno sfilato poche migliaia di persone, infinitamente meno di quanti si rovesciano per le strade in occasione di qualche scudetto vinto dalla propria «squadra del cuore». In generale ha predominato il solito fatalismo: è la dittatura della merda, passerà anche questa.
Eppure fino a non molto tempo fa una legge di tal fatta non sarebbe stata solo improponibile, sarebbe stata impensabile. C’era da non credere ai propri occhi nel vedere il modo in cui veniva creato artificialmente il clima di panico ed astio nei confronti dei bambini non vaccinati, messi alla berlina in quanto untori dell’epidemia del morbillo. Morbillo? Ma stiamo scherzando? La quasi totalità della popolazione italiana ultraquarantenne ha avuto il morbillo, e non è morta. Il vaccino contro il morbillo è stato introdotto qui in Italia nel 1984. Fino ad allora ammalarsi di morbillo da bambini era considerata una cosa del tutto normale, un piccolo fastidio da sbrigare il più in fretta possibile. Di più, un fastidio necessario perché rendeva immuni per sempre alla malattia. Quando un bambino si ammalava di morbillo, le mamme dei suoi amici mandavano i propri figli a fargli visita allo scopo di farli ammalare a loro volta — meglio togliersi subito il pensiero. Le malattie esantematiche sono molto pericolose da adulti, ma per lo più innocue se capitano nel corso dell’infanzia. Il bambino sta a casa alcuni giorni da scuola, guarisce, dopo di che non ha più nulla da temere da quella malattia.
Ora, non è affatto difficile capire che l’immunizzazione è mille volte meglio della vaccinazione. Che la prima è un fenomeno naturale che protegge per sempre dalla malattia e non ha controindicazioni, mentre la seconda è un espediente scientifico che in linea di massima protegge per un lasso di tempo e può causare danni collaterali. Che vaccinarsi significa diventare dipendenti dall’industria farmaceutica giacché i vaccini, per essere considerati efficaci, hanno bisogno di essere ripetuti nel tempo. Le persone vaccinate, superata una certa soglia di età, non potranno più ammalarsi senza incorrere in grossi rischi e quindi saranno costrette a vaccinarsi periodicamente per tutta la loro vita adulta. Cosa che farà la gioia dell’industria farmaceutica, la quale non ha interesse né ad uccidere né a guarire i propri clienti, ma a renderli pazienti cronici in fila davanti agli sportelli delle farmacie per acquistare le sue merci fino al loro ultimo respiro.
Questo la ministra Stronzolin, classe 1971, lo sa bene. Quasi sicuramente anche lei è immune al morbillo, si sarà anche lei ammalata da piccola. Lo stesso dicasi per la stragrande maggioranza dei politici, degli esperti, dei commentatori e dei giornalisti che hanno pompato la sua proposta di legge senza battere ciglio, in nome della salute pubblica che deve essere tutelata e garantita dallo Stato. Anche qui, c’è da rimanere sbalorditi. Secondo le statistiche ufficiali, la prima causa di mortalità è il fumo che provoca qui in Italia oltre 200 vittime al giorno. Ma poiché i tabacchi sono monopolio di Stato, questi morti non fanno scalpore. Non ce ne vogliano i fumatori, ma come non constatare che ottimo affare sia per lo Stato, incassare 15 miliardi di euro all’anno per la vendita di sigarette e spenderne la metà per la cura del cancro ai polmoni. Già, ma in questo caso c’è il libero arbitrio da rispettare!
Lo hanno dimenticato, lorisgnori? Forse neanche loro ricordano più bene contro chi siano in guerra, se contro l’Eurasia o l’Oceania… ah, già, contro il morbillo! Quel morbillo che, a detta della ministra Stronzolin, nel 2013 avrebbe fatto strage di bambini in Inghilterra, provocando ben 270 vittime. Oppure sono in guerra contro la meningite, di cui viene denunciata una epidemia in corso su tutto il territorio nazionale, ma solo a partire dal 2015. Nulla di vero, sono pure menzogne. Nel 2013 è morto solo un venticinquenne per morbillo in Inghilterra, quanto alla meningite si è registrato un incremento di casi nella sola Toscana (guarda caso, la regione in cui hanno sede le multinazionali che producono i vaccini anti-meningite), pochi mesi dopo l’incarico affidato all’Italia nel corso del Global Health Security Agenda, di guidare per i prossimi cinque anni le strategie e le campagne vaccinali nel mondo. Perfino alcuni esperti dell’Istituto Superiore di Sanità hanno dovuto pubblicamente riconoscere che quella della meningite è «solamente una “epidemia mediatica”, il cui patogeno, che si sta moltiplicando a dismisura, contagiando giornali e lettori, è semplicemente la notizia giornalistica».
Ma la propaganda bellica, è notorio, si nutre di menzogne. E la guerra in corso, una guerra spietata che si combatte su tutti i campi, quotidianamente, è quella contro la libertà, contro la possibilità di dire, fare, amare, vivere come si vuole, senza dover adattarsi alla norma. Gli esseri umani, così diversi tra loro per via di quella ormai obsoleta caratteristica che è la singolarità, devono essere trasformati in cittadini omologati nell’obbedienza. Devono essere vaccinati, schedati, marchiati — a vita. Nel totalitarismo democratico l’erosione della libertà avviene poco alla volta, non è il risultato immediato di un colpo di Stato militare notturno. Giorno dopo giorno vengono prese misure che limitano e vietano i movimenti e l’autonomia, misure che partono in sordina — per permettere di renderle sopportabili, in modo di abituarvisi — e poi aumentano, si moltiplicano, si incrociano. Avete notato come i politici che vogliono far passare proposte di leggi particolarmente liberticide assomiglino ai magistrati accusatori che vogliono ottenere sentenze di condanna? Entrambi chiedono tanto per ottenere qualcosa.
Così, i cambiamenti subiti dalla proposta di legge originale sui vaccini (prima la riduzione del numero di vaccini obbligatori e delle sanzioni economiche in caso di inadempimento, nonché la conferma dell'inviolabilità della patria potestà, poi la possibilità dell'autocertificazione della richiesta di effettuare le vaccinazioni) sono stati accolti dal pubblico quasi come se si fosse trattato di un passo indietro da parte del potere, laddove in realtà costituiscono un balzo in avanti vertiginoso. Pensate, all’inizio ci volevano sprangare in testa ma poi per fortuna hanno deciso di spezzarci solo una gamba… Meno male, che sollievo! C’è da essere riconoscente a chi si cura tanto di noi.
Dopo aver incatenato i nostri corpi, dopo aver colonizzato la nostra mente, adesso lo Stato vuole anche scorrere nelle nostre vene.
fonte: https://finimondo.org/

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I testi che seguono costituiscono una piccola panoramica delle discussioni che alcuni anarchici hanno avuto ad Amburgo nel corso delle ultime settimane e degli ultimi mesi.
Il primo testo tenta di collocare la realizzazione dei vertici dell'OCSE e del G20 nel contesto di Amburgo e di descrivere ciò che hanno deciso di fare alcune individualità antiautoritarie. È stato scritto prima del vertice del G20. Il secondo testo è stato fatto la settimana successiva al vertice e costituisce un bilancio intermedio, un concentrato di discussioni in corso tra compagni in seguito agli sconcertanti avvenimenti delle giornate attorno al 7 luglio.

Nel 2016 era stato deciso: i vertici dell'OCSE e del G20 avrebbero avuto rispettivamente luogo alla fine del 2016 e nel luglio 2017 ad Amburgo, nella Germania settentrionale. Il primo grande vertice dei capi di Stato in una metropoli europea, dopo molto tempo. In un contesto in cui l'attuazione dei Giochi olimpici estivi era fallita in seguito a un referendum, non è sorprendente che le autorità di Amburgo abbiano ospitato un altro grande evento per imporre i loro interessi in termini di prestigio internazionale e inasprimento interno.
Questo modo di realizzare progetti di valorizzazione, di repressione delle popolazioni e di rafforzamento autoritario — con un miscuglio pianificato di arroganza repressiva e di tattiche convenzionali di pacificazione democratica — ha qui una certa tradizione. Certamente ritroviamo gli stessi modelli del bastone e della carota in molte altre parti del mondo, ma Amburgo è un esempio particolarmente significativo di come le metropoli vengano sviluppate nel solo interesse della ricchezza, del consumo e della pacificazione. Tutta una serie di situazioni dimostrano chiaramente che l’evoluzione continua e a volte molto sottile di Amburgo, per farla diventare una città per i ricchi e per le istituzioni, ha sempre bisogno di progetti specifici e puntuali di intervento autoritario, per preparare il terreno alla ottimizzazione auspicata del consumo e del profitto.
Mi riferisco sia ai progetti realizzati in maniera assai offensiva per cacciare i settori indesiderabili della popolazione da luoghi diversi e in tempi diversi, sia al dispositivo dello stato d’emergenza poliziesco nei quartieri di cui le autorità temono temporaneamente di perdere il controllo. In particolare, la pulizia sociale mirata, compiuta soprattutto attraverso vaste campagne di controllo di polizia e consistenti nell’espulsione di consumatori di droghe e spacciatori dai quartieri di cui rendono difficile la rivalorizzazione, ha sovente evidenziato le pratiche sistematicamente autoritarie e il più delle volte razziste della polizia amburghese, che si adopera con zelo a dare manforte allo Stato e all'economia.
Quando i conflitti e le lotte auto-organizzate attorno al controllo e alla caccia ai poveri, che vanno dall’estate 2013 al gennaio 2014, sono sfociati in manifestazioni non autorizzate e talvolta selvagge avvenute per molte notti di fila, nell’attacco di un commissariato e in una grossa manifestazione che ha dato luogo ad una delle più grandi sommosse da molti anni a questa parte, la reazione degli sbirri, per quanto poco sorprendente, è stata assai eloquente. In seguito a un altro attacco, contro lo stesso commissariato di St Pauli, nel corso del quale un poliziotto sarebbe stato ferito gravemente, hanno giustificato l’estensione dello stato di emergenza nel quartiere, ribattezzato «zona pericolosa» .
Ovviamente non ci sorprende affatto, non più di quanto ci indigni, che sia stato poi dimostrato che l'attacco descritto non era mai avvenuto, che era stato semplicemente inventato — questo fatto è tuttavia abbastanza emblematico per rimettere gli eventi al loro posto. Si è palesato che, in caso di perdita del controllo, le autorità di questa città dispongono di un vasto arsenale di mezzi d’intervento, e che dimostrarlo rimane un obiettivo manifesto del loro operato.
Per molti individui nel mio contesto, è stato molto importante sperimentare il fatto che è possibile andare nelle strade, in modo consapevole e all’occorrenza conflittuale, malgrado lo stato d’emergenza, con sbirri ad ogni angolo di via e incessanti controlli nei dintorni. Constatare che la migliore risposta all’estensione del controllo repressivo consiste nel diventare incontrollabili, agendo in maniera diffusa, informale e spontanea, spuntando in diversi angoli della città, bloccando le strade, compiendo attacchi e spingendo così la loro idea talvolta bizzarra, obsoleta e centralizzata del dominio fino al paradosso, è stata una esperienza molto istruttiva.
Questo breve periodo di momenti incontrollabili ha lasciato insomma due insegnamenti essenziali: da un lato una fiducia in se stessi molto più grande in generale davanti a sbirri ed autorità cittadine — prima sembrava impossibile potersi trovare in strada senza permessi e in maniera selvaggia, ora questa pratica si è progressivamente sviluppata come variante realistica di intervento. Inoltre, la fine dei conflitti attorno a St Pauli ha chiaramente dimostrato l'importanza di opporsi in modo offensivo al recupero e alla pacificazione dei conflitti sociali da parte di attori politici di ogni genere. La conclusione del confronto incontrollato alla fine è stata segnata da una manifestazione presentata da svariate organizzazioni degli ambienti di sinistra che reclamavano una «soluzione politica ai conflitti politici».
Quando l’appropriazione politica di questo conflitto sociale è arrivata al punto in cui la pratica dell’attuazione di «zone pericolose» è stata giudicata «incostituzionale» da un tribunale, la dinamica della lotta è ricaduta. Gli sbirri naturalmente hanno conservato lo strumento dello stato d’emergenza — semplicemente non si parla più di «zone pericolose», ma di «luoghi pericolosi».
Attualmente in questa città dobbiamo confrontarci con avvenimenti che, per vari motivi, non sono separati dalle situazioni sopra descritte e che d’altra parte mi pongono davanti a questioni cui non è facile rispondere. Lo svolgimento dei vertici ha luogo nelle sale congressi di Amburgo — nel centro cittadino, a portata di vista e ad un tiro di sasso dai quartieri in cui trascorro molto tempo della mia vita. Condivido questo situazione con la maggior parte dei miei compagni di lotta e questo testo è un tentativo di dare una breve panoramica delle discussioni che abbiamo avuto e continuiamo ad avere nel contesto dei vertici. È diventato subito evidente che non sarebbe stato possibile ignorare questi eventi. Pur essendo forte l'impulso di stare lontano dalla messa in scena politica di tutti i partiti coinvolti, dai politici degli Stati del G20 fino alle mobilitazioni della sinistra, è difficile, se non assurdo, non riconoscere l'importanza sociale di questi incontri.
Bisogna riconoscere che oggi quasi tutti coloro che hanno qualcosa da dire su questi vertici si comportano esattamente come ci si può aspettare da loro. Ci sono al tempo stesso gli appelli delle grandi ONG che elemosinano un miglioramento della miseria mondiale, la campagna militante delle sinistre radicali a favore della mobilitazione del blocco nero e il gioco truccato dei predicatori della «disobbedienza civile», per non citare che alcuni esempi.
Le istituzioni che amministrano questa città in questa o quella direzione, dalla stampa ai poliziotti, usano la prevedibile retorica della propaganda da un lato contro le orde di manifestanti violenti e dall'altro sull'importanza della protesta pacifica. Poco prima del vertice dell'OCSE, alcune zone della città si sono già trasformate in obiettivi dello stato d’emergenza, il salone dei Congressi è circondato da poliziotti giorno e notte, e dopo qualche attacco contro alcune volanti molti commissariati della città sono stati recintati con filo spinato della NATO. Forse qui è il caso di chiarire fino a che punto apprezzi una palese disposizione all'attacco diretto contro le istituzioni del Potere, anche se purtroppo tocca riconoscere che per una tale dinamica sembra essere necessario un grande evento imposto, mentre la miseria della vita quotidiana dovrebbe essere una occasione sufficiente per attaccare a prescindere da provocazioni così evidenti da parte delle autorità.
Al di là dei processi istituzionalizzati che seguono i binari ampiamente calcolabili, si trovano quindi momenti che per via della loro pertinenza sociale possono essere importanti per un confronto continuo e conflittuale con il dominio, a condizione di porsi delle buone domande. Se accompagniamo la centralità imposta sui giorni del vertice di luglio con un'analisi approfondita del loro significato per il terreno su cui lottiamo, potrebbero delinearsi alcune opportunità di azione in cui le nostre idee di auto-organizzazione, di informalità e di attacco acquisiscono un proprio senso.
Ecco perché dobbiamo vedere il desiderio e l'aspirazione di un momento collettivo di rivolta, di disordine e di sommosse durante le giornate del vertice in relazione con la continuità dei progetti e dei processi che proseguiranno dopo queste giornate e che continueremo a sviluppare. Opporsi alla loro attuale attuazione della griglia delle esperienze di attacco collettivo e di perdita del controllo, può creare momenti la cui la dinamica supera queste giornate particolari.
Gli abitanti di Karolinenviertel, un quartiere il cui spazio è relativamente gestibile nella zona di St Pauli, sono stati concretamente colpiti dalla realizzazione dei vertici fin dai preparativi di quello dell'OCSE. Le sale dei Congressi in cui, dopo l'OCSE, deve tenersi anche il G20, delimitano il quartiere a nord e ad est. Il Karoviertel è proprio ciò che si potrebbe definire un quartiere «alternativo» — abitato fin dagli anni 50 da lavoratori poveri e soprattutto da immigrati, si è evoluto in maniera piuttosto classica per diventare un quartiere in cui sempre più boutique, caffè e altri negozi di lusso sono stati progressivamente aperti e dove gli affitti sono costantemente in rialzo.
In questo quartiere particolare, i processi di rivalorizzazione sono tuttavia avanzati un po' più lentamente che altrove, con una presenza costante di squat, un centro anti-autoritario in cui è ospitata fra l’altro una biblioteca anarchica e l'esistenza di un Wagenplatz, sgomberato nel 2002, che hanno contribuito ad una certa continuità di proteste visibili, anche se talvolta riformiste e di sinistra.
Ancor prima del vertice dell'OCSE nel dicembre 2016, alcune individualità anti-autoritarie e anarchiche hanno proposto con volantini e manifesti di tenere nel Centro Libertario LIZ, nel quale si trova anche la Biblioteca anarchica Sturmflut, un incontro di quartiere per affrontare la situazione d’occupazione che si prefigurava e discutere di solidarietà e di auto-organizzazione. Questa iniziativa ha incontrato un riscontro sorprendentemente positivo. È apparso chiaro che c'era e c'è un forte bisogno nella zona di affrontare con determinazione le potenziali restrizioni che le dette misure di sicurezza comporteranno per la vita nel quartiere, così come una grande apertura di spirito per la proposta di contrastare lo stato d’emergenza imposto, in maniera auto-organizzata, informale e autonoma rispetto alle organizzazioni politiche, allo scopo di opporre alla sensazione di impotenza una esperienza di solidarietà e di sostegno reciproco. Questi incontri non erano tanto volti a porre una critica o una opposizione nei confronti dei vertici quanto segnati dalla necessità di affrontare l’attuazione strisciante dell'occupazione poliziesca e le sue conseguenze sulla realtà sociale circostante. A partire da questi incontri ormai regolari si sono sviluppate varie iniziative che hanno reso visibili la solidarietà e l’auto-organizzazione a Karoviertel.
Così si sono tenuti a più riprese dei pic-nic, offrendo la possibilità di prendere uno spazio auto-determinato e senza autorizzazioni per riunirsi apertamente contro la presenza poliziesca e il controllo. Sono stati appesi striscioni sugli alberi, sono stati programmati film notturni, sono stati distribuiti volantini e c'era un tavolo informativo della biblioteca anarchica. La gente del posto portava del cibo, il bar accanto forniva elettricità e tavolini, si discuteva, si faceva conoscenza e si parlava delle possibilità di intervento. Imparando poco alla volta a conoscersi, si è cercato di agire al di là dei pic-nic in apparenza molto statici e tranquilli, di recente una piccolo corteo selvaggio ha attraversato il quartiere al limite del quale uno striscione contro i poliziotti ed il controllo è stato appeso sugli alberi, proprio di fronte alle sale dei Congressi.
Il carattere piuttosto «pacato» e molto sociale di questi momenti organizzati è attualmente al centro delle discussioni su queste esperienze tra compagni coinvolti. Ne consegue che conoscere individui sulla base dell’auto-organizzazione e della solidarietà significa in generale anche imparare i limiti delle relazioni che si tessono e che non si deve perdere di vista l’intervento individuale e offensivo nei contesti in cui si svolgono, se non vogliamo accontentarci di feste eterogenee e di piacevoli serate-barbecue tra vicini. Buone relazioni sociali, la conoscenza reciproca con le persone nelle strade in cui ci si muove e dove si lotta sono molto importanti — ma sta diventando sempre più chiaro che è indispensabile tenere presente il potenziale sovversivo dell’auto-organizzazione e della solidarietà e mettere in discussione in questa ottica le iniziative intraprese. Sfidiamo la pace sociale, intendiamo demolirla oppure stiamo creando strutture in cui la miseria sociale e l’assalto costante delle autorità diventino semplicemente più sopportabili?
La solidarietà nascente, le relazioni che si allacciano non sono combattive che dal momento in cui costituiscono il punto di partenza per un confronto più ampio con le ragioni che le hanno fatte sorgere.
Il fatto che dopo il primo incontro di quartiere gli sbirri abbiano fatto visita a tre persone, che compaiano sul contratto di affitto del Centro Libertario, per interrogarle su un possibile collegamento con un attacco incendiario avvenuto più o meno in quel periodo contro il Palazzo dei Congressi, mostra chiaramente quanto l'iniziativa non piacesse alle autorità. In seguito a quell’attacco, i poliziotti hanno interrogato anche molti vicini sulla soglia di casa in merito alla loro eventuale partecipazione all’assemblea. Poliziotti in borghese si aggiravano nei dintorni dei pic-nic e gli inviti affissi sulle porte venivano regolarmente rimossi, benché gli sbirri non siano finora intervenuti nelle iniziative pubbliche.
Accettare questa presunta pace non può ovviamente essere un'opzione, quindi dobbiamo cercare dove sia possibile attaccare vista la costante presenza e sorveglianza poliziesca. Alcune esperienze nel corso delle ultime settimane mostrano che il loro apparato di sicurezza ha delle falle che non riescono a colmare. L’incendio di un furgone di polizia destinato a sorvegliare la casa del sindaco sotto il naso degli sbirri di guardia, quello dei veicoli del sindacato di polizia nei pressi del quartier generale della polizia di Amburgo, o ancora quello di quattro furgoni nel parcheggio di una stazione di polizia dimostrano ad esempio come l'attacco sia sempre possibile nonostante tutto il loro arsenale.
In una situazione in cui quasi tutti si concentrano principalmente su un evento specifico, diventa primario mettere in evidenza che le possibilità di attacco contro questo mondo di sfruttamento e di dominio sono molteplici — Il corso ben oliato della quotidianità nella città robotizzata di Amburgo, lo sfrenato trasbordo di merci nel porto, il crescente sviluppo della città in Moloch che definiscono «Smart City» sono terreni di confronto difficili da controllare, nonostante tutti i loro intrighi militari. L’intervento continuo e distruttivo nel sistema propriamente funzionale di questa città può significare sperimentare per noi stessi la scelta autodeterminata e imprevedibile dei campi del nostro attacco, a prescindere dalle situazioni meticolosamente approntate durante i vertici. L'interruzione della quotidianità può mettere in luce che è possibile attaccare la determinazione della nostra vita ad opera di altri, con mezzi semplici e con un effetto potenzialmente di grande portata. Questa città è piena di nodi di collegamento che condizionano il funzionamento di questo formicaio programmato.
I mezzi pubblici di trasporto vanno avanti solo se il loro impianto di segnalazione funziona, le società di trasporto guadagnano solo se i loro distributori automatici di biglietti restano integri. Il lavoro può essere svolto solo se gli schiavi salariati arrivano al proprio posto su strade senza ostacoli e a condizione che la rete elettrica e di connessione rimanga indenne. Spesso c’è solo un «clic» tra l'ordine mortifero e il caos vivente, e scoprire dove si trovano questi punti può essere fondamentale per la nostra capacità di gettare benzina sul fuoco nelle situazioni in cui essi perdono il controllo.

maggio 2017 - Amburgo

G20 ad Amburgo: giornate di rivolta

Nel corso del vertice del G20, migliaia di persone hanno portato la loro rabbia nelle strade di Amburgo contro la violenza degli sbirri e contro il mondo che difendono. Fin dalla settimana precedente il vertice, gli sbirri hanno chiaramente annunciato l’atmosfera che ci sarebbe stata: avevano previsto di scatenarsi e l’attacco senza preavviso della manifestazione di giovedì sera ha confermato che seguivano proprio quella linea. È chiaro che si sono assunti l’onere di provocare lesioni gravi, o addirittura dei morti, quando hanno chiuso la prima parte della manifestazione in un vicolo stretto a colpi di manganello, gas e cannoni ad acqua — là è stato il panico e per molti l'unico modo di uscirne è stato quello di scavalcare un alto muro. Ci sono stati molti feriti, ma anche scene di impressionante solidarietà quando le persone si sono aiutate a vicenda per scalare il muro, mentre i poliziotti non smettevano di farsi bersagliare dall'alto e linee molto determinate di manifestanti incassavano i colpi per proteggere gli altri.
Il manganello in faccia, il ginocchio sul collo, il peperoncino negli occhi devono ricordare chi comanda in questo mondo.
Nel corso di queste giornate i rappresentanti dei 20 paesi più ricchi si ritrovavano per decidere sul mantenimento di questo ordine di miseria. Migliaia di sbirri dovevano proteggere questo spettacolo da coloro che, in occasione di questo vertice, volevano esprimere la loro rabbia, il loro odio, la loro resistenza all’arroganza delle autorità.
Nella notte fra giovedì e venerdì, in molti hanno riconquistato un po' della dignità che i rapporti di merda ci sottraggono giorno dopo giorno, attaccando i poliziotti in un sacco di posti, erigendo barricate ed aprendo con martelli, pietre e fiamme parecchie crepe nella facciata di una azienda che riserva il proprio spazio soltanto a chi funziona, a chi consuma, a chi si adatta.
Appena spente le barricate della notte, il venerdì mattina le prime auto cominciavano a bruciare. In vari luoghi della città, alcuni gruppi si sono dati da fare per dimostrare che quei giorni avrebbero significato molto di più dell’attacco di una riunione di dirigenti. Tra gli altri, agenzie immobiliari, auto di lusso, il tribunale dei minori, banche e vetrine scintillanti dei centri commerciali sono diventati bersagli ed i primi poliziotti sono stati costretti a scappare a gambe levate sotto gli attacchi. Alcuni hanno bloccato in massa altri punti della città con sit-in e cortei, senza che i mezzi scelti risultassero in contrasto fra loro.
Venerdì, la rabbia ha provocato un soffio di sconvolgimento, purtroppo raro in questo contesto.
Disturbare la pace del cimitero cittadino e interrompere la normalità, ostacolare il funzionamento della città dei ricchi e del consumo e non lasciare nessun dubbio sul fatto che lo Stato e le sue guardie non possono impedirci di vivere è un'esperienza molto stimolante.
Venerdì, una parte dello spazio di cui le autorità hanno brutalmente spossessato le persone di questa città nell’interesse della loro messinscena del dominio è stata riconquistata con la lotta per alcune ore.
Grazie alle barricate in fiamme e agli attacchi costanti contro i poliziotti, si è creato uno spazio in cui è stato possibile decidere per qualche ora quello che volevamo fare, indipendentemente dal potere dello Stato.
Ci sono stati saccheggi, le persone hanno preso ciò di cui avevano bisogno o voglia, altri ancora hanno distrutto alcuni simboli di questo mondo di consumo che uccide ogni senso di una vita selvaggia e libera, dandoli alle fiamme.
È apparsa una varietà impressionante di persone, che condividevano le strade, saccheggiavano, innalzavano barricate e attaccavano i poliziotti — molti di loro probabilmente non facevano parte di alcun ambito di movimento.
Se un qualsiasi autoproclamatosi portavoce di chicchessia sostiene che questa sommossa si è accontentata di inebriarsi di sé senza una linea politica, bisogna proprio dargli ragione, nonostante tutto il disgusto che può solo ispirarci il suo opportunismo servile.
Questa ripresa necessariamente violenta di uno spazio dominato dagli sbirri, che ha significato una rottura fondamentale con ciò che ci viene imposto quotidianamente, non ha nulla a che vedere con una agenda politica o col programma di una qualche alleanza, ma con la riappropriazione individuale della nostra vita.
Se qui o là un certo disagio va di pari passo con l'incertezza, ovvero con la paura di far fronte ad una situazione in cui l’ordine abituale deraglia effettivamente, ciò è comprensibile ed è pure parte integrante di un rottura fondamentale con la realtà.
Al di là di ciò, occorre domandarsi in questo caso chi ha paura, di chi o di cosa. Se una società così opulenta e ricca come quella di questa città del denaro e del commercio teme per la sua proprietà e se il lato terribile delle distruzioni deriva dal fatto che le merci sono state rubate e delle possibilità di acquisto devastate, allora questa società merita effettivamente di essere distrutta.
Il nostro addomesticamento in questo mondo di autorità è molto vasto. Lo sbirro così spesso invocato nella nostra testa è tenace.
Poche persone immaginano cosa possa comportare cacciare le autorità, è per questo che è indispensabile creare momenti in cui sperimentare la loro assenza.
Il fatto che in queste situazioni alcuni prendano anche decisioni che in seguito appaiono inadeguate o irresponsabili, non ha nulla di particolarmente sorprendente, in quei momenti come in altre situazioni della vita. Occorre anche parlare di questo, se vogliamo avvicinarci ad una concezione della libertà. Tuttavia deve essere chiaro che non c'è oggettività — soprattutto nella rivolta. Questa consiste essenzialmente nella responsabilità e nell'iniziativa individuali di chiunque voglia contribuirvi.
Per il momento, è ovviamente molto facile farsi imbrogliare dai discorsi delle autorità e dei guardiani di questo ordine. Sono i poliziotti ad aver messo volontariamente a repentaglio delle vite in questi giorni, non c'è alcun dubbio in proposito.
Lasciare che lo stress e la propaganda rimettano in discussione l'esperienza stimolante e liberatrice di questi momenti sarebbe un grossolano errore.
Questo fine settimana la resistenza ha abbandonato il terreno di una contestazione opportunamente orchestrata in modo politico e ancora una volta si vede che nella rivolta la questione sollevata è quella di sapere da quale parte si decide di stare.
Dalla parte di coloro che vogliono vedere questa società, questo ordine, questo sistema in rovina, nel senso di una vita di libertà e dignità, con tutti gli errori e i trionfi che porta la rivolta.
Oppure dalla parte di coloro che nel dubbio decidono di preferire una contestazione confortevole e prevedibile, inquadrata dalla sicurezza di rapporti totalitari, invece di lanciarsi nell’acqua magari fredda della libertà.

Anarchici per la rivolta sociale

luglio 2017 - Amburgo

[tr. da Avalanche/Correspondance anarchiste, n. 11, luglio 2017]

Tra banchetti di libri in città e sangria benefit per le/gli arrestati, ecco il testo di uno scritto apparso nelle strade di Cremona:

FASCISTI E SBIRRI:

SEMPRE LA STESSA MERDA

La distruzione è una passione creativa

Michail Bakunin

Nella giornata del 3 agosto, gli sbirri capitanati dalla lurida persona del famigerato procuratore Giuseppe Creazzo, hanno fatto irruzione alla Riottosa, luogo anarchico occupato da 10 anni a Firenze. L’ordine è stato quello di sgomberare il posto e arrestare 8 persone fra Firenze, Roma e Lecce.

Questi arresti portano in seno due momenti intensi della lotta contro l’autorità: il primo, il 21 aprile 2016, una caserma del fiorentino va a fuoco in seguito al lancio di alcune molotov da parte di qualche artista della notte.

Mentre nel secondo caso, il primo gennaio di quest’anno, una libreria poco culturale legata alle merde fasciste di Casa Pound salta per aria, e con lei un occhio e una mano di un artificiere prono agli ordini dell’autorità. Due piccioni con una fava, come disse qualcuno.

Qualcuno diceva che il lavoro rende liberi. In questo caso la violenza del lavoro di merda che si fa, torna indietro.

Le accuse verso le compagne e i compagni sono pesanti: tentato omicidio, trasporto ed uso di materiale esplosivo e danneggiamento aggravato.

Non ci interessa sapere chi sia stato a sferrare colpi così precisi e ben assestati ad autorità e leccapiedi di esse, cioè i fascisti del terzo millennio.

Ci interessa solamente ribadire che vorremmo qui con noi le compagne e i compagni, e non in un orribile gabbia.

La questione più importante è dire una banalità: attaccare Stato e fascisti, colonne portanti dello sfruttamento sulla terra, è sempre giusto.

Ribadiamo la nostra solidarietà e complicità a chi è stato colpito dalla repressione a Firenze, Roma e Lecce. Non dimenticandoci dei numerosi arrestati tra cui: quelli per l’operazione Scripta Manent, dei rivoltosi di Amburgo, di Greg appena arrestato per i fatti di Torino e fermato nel suo viaggio verso la libertà contro l’arresto e la compagna che ha subito una condanna per rapina in Olanda a sette anni e mezzo di carcere.

Rilanciamo la nostra solidarietà anche ai compagni anarchici arrestati a Torino con l’accusa di essersi opposti ad una retata degli sbirri dello scorso aprile.

Saremo sempre dalla parte di chi si oppone agli sbirri nelle strade.

Ci strappa un sorriso apprendere la notizia di un evasione nel carcere di Cremona. Uno in meno in mano alla repressione. Speriamo che il suo viaggio duri a lungo.

La libertà non può essere racchiusa nella merda della politica. Desiderando agire, mettendo in gioco le proprie esistenze, per sabotare e disertare il mondo dell'autorità: produttore di guerre, frontiere, genocidi e oppressione.

Tanti modi per insorgere, un unico percorso: quello della libertà.

Solidali con le/i ribelli

Attualmente gli indirizzi a cui scrivere sono i seguenti:

NICOLA ALMERIGOGNA

GIOVANNI GHEZZI

SANDRO CAROVAC

SALVATORE VESPERTINO

MICOL MARINO

MARINA PORCU

C.C. Sollicciano via Minervini 2r, 50142 Firenze

ROBERTO CROPO

C.C. Regina Coeli via della Lungara 29, 00165 Roma

PIERLORETO FALLANCA

Via Paolo Perrone 4, 73100 Lecce

 

 

Su Torino:

Il caldo agostino non è l’unico a rendere soffocante l’aria. Dopo gli arresti di ieri a Firenze, Roma e Lecce,  la mannaia estiva è arrivata anche a Torino: Digos e celerini si sono presentati stamane poco dopo le 6 h all’occupazione di corso Giulio Cesare 45 e in alcuni appartamenti privati per effettuare cinque arresti e notificare due divieti di dimora.

I compagni che vivono nello stabile occupato sono saliti sul tetto e là sotto si è formato un gruppo di sostegno, anche perché nell’immediato non era ben chiaro il motivo dell’operazione. Poco dopo sono arrivati anche i mezzi dei vigili del fuoco a coadiuvare l’azione poliziesca e in virtù di questo hanno ricevuto i giusti insulti. Il loro meschino lavoro di monitoraggio dei compagni sul tetto è durato però poco, fintantoché, compreso che non si trattava dello sgombero, Lorenzo - l’unico in casa a cui era destinato l’arresto - non è sceso.

Notizie più precise sono arrivate tuttavia dalle case in cui Cam, Fran e Antonio stavano già scontato gli arresti domiciliari per altro procedimento, e ahinoi torneranno in carcere per quest’ultimo; a loro si aggiunge anche Beppe, mentre per altre due compagne è stato comminato il divieto di dimora a Torino e provincia.

Le carte tribunalizie, con l’ipotesi accusatoria del consueto Pm Rinaudo e la firma siglante del giudice Agostino Pasquariello, motivano le misure cautelari con l’opposizione a una retata nel 6 aprile scorso ai giardini Ex-Gft e imputano ai compagni i reati di resistenza aggravata, concorso per un fatto compiuto in più di dieci persone, violenza a pubblico ufficiale e danneggiamento.

In attesa di capire in che patria galera verranno rinchiusi, c’è un appuntamento per domani: ci vediamo alle 21 h ai Giardini del Toro in via Alimonda per parlare degli arresti e delle continue retate che avvengono per le vie là attorno, retate alle quali come i nostri compagni continueremo a opporci.

macerie @ Agosto 4, 2017

Nelle carte dell’operazione repressiva del 3 maggio, oltre ai nomi di Cam, Antonio, Fran, Antonio, Fabiola e Giada, c’era anche quello di Greg. Per mesi non è stato trovato, fino a oggi in cui è stato fermato dai carabinieri a Gorizia per un controllo stradale e portato poi in caserma per l’arresto.

Per qualche giorno sarà rinchiuso nel carcere friulano e poi molto probabilmente sarà trasferito alle Vallette.

Intanto è possibile mandargli qualche telegramma di incoraggiamento perché è il metodo più veloce in vista della possibile traduzione in un altro carcere.

Gregoire Yves Robert Poupin

Casa Circondariale

via G. Barzellini n. 8 34170 GORIZIA

Se il silenzio fa paura, forse è perché l’assenza di rumori familiari tende a farci ripiegare in noi stessi. Quando si avanza nell’oscurità silenziosa, non è raro parlare a se stessi, fischiettare un ritornello, riflettere ad alta voce per non ritrovarsi in preda all’angoscia. Ciò non è semplice e può anche esigere un po’ di esercizio, dato che le nostre menti sono state condizionate ad identificare silenzio con pericolo, oscurità con rischio. È l’angoscia a provocare il vuoto, il sentimento di trovarsi sul bordo dell’abisso e di non essere capaci di distogliere gli occhi dal baratro che si apre davanti a noi. Eppure, è proprio in quei momenti che si ha la propensione a trovarsi ancora più vicini a se stessi, senza intermediari, con una presenza di spirito e un’emozione molto più decise.
Difficile trovare ancora silenzio o oscurità nel mondo moderno. I rumori industriali ci accompagnano sempre, gli apparecchi emettono ininterrottamente i loro suoni elettronici, e comunque ce n’è sempre uno per riempire il vuoto con chiacchiere insopportabili quanto superficiali. Oggi la paura del vuoto, l’angoscia del silenzio, è tra l’altro sublimata dalla connettività permanente. Mai soli, mai in silenzio, mai al cospetto dell’abisso. Quindi, mai faccia a faccia con noi stessi. I richiami e le voci dell’«interno», tutto quell’universo costituito dall’immaginazione, dalla coscienza, dalla sensibilità, dalla riflessione, vengono resi muti, ignorati, appiattiti e sostituiti dal continuo bombardamento di informazioni, di rumori, di messaggi elettronici, di appuntamenti, di moniti a consumare, di richiami all’ordine. Così, il mondo moderno sta esaurendo l’universo interiore dell’individuo. Con il proprio interiore annientato, l’essere umano si ritrova nelle condizioni ideali per accettare la servitù, ovvero per abbracciare la schiavitù senza neanche disporre di capacità di comprendere lo stato in cui si trova. Preso nella rete.
Non è una novità. La storia dell’oppressione non è cominciata con lo smartphone. Non molto tempo fa, il condizionamento della mente umana avveniva soprattutto attraverso una galassia di campi. Il campo di lavoro che è la fabbrica, il campo di educazione che è la scuola; il campo di controllo che sono l’autorità familiare e i luoghi di culto. Tuttavia, malgrado i fili tessuti tra tutte le strutture del dominio, restava ancora, relativamente parlando, parecchio vuoto. E quel vuoto andava ad alimentare la rivolta nei campi, e viceversa. Il detenuto che si ammutina, ha malgrado tutto gli occhi rivolti all’orizzonte al di là del muro, poco importa se il suo immaginario di quell’orizzonte può piacere oppure no. Se i campi di ogni tipo non sono certo scomparsi, la ristrutturazione capitalista e statale in corso, in particolare attraverso l’installazione sempre più vasta di tecnologie, mira, al di là di uno sfruttamento crescente e di un controllo ancor più totalitario, all’eliminazione di ogni vuoto. L’adagio della connettività permanente è al centro di questa sinfonia mortifera. Connessi lo si è sempre un po’, al lavoro, in famiglia, al supermercato, al concerto. Collegati, siamo comunque esposti alle ingiunzioni del potere, ai moniti a consumare, agli occhi del controllo. Siamo interamente a disposizione del capitale, siamo schiavi che indossano un collare invisibile.
Qualcuno diceva che, se la società è una prigione a cielo aperto, le garitte moderne devono pur essere quelle antenne e quei relais di comunicazione che offuscano dappertutto il cielo blu, e i fili spinati le fibre ottiche e i cavi elettrici. In effetti, per coloro che sognano di arrestare la riproduzione del dominio, sembra essere fondamentale arrivare a guardare altrove e altrimenti. Non che il commissariato all’angolo non debba più attirare l’attenzione del nemico dell’autorità, o la vetrata della banca non meriti di essere fracassata, o il tribunale non possa ricevere visite arrabbiate, ma è anche vero che il dominio ha diffuso sul territorio una vasta quantità di strutture relativamente piccole e poco protette da cui sempre più cose, per non dire quasi tutte, dipendono. È in queste piccole cose che la rete invisibile che ci rinchiude e che permette la ristrutturazione del capitale e dello Stato si materializza. È là che possono essere attaccate le arterie del dominio che irrigano i campi dello sfruttamento e dell’oppressione; è là che possono essere ridotte al silenzio le protesi tecnologiche e il loro chiacchiericcio schiavizzante.
È ciò che è successo quando un fuoco ha distrutto le installazioni tecnologiche e i cavi di France 3 il 21 aprile 2017 a Vanves, disturbandone le emissioni. È ciò che è successo quando alcune mani anonime hanno tagliato un cavo telefonico Orange nel Morbihan il 4 maggio, quindici minuti prima del dibattito presidenziale, privando migliaia di telespettatori e centinaia di imprese della loro connessione. È ciò che è successo su Monte Finonchio in Trentino, quando in solidarietà con alcuni anarchici detenuti alcuni relais e cabine di gestione di radio, televisione, telefonia mobile e comunicazione militare sono stati distrutti dal fuoco il 7 giugno, il giorno dopo la condanna di un tribunale tedesco ad Aix-la-Chapelle di una compagna anarchica per una rapina in banca. È ciò che è successo il 12 giugno ad Amburgo, dove un’antenna-relais della metro è stata incendiata. È ciò che inoltre è successo alcuni giorni più tardi, quando alcuni nottambuli hanno bruciato un trasmettitore televisivo e un’antenna di telefonia mobile a Piégros-la-Clastre nella Drôme il 15 giugno, precisando poi che «i piloni che spuntano un po’ dappertutto sono punti nevralgici e vulnerabili perché sono punti di concentrazione dei flussi e perché bastano pochi litri di benzina per danneggiarli gravemente». E il 23 giugno, è a Vilvorde in Belgio che un’antenna-relais è stata distrutta da un incendio doloso.
Sono solo alcuni esempi che, lungi dall’essere esaustivi e tutti avvenuti nelle ultime settimane, mostrano che un po’ dovunque l’interruzione è possibile. Bisogna anche dire che, contrariamente agli autoritari che riescono a concepire lo sconvolgimento del mondo solo attraverso la presa dei templi del potere e la gestione di masse importanti, in una sorta di impossibile simmetria con un nemico molto meglio equipaggiato, noi anarchici privilegiamo l’agilità di piccoli gruppi, le capacità dell’individuo, la diffusione delle ostilità piuttosto che la loro centralizzazione, in relazioni interindividuali di reciprocità, di fiducia e di conoscenza. Un tale modo di organizzarsi ci appare assai più interessante per attaccare un nemico sempre più tentacolare e dipendente dall’interconnessione tra tutte le sue strutture. Davanti alla diffusione sul territorio di una vasta quantità di piccole strutture di trasmissione, niente è più adatto di una miriade di piccoli gruppi che agiscono in autonomia, capaci di coordinarsi fra di loro quando è il caso, che praticano in modo diffuso l’antica arte del sabotaggio contro le arterie del potere. Nel silenzio che si impone alle macchine, nelle perturbazioni inflitte al «tempo reale» del dominio, ci si ritroverà faccia a faccia con se stessi. E questa è una condizione irrinunciabile per una pratica della libertà.

[Paris sous tension, n. 10, luglio-agosto 2017)
http://parissoustension.noblogs.org